Il Salento ci accolse con la delicatezza di un phon industriale puntato in faccia.
Quando il portellone del pulmino a noleggio si aprì, un'ondata di calore denso e appiccicoso ci investì in pieno. Io scesi con la dignità di un superstite, Sofia con l’aria di una che aveva appena commesso un crimine perfetto, Anna con lo sguardo perso e Marco con la solita faccia da proprietario terriero della relazione altrui. Eravamo esausti, sudati e carichi di nervosismo. Io, in particolare, portavo addosso il segreto inconfessabile e radioattivo di quello che era successo sotto il tavolino del treno.
Ma oltre il cancello di ferro battuto, la villa era uno schiaffo di pura, accecante bellezza estiva. C'era un lungo muro bianco, quasi luminescente sotto il sole, ricoperto da cascate di bouganville fucsia. Una piscina dalle piastrelle azzurre scintillava al centro del cortile, circondata da una terrazza immensa che si affacciava a strapiombo sul mare. C'era una doccia esterna in pietra grezza, corridoi freschi che promettevano riparo dalla canicola e stanze luminose con grandi finestre. L'aria era satura di un mix perfetto che sapeva di estate pura: sale, crema solare e il profumo pulito del detersivo per i pavimenti.
Per tre secondi pensai che forse sarebbe stata davvero una bella vacanza. Poi Maria batté le mani al centro del patio e disse: "Allora, camere." E capii che il paradiso aveva appena assunto una stronza come direttrice.
Prima che Maria potesse iniziare la sua consueta macellazione organizzativa, una porta a vetri si aprì con un leggero fruscio. Viola era già lì. Non fece un ingresso trionfale e non entrò urlando come avrebbe fatto Antonella. Entrò come una persona che sa già che il gruppo che ha davanti è marcio fino al midollo, e si diverte un mondo all'idea di guardarlo esplodere.
Era scalza, i piedi nudi sul cotto caldo del portico, e già perfettamente abbronzata. Indossava una camicia di lino bianca, sbottonata e lasciata aperta sopra un costume intero scuro che faticava a contenere la sua fisicità. Viola aveva un corpo morbido, femminile e splendidamente pieno, con una presenza così naturale da far sembrare tutte le altre in perenne posa plastica. La prima cosa che colpiva, e che ti toglieva il fiato, era il contrasto tra il suo viso dolce, quasi innocente, e le forme evidenti, prepotenti, sotto il tessuto umido.
I capelli ricci castani, fitti e voluminosi, le cadevano attorno al viso e sulle spalle dandole un’aria un po’ selvaggia ma estremamente curata. Teneva in mano un bicchiere di vetro pieno di ghiaccio e limone. Gli occhi grandi e scuri, incorniciati da ciglia lunghissime, ci studiarono con uno sguardo calmo, diretto, leggermente timido ma di una consapevolezza disarmante. Le labbra lucide, carnose e morbide, si curvarono in un'espressione composta che la rendeva ferocemente sensuale proprio perché non sembrava forzata. Il seno era abbondante e pieno, pesante nel modo giusto, con una rotondità naturale che riempiva la scollatura del costume e disegnava una linea del décolleté che catturava lo sguardo come una calamita. Aveva una vita non sottilissima ma armoniosa, un addome morbido e proporzioni mediterranee, calde, accessibili.
Si appoggiò allo stipite della porta, facendo tintinnare il ghiaccio, sfoggiando il sorriso di una persona che non ha alcuna paura del caos.
"Voi dovete essere i famosi disagiati," disse. La sua voce era una carezza ruvida.
"Lei è Viola," annunciò Maria, con il tono fiero di chi ha appena calato l'asso di briscola al tavolo verde.
Viola fece un piccolo brindisi nella nostra direzione. "Tranquilli. Non giudico nessuno prima del secondo drink."
Le reazioni furono immediate, un effetto domino di disastri annunciati. Ross la guardò un secondo di troppo, assottigliando lo sguardo in un misto di diffidenza e inaspettato interesse. Marco, fedele alla sua natura bavosa, la squadrò troppo apertamente, bloccandosi senza ritegno sulla camicia aperta di lino. Anna, silenziosa accanto a lui, notò immediatamente lo sguardo del fidanzato e si irrigidì, incassando il colpo in silenzio. Sofia, implacabile, notò con la coda dell'occhio che io stavo notando tutto questo groviglio. Ilenia osservava l'intera scena nel suo rigoroso e inquietante silenzio, mentre Maria godeva in modo quasi tangibile: aveva appena inserito una nuova, letale variabile nel gruppo.
In dieci secondi Viola era riuscita a far sorridere Maria, incuriosire Ross, distrarre Marco e irritare Sofia. Una professionista. Anna restò laterale, assorbendo il colpo. Potevo quasi sentire i suoi ingranaggi mentali girare mentre vedeva Marco sbavare, me sudare freddo e Sof lanciare sguardi omicidi.
"Bene, bando alle ciance," riprese Maria, battendo di nuovo le mani. "Assegnazione degli spazi. Le regole le detto io." Prese un respiro, pronta a smistare le nostre vite. "Io e Giulio nella matrimoniale grande," decretò. "Anna e Marco, matrimoniale piccola in fondo al corridoio." Marco annuì; Anna continuò a guardare le punte delle sue scarpe. "Sof e Ross, la doppia. Ilenia e Antonella, l'altra doppia con i letti singoli."
"E io?" chiesi, intuendo già la fregatura cosmica che aleggiava nell'aria.
"Viola ha la camera sul patio, nella dependance," continuò Maria, ignorandomi di proposito. Poi si voltò verso di me, con un sorriso che era pura cattiveria gestionale. "Giovanni sul divano."
Sgranai gli occhi. "Il divano letto? In salotto?"
"Giovanni sul divano," confermò Maria implacabile. "Così almeno una tragedia resta in zona comune."
Sofia incrociò le braccia sotto il petto, sorridendo in modo pungente. "Perfetto. Punto informazioni, pronto soccorso emotivo e centro smistamento disastri."
Marco, con la sua consueta lentezza nell'elaborare l'ironia, aggrottò la fronte, infastidito. "Che significa?"
"Che dorme in salotto, Marco," sibilò Sof, guardandolo come se fosse un lombrico. "Non era il test d’ingresso a medicina."
Giulio scoppiò a ridere in modo genuino. Marco si rabbuiò all'istante, stringendo la mascella. Anna abbassò ulteriormente lo sguardo, chiudendosi nelle sue spalle.
Io guardai oltre le vetrate, verso il grande e lussuoso divano letto di velluto piazzato esattamente al centro del gigantesco open space della villa. Il mio cervello iniziò a fare i calcoli. Non era un posto dove dormire. Era una condanna a morte. Chiunque si fosse alzato di notte per bere, per andare in bagno, per cercare conforto o per cercare guai, sarebbe inevitabilmente inciampato in me. Tutti sarebbero passati da lì, tutti mi avrebbero visto, tutti avrebbero potuto usarmi. La mia privacy era ufficialmente morta, immolata sull'altare di una vacanza che prometteva di essere un'interminabile e letale tortura ormonale.
Il momento di smarrimento collettivo per l'assegnazione delle camere durò lo spazio di un sospiro. Poi, come accade sempre nei gruppi disfunzionali, la realtà prese il sopravvento e tutti iniziarono a disperdersi per prendere possesso dei propri metri quadrati di sopravvivenza.
E fu in quel momento di caos che Marco decise di ricordarmi, con una singola frase, perché lo odiassi così tanto. Mentre Anna sollevava a fatica il manico della sua valigia, lui le si affiancò. Non per aiutarla, ovviamente. "Amore, dopo magari cambiati, eh," le disse, con un tono falsamente premuroso che nascondeva un rimprovero. "Quella maglietta col sudore si vede troppo."
Lo vidi chiaramente: Anna si spense. La poca luce che aveva negli occhi, quel briciolo di sollievo per essere finalmente arrivata, svanì. Abbassò lo sguardo, tirò leggermente il tessuto chiaro della t-shirt per staccarlo dalla pelle e annuì in silenzio, trascinando il trolley verso il corridoio come se improvvisamente pesasse cento chili.
