Il caos dell'arrivo non accennava a diminuire, ma Maria sapeva esattamente come trasformare l'anarchia in una dittatura funzionante.
Batté le mani al centro del salotto, richiamando l'attenzione di tutti noi, sudati e sparsi tra valigie aperte e lamenti per il caldo. «Allora, prima regola della casa,» esordì, con il tono di chi sta per leggere i dieci comandamenti. «Non si muore di fame prima di pranzo. Sarebbe volgare, oltre che noioso.»
Iniziò a dividere i compiti con la precisione di un cecchino. Lei, Giulio e Marco si sarebbero occupati della spesa grossa, quella da fare in macchina: casse d'acqua, ghiaccio, birre a fiumi, carne e pacchi di pasta. Io, Sofia e Anna, invece, fummo scelti per la spesa piccola al minimarket giù verso il mare: pane, mozzarelle, pomodori, crema solare e i maledetti taralli per Antonella.
Marco, che fino a quel momento aveva l'aria di uno a cui pesava persino respirare, si raddrizzò di scatto. Guardò Anna, poi me. «Aspetta, lei va con loro?» chiese, puntando il dito.
Sofia, che stava già mettendo gli occhiali da sole, sfoderò un sorriso dolce e letale. «No, Marco. La vendiamo a peso tra le mozzarelle e i taralli. Vediamo chi offre di più.»
Marco strinse i pugni, pronto a ribattere, ma Maria intervenne tagliando l'aria con una mano. Gli tirò le chiavi della macchina, colpendolo dritto sul petto. «Muoviti, Rambo,» sentenziò, glaciale. «Servono braccia, non opinioni.»
Marco capì che insistere l'avrebbe fatto sembrare solo il fidanzato psicopatico che era. Incassò il colpo, ma prima di avviarsi verso la porta, si avvicinò ad Anna. Le passò una mano dietro la nuca in un gesto troppo rigido per essere affettuoso. «Stai col telefono acceso,» le ordinò a mezza voce.
Anna annuì, abbassando lo sguardo, spegnendosi per un istante. Io notai la scena. Sentii la solita, inutile fitta di rabbia protettiva. Ma Sofia, accanto a me, notò me che guardavo Anna. I suoi occhi scuri mi trapassarono. Fu un'occhiata silenziosa, spietata, che mi ricordava l'abisso in cui ero appena sprofondato nel bagno degli ospiti. Non sei più nella posizione morale per fare il santo, Giò. E aveva fottutamente ragione.
Uscimmo dalla villa pochi minuti dopo. La strada in discesa verso il minimarket era una fornace. L'asfalto bollente sembrava sciogliersi sotto le suole, delimitato da muretti a secco sbrecciati e fichi d'India carichi di frutti. Le cicale facevano un rumore così aggressivo da trapanare i timpani. Ogni tanto un motorino sfrecciava sollevando polvere, in un'aria che sapeva prepotentemente di salsedine, crema solare e benzina agricola.
Camminavo tra Anna e Sofia come uno che aveva sbagliato sentiero ed era finito tra una chiesa e un tribunale. Anna aveva il silenzio buono di chi finalmente respirava aria pulita, lontana dal guinzaglio. Sofia aveva quello cattivo di chi aveva già emesso la sentenza definitiva. Io, naturalmente, ero l’imputato.
Anna si fermò un istante, portandosi una mano sulla fronte per guardare la striscia azzurra del mare in fondo alla discesa. «È bello qui,» mormorò, con un sorriso leggero. Sofia non tolse gli occhi dall’asfalto. «Sì. Peccato per alcuni turisti.» «Parli di me?» azzardai, cercando di alleggerire l'aria. «No, Giò. Parlo del turismo in generale. Tu sei proprio un danno ambientale.» Anna rise piano, una risata fresca e ignara, senza capire fino in fondo. Ma io avevo capito benissimo.
Il minimarket era la quintessenza dell'estate provinciale. Aveva un'insegna scolorita dal sole, il classico frigo dei gelati Algida piazzato all'ingresso, scaffali strettissimi e un'aria condizionata che faceva un rumore infernale, mezza rotta ma che, dopo dieci minuti sotto la canicola, mi sembrò comunque il miracolo di Lourdes. Vendeva tutto quello che poteva servire a una vacanza mediocre: pane, pile, doposole a prezzi criminali, infradito, palloni sgonfi, preservativi, taralli e dignità in confezione famiglia.
Anna si diresse subito verso le cose normali, tenera nel suo voler essere utile. Prese il pane, dei pomodori rossissimi, frutta e qualche bottiglietta d'acqua. La raggiunsi vicino al banco frigo. Anna si voltò verso di noi tenendo in mano due mozzarelle di bufala gigantesche, tenendole inavvertitamente all'altezza del petto. «Ho preso queste due, andranno bene per tutti?» chiese, sorridendo.
Il mio sguardo cadde inevitabilmente lì, facendo un rapido, disastroso paragone mentale tra le mozzarelle e la scollatura della sua canottiera. Sofia, che aveva i radar per i miei pensieri più bassi, si affiancò e mi diede una gomitata impercettibile ma dolorosa nelle costole. «Prendile, Anna,» commentò Sof, con una voce vellutata. «Metti caso che a Giovanni venga nostalgia delle tue, o delle mie, almeno ha un valido sostituto caseario a portata di mano.»
Anna arrossì di botto, scoppiando a ridere per l'imbarazzo e buttando velocemente le mozzarelle nel cestino che tenevo in mano, derubricando la cosa come una battuta spinta tra amici. Io, invece, volevo sotterrarmi sotto le casse di Peroni.
Approfittando della distrazione di Anna nel reparto frutta, Sofia mi afferrò per un braccio e mi trascinò letteralmente nel corridoio dedicato a "igiene personale e coppie disperate".
L'approccio di Sofia seguiva sempre una logica precisa: un crescendo di provocazioni in cui l'attrazione e la tensione si facevano sempre più dirette, fino a toglierti il fiato. Con gesti rapidi e studiati, prese una scatola di preservativi e un tubetto di lubrificante, sbattendoli nel mio cestino sopra il pane. Poi il suo sguardo si illuminò di pura cattiveria comica. Dallo scaffale più basso tirò fuori un kit erotico da viaggio. Era la cosa più pacchiana, ridicola e "cringe" che avessi mai visto. Una scatola mezza nera e mezza rossa, con la scritta dorata a caratteri cubitali: “Kit Passione Travel — per notti senza freni”. Attraverso la plastica trasparente si intravedevano una benda di raso di dubbia qualità, dei polsini morbidi finti-leopardati e un dado gigante con le posizioni sessuali stilizzate malissimo.
Sbiancai. «Sof, quello no.» «Hai ragione,» disse lei, osservando la scatola con finto spirito critico. «È brutto.» «Appunto. Mettilo giù.» «Però è brutto in modo educativo,» ribatté, mollando il kit direttamente sopra i pomodori.
«Dobbiamo prendere pane, mozzarella e crema solare,» sibilai, cercando di togliere quella mostruosità dal cestino. Lei mi bloccò il polso con una forza insospettabile. «E infatti questa è la parte culturale della spesa.» «Anna è a tre metri!» ansimai in preda al panico, guardandomi intorno. «Allora smettila di parlare come se stessi confessando un omicidio,» mi zittì lei.
Mi guardò dritta negli occhi, il tono ironico che spariva per lasciare spazio a un comando assoluto. «Paghi tu.» «Perché?» «Perché almeno una volta nella vita, Giò, devi assumerti la responsabilità delle cose che vuoi.» Era una frase che pesava come un macigno. Non parlava del kit. Parlava del treno. Parlava del bagno. Parlava di noi.
Proprio in quel momento, Anna spuntò dalla fine del corridoio. «Avete preso la crema?» chiese, avvicinandosi.
Preso dal terrore, coprii il kit, il lubrificante e i preservativi schiacciandoci sopra due pacchi di taralli. «Sì,» risposi, con la voce di un castrato.
Sofia sorrise, spietata. «E due cose per evitare incidenti.» Anna aggrottò la fronte, sbattendo le sue ciglia lunghissime. «Che incidenti?» «Incidenti di percorso,» dissi in fretta, avviandomi verso la cassa come se avessi i tacchi a spillo.
La cassiera, una signora di mezza età con i capelli tinti di un rosso improbabile, da lontano tossì forte, come se avesse appena intuito il preciso genere letterario della nostra vacanza.
Arrivammo al bancone. La cassiera iniziò a passare gli articoli con una lentezza estenuante e teatrale. Beep. Preservativi.Beep. Lubrificante. Beep. Kit Passione Travel — per notti senza freni. Beep. Taralli. Beep. Mozzarellone.
