Capitolo 1 - Seghe ferroviarie e sentimenti di merda
La vacanza comincia su un treno bollente, tra gelosie, bugie e mani dove non dovrebbero stare. Giovanni prova a fare il bravo ragazzo con Anna, ma Sofia gli ricorda subito che l’inferno è appena partito.
La vacanza cominciò in stazione, che è il posto perfetto per qualsiasi tragedia moderna: bambini che urlano, valigie che investono caviglie innocenti, annunci incomprensibili e io che cercavo disperatamente di non guardare Anna mentre Marco le teneva una mano sulla schiena come si tiene fermo un carrello in discesa.
Era un caldo infernale. Antonella era già riuscita a incastrarsi tra i tornelli con un numero di buste e borsoni che avrebbe fatto invidia a uno sherpa tibetano, mentre Maria, con i suoi immancabili occhiali da sole scuri e un'aria da generale delle SS, abbaiava ordini a destra e a manca per farci muovere. Io ero già fottutamente pentito di aver accettato.
Il nostro gruppo era un ecosistema al collasso: Giulio trotterellava felice, ignaro di qualsiasi tensione, affettuoso come un golden retriever; Sof era già nervosa, passandosi la mano tra i capelli perfetti; Ross ci guardava tutti con un'espressione già disgustata dalla vita; Anna era dolce, bellissima, ma visibilmente tesa per la presenza di Marco, il suo tamarro possessivo. Ilenia, silenziosa, osservava tutto dal suo angolo. Viola ci aspettava già alla villa, e ringraziai il cielo che Eleonora e Flavia non fossero ancora in mezzo a questo caos.
Salimmo sul treno. Un regionale/intercity estivo che era praticamente un forno crematorio su rotaie: pieno da scoppiare, sedili stretti, e un'aria condizionata che sputava un flebile alito tiepido. Prendemmo posto in un blocco a quattro con il tavolino centrale. Io mi accaparrai il lato finestrino. Sofia si piazzò strategicamente accanto a me. Davanti a me, il destino crudele piazzò Anna. E accanto a lei, lato corridoio, si sedette Marco, che le si incollò addosso.
Sul tavolino c'era già il caos: il mio zaino, la borsa di Anna, due bottigliette d'acqua mezze vuote, un pacchetto di taralli brutalizzato, gli occhiali da sole di qualcuno e il telefono di Marco, rigorosamente a faccia in giù per non far vedere le notifiche, mentre lui allungava il collo per controllare quelle di Anna.
Cercai di guardare fuori dal finestrino, ma i miei occhi tornavano inesorabilmente lì. Anna era uno schianto. Indossava una magliettina estiva chiara, semplicissima, i capelli biondi legati in una coda disordinata e il viso ancora un po' stanco per la levataccia. Era la classica bellezza che non aveva bisogno di sforzarsi. Marco, accanto a lei, le sistemò una ciocca di capelli con un gesto che non aveva nulla di dolce, ma sembrava più un marchio di proprietà. Poi le indicò lo schermo del telefono, chiedendole in modo stizzito chi cazzo le avesse appena scritto.
Mentre io fissavo la scena, con la mascella contratta per il nervoso, Sofia decise di entrare in azione.
Sofia buttò la sua felpa nera sulle mie gambe con la nonchalance di una che sta sistemando un bagaglio. Solo che Sofia non sistemava mai niente per caso. Lei apparecchiava scene del crimine.
Feci per spostarla, ma la sua mano scivolò rapida e invisibile sotto il tessuto spesso della felpa, artigliandomi la coscia. Sussultai, ma mi morsi la lingua per non emettere un suono.
Sofia si sporse leggermente verso di me, avvicinando le labbra al mio orecchio, fingendo di guardare il paesaggio dal finestrino. "Se continui a fissarla, ti stacco gli occhi," mi sussurrò, la voce bassa, letale e carica di quella solita, folle gelosia. "Non la sto fissando," le risposi a mezza voce, immobile come una statua. "Giò, hai la faccia di un cane davanti al banco macelleria." "Sto guardando fuori," mentii spudoratamente. "Fuori c'è una galleria," ribatté lei, cinica, stringendo la presa sulla mia gamba, avvicinandosi pericolosamente all'inguine. "Mi piace il nero."
Dal sedile dietro il nostro, la voce atona e rassegnata di Ross tagliò l'aria viziata della carrozza. "Siamo partiti da otto minuti e già sento odore di tragedia ormonale."
Ignorai Ross, perché sotto la felpa nera la situazione stava precipitando. Le dita agili di Sofia, coperte dal panno scuro, trovarono la zip dei miei jeans. Con una destrezza che rasentava la magia nera, abbassò la cerniera scatto dopo scatto, senza fare il minimo rumore. Il mio cuore iniziò a martellare contro le costole. Eravamo su un treno affollato, in pieno giorno, con la ragazza di cui ero innamorato e il suo fidanzato psicopatico seduti a meno di cinquanta centimetri di distanza. Era pura, incontrollabile follia.
La mano di Sof si infilò sotto l'elastico dei miei boxer. Le sue dita fredde si chiusero attorno alla mia erezione, già pulsante e dura come il marmo per via della tensione. Soppressi un gemito, stringendo i braccioli del sedile fino a farmi sbiancare le nocche.
Il ritmo della sua mano seguì un crescendo perfetto, partendo adagio, con provocazioni sottili, per poi farsi subito diretto, spietato e inesorabile. Non c'era dolcezza: era una sega punitiva e possessiva. Sofia usò il pollice per premere con forza sulla cappella, scivolando sulla mia stessa umidità pre-orgasmica, strofinandomi con una foga che mi faceva vedere le stelle.
"Mmh..." Un verso strozzato mi morì in gola. Anna, proprio in quel momento, alzò lo sguardo dal telefono di Marco e incrociò i miei occhi. Mi sorrise, un sorriso dolce e un po' rassegnato, totalmente ignara del fatto che, letteralmente sotto il suo naso e nascosto da un mucchio di cotone nero, la mia migliore amica mi stesse masturbando con l'intento di svuotarmi le palle e la testa.
Sofia se ne accorse. E invece di fermarsi, premette l'acceleratore. Si inumidì le dita della mano libera portandosele velocemente alla bocca, per poi infilarle di nuovo sotto la felpa, lubrificando la sua stretta. La sensazione della sua mano scivolosa e bollente mi mandò il cervello in cortocircuito. Iniziò a pompare su e giù con una violenza silenziosa, le unghie che mi graffiavano leggermente la base, mentre mi fissava di sottecchi con quel suo sorrisetto diabolico e trionfante.
Io ero paralizzato, incastrato tra lo sguardo innocente della Dea e le mani peccaminose della Diavola, mentre il treno ci portava inesorabilmente verso una settimana che, l'avevo ormai capito, sarebbe stata la mia definitiva rovina.
"Vado a prendere il caffè," annunciò improvvisamente Marco, alzandosi a metà dal sedile stretto e passandosi una mano sui capelli impomatati. "Anna, vuoi qualcosa?"
"No, grazie," rispose lei, con lo sguardo fisso sullo schermo del telefono appoggiato sul tavolino.
"Sicura? Poi non dire che ti gira la testa," insistette lui, con quel tono paternalistico che mi faceva venire voglia di lanciarlo dal finestrino in corsa.
Anna si irrigidì appena, le spalle che si contraevano sotto la maglietta chiara. "Ho detto no, Marco."
Lui sbuffò, le diede un colpetto possessivo sulla spalla e si avviò lungo il corridoio, dondolando verso il vagone bar. Il blocco a quattro posti rimase improvvisamente vuoto per un quarto. L'aria sembrò farsi un filo più respirabile. Guardai Anna, e Sofia, con il suo sesto senso per i disastri, capì esattamente cosa stavo per fare. E decise che quello era il momento perfetto per trasformare una chiacchierata in una seduta di tortura.
Appena la sagoma di Marco sparì oltre la porta a vetri, Anna sollevò lo sguardo. Sembrava improvvisamente più leggera, più serena.
"Posso chiederti una cosa?" esordì, incrociando le mani sul tavolino, a pochi centimetri dal mio zaino.
"Certo," risposi, raddrizzandomi sul sedile e cercando di assumere un'aria affidabile.
"Secondo te sono stupida?"
Sgranai gli occhi. "In generale o per aver accettato una vacanza con noi in questo pollaio su rotaie?"
Lei sorrise appena, un sorriso genuino e stanco che mi fece un buco nello stomaco. "Per Marco."
Aprii la bocca per rispondere con tutta la serietà di cui ero capace, pronto a farle il discorso motivazionale del secolo. Fu esattamente in quel momento che la mano di Sofia, nascosta sotto la felpa nera appoggiata sulle mie gambe, si mosse. Non fu un attacco diretto. Fu una pressione lenta, letale e calcolata, proprio a metà della mia coscia. Un avvertimento puro e semplice.
Mi bloccai per mezzo secondo, il fiato mozzato in gola, mentre l'attrazione sottile iniziava a mescolarsi al panico totale.
"Giò?" mi chiamò Anna, aggrottando la fronte.
"Sì. No. Cioè... ti ascolto," balbettai, con la voce che sembrava improvvisamente scartavetrata.
Lanciai un'occhiata disperata a destra. Sofia stava guardando fuori dal finestrino con l'espressione più angelica e annoiata del mondo, ma le sue dita sotto il tessuto iniziarono a tracciare piccoli cerchi invisibili sempre più in alto.
Sofia si sporse leggermente verso di me, il profumo di vaniglia che mi invadeva le narici. Avvicinò le labbra al mio orecchio, fingendo di cercare qualcosa nella borsa appoggiata ai suoi piedi.
"Rispondile bene," sussurrò, con un filo di voce carico di ironia crudele. "Sei così bravo a fare il principe."
Deglutii a vuoto, aggrappandomi disperatamente alla bottiglietta d'acqua di plastica mezza vuota sul tavolino. La plastica scricchiolò in modo sinistro sotto la mia stretta.
Anna, totalmente ignara del cortocircuito psicologico che si stava consumando a trenta centimetri da lei, continuò a sfogarsi.
"È che a volte mi sembra di esagerare," ammise, abbassando gli occhi sulle sue mani. "Lui dice che sono io che lo provoco. Che se si arrabbia è perché mi ama troppo."
La mano di Sofia sotto la felpa superò il limite della decenza. Iniziò ad accarezzare l'interno della mia coscia, sfiorando il tessuto dei jeans proprio dove la tensione era più insostenibile. Il ritmo della sua provocazione accelerò, un crescendo silenzioso e spietato che mi stava togliendo la lucidità.
Tenevo gli occhi fissi su Anna, lottando contro me stesso e contro il calore asfissiante del vagone.
"Anna," dissi, cercando di tenere la voce stabile mentre il mio sistema nervoso iniziava a compilare una lettera di dimissioni. "Uno che ti fa sentire in colpa per come ti vesti non ti ama troppo." Feci una pausa impercettibile, stringendo i denti mentre le dita di Sofia affondavano la presa attraverso il denim, in un contrasto folle tra puro terrore e piacere. "Ti ama male. Che è diverso."
Anna alzò la testa di scatto. Mi guardò, colpita nel profondo. I suoi occhi chiari sembrarono illuminarsi di una consapevolezza nuova, spogliandosi di tutte le insicurezze.
"Tu dici?" sussurrò.
"Sì."
Sotto la felpa, Sofia si irrigidì di colpo. Fino a quel momento era stato un gioco, un modo sadico per farmi impazzire. Ma quella singola parola, quel "Sì" pronunciato con una tenerezza che non riuscivo a mascherare, le fece capire che non stavo fingendo. Con Anna, io ero davvero un'altra persona.
E questo la fece incazzare a morte.
La sua mano cambiò atteggiamento. L'approccio si fece spietato, una morsa punitiva, possessiva e furiosa che mi costrinse a chiudere gli occhi per una frazione di secondo. Mentre Anna mi guardava come se fossi il suo eroe romantico, la diavola seduta accanto a me si stava assicurando che ricordassi esattamente a chi appartenevo.
Il problema non era solo quello che Sofia stava facendo sotto il tavolino.
Il problema era Anna davanti a me. Anna con gli occhi chiari, la voce bassa, le dita strette attorno alla bottiglietta di plastica, che mi guardava e mi chiedeva se meritasse davvero di essere trattata come un errore. E io, che in quel momento avrei voluto essere per lei una cosa pulita, un rifugio sicuro, ero seduto lì, coperto da una felpa nera, con Sofia che mi ricordava in silenzio e con spietata efficacia l’esatta distanza tra quello che volevo sembrare e quello che ero in realtà: un fottuto disastro intrappolato nel torbido.
Anna continuò a parlare, totalmente ignara del fatto che il mio battito cardiaco stesse superando la soglia di sicurezza.
"Quando parlo con te mi sembra tutto più semplice," disse, accennando un sorriso fragile.
Io annuii, forse troppo lentamente, cercando di mantenere i muscoli del viso rilassati mentre sotto la felpa l'inferno stava prendendo forma.
"Con Marco devo sempre pesare le parole," continuò lei, abbassando lo sguardo sulle sue mani. "Con te no. Tu mi fai sentire... normale."
La mia lucidità stava andando a puttane. Sofia, dal sedile accanto, percepì il mio totale smarrimento. Si appoggiò con la spalla alla mia, fingendo di sistemarsi per stare più comoda, e avvicinò le labbra al mio orecchio, nascosta dai suoi stessi capelli scuri.
"Continua," sussurrò, con una voce che era un mix letale di scherno e lussuria. "Dille quanto sei bravo."
Cercai di ignorarla, deglutendo a fatica.
"Tu mi diresti se stessi sbagliando, vero?" mi chiese improvvisamente Anna, piantando i suoi occhi azzurri nei miei. "Sì," risposi con un filo di voce. "E sto sbagliando?"
Feci un respiro profondo, cercando di isolare la mia mente da quello che stava succedendo dalla vita in giù. "Secondo me," iniziai, "stai solo cercando di salvare una cosa che ti sta facendo male."
Anna restò in silenzio. Fu colpita da quella frase, lo vidi da come le sue spalle si rilassarono impercettibilmente, come se le avessi appena tolto un peso enorme dal petto.
Ma Sofia, accanto a me, sentì la profondità di quella risposta. Sentì che non stavo recitando la parte del cinico, ma che tenevo davvero ad Anna. E fu in quel preciso istante che la sua gelosia smise di essere un gioco e divenne cattiva, possessiva e spietata.
La sua mano sotto la felpa cambiò drasticamente atteggiamento. La presa si fece ferrea, quasi punitiva. Iniziò a stringere la base con una forza che mi fece mancare il respiro, per poi scivolare verso l'alto con un movimento secco e deciso. Sofia si portò casualmente due dita della mano libera alla bocca, fingendo di mordersi un'unghia o di sistemarsi il rossetto; un secondo dopo, quelle stesse dita inumidite di saliva si infilarono sotto il bordo della felpa, raggiungendo l'altra mano.
Il contrasto fu devastante. La lubrificazione calda e bagnata trasformò il tormento in un piacere folle e insopportabile. Iniziò a pompare con un ritmo estenuante, alternando pressioni decise a sfioramenti lenti e tortuosi proprio sulla parte più sensibile. Il suo pollice tracciava cerchi umidi che mi mandavano scariche elettriche lungo tutta la spina dorsale, mentre il resto della mano mi avvolgeva rivendicando proprietà assoluta. Voleva farsi sentire. Voleva ricordarmi che, per quanto potessi fare il cavaliere dall'armatura scintillante con Anna, ero letteralmente in pugno a lei.
Iniziai a parlare più lentamente. Il mio cervello non riusciva più a processare la sintassi di base. Mi si spezzò una parola a metà. La mia mano destra scattò verso il bracciolo del sedile, stringendolo così forte che le nocche diventarono bianche. Sentii una singola, fredda goccia di sudore staccarsi dall'attaccatura dei capelli e scivolarmi giù lungo la tempia.
Anna se ne accorse. L'espressione rilassata lasciò il posto a un velo di preoccupazione. "Giò, tutto bene?" mi chiese, sporgendosi leggermente in avanti. "Sei pallido."
"Sì," gracchioi, stringendo i denti mentre Sofia, implacabile, aumentava la pressione. "È il treno."
"Soffri il treno?" domandò Anna, confusa.
"Da oggi moltissimo."
Accanto a me, Sofia si morse l'interno della guancia con una forza sovrumana per non scoppiare a ridere in faccia a entrambe. Mantenne un'espressione angelica, gli occhi fissi sul tavolino, mentre sotto il cotone nero stava orchestrando la mia distruzione.
Proprio in quel momento, dal blocco di sedili dietro il nostro, una testa spuntò oltre lo schienale. Era Ross. "Giovanni," sentenziò con la sua solita voce atona e rassegnata, "hai la faccia di uno che sta vedendo la Madonna in ritardo."
"È il caldo," ansimai, chiudendo gli occhi per una frazione di secondo.
Sofia, senza nemmeno voltarsi indietro, annuì debolmente. "Sì. Il caldo."
Ross la guardò. Poi guardò me. Non poteva vedere nulla di quello che stava accadendo sotto il tavolino, ma era una ragazza troppo intelligente per non percepire la tensione radioattiva che saturava l'aria del nostro scompartimento. "Certo," commentò Ross, assottigliando lo sguardo.
Non vedeva, ma aveva capito che c'era qualcosa di profondamente sbagliato. E questo la rendeva, in quella gabbia su rotaie, la variabile più pericolosa di tutte.
Il ritorno di Marco fu tempestivo come una grandinata a Ferragosto.
Lo vidi spuntare dal corridoio, facendo lo slalom tra le valigie con due bicchierini di carta in mano. Sotto la felpa, Sofia percepì il mio irrigidimento. Non si fermò del tutto, no: rallentò in modo atroce, lasciando le dita ferme in una morsa salda e bollente, giusto per farmi capire con spietata chiarezza che poteva ricominciare a distruggermi esattamente quando voleva. L'aria era carica di una tensione ormai palpabile, una dinamica che seguiva alla perfezione la regola del crescendo inesorabile.
"Che mi sono perso?" chiese Marco, lasciandosi cadere pesantemente sul sedile accanto ad Anna.
"Niente, parlavo con Giò," rispose lei, la voce stranamente ferma, senza nemmeno guardarlo.
Marco si voltò verso di me. I suoi occhi piccoli e scuri mi squadrarono con un misto di fastidio e sfida territoriale. "Parli spesso con la mia ragazza, eh?"
Ero in uno stato mentale disastroso, in bilico tra il panico assoluto, l'eccitazione e il senso di colpa, ma quella sua arroganza da bullo di quartiere accese un interruttore pericolosissimo nel mio cervello.
"Solo quando ha bisogno di parlare con qualcuno che non la faccia sentire sotto interrogatorio," sibilai, senza abbassare lo sguardo.
Il silenzio che calò nel nostro blocco di sedili fu così denso che si poteva tagliare con un grissino. Anna sgranò gli occhi, le labbra dischiuse. Sotto il tessuto della felpa nera, la mano di Sofia si bloccò per un istante, palesemente sorpresa dalla mia audacia kamikaze.
Marco si irrigidì, il collo taurino che si gonfiava. "Come scusa?"
"Ho detto che Anna stava parlando. Tutto qui," ribattei, cercando di mantenere il viso di pietra mentre il sangue mi pulsava nelle orecchie.
Dal posto più avanti, Maria, che aveva le antenne perennemente sintonizzate sui drammi altrui, sentì il tono e si girò a guardarci oltre lo schienale.
"Raga, tutto ok?" domandò Giulio, sporgendosi accanto a lei con la faccia genuinamente confusa.
Sofia intervenne con una freddezza glaciale, la voce piatta e perfetta. "Sì. Giovanni sta solo scoprendo il concetto di viaggio di gruppo."
La tensione sembrò rientrare, ma era solo una tregua apparente. Marco, sbuffando, decise di ignorarmi e tirò fuori il telefono, iniziando a scorrere lo schermo con gesti nervosi.
Anna tornò a guardare me. Abbassò il tono della voce, sporgendosi millimetricamente in avanti.
"Grazie," mormorò. "Per cosa?" deglutii a fatica. "Per prima. Per non farmi sentire pazza." Mi sorrise. Un sorriso piccolissimo, ma devastante. Troppo. "Con te mi sento sempre un po' meno sbagliata."
Fu la frase del punto di non ritorno. Sofia, a due centimetri dal mio orecchio, la sentì nitidamente. E decise, in quel preciso istante, di chiudere la scena e ricordarmi a chi appartenesse davvero la mia lucidità. L'approccio sottile lasciò spazio a una mossa fulminea, spietata e diretta, portando la tensione fisica esattamente al suo apice.
Il treno entrò in galleria proprio mentre il mio corpo decideva di tradirmi con la puntualità di un assassino svizzero.
Il rumore assordante delle rotaie esplose attorno a noi. Le luci tremolarono e si spensero. Per una manciata di secondi, il vagone diventò una scatola buia piena di respiri, valigie e peccati non denunciati. Fui investito da un'ondata di panico, vergogna e piacere così violenta da farmi mancare l'ossigeno. Morsi l'interno della guancia così forte da sentire il sapore metallico del sangue in bocca, mentre i muscoli del mio addome si contraevano in spasmi silenziosi e brutali. Strinsi il bordo del sedile con entrambe le mani, pregando che il frastuono metallico del treno coprisse il mio respiro spezzato.
Guardai Anna nel buio. Anna, che mi aveva appena detto di sentirsi meno sbagliata con me. E io, in quel momento, mentre mi svuotavo letteralmente di ogni difesa sotto le mani della mia migliore amica, ero probabilmente la cosa più sudicia e sbagliata di tutto il treno.
Quando il regionale uscì dalla galleria e la luce violenta del sole inondò di nuovo la carrozza, io ero un uomo distrutto. Avevo la fronte imperlata di sudore e il respiro di un maratoneta in fin di vita.
"Giò?" mi chiamò Anna, notando la mia faccia stravolta.
"Figurati," dissi. Era una risposta senza alcun senso logico alla sua frase precedente, ma era letteralmente l'unica parola rimasta viva nel mio cervello.
Sofia si ritirò in buon ordine. Mosse la mano sotto la felpa, riaggiustandosi compostamente sul sedile, e si avvicinò al mio orecchio con un sussurro al veleno. "Bravo," sibilò. "Vedi che riesci a fare il bravo ragazzo anche mentre menti?"
Non feci in tempo a incassare quella pugnalata, che la valvola di sfogo del destino si palesò nel corridoio. Antonella arrivò barcollando per il movimento del treno, tenendo in equilibrio un numero insensato di pacchetti.
"Raga, ho preso i taralli," annunciò, trionfante ma scocciata. "Però credo di aver litigato con la macchinetta, non sono sicura. Comunque se qualcuno trova un euro e cinquanta in ostaggio lì dentro, è mio."
Fece per appoggiare la roba sul nostro tavolino, poi si bloccò, fissandomi. "Giò, tutto bene? Sembri uno che ha appena partorito un pensiero brutto."
"Sto bene," risposi in automatico, la voce roca.
"No," sentenziò Ross dal sedile dietro, secca e spietata come sempre.
Ilenia, senza nemmeno alzare gli occhi dalla pagina del suo libro, rincarò la dose: "Nessuno con quella faccia sta bene."
Sofia si sistemò la felpa nera sulle ginocchia, regalandosi un'aria di assoluta e immacolata innocenza. "È solo emozionato per la vacanza," cinguettò.
Fissai il vuoto oltre il finestrino, la mascella contratta. Se quella era l'emozione, speravo sinceramente che la felicità mi lasciasse in pace per il resto della vita.
Passai i venti minuti successivi fissando il paesaggio fuori dal finestrino con la concentrazione mistica di un uomo che aveva appena visto l’inferno e aveva scoperto di avere l’abbonamento ferroviario.
Il treno continuava la sua corsa sferragliante come se niente fosse. Questo era l'aspetto più disturbante della faccenda: per me era appena avvenuto un terremoto catastrofico di magnitudo nove, il mio corpo era ancora un groviglio di nervi tesi e vergogna, ma per il resto del vagone era solo un banale, caldo e scomodo viaggio verso sud.
Sofia, seduta accanto a me con le gambe elegantemente accavallate, mangiava i taralli di Antonella con l’aria più innocente del mondo. Sgranocchiava con una calma serafica, come se negli ultimi dieci minuti non avesse letteralmente tenuto in pugno la mia sanità mentale e la mia dignità sotto una felpa nera. Io, invece, avevo la postura rigida di un cadavere educato. Provavo a respirare a intervalli regolari per sembrare un essere umano funzionale, ma sentivo gli occhi addosso.
Anna, di fronte a me, mi lanciava occhiate fugaci e preoccupate, tormentandosi il labbro inferiore. Marco era palesemente infastidito dalla situazione, ma il suo ego smisurato gli impediva di capire la reale portata della tensione che saturava l'aria. Ilenia, due sedili più in là, non aveva alzato lo sguardo dal libro, ma la sua espressione diceva chiaramente che aveva già scritto, e archiviato, la mia condanna morale.
"Comunque," disse improvvisamente Ross dal sedile dietro, rompendo il rumore di fondo del vagone con il suo tono chirurgico, "io non so cosa sia successo lì davanti e non voglio saperlo."
"Non è successo niente," dissi, la voce che suonava finta anche alle mie stesse orecchie.
"Appunto. È proprio questo che mi preoccupa."
Marco sbuffò, tornando a scorrere distrattamente il feed di Instagram. Fu in quel momento di distrazione che Anna si sporse di nuovo verso di me. La sua voce era poco più di un sussurro, un'eco emotiva che mi trapassò il petto.
"Comunque… grazie davvero per quello che hai detto prima."
"Anna…" provai a fermarla, sentendomi la creatura più viscida del pianeta.
"No, sul serio," insistette lei, guardandomi con quegli occhi limpidi e disarmanti. "A volte ho bisogno che qualcuno mi dica che non sono pazza."
Un pugno nello stomaco avrebbe fatto meno male. Lei stava ringraziando proprio il ragazzo che, due minuti prima, si era fatto svuotare dalla migliore amica a pochi centimetri dalle sue ginocchia. Ero il simbolo vivente della doppiezza, un truffatore emotivo.
"Non sei pazza," le risposi, perché era la fottuta verità, anche se detta dalla bocca sbagliata. "Sei solo stanca di farti trattare come se dovessi sempre giustificarti."
Anna mi guardò. Fece un piccolo, bellissimo sorriso.
La magia, se così si poteva chiamare quel groviglio di sensi di colpa e tenerezza, durò un secondo netto. "Anna, scendiamo tra poco," intervenne Marco, con una frase secca, buttata lì senza nemmeno alzare gli occhi dallo schermo. "Prendi la borsa." Non fu una vera e propria scenata, ma il tono perentorio bastò a farla richiudere a riccio. Il sorriso le morì sulle labbra; annuì in silenzio e recuperò la sua borsa dal tavolino.
Io notai quel minuscolo collasso emotivo. E Sofia, spietata e onnisciente, notò che io lo avevo notato.
"Non fare quella faccia," mi sussurrò Sof, appena udibile sotto il rumore dei freni che iniziavano a fischiare.
"Che faccia?"
"Quella da uomo che sta per rovinarsi la vacanza ancora prima di scendere dal treno."
Il treno frenò con un lamento metallico, come se anche lui fosse arrivato in Salento controvoglia. L'atmosfera cambiò di colpo. Tutti si alzarono insieme, trasformando il vagone in una guerra civile di gomiti, zaini, sudore e bestemmie sussurrate. Antonella riuscì a perdere una busta sotto un sedile prima ancora che le porte si aprissero, scatenando il panico. Giulio provava eroicamente a contare i bagagli di tutti, mentre Maria, fedele al suo ruolo, dava ordini a raffica bloccando il corridoio. Marco si alzò e prese Anna per il braccio, tenendola decisamente troppo vicina a sé, marcando il territorio in mezzo alla folla.
Sofia si alzò, si sistemò la borsa sulla spalla e mi passò accanto. Non mi guardò nemmeno in faccia, ma sulle sue labbra perfette danzava un sorriso minuscolo, impercettibile. Mi fece capire che il viaggio, per lei, era stato un fottuto successo personale.
Quando le porte automatiche si aprirono e scesi sulla banchina, il caldo mi colpì in faccia come uno schiaffo dato da un phon industriale. L'aria era ferma, pesante, carica dell'odore di salsedine, asfalto bruciato e creme solari.
Davanti a noi c’erano la stazione affollata, i taxi in fila, il mare nascosto da qualche parte oltre i tetti delle case basse, e una settimana intera da sopravvivere.
Mi voltai verso il gruppo, stringendo i manici del mio zaino. Anna camminava un passo dietro Marco, con lo sguardo basso e rassegnato. Giulio rideva sguaiatamente con Maria, ignaro e irrimediabilmente felice. Sofia si sistemava gli occhiali da sole scuri sul naso, muovendosi con l'eleganza di una criminale appena assolta per insufficienza di prove. Ross mi osservava da lontano con malcelato sospetto. Ilenia sembrava aver già scritto mentalmente il verdetto definitivo sulla mia moralità. Antonella urlava disperata perché, alla fine, aveva davvero perso i taralli.
Eravamo appena arrivati. E io avevo già combinato abbastanza disastri da meritarmi il viaggio di ritorno.
La villa ci aspettava da qualche parte oltre il caldo, le rotaie e le bugie. E, per la prima volta da quando eravamo partiti, capii che il treno non era stato il viaggio. Era stato solo l’antipasto.
Commenti (0)
Per favore accedi per lasciare un commento.
Ancora nessun commento su questo capitolo, sii il primo a commentare!

