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Erotika
Provincia Di Troie - Vol.2 · Cap. 1
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Capitolo 1 di 4 20 min di lettura

Seghe ferroviarie e sentimenti di merda

La vacanza comincia su un treno bollente, tra gelosie, bugie e mani dove non dovrebbero stare. Giovanni prova a fare il bravo ragazzo con Anna, ma Sofia gli ricorda subito che l’inferno è appena partito.

Giovy22
2 mesi fa · 1.3k letture · 0

La vacanza cominciò in stazione, che è il posto perfetto per qualsiasi tragedia moderna: bambini che urlano, valigie che investono caviglie innocenti, annunci incomprensibili e io che cercavo disperatamente di non guardare Anna mentre Marco le teneva una mano sulla schiena come si tiene fermo un carrello in discesa.

Era un caldo infernale. Antonella era già riuscita a incastrarsi tra i tornelli con un numero di buste e borsoni che avrebbe fatto invidia a uno sherpa tibetano, mentre Maria, con i suoi immancabili occhiali da sole scuri e un'aria da generale delle SS, abbaiava ordini a destra e a manca per farci muovere. Io ero già fottutamente pentito di aver accettato.

Il nostro gruppo era un ecosistema al collasso: Giulio trotterellava felice, ignaro di qualsiasi tensione, affettuoso come un golden retriever; Sof era già nervosa, passandosi la mano tra i capelli perfetti; Ross ci guardava tutti con un'espressione già disgustata dalla vita; Anna era dolce, bellissima, ma visibilmente tesa per la presenza di Marco, il suo tamarro possessivo. Ilenia, silenziosa, osservava tutto dal suo angolo. Viola ci aspettava già alla villa, e ringraziai il cielo che Eleonora e Flavia non fossero ancora in mezzo a questo caos.

Salimmo sul treno. Un regionale/intercity estivo che era praticamente un forno crematorio su rotaie: pieno da scoppiare, sedili stretti, e un'aria condizionata che sputava un flebile alito tiepido. Prendemmo posto in un blocco a quattro con il tavolino centrale. Io mi accaparrai il lato finestrino. Sofia si piazzò strategicamente accanto a me. Davanti a me, il destino crudele piazzò Anna. E accanto a lei, lato corridoio, si sedette Marco, che le si incollò addosso.

Sul tavolino c'era già il caos: il mio zaino, la borsa di Anna, due bottigliette d'acqua mezze vuote, un pacchetto di taralli brutalizzato, gli occhiali da sole di qualcuno e il telefono di Marco, rigorosamente a faccia in giù per non far vedere le notifiche, mentre lui allungava il collo per controllare quelle di Anna.

Cercai di guardare fuori dal finestrino, ma i miei occhi tornavano inesorabilmente lì. Anna era uno schianto. Indossava una magliettina estiva chiara, semplicissima, i capelli biondi legati in una coda disordinata e il viso ancora un po' stanco per la levataccia. Era la classica bellezza che non aveva bisogno di sforzarsi. Marco, accanto a lei, le sistemò una ciocca di capelli con un gesto che non aveva nulla di dolce, ma sembrava più un marchio di proprietà. Poi le indicò lo schermo del telefono, chiedendole in modo stizzito chi cazzo le avesse appena scritto.

Mentre io fissavo la scena, con la mascella contratta per il nervoso, Sofia decise di entrare in azione.

Sofia buttò la sua felpa nera sulle mie gambe con la nonchalance di una che sta sistemando un bagaglio. Solo che Sofia non sistemava mai niente per caso. Lei apparecchiava scene del crimine.

Feci per spostarla, ma la sua mano scivolò rapida e invisibile sotto il tessuto spesso della felpa, artigliandomi la coscia. Sussultai, ma mi morsi la lingua per non emettere un suono.

Sofia si sporse leggermente verso di me, avvicinando le labbra al mio orecchio, fingendo di guardare il paesaggio dal finestrino. "Se continui a fissarla, ti stacco gli occhi," mi sussurrò, la voce bassa, letale e carica di quella solita, folle gelosia. "Non la sto fissando," le risposi a mezza voce, immobile come una statua. "Giò, hai la faccia di un cane davanti al banco macelleria." "Sto guardando fuori," mentii spudoratamente. "Fuori c'è una galleria," ribatté lei, cinica, stringendo la presa sulla mia gamba, avvicinandosi pericolosamente all'inguine. "Mi piace il nero."

Dal sedile dietro il nostro, la voce atona e rassegnata di Ross tagliò l'aria viziata della carrozza. "Siamo partiti da otto minuti e già sento odore di tragedia ormonale."

Ignorai Ross, perché sotto la felpa nera la situazione stava precipitando. Le dita agili di Sofia, coperte dal panno scuro, trovarono la zip dei miei jeans. Con una destrezza che rasentava la magia nera, abbassò la cerniera scatto dopo scatto, senza fare il minimo rumore. Il mio cuore iniziò a martellare contro le costole. Eravamo su un treno affollato, in pieno giorno, con la ragazza di cui ero innamorato e il suo fidanzato psicopatico seduti a meno di cinquanta centimetri di distanza. Era pura, incontrollabile follia.

La mano di Sof si infilò sotto l'elastico dei miei boxer. Le sue dita fredde si chiusero attorno alla mia erezione, già pulsante e dura come il marmo per via della tensione. Soppressi un gemito, stringendo i braccioli del sedile fino a farmi sbiancare le nocche.

Il ritmo della sua mano seguì un crescendo perfetto, partendo adagio, con provocazioni sottili, per poi farsi subito diretto, spietato e inesorabile. Non c'era dolcezza: era una sega punitiva e possessiva. Sofia usò il pollice per premere con forza sulla cappella, scivolando sulla mia stessa umidità pre-orgasmica, strofinandomi con una foga che mi faceva vedere le stelle.

"Mmh..." Un verso strozzato mi morì in gola. Anna, proprio in quel momento, alzò lo sguardo dal telefono di Marco e incrociò i miei occhi. Mi sorrise, un sorriso dolce e un po' rassegnato, totalmente ignara del fatto che, letteralmente sotto il suo naso e nascosto da un mucchio di cotone nero, la mia migliore amica mi stesse masturbando con l'intento di svuotarmi le palle e la testa.

Sofia se ne accorse. E invece di fermarsi, premette l'acceleratore. Si inumidì le dita della mano libera portandosele velocemente alla bocca, per poi infilarle di nuovo sotto la felpa, lubrificando la sua stretta. La sensazione della sua mano scivolosa e bollente mi mandò il cervello in cortocircuito. Iniziò a pompare su e giù con una violenza silenziosa, le unghie che mi graffiavano leggermente la base, mentre mi fissava di sottecchi con quel suo sorrisetto diabolico e trionfante.

Io ero paralizzato, incastrato tra lo sguardo innocente della Dea e le mani peccaminose della Diavola, mentre il treno ci portava inesorabilmente verso una settimana che, l'avevo ormai capito, sarebbe stata la mia definitiva rovina.

"Vado a prendere il caffè," annunciò improvvisamente Marco, alzandosi a metà dal sedile stretto e passandosi una mano sui capelli impomatati. "Anna, vuoi qualcosa?"

"No, grazie," rispose lei, con lo sguardo fisso sullo schermo del telefono appoggiato sul tavolino.

"Sicura? Poi non dire che ti gira la testa," insistette lui, con quel tono paternalistico che mi faceva venire voglia di lanciarlo dal finestrino in corsa.

Anna si irrigidì appena, le spalle che si contraevano sotto la maglietta chiara. "Ho detto no, Marco."

Lui sbuffò, le diede un colpetto possessivo sulla spalla e si avviò lungo il corridoio, dondolando verso il vagone bar. Il blocco a quattro posti rimase improvvisamente vuoto per un quarto. L'aria sembrò farsi un filo più respirabile. Guardai Anna, e Sofia, con il suo sesto senso per i disastri, capì esattamente cosa stavo per fare. E decise che quello era il momento perfetto per trasformare una chiacchierata in una seduta di tortura.

Appena la sagoma di Marco sparì oltre la porta a vetri, Anna sollevò lo sguardo. Sembrava improvvisamente più leggera, più serena.

"Posso chiederti una cosa?" esordì, incrociando le mani sul tavolino, a pochi centimetri dal mio zaino.

"Certo," risposi, raddrizzandomi sul sedile e cercando di assumere un'aria affidabile.

"Secondo te sono stupida?"

Sgranai gli occhi. "In generale o per aver accettato una vacanza con noi in questo pollaio su rotaie?"

Lei sorrise appena, un sorriso genuino e stanco che mi fece un buco nello stomaco. "Per Marco."

Aprii la bocca per rispondere con tutta la serietà di cui ero capace, pronto a farle il discorso motivazionale del secolo. Fu esattamente in quel momento che la mano di Sofia, nascosta sotto la felpa nera appoggiata sulle mie gambe, si mosse. Non fu un attacco diretto. Fu una pressione lenta, letale e calcolata, proprio a metà della mia coscia. Un avvertimento puro e semplice.

Mi bloccai per mezzo secondo, il fiato mozzato in gola, mentre l'attrazione sottile iniziava a mescolarsi al panico totale.

"Giò?" mi chiamò Anna, aggrottando la fronte.

"Sì. No. Cioè... ti ascolto," balbettai, con la voce che sembrava improvvisamente scartavetrata.

Lanciai un'occhiata disperata a destra. Sofia stava guardando fuori dal finestrino con l'espressione più angelica e annoiata del mondo, ma le sue dita sotto il tessuto iniziarono a tracciare piccoli cerchi invisibili sempre più in alto.

Sofia si sporse leggermente verso di me, il profumo di vaniglia che mi invadeva le narici. Avvicinò le labbra al mio orecchio, fingendo di cercare qualcosa nella borsa appoggiata ai suoi piedi.

"Rispondile bene," sussurrò, con un filo di voce carico di ironia crudele. "Sei così bravo a fare il principe."

Deglutii a vuoto, aggrappandomi disperatamente alla bottiglietta d'acqua di plastica mezza vuota sul tavolino. La plastica scricchiolò in modo sinistro sotto la mia stretta.

Anna, totalmente ignara del cortocircuito psicologico che si stava consumando a trenta centimetri da lei, continuò a sfogarsi.

"È che a volte mi sembra di esagerare," ammise, abbassando gli occhi sulle sue mani. "Lui dice che sono io che lo provoco. Che se si arrabbia è perché mi ama troppo."

Prima di andare avanti…

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