Capitolo 2 - La bocca sporca del bravo ragazzo
Giovanni prova a fingere di essere migliore, ma Maria lo riporta subito nel fango. Tra bagno chiuso, colpa e gelosia, il primo giorno in villa comincia già malissimo.
Il Salento ci accolse con la delicatezza di un phon industriale puntato in faccia.
Quando il portellone del pulmino a noleggio si aprì, un'ondata di calore denso e appiccicoso ci investì in pieno. Io scesi con la dignità di un superstite, Sofia con l’aria di una che aveva appena commesso un crimine perfetto, Anna con lo sguardo perso e Marco con la solita faccia da proprietario terriero della relazione altrui. Eravamo esausti, sudati e carichi di nervosismo. Io, in particolare, portavo addosso il segreto inconfessabile e radioattivo di quello che era successo sotto il tavolino del treno.
Ma oltre il cancello di ferro battuto, la villa era uno schiaffo di pura, accecante bellezza estiva. C'era un lungo muro bianco, quasi luminescente sotto il sole, ricoperto da cascate di bouganville fucsia. Una piscina dalle piastrelle azzurre scintillava al centro del cortile, circondata da una terrazza immensa che si affacciava a strapiombo sul mare. C'era una doccia esterna in pietra grezza, corridoi freschi che promettevano riparo dalla canicola e stanze luminose con grandi finestre. L'aria era satura di un mix perfetto che sapeva di estate pura: sale, crema solare e il profumo pulito del detersivo per i pavimenti.
Per tre secondi pensai che forse sarebbe stata davvero una bella vacanza. Poi Maria batté le mani al centro del patio e disse: "Allora, camere." E capii che il paradiso aveva appena assunto una stronza come direttrice.
Prima che Maria potesse iniziare la sua consueta macellazione organizzativa, una porta a vetri si aprì con un leggero fruscio. Viola era già lì. Non fece un ingresso trionfale e non entrò urlando come avrebbe fatto Antonella. Entrò come una persona che sa già che il gruppo che ha davanti è marcio fino al midollo, e si diverte un mondo all'idea di guardarlo esplodere.
Era scalza, i piedi nudi sul cotto caldo del portico, e già perfettamente abbronzata. Indossava una camicia di lino bianca, sbottonata e lasciata aperta sopra un costume intero scuro che faticava a contenere la sua fisicità. Viola aveva un corpo morbido, femminile e splendidamente pieno, con una presenza così naturale da far sembrare tutte le altre in perenne posa plastica. La prima cosa che colpiva, e che ti toglieva il fiato, era il contrasto tra il suo viso dolce, quasi innocente, e le forme evidenti, prepotenti, sotto il tessuto umido.
I capelli ricci castani, fitti e voluminosi, le cadevano attorno al viso e sulle spalle dandole un’aria un po’ selvaggia ma estremamente curata. Teneva in mano un bicchiere di vetro pieno di ghiaccio e limone. Gli occhi grandi e scuri, incorniciati da ciglia lunghissime, ci studiarono con uno sguardo calmo, diretto, leggermente timido ma di una consapevolezza disarmante. Le labbra lucide, carnose e morbide, si curvarono in un'espressione composta che la rendeva ferocemente sensuale proprio perché non sembrava forzata. Il seno era abbondante e pieno, pesante nel modo giusto, con una rotondità naturale che riempiva la scollatura del costume e disegnava una linea del décolleté che catturava lo sguardo come una calamita. Aveva una vita non sottilissima ma armoniosa, un addome morbido e proporzioni mediterranee, calde, accessibili.
Si appoggiò allo stipite della porta, facendo tintinnare il ghiaccio, sfoggiando il sorriso di una persona che non ha alcuna paura del caos.
"Voi dovete essere i famosi disagiati," disse. La sua voce era una carezza ruvida.
"Lei è Viola," annunciò Maria, con il tono fiero di chi ha appena calato l'asso di briscola al tavolo verde.
Viola fece un piccolo brindisi nella nostra direzione. "Tranquilli. Non giudico nessuno prima del secondo drink."
Le reazioni furono immediate, un effetto domino di disastri annunciati. Ross la guardò un secondo di troppo, assottigliando lo sguardo in un misto di diffidenza e inaspettato interesse. Marco, fedele alla sua natura bavosa, la squadrò troppo apertamente, bloccandosi senza ritegno sulla camicia aperta di lino. Anna, silenziosa accanto a lui, notò immediatamente lo sguardo del fidanzato e si irrigidì, incassando il colpo in silenzio. Sofia, implacabile, notò con la coda dell'occhio che io stavo notando tutto questo groviglio. Ilenia osservava l'intera scena nel suo rigoroso e inquietante silenzio, mentre Maria godeva in modo quasi tangibile: aveva appena inserito una nuova, letale variabile nel gruppo.
In dieci secondi Viola era riuscita a far sorridere Maria, incuriosire Ross, distrarre Marco e irritare Sofia. Una professionista. Anna restò laterale, assorbendo il colpo. Potevo quasi sentire i suoi ingranaggi mentali girare mentre vedeva Marco sbavare, me sudare freddo e Sof lanciare sguardi omicidi.
"Bene, bando alle ciance," riprese Maria, battendo di nuovo le mani. "Assegnazione degli spazi. Le regole le detto io." Prese un respiro, pronta a smistare le nostre vite. "Io e Giulio nella matrimoniale grande," decretò. "Anna e Marco, matrimoniale piccola in fondo al corridoio." Marco annuì; Anna continuò a guardare le punte delle sue scarpe. "Sof e Ross, la doppia. Ilenia e Antonella, l'altra doppia con i letti singoli."
"E io?" chiesi, intuendo già la fregatura cosmica che aleggiava nell'aria.
"Viola ha la camera sul patio, nella dependance," continuò Maria, ignorandomi di proposito. Poi si voltò verso di me, con un sorriso che era pura cattiveria gestionale. "Giovanni sul divano."
Sgranai gli occhi. "Il divano letto? In salotto?"
"Giovanni sul divano," confermò Maria implacabile. "Così almeno una tragedia resta in zona comune."
Sofia incrociò le braccia sotto il petto, sorridendo in modo pungente. "Perfetto. Punto informazioni, pronto soccorso emotivo e centro smistamento disastri."
Marco, con la sua consueta lentezza nell'elaborare l'ironia, aggrottò la fronte, infastidito. "Che significa?"
"Che dorme in salotto, Marco," sibilò Sof, guardandolo come se fosse un lombrico. "Non era il test d’ingresso a medicina."
Giulio scoppiò a ridere in modo genuino. Marco si rabbuiò all'istante, stringendo la mascella. Anna abbassò ulteriormente lo sguardo, chiudendosi nelle sue spalle.
Io guardai oltre le vetrate, verso il grande e lussuoso divano letto di velluto piazzato esattamente al centro del gigantesco open space della villa. Il mio cervello iniziò a fare i calcoli. Non era un posto dove dormire. Era una condanna a morte. Chiunque si fosse alzato di notte per bere, per andare in bagno, per cercare conforto o per cercare guai, sarebbe inevitabilmente inciampato in me. Tutti sarebbero passati da lì, tutti mi avrebbero visto, tutti avrebbero potuto usarmi. La mia privacy era ufficialmente morta, immolata sull'altare di una vacanza che prometteva di essere un'interminabile e letale tortura ormonale.
Il momento di smarrimento collettivo per l'assegnazione delle camere durò lo spazio di un sospiro. Poi, come accade sempre nei gruppi disfunzionali, la realtà prese il sopravvento e tutti iniziarono a disperdersi per prendere possesso dei propri metri quadrati di sopravvivenza.
E fu in quel momento di caos che Marco decise di ricordarmi, con una singola frase, perché lo odiassi così tanto. Mentre Anna sollevava a fatica il manico della sua valigia, lui le si affiancò. Non per aiutarla, ovviamente. "Amore, dopo magari cambiati, eh," le disse, con un tono falsamente premuroso che nascondeva un rimprovero. "Quella maglietta col sudore si vede troppo."
Lo vidi chiaramente: Anna si spense. La poca luce che aveva negli occhi, quel briciolo di sollievo per essere finalmente arrivata, svanì. Abbassò lo sguardo, tirò leggermente il tessuto chiaro della t-shirt per staccarlo dalla pelle e annuì in silenzio, trascinando il trolley verso il corridoio come se improvvisamente pesasse cento chili.
Io rimasi immobile, i pugni stretti lungo i fianchi. Sofia, che aveva un radar incorporato per le mie reazioni emotive, notò immediatamente la scena. E, soprattutto, notò me che notavo la scena.
Mi si affiancò, sfiorandomi il braccio con la spalla. "Non fare quella faccia," mi sussurrò, senza guardarmi. "Che faccia?" ringhiai a mezza voce. "Quella da cane da salvataggio con precedenti penali."
Non feci in tempo a risponderle. Il gruppo si era ormai sfaldato: Giulio stava già portando su le borse più pesanti canticchiando; Antonella stava cercando disperatamente il bagno imprecando contro la planimetria della villa; Ross era uscita in terrazza ad accendersi una sigaretta terapeutica; Viola, dalla dependance, stava già facendo tintinnare il ghiaccio per preparare qualcosa da bere. Anna e Marco sparirono dietro la porta della loro stanza matrimoniale. Sof si avviò verso la doppia che le era toccata in sorte, ma continuava a tenermi d'occhio con la coda dell'occhio. Ilenia, silenziosa come un fantasma, sistemava il suo bagaglio.
Io rimasi da solo nel grande salotto, fissando il divano letto che sarebbe stata la mia tomba. Fu una questione di attimi. Maria ebbe bisogno solo di cinque secondi di isolamento per colpire. Apparve dal corridoio, silenziosa e implacabile.
"Giò. Vieni un secondo."
Il mio istinto di sopravvivenza urlò. Capii immediatamente che era una trappola. "No." "Non era una domanda," ribatté lei, gelida.
Provai a buttarla sull'ironia, l'unica arma di difesa che mi era rimasta. "Se mi devi uccidere, almeno aspetta il pranzo. Ho fame dal casello di Bologna."
Maria non sorrise. "Tranquillo. Prima ti faccio parlare." La frase suonò irrimediabilmente falsa. Lo sapevamo entrambi: a Maria non fregava assolutamente nulla di farmi parlare. Voleva solo misurare quanto potere avesse ancora su di me, testare se il guinzaglio fosse ancora teso dopo gli eventi di casa sua.
Mi fece cenno di seguirla e mi infilò nel bagno degli ospiti al piano terra, proprio all'imbocco del corridoio principale. L'ambiente era piccolo, quasi claustrofobico, illuminato da una luce bianca e fredda che non faceva sconti a nessuno. Faceva un caldo asfissiante, mitigato solo da una finestrella socchiusa in alto. C'era un grande specchio immacolato sopra il lavandino, asciugamani perfettamente piegati e un odore pungente di sapone nuovo e candeggina.
Entrai, cercando di mantenere una distanza di sicurezza, e mi appoggiai con la schiena al muro, vicinissimo alla porta. Maria la chiuse. Ma non la chiuse del tutto. Lo scrocco non fece il click metallico; la porta rimase accostata, una fessura invisibile ma sufficiente a far filtrare i suoni nel corridoio. Un dettaglio all'apparenza insignificante, ma che in quella casa di pazzi equivaleva a lasciare un microfono acceso.
"Che vuoi?" le chiesi, incrociando le braccia al petto.
Maria sfoderò un mezzo sorriso, quello riservato alle sue vittime preferite. "Che brutto modo di parlare alla padrona di casa."
"Non sei la padrona di casa."
"Infatti. Sono peggio," sussurrò, avvicinandosi di un passo. "Sono quella che sa dove sono nascosti tutti i bagni."
Iniziò a lavorarmi ai fianchi, ma non partì subito con il contatto fisico. Maria era una predatrice cerebrale: doveva prima smontarmi pezzo per pezzo. Iniziò a girarmi intorno nel poco spazio disponibile, muovendosi con una lentezza calcolata. Mi guardò attraverso il riflesso dello specchio grande, studiando la mia postura rigida. Allungò una mano e, con un gesto fintamente materno che mi fece venire i brividi, mi sistemò una piega inesistente sulla maglietta.
"Sei strano," sentenziò. "Sono stanco." "No," ribatté lei, categorica. "Stanco è Giulio quando porta le valigie su per le scale. Tu sembri uno che ha fatto qualcosa e ha paura che gli si legga in faccia."
Deglutii a vuoto, cercando di mantenere un'espressione neutra. Ma Maria era già andata oltre, mirando dritto al punto debole. "Com'è andato il viaggio?" mi chiese, con finta casualità. "Normale."
"Certo. Normale," ripeté lei, assottigliando lo sguardo. "Infatti Sofia è scesa dal treno con la faccia di una che voleva mordere qualcuno per puro piacere, Anna sembrava appena uscita da una confessione traumatica, e tu avevi il colore spirituale di un cadavere appena ripescato. Un viaggio normalissimo."
Sentii il sudore freddo scendermi lungo la nuca. "Maria, se devi dire qualcosa, dilla e basta. Non ho tempo per i tuoi giochetti psicologici."
Lei si fermò proprio di fronte a me, a una distanza pericolosa. "Sto guardando quanto tremi prima." Mi stava leggendo dentro. Aveva intuito che sotto quel tavolino era successo qualcosa, anche se non sapeva esattamente cosa. Sapeva che io e Sofia nascondevamo qualcosa di torbido, e aveva deciso di testare la mia resistenza.
Fece un respiro profondo e sfoderò la lama più affilata che avesse a disposizione. "Sai cos'è la cosa buffa?" mormorò, inclinando la testa. "Con te, mai niente."
"Giulio è di là che sistema le borse," disse, scandendo bene le parole, lasciando che il peso del nome di mio fratello cadesse tra noi come un'incudine. "Felice. Ha la fidanzata, gli amici, una villa da paura, il mare a due passi. Povero amore, è proprio contento."
"Non iniziare, Maria. Te lo giuro, non iniziare."
"E invece la sua fidanzata è chiusa in un bagno, a pochi metri da lui, con il suo migliore amico."
La rabbia mi montò nel petto, un riflesso incondizionato per difendere l'ultimo brandello di decenza che mi restava. "Hai chiuso tu la porta," le sibilai contro, stringendo i denti.
Maria mi guardò dritto negli occhi, il sorriso che spariva, sostituito da una freddezza spietata. "Tu sei entrato."
Il silenzio piombò nella piccola stanza bollente. Quella frase mi tolse il respiro, annientando ogni mia scusa, ogni mia vana pretesa di innocenza. Aveva ragione. Lei apriva le gabbie, ma ero io a sceglierci di entrare.
Vedendo che il colpo era andato a segno, Maria affondò il coltello fino al manico, decisa a non lasciarmi via di scampo.
"Tu fai sempre così, Giò," mormorò, avvicinandosi ancora di più, invadendo il mio spazio vitale, il suo profumo dolce e opprimente che si mescolava all'odore asettico del sapone. "Con Anna fai il buono, il cavaliere senza macchia. Con Sofia fai il complice perfetto per le sue bassezze. Con Giulio fai l'amico fedele e devoto. E con me... con me fai quello che si pente."
"Perché c'è da pentirsi, Maria. Per quello che facciamo c'è solo da fare schifo."
Gli occhi scuri di Maria brillarono di una luce febbrile, quasi feroce. Fece l'ultimo passo, annullando la distanza tra noi. Premette il suo corpo contro il mio, schiacciandomi contro il legno della porta mal chiusa. Sentii il calore del suo bacino premere contro di me, la morbidezza del suo petto attraverso la stoffa sottile dei vestiti estivi. Alzò una mano, ma non fu una carezza: mi afferrò con forza il colletto della maglietta, tirandomi verso il basso, obbligandomi a guardarla a un millimetro dalle sue labbra, respirando la sua stessa aria condizionata dalla lussuria e dal potere.
"Allora pentiti meglio," sibilò contro la mia bocca.
«Chiedimi scusa.»
La sua voce tagliò l'aria pesante del bagno. Non era una supplica, era un ordine. «Scusa.» «Che schifo.» Maria scosse la testa impercettibilmente, le labbra piegate in una smorfia delusa. «Maria—» «No. Così sono capaci tutti,» mi interruppe, affilata come una lama. «Chiedimi scusa come se ti dispiacesse davvero.»
Capii. In un istante disperatamente lucido, compresi esattamente dove voleva arrivare. Avrei potuto aprire la porta. Era lì. A mezzo metro dalla mia spalla. Bianca, normalissima, con una maniglia cromata e tutta la libertà del mondo attaccata sopra. Bastava un gesto e sarei tornato nel corridoio, alla luce del sole, a essere una persona decente. Naturalmente, io scelsi il bagno. Questa era la mia vera, fottuta colpa.
Maria fece l'ultimo passo. Mi sfiorò il viso con il dorso della mano, un tocco leggero che mi fece tremare, e poi abbassò lo sguardo su di me. «In ginocchio, Giò.» Una frase secca. Non urlata. Non teatrale. Peggio: detta piano, con l'assoluta e spaventosa certezza che io avrei obbedito.
E lo feci. Mi lasciai scivolare sul pavimento di piastrelle fredde. Maria si appoggiò con la schiena al bordo del lavandino di ceramica e sollevò l'orlo del vestito leggero. In quel momento, a quell'altezza, mi colpì un dettaglio stupido, intimo, quasi più osceno di tutto il resto: notai una ricrescita scura, appena accennata, imperfetta, vera. Maria non era una fantasia ordinata e patinata. Non era una scena di un film preparata a tavolino. Era lì, viva, calda, arrogante, con addosso la stanchezza del viaggio, il sudore e la cattiveria. E io, che avevo passato l'intera mattinata a fingermi migliore di quello che ero, trovai naturalmente il modo di desiderarla da impazzire proprio così. Nella sua spietata realtà.
«Bravo,» mormorò lei, guardandomi dall'alto verso il basso. «Vedi? Quando smetti di parlare diventi quasi onesto.»
Mi afferrò i capelli sulla nuca e mi spinse il viso tra le cosce. La morsa delle sue gambe nude si chiuse forte attorno alle mie tempie, stringendo fino a farmi sudare. Non c'era nulla di delicato. Fui investito dal suo profumo, dal suo calore e dal sapore di quella punizione. Quando le mie labbra incontrarono la sua intimità bagnata, la sensazione ruvida di quella ricrescita contro la mia pelle rese tutto fottutamente reale.
Iniziai a usare la lingua, obbedendo alla sua muta pretesa. Cercai il centro esatto del suo piacere, leccando e succhiando con una disperazione che mi toglieva il fiato. Maria ansimò, inarcando la schiena; le sue unghie scattarono verso il basso, piantandosi nella mia schiena, graffiandomi la pelle attraverso il tessuto della maglietta. Esigeva godimento come forma di sottomissione.
«Hai passato il viaggio a fare il principe con Anna,» sibilò a denti stretti, la voce incrinata dal piacere, mentre la mia bocca lavorava per lei. «Adesso fai ammenda con la troia.»
Alzai lo sguardo verso di lei, gli occhi lucidi nel riflesso dello specchio sopra le nostre teste. «Non guardarmi così,» sussurrò lei, tirandomi brutalmente una ciocca di capelli per riportarmi giù. «Non ti sto facendo niente che tu non voglia usare per odiarti dopo.»
Non era desiderio pulito. Non era nemmeno desiderio felice. Era una punizione con il sapore di qualcosa che conoscevo già. E la parte peggiore era che Maria lo sapeva benissimo.
La stanza era una cassa di risonanza per il nostro disastro. Il lavandino scricchiolava sotto il peso del suo bacino che spingeva contro la mia bocca. Il mio gomito urtò il metallo del rubinetto con un tonfo sordo. Il respiro di Maria si spezzava sempre più spesso, mentre io sentivo il mio stesso cuore martellarmi nelle orecchie per l'ansia. La porta mal chiusa era troppo vicina. Il corridoio era a un millimetro. Giulio, mio fratello, era di sopra a sistemare i bagagli e poteva chiamarla da un momento all'altro; Anna era chiusa nella sua stanza a pochi passi, ignara di tutto; Sof poteva cercarmi. Era un climax sporco, asfissiante, reso eccitante proprio dal rischio di far esplodere le vite di tutti.
E fu in quel precario equilibrio che Maria decise di usare il suo coltello migliore. «Sofia lo sa che sei così bravo a pentirti?» mormorò all'improvviso, tra un ansito e l'altro.
Mi irrigidii. La lingua si fermò. Reagii troppo in fretta. «Non nominarla,» ringhiai contro la sua pelle bagnata.
Maria si bloccò per mezzo secondo. Poi, un sorriso trionfante le illuminò il viso piegato all'indietro. «Ah.» Era un suono minuscolo, ma devastante. Aveva capito. Non sapeva del treno, non sapeva i dettagli, ma aveva capito che Sofia era il mio nervo scoperto.
«Quindi è così,» sussurrò, eccitata dalla sua stessa scoperta. «Maria, basta.» «No, amore,» ribatté lei, stringendo le cosce sul mio viso con ancora più forza, costringendomi a ricominciare. «Adesso comincia a diventare interessante.»
Non potevo saperlo, chiuso in quella bolla di sudore e colpa, ma in quello stesso istante la miccia era già stata accesa. Sofia stava passando nel corridoio. Forse cercava un asciugamano, forse Ross le aveva chiesto dov'era il bagno, o forse, molto più semplicemente, stava cercando me senza volerlo ammettere.
I suoi passi si arrestarono davanti alla fessura della porta. La voce di Maria filtrò oltre il legno, in frammenti inequivocabili. "...il principe con Anna..." "...Sofia lo sa..." "...chiedi scusa come si deve..."
Sofia rimase ferma davanti alla porta del bagno degli ospiti, con un asciugamano pulito stretto tra le dita dalle unghie laccate. Non bussò. Non entrò. Non fece scenate urlando il mio nome. Fece una cosa molto, molto peggiore. Capì.
Io ero cieco e sordo, ma Maria, con i sensi affinati dal suo stesso sadismo, se ne accorse. Vide l'ombra bloccare la luce sotto la fessura. Sentì il fruscio di un passo esitante. E invece di terrorizzarsi e spingermi via, la stronza decise di essere spietatamente cattiva. Non stava più usando solo me; stava usando me per distruggere lei.
Alzò appena la voce. Non troppo da far sembrare la cosa teatrale, ma abbastanza. «Bravo, Giò,» gemette forte, lasciando che il suono invadesse il corridoio. «Vedi? Con me non fai tanto il santo. Così... chiedi scusa bene, almeno una volta.»
Oltre la porta, Sofia ascoltò la mia condanna.
La scena finì poco dopo, rapida, sudata e densa di una colpa irreparabile. Maria ebbe il suo orgasmo tremando contro le mie labbra, per poi staccarsi lentamente. Si ricompose davanti allo specchio con una calma che trovai insultante, lisciandosi la gonna come se avesse appena finito di ritoccarsi il trucco.
Io ero letteralmente distrutto. Mi tirai in piedi, le ginocchia che scricchiolavano, e aprii l'acqua fredda del rubinetto. Mi lavai la faccia furiosamente, incapace di alzare gli occhi e incontrare il mio stesso riflesso nello specchio.
«Sei una stronza,» sputai fuori, asciugandomi il viso con la maglietta. «Lo so,» rispose lei, con un'alzata di spalle. «Questa non doveva succedere.» Maria si voltò a guardarmi, un'ombra di compassione velenosa negli occhi. «Giò, amore, ormai dovresti averlo capito: le cose che non dovrebbero succedere sono le uniche che ti riescono bene.»
Fece per aprire la porta, ma si fermò con la mano sulla maniglia. Si voltò un'ultima volta, regalandomi il colpo di grazia.
«Comunque, credo che Sofia fosse fuori.»
Il mio stomaco si chiuse in una morsa di ghiaccio. «Che cazzo hai detto?» Maria si sistemò una ciocca di capelli ribelle, perfettamente serena. «Ha sentito. Non tutto. Ma abbastanza.» «Maria...» balbettai, sentendo la terra sparire sotto i piedi. Lei aprì la porta, facendomi l'occhiolino. «Buon primo giorno di vacanza.»
Uscii dal bagno degli ospiti sentendomi come un condannato a morte che ha appena scoperto che la sedia elettrica era solo l'inizio.
Il corridoio era vuoto. Questo era fottutamente peggio. Se Sofia fosse stata lì, ferma ad aspettarmi con l'asciugamano in mano, avrei potuto affrontarla. Avrei potuto incassare lo schiaffo, le urla, l'umiliazione. Avrei avuto una reazione su cui calibrare il mio panico. Ma non c'era. C'era solo il silenzio fresco delle piastrelle e il rumore ovattato delle cicale all'esterno. E io dovevo andare avanti, camminando letteralmente sui vetri rotti della mia stessa colpa.
Rientrai verso il salotto, che si apriva sulla grande terrazza con piscina. Il quadro che mi si presentò davanti era il ritratto della normalità più disturbante. Giulio stava trafficando con i fili di una cassa bluetooth, sorridendo tra sé e sé. Anna era seduta su una poltrona di vimini accanto a Marco, silenziosa, con le ginocchia al petto. Viola, appoggiata allo stipite della porta finestra, beveva il suo drink ghiacciato osservando tutti con la placida sensualità di una gatta. Ross scrutava Sofia, che stava piegando una maglietta con gesti lenti e precisi. Ilenia alzò lo sguardo dal telefono e notò immediatamente il mio pallore da obitorio. Antonella, nel mezzo della stanza, chiedeva a gran voce dove fossero finiti i caricabatterie.
Maria arrivò qualche secondo dopo di me, sbucando dal corridoio. Era perfettamente tranquilla, la pelle luminosa, i ricci appena scossi e un'aria di assoluta, radiosa soddisfazione che mi fece venire la nausea.
«Oh, ma dov'eri finito?» strillò Antonella, puntandomi un dito contro. «In bagno,» risposi. La mia voce suonò secca, raschiata. Sofia non alzò nemmeno lo sguardo dalla maglietta che stava piegando. «Lungo.»
Una parola. Una sola, fottuta parola. Mortale. Affilata come un bisturi. Il mio cuore saltò un battito, schiantandosi contro le costole. Giulio scoppiò a ridere, ignaro del sangue che stava scorrendo invisibile sul pavimento. «Eh vabbè, viaggio lungo, caldo, ci sta dai! Non fategli l'interrogatorio.» Chiusi gli occhi per un decimo di secondo. Avrei voluto evaporare. Sublimare nell'aria e non esistere mai più.
Iniziammo a spostarci tutti verso il patio e la piscina per prendere possesso dei lettini. Questo era il momento che temevo di più. L'esplosione di Sofia. Ma Sofia non esplose. Ed era fondamentale capire quanto questo fosse terrificante. Non fece nessuna scenata. Diventò fredda, velenosa, quasi spaventosamente calma. La sua rabbia faceva il vuoto attorno a sé proprio perché non si sfogava, ma si accumulava, densa e letale.
Mi passò accanto mentre andavamo verso l'esterno. Il suo braccio sfiorò il mio. Il suo profumo di vaniglia mi colpì come una condanna. «Tranquillo,» mormorò, guardando dritta davanti a sé. «Sof...» provai a balbettare, il fiato corto. «Non ho sentito niente.»
Rimasi immobile, paralizzato a metà del salotto. Le mie difese crollarono. Lei si fermò. Si voltò lentamente verso di me. I suoi occhi scuri erano due abissi di delusione e rabbia purissima. Non c'era traccia della ragazza vogliosa e possessiva del treno. C'era un giudice pronto a emettere la sentenza. «È questo il problema.»
Mi lasciò lì, pietrificato. Era una mossa psicologica devastante: non aveva prove, ma sapeva. E il fatto che lei sapesse senza avere una prova tangibile in mano, l'avrebbe fatta impazzire. E di conseguenza, avrebbe distrutto me.
Mentre cercavo di riprendere a respirare, Maria tornò verso Giulio. Lui si alzò, le mise un braccio intorno alla vita sottile e la tirò a sé. «Tutto ok, amore?» le chiese dolcemente. Maria si appoggiò al suo petto. «Benissimo,» sospirò, con un sorriso sereno.
Fu un colpo dritto allo stomaco. Giulio le baciò la tempia, ignaro, pulito, affettuoso. E lei sorrise come se dieci minuti prima non mi avesse tenuto la testa tra le cosce in un bagno di tre metri quadrati, obbligandomi a leccarle via la noia. In quel preciso istante capii che l'inferno non aveva bisogno di fiamme, forconi o demoni cornuti. Bastava una villa in Salento, due bagni e abbastanza persone sbagliate chiuse dentro.
Cercai di defilarmi verso la cucina per prendere un bicchiere d'acqua, ma incrociai lo sguardo di Ilenia. Era appoggiata al bancone a penisola. Non sapeva cos'era successo, ma aveva visto l'equazione perfetta: io che uscivo dal bagno pallido, Maria che usciva subito dopo radiosa, Sofia congelata, Ross sospettosa. Ilenia non mi accusò direttamente. Si limitò a lanciarmi una delle sue sentenze.
«Hai una capacità notevole di sembrare colpevole anche quando nessuno ti ha ancora accusato di niente.» Mi fermai, stringendo il bicchiere vuoto. «È un talento naturale.» Ilenia inclinò la testa. «No. È allenamento.»
Quella frase mi raggelò. Ilenia mi vedeva. Vedeva oltre le battute e i sorrisi tirati. Sapeva che sotto la superficie c'era del marcio.
Mentre bevevo, il mio sguardo vagò verso il divano, e poi verso Anna. Anna era rimasta in cottura lenta per tutto il tempo. Non sapeva niente del bagno, non sapeva del treno, non sapeva di Maria o di Sofia. Però non era stupida. Aveva notato l'atmosfera. Aveva visto Sofia sfiorarmi ed essere di ghiaccio. Aveva visto Maria sorridere troppo. Aveva visto me, distrutto, e Marco, il suo fidanzato, distratto a fissare il culo di Viola a bordo piscina. Anna non capiva, ma iniziava a percepire che eravamo tutti intrappolati in una rete densa di cose non dette.
Per un secondo, oltre l'isola della cucina, i nostri occhi si incrociarono. Anna mi guardò, come se volesse chiedermi qualcosa. Come se cercasse in me quell'ancora di salvezza che le avevo offerto sul treno, il ragazzo pulito che le faceva sentire di non essere sbagliata. Ma io avevo le labbra ancora sporche di tradimento. Abbassai gli occhi. Non potevo sostenerlo. Lei, percependo quel muro improvviso, fece lo stesso, abbassando lo sguardo sulle sue mani. E in quel gesto minuscolo, stupido, di sguardi negati, ci fu più intimità e più dolore di quanta me ne meritassi davvero.
«Oh, silenzio!» squillò improvvisamente la voce di Maria, dal patio. Teneva il telefono in alto. «Ho appena ricevuto un vocale. Manca un pezzo al puzzle.»
Fece partire l'audio a tutto volume. La voce acuta e inconfondibile di Flavia rimbombò nel salotto. "Amoreee, cambio programma! Arrivo stasera. Non iniziate a fare danni senza di me, troie."
Sofia, seduta su un lettino, chiuse gli occhi e si massaggiò le tempie. «No.»
Viola, dal suo angolo ombreggiato, fece tintinnare i cubetti di ghiaccio nel bicchiere, le labbra carnose piegate in un sorriso divertito e pericoloso. «Quindi... questa era solo la versione base?»
Maria infilò il telefono in tasca. Guardò me, fermo in cucina, poi guardò Sofia fuori, e infine sorrise con la spietatezza di un tiranno che ha appena radunato il suo esercito. «Tesoro,» rispose a Viola, «questa era solo l'accoglienza.»
Appoggiai la fronte contro l'anta fredda del frigorifero. Eravamo in villa da meno di un'ora. Maria aveva già trovato il modo di rimettermi in ginocchio e sputarmi addosso il suo potere. Sofia aveva già capito abbastanza da odiarmi visceralmente, senza però potermi accusare ad alta voce. Giulio rideva ignaro a tre metri da noi, incastrato in un inganno colossale. Anna non sapeva assolutamente nulla, ed era proprio quello il problema, perché era l'unica cosa pura in mezzo a un branco di belve.
Poi era arrivato il vocale di Flavia. La scheggia impazzita. Chiusi gli occhi, sentendo l'ansia divorarmi lo stomaco. Il treno non era stato l'antipasto. Era stato il foglietto illustrativo. E le controindicazioni dicevano chiaramente che nessuno di noi ne sarebbe uscito vivo.
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