Provincia Di Troie - Vol.2

Capitolo 3 - Camerini, manette e mozzarelle

Una semplice spesa al minimarket diventa una gita oscena tra costumi, provocazioni e oggetti compromettenti. Sofia stringe Giovanni tra desiderio e colpa, mentre Anna inizia a percepire il marcio.

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Giovy22

4 ore fa

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Il caos dell'arrivo non accennava a diminuire, ma Maria sapeva esattamente come trasformare l'anarchia in una dittatura funzionante.

Batté le mani al centro del salotto, richiamando l'attenzione di tutti noi, sudati e sparsi tra valigie aperte e lamenti per il caldo. «Allora, prima regola della casa,» esordì, con il tono di chi sta per leggere i dieci comandamenti. «Non si muore di fame prima di pranzo. Sarebbe volgare, oltre che noioso.»

Iniziò a dividere i compiti con la precisione di un cecchino. Lei, Giulio e Marco si sarebbero occupati della spesa grossa, quella da fare in macchina: casse d'acqua, ghiaccio, birre a fiumi, carne e pacchi di pasta. Io, Sofia e Anna, invece, fummo scelti per la spesa piccola al minimarket giù verso il mare: pane, mozzarelle, pomodori, crema solare e i maledetti taralli per Antonella.

Marco, che fino a quel momento aveva l'aria di uno a cui pesava persino respirare, si raddrizzò di scatto. Guardò Anna, poi me. «Aspetta, lei va con loro?» chiese, puntando il dito.

Sofia, che stava già mettendo gli occhiali da sole, sfoderò un sorriso dolce e letale. «No, Marco. La vendiamo a peso tra le mozzarelle e i taralli. Vediamo chi offre di più.»

Marco strinse i pugni, pronto a ribattere, ma Maria intervenne tagliando l'aria con una mano. Gli tirò le chiavi della macchina, colpendolo dritto sul petto. «Muoviti, Rambo,» sentenziò, glaciale. «Servono braccia, non opinioni.»

Marco capì che insistere l'avrebbe fatto sembrare solo il fidanzato psicopatico che era. Incassò il colpo, ma prima di avviarsi verso la porta, si avvicinò ad Anna. Le passò una mano dietro la nuca in un gesto troppo rigido per essere affettuoso. «Stai col telefono acceso,» le ordinò a mezza voce.

Anna annuì, abbassando lo sguardo, spegnendosi per un istante. Io notai la scena. Sentii la solita, inutile fitta di rabbia protettiva. Ma Sofia, accanto a me, notò me che guardavo Anna. I suoi occhi scuri mi trapassarono. Fu un'occhiata silenziosa, spietata, che mi ricordava l'abisso in cui ero appena sprofondato nel bagno degli ospiti. Non sei più nella posizione morale per fare il santo, Giò. E aveva fottutamente ragione.

Uscimmo dalla villa pochi minuti dopo. La strada in discesa verso il minimarket era una fornace. L'asfalto bollente sembrava sciogliersi sotto le suole, delimitato da muretti a secco sbrecciati e fichi d'India carichi di frutti. Le cicale facevano un rumore così aggressivo da trapanare i timpani. Ogni tanto un motorino sfrecciava sollevando polvere, in un'aria che sapeva prepotentemente di salsedine, crema solare e benzina agricola.

Camminavo tra Anna e Sofia come uno che aveva sbagliato sentiero ed era finito tra una chiesa e un tribunale. Anna aveva il silenzio buono di chi finalmente respirava aria pulita, lontana dal guinzaglio. Sofia aveva quello cattivo di chi aveva già emesso la sentenza definitiva. Io, naturalmente, ero l’imputato.

Anna si fermò un istante, portandosi una mano sulla fronte per guardare la striscia azzurra del mare in fondo alla discesa. «È bello qui,» mormorò, con un sorriso leggero. Sofia non tolse gli occhi dall’asfalto. «Sì. Peccato per alcuni turisti.» «Parli di me?» azzardai, cercando di alleggerire l'aria. «No, Giò. Parlo del turismo in generale. Tu sei proprio un danno ambientale.» Anna rise piano, una risata fresca e ignara, senza capire fino in fondo. Ma io avevo capito benissimo.

Il minimarket era la quintessenza dell'estate provinciale. Aveva un'insegna scolorita dal sole, il classico frigo dei gelati Algida piazzato all'ingresso, scaffali strettissimi e un'aria condizionata che faceva un rumore infernale, mezza rotta ma che, dopo dieci minuti sotto la canicola, mi sembrò comunque il miracolo di Lourdes. Vendeva tutto quello che poteva servire a una vacanza mediocre: pane, pile, doposole a prezzi criminali, infradito, palloni sgonfi, preservativi, taralli e dignità in confezione famiglia.

Anna si diresse subito verso le cose normali, tenera nel suo voler essere utile. Prese il pane, dei pomodori rossissimi, frutta e qualche bottiglietta d'acqua. La raggiunsi vicino al banco frigo. Anna si voltò verso di noi tenendo in mano due mozzarelle di bufala gigantesche, tenendole inavvertitamente all'altezza del petto. «Ho preso queste due, andranno bene per tutti?» chiese, sorridendo.

Il mio sguardo cadde inevitabilmente lì, facendo un rapido, disastroso paragone mentale tra le mozzarelle e la scollatura della sua canottiera. Sofia, che aveva i radar per i miei pensieri più bassi, si affiancò e mi diede una gomitata impercettibile ma dolorosa nelle costole. «Prendile, Anna,» commentò Sof, con una voce vellutata. «Metti caso che a Giovanni venga nostalgia delle tue, o delle mie, almeno ha un valido sostituto caseario a portata di mano.»

Anna arrossì di botto, scoppiando a ridere per l'imbarazzo e buttando velocemente le mozzarelle nel cestino che tenevo in mano, derubricando la cosa come una battuta spinta tra amici. Io, invece, volevo sotterrarmi sotto le casse di Peroni.

Approfittando della distrazione di Anna nel reparto frutta, Sofia mi afferrò per un braccio e mi trascinò letteralmente nel corridoio dedicato a "igiene personale e coppie disperate".

L'approccio di Sofia seguiva sempre una logica precisa: un crescendo di provocazioni in cui l'attrazione e la tensione si facevano sempre più dirette, fino a toglierti il fiato. Con gesti rapidi e studiati, prese una scatola di preservativi e un tubetto di lubrificante, sbattendoli nel mio cestino sopra il pane. Poi il suo sguardo si illuminò di pura cattiveria comica. Dallo scaffale più basso tirò fuori un kit erotico da viaggio. Era la cosa più pacchiana, ridicola e "cringe" che avessi mai visto. Una scatola mezza nera e mezza rossa, con la scritta dorata a caratteri cubitali: “Kit Passione Travel — per notti senza freni”. Attraverso la plastica trasparente si intravedevano una benda di raso di dubbia qualità, dei polsini morbidi finti-leopardati e un dado gigante con le posizioni sessuali stilizzate malissimo.

Sbiancai. «Sof, quello no.» «Hai ragione,» disse lei, osservando la scatola con finto spirito critico. «È brutto.» «Appunto. Mettilo giù.» «Però è brutto in modo educativo,» ribatté, mollando il kit direttamente sopra i pomodori.

«Dobbiamo prendere pane, mozzarella e crema solare,» sibilai, cercando di togliere quella mostruosità dal cestino. Lei mi bloccò il polso con una forza insospettabile. «E infatti questa è la parte culturale della spesa.» «Anna è a tre metri!» ansimai in preda al panico, guardandomi intorno. «Allora smettila di parlare come se stessi confessando un omicidio,» mi zittì lei.

Mi guardò dritta negli occhi, il tono ironico che spariva per lasciare spazio a un comando assoluto. «Paghi tu.» «Perché?» «Perché almeno una volta nella vita, Giò, devi assumerti la responsabilità delle cose che vuoi.» Era una frase che pesava come un macigno. Non parlava del kit. Parlava del treno. Parlava del bagno. Parlava di noi.

Proprio in quel momento, Anna spuntò dalla fine del corridoio. «Avete preso la crema?» chiese, avvicinandosi.

Preso dal terrore, coprii il kit, il lubrificante e i preservativi schiacciandoci sopra due pacchi di taralli. «Sì,» risposi, con la voce di un castrato.

Sofia sorrise, spietata. «E due cose per evitare incidenti.» Anna aggrottò la fronte, sbattendo le sue ciglia lunghissime. «Che incidenti?» «Incidenti di percorso,» dissi in fretta, avviandomi verso la cassa come se avessi i tacchi a spillo.

La cassiera, una signora di mezza età con i capelli tinti di un rosso improbabile, da lontano tossì forte, come se avesse appena intuito il preciso genere letterario della nostra vacanza.

Arrivammo al bancone. La cassiera iniziò a passare gli articoli con una lentezza estenuante e teatrale. Beep. Preservativi.Beep. Lubrificante. Beep. Kit Passione Travel — per notti senza freni. Beep. Taralli. Beep. Mozzarellone.

La signora guardò il kit. Poi guardò me. Poi guardò Sofia, che sorrideva imperturbabile. Infine, spostò lo sguardo su Anna, che osservava la spesa con un'espressione a metà tra il confuso e il vagamente imbarazzato. La cassiera non disse una parola. Il che è, storicamente, il modo più assordante e rumoroso che ha una signora di provincia per darti del porco depravato.

Pagai in contanti, con le mani che mi sudavano. Anna mi aiutò a infilare la roba nelle buste. Non fece domande, ma mentre camminavamo verso l'uscita, la vidi scambiare un'occhiata pensierosa prima con me, poi con Sofia. Non aveva capito l'entità del disastro, ma aveva percepito, forte e chiara, l'esistenza di un linguaggio segreto e vizioso tra me e la sua migliore amica. Ed era un linguaggio che non prometteva niente di buono.

Uscimmo dal minimarket carichi di buste, con il sole a picco che ci martellava il cranio. Invece di rifare la salita verso la villa, Sofia deviò verso una stradina laterale acciottolata che scendeva ripida.

«Da qui si taglia,» decretò, senza voltarsi. «Sei sicura?» chiesi, asciugandomi la fronte con il dorso della mano. «No. Ma mi diverte moltissimo l’idea di perderti.»

La strada si apriva come un imbuto naturale, rivelando alla fine una piccola caletta incorniciata dagli scogli. L'acqua era di un azzurro così trasparente da sembrare irreale, immobile sotto la canicola estiva. Anna si bloccò in mezzo alla strada. Guardò l’acqua come se qualcuno le avesse improvvisamente aperto una finestra dentro la gabbia. I suoi occhi si illuminarono di un desiderio infantile e purissimo. Ma lei non disse subito "facciamo il bagno". Era ancora troppo abituata a chiedere il permesso per esistere.

Lo disse Sofia, sfilandosi gli occhiali da sole. «Io entrerei.» «Non abbiamo i costumi,» feci notare. Anna abbassò lo sguardo, timida, quasi colpevole. «Infatti…»

Sofia indicò con il mento una vetrina mezza oscurata da una tenda da sole a righe, dieci metri più avanti. «Allora li compriamo,» sentenziò Sof. «Abbiamo appena preso un kit da rapimento sentimentale e due chili di mozzarelle, penso che possiamo permetterci anche tre costumi.»

Il negozio si chiamava “Mare Amore”, e già questo avrebbe dovuto metterci in allarme. Era un posto assurdo, il classico buco da località balneare che sembrava rimasto intrappolato negli anni Novanta: fuori c'erano parei appesi che sbattevano al vento caldo, ciabatte di gomma di ogni colore possibile, cappelli di paglia sfondati e un espositore girevole pieno di occhiali finti Ray-Ban. Dentro, la situazione era anche peggio. C'erano abbastanza costumi fluorescenti da accecare un satellite. Al banco c'era una commessa con un'abbronzatura così estrema da sembrare di cuoio, l'aria da zia giovane e un rossetto fucsia. Sul cartellino appuntato al petto c'era scritto Loredana. L'aria era mossa a fatica da un ventilatore a pale rumorosissimo. I camerini erano loculi stretti chiusi da tendine sbiadite che non scorrevano bene.

Sofia prese subito il controllo della situazione, mollandomi le buste della spesa. «Giò, oggi fai lo stylist.» «Io non ho qualifiche,» protestai, appoggiandomi a uno specchio a figura intera. «Hai occhi, colpe e pessimo gusto,» ribatté lei. «È abbastanza.»

Anna scoppiò a ridere. Era una risata sciolta, genuina, che mi fece sorridere a mia volta. E quel mio sorriso involontario compì il miracolo di piacere a me e di ferire mortalmente Sofia.

Iniziò la sfilata. Anna fu la prima. Si provò costumi semplici: un intero verde smeraldo, un bikini celeste, un due pezzi con dei fiocchetti laterali. Quando uscì dal camerino con il costume azzurro, aveva l’aria di una che stava chiedendo scusa al mondo intero per il semplice fatto di avere un corpo. Teneva le mani incrociate sul ventre, cercando di coprirsi più per abitudine che per reale necessità. Aveva le spalle tese, i capelli biondi raccolti male in una pinza, la pelle chiara già leggermente arrossata dal caldo e le gambe un po’ rigide. La sua era una bellezza fragile, non esibita, e lo sguardo che mi rivolse cercava un'approvazione disperata. Voleva disperatamente sentirsi bella senza sentirsi in colpa per Marco.

«Fa troppo?» chiese, mordendosi il labbro. Deglutii, sentendo la gola secca. Il costume azzurro abbracciava le sue curve morbide in modo divino. «Fa… mare.» Sofia si voltò lentamente verso di me, inarcando un sopracciglio. «Fa mare?» «Sì.» «Che commento tecnico. Sei il Coco Chanel del disagio.»

Anna rise di nuovo. A lei quel commento impacciato piaceva, perché non la faceva sentire sporca o oggettificata. Mi schiarii la voce e mi corressi: «Ti sta molto bene, Anna. Sembri… più libera.» Anna abbassò lo sguardo, ma sorrise, un sorriso vero che le illuminò il viso. Sofia, invece, assorbì quella parola. Libera. La sentii entrarle sotto pelle come una scheggia di vetro.

Il turno di Sofia fu diametralmente opposto. Lei non sceglieva: pretendeva. Prese un costume intero rosso sgambato e un paio di bikini scuri con tagli decisamente audaci. Quando uscì dal camerino con il due pezzi nero, la sua postura era una dichiarazione di guerra. Schiena dritta, mento alto, lo sguardo scuro che sfidava direttamente il mio. I capelli le ricadevano mossi sulle spalle. Il suo corpo era prepotente, consapevole. Lei sapeva di essere guardata, sapeva l'effetto che mi faceva, e usava quella consapevolezza come un'arma di distruzione di massa.

Si piazzò davanti allo specchio, poi mi guardò attraverso il riflesso. «E questo?» mi sfidò. Provai a non guardare troppo la linea del seno o la curva dei fianchi. «Ti sta bene.» «Che entusiasmo.» «Sof…» «No, tranquillo,» mi interruppe, gelida. «Magari con me puoi anche evitare il romanticismo balneare. So già a cosa servo.»

Anna, che stava curiosando tra i parei, non capì il sottotesto, ma percepì il gelo improvviso nella stanza. Sofia non mollò la presa. Si girò verso di me, incrociando le braccia. «Allora, Giovy. Scelta finale. Lei azzurro o bianco? Io nero o rosso?»

Ero in trappola. Un campo minato. Se avessi scelto Anna, Sofia mi avrebbe odiato. Se avessi scelto Sofia, Anna si sarebbe chiusa di nuovo a riccio. Se avessi fatto il diplomatico, sarei sembrato un idiota. Cercai la soluzione più onesta e suicida possibile. «Anna azzurro. Sof nero.» «Perché?» chiese Anna, incuriosita. «Perché l’azzurro ti fa sembrare meno pronta a scappare,» le dissi con dolcezza. Sofia sorrise, ma senza un grammo di allegria. «E il nero?» La guardai negli occhi, sostenendo lo sguardo. «Perché a te non serve fingere di essere innocente.»

Per mezzo secondo netto, Sofia smise di sorridere. Fu una risposta forte. Le avevo appena dimostrato che le vedevo entrambe, fin troppo bene. E che nessuna delle due poteva nascondersi.

Anna, soddisfatta della scelta, tornò verso il suo camerino, ma Loredana la intercettò: «Bella mia, mi sa che il pezzo sotto stringe un po', vieni di qua che ti cerco una taglia in più nel retro.» Le due sparirono dietro un espositore.

Io rimasi fuori, appoggiato al muro scrostato. Sofia mi guardò dal suo loculo, la tendina a fiori mezza aperta. «Aiutami con l’etichetta,» ordinò. «Sof, no.» «È un’etichetta, Giò. Non un sacramento. Muoviti.»

Mi afferrò per un polso e mi tirò dentro. Lo spazio era minuscolo, poco più di un metro quadrato, un forno saturo dell'odore di tessuto nuovo, plastica e della sua crema solare alla vaniglia. Alle mie spalle c'era la busta della spesa con il kit erotico; davanti a me c'era Sofia, con addosso solo quel maledetto bikini nero. Eravamo costretti a sfiorarci per respirare. Chiuse la tenda con uno strappo secco.

«Hai scelto l’azzurro per lei,» sussurrò. «Ho scelto anche il nero per te.» «Sì,» sibilò, a un millimetro dalle mie labbra. «Ma a lei hai dato una frase da salvatore. A me hai fatto una diagnosi.» «Sof, ti prego, non iniziare.» Lei azzerò la distanza, il suo petto nudo contro la mia maglietta sudata. «No. Tu inizi sempre, Giò. Solo che poi fai finta che sia successo da solo.»

Si voltò verso la busta della spesa poggiata sullo sgabello. Infilò una mano e tirò fuori il kit erotico. Estrasse lentamente la benda di raso nero, passandosela tra le dita senza usarla, solo per ricordarmi cosa c'era tra noi. «Lo userai?» mi chiese. «Non qui.» «Non ti ho chiesto dove.» Il silenzio divenne denso, asfissiante. «Lo userai?» ripeté. Non risposi. Non potevo. Sofia sorrise, amara. «Appunto.»

Non mi diede il tempo di respirare. Seguendo alla lettera il principio per cui la tensione repressa deve esplodere passando da approcci sottili ad atti diretti, mi spinse con le spalle contro la parete sottile del camerino. Le sue mani scesero repentine sui miei jeans, slacciando il bottone ed entrando a cercare la mia erezione. Iniziò a masturbarmi attraverso i boxer con una foga cieca e vendicativa, guardandomi dritto negli occhi. «Mi devi un favore, Giò,» ansimò contro la mia bocca. «Oggi sul treno ti ho salvato io.»

La frustrazione, il caldo, la gelosia: esplose tutto. Le afferrai i polsi e ribaltai le posizioni, schiacciandola contro lo specchio appannato del camerino. Sofia emise un verso strozzato quando il suo corpo semi-nudo aderì al vetro caldo. Le tirai giù le spalline del bikini nero, liberando le sue tettone piene e pesanti. Erano bellissime, la pelle lucida di sudore. Non ci fu nessuna dolcezza: le afferrai un seno con la mano libera, stringendo la carne morbida, mentre con la bocca attaccavo l'altro. Leccai il capezzolo turgido, lo succhiai con ingordigia, mordendolo leggermente con i denti. Sofia inarcò la schiena, aggrappandosi alle mie spalle con le unghie per non scivolare, il respiro che le si spezzava in gola in gemiti bassi e rochi.

La mia mano destra abbandonò il suo petto e scese dritta in mezzo alle sue gambe, spostando di lato il tessuto sottile degli slip del costume. Era bagnatissima, un calore umido che contrastava con l'aria viziata del camerino. Il pollice trovò subito il clitoride, strofinandolo con forza, mentre le mie labbra continuavano a torturarle i seni. Sofia tremò tutta. Inserii un dito dentro di lei. Poi, lentamente, il secondo. Le sue pareti mi strinsero subito, strette, bollenti e reattive. Iniziai a muovere le dita dentro di lei con un ritmo forsennato. C'era fretta, c'era disperazione. Pelle contro pelle, il sudore che ci incollava l'uno all'altra, il terrore costante che la tendina si aprisse da un momento all'altro.

«Giò... cazzo...» gemette Sofia, mordendosi il polso per non urlare mentre le mie dita affondavano e il mio pollice non le dava tregua. I suoi fianchi iniziarono a spingere in modo disordinato contro la mia mano, cercando freneticamente l'attrito per venire.

Sofia mi baciò improvvisamente, un bacio feroce, come se non volesse perdonarmi, ma volesse almeno ricordarmi a chi apparteneva la parte peggiore e più vera di me. Io avrei potuto fermarla. Avevo la mano libera a due centimetri dalla tenda, l’uscita era lì, a un palmo. Naturalmente, non uscii.

Il suo orgasmo arrivò come un colpo di frusta, frettoloso e violento. Le sue pareti si contrassero spasmodicamente attorno alle mie dita mentre lei soffocava un urlo contro il mio collo, tremando contro lo specchio, le gambe che quasi le cedevano. Si staccò appena da me, il petto nudo che si alzava e si abbassava freneticamente, gli occhi dilatati. Mi sussurrò all'orecchio, velenosa: «Con lei fai quello che guarda altrove. Con me fai quello che resta.»

Era la condanna definitiva.

In quell'esatto, millimetrico istante di silenzio, la voce di Anna squillò allegra dall'altra parte del negozio. «Sof? Tutto ok lì dentro? Loredana ha trovato la taglia giusta!»

Io e Sofia ci congelammo, i corpi ancora incastrati l'uno nell'altro, il sapore del sesso nell'aria. Sofia sistemò il pezzo di sopra del bikini con un gesto fluido, senza staccare subito lo sguardo dal mio. «Benissimo, Anna! Esco!» rispose a voce alta. Poi, si avvicinò di nuovo al mio viso, sfiorandomi le labbra con le sue. «Vedi?» sussurrò. «Basta che ti chiami e torni subito bravo.»

Uscii dal camerino inciampando quasi nella tenda, con i pantaloni sistemati alla meno peggio e due paia di costumi da uomo buttati a caso sul braccio per fingere normalità. Le gambe mi tremavano. Loredana mi guardò da dietro la cassa, masticando una gomma. «Tutto bene, bello?» «Sì,» risposi, paonazzo, appoggiandomi al banco. Loredana scosse la testa. «Qua dentro vi sentite tutti male. Sarà l’aria.»

Annuii freneticamente, ringraziando il cielo che, almeno per Loredana, l'unico problema fosse solo il maledetto ventilatore rotto.

Dopo aver pagato il nostro bottino alcolico, caseario e peccaminoso, uscimmo dal negozio. I costumi li avevamo presi. Anna aveva optato per l'azzurro, Sofia per il nero, e a me era toccata una roba orrenda che non avrei mai scelto di mia spontanea volontà.

«Questo no,» avevo protestato, tenendo il costume tra due dita. «Questo sì,» aveva sentenziato Sofia. «Sembra la tovaglia di una pizzeria di periferia.» «Infatti,» aveva concluso lei, passandolo alla cassiera, «finalmente abbinerai la personalità al guardaroba.»

Trovammo la caletta deserta. Non c'era nessuno stabilimento, niente ombrelloni, solo scogli, sabbia chiara e qualche turista in lontananza che si faceva i fatti propri. L'acqua era uno specchio trasparente che invitava a buttarcisi dentro. Il problema, ovviamente, era cambiarsi. Senza cabine a disposizione, l'unica soluzione era l'arrangiamento balneare per eccellenza: l'asciugamano usato come paravento.

«Giò, tieni l'asciugamano,» ordinò Sofia, sfilandoselo dalla borsa. «Per chi?» «Per entrambe, se riesci a non avere un infarto sul posto.»

Anna arrossì violentemente, abbassando lo sguardo sulla sabbia. Io sospirai, mi girai di spalle dando la faccia al mare e aprii l'asciugamano, tenendolo teso con le braccia come se fossi un muro di cinta. Era una situazione ridicola, comica, ma fottutamente carica di tensione.

Fissavo l'orizzonte con una rigidità militare. Alle mie spalle sentivo il fruscio dei vestiti estivi che cadevano sulla sabbia, vicinissimi alle buste della spesa dove i taralli rischiavano di volare via con il vento, e dove il kit erotico riposava in modo assurdo e osceno in mezzo alla mozzarella di bufala.

«Giò, non ti girare,» mormorò Anna, la voce che tremava in una risatina nervosa da dietro il tessuto. «Non mi sto girando,» risposi, rigido come una statua di sale. «Peccato,» commentò Sofia, spogliandosi con molta meno fretta. «Per una volta avrebbe avuto senso.» «Sof.» «Che c'è? Sto solo promuovendo il turismo locale.»

Seguendo le regole non scritte della provocazione, la nostra tensione partiva adagio, con un'attrazione sottile e arguta, pronta a scaldarsi da un momento all'altro. E Sofia sapeva esattamente come giocare. Mentre io tenevo le braccia tese, lei mi passò accanto per posare i vestiti. Lo fece passandomi troppo vicino. Il suo fianco nudo sfiorò il mio braccio, la stoffa del costume nero ancora stretto tra le dita che mi accarezzava la pelle sudata. Non fu nulla di esplicito, ma fu un tocco carico di un'elettricità che mi fece mancare il fiato.

Anna, da dietro l'asciugamano, rise, pensando fosse solo il caos del momento. Io strinsi i denti, capendo che non lo era affatto.

Quando toccò a me cambiarmi, la dinamica si ribaltò, ma solo a metà. Anna si girò di scatto, voltandomi le spalle con un pudore assoluto. Sofia, invece, rimase esattamente dov'era, fingendo di guardare lo schermo del telefono, ma sbirciando palesemente oltre il bordo.

«Sof,» la richiamai, con i pantaloni slacciati. «Che c'è?» «Girata.» Lei alzò gli occhi dallo schermo, squadrandomi con un sorrisetto. «Giò, ti ho visto in situazioni peggiori. E più da vicino.» «Sofia!» squillò Anna, mezza scandalizzata, ma ridendo. A quel punto, Sofia scoppiò a ridere per davvero. Fu una risata vera, spontanea, ma breve. Per un solo, meraviglioso secondo, il tono tornò leggero. Eravamo solo tre ventenni in vacanza al mare.

Poi, l'acqua lavò via tutto il resto. Il bagno non fu carico di tensione sessuale, fu puramente liberatorio. Anna entrò in acqua e, improvvisamente, si sciolse. L'ansia le scivolò di dosso insieme al sudore. Si immerse, si bagnò i capelli biondi, rise tirandomi degli schizzi d'acqua. Sembrava incredibilmente viva. La guardai, con l'acqua alla vita, e pensai a quanto Marco le avesse sempre tolto quella leggerezza, costringendola a pesare ogni respiro.

Sofia, che nuotava poco distante, mi vide mentre la guardavo. Ma, per una volta, non mi attaccò. Il camerino l'aveva già ferita e riaccesa abbastanza, e ora si limitava a osservare i danni.

«Non lo facevo da un sacco,» disse Anna, passandosi le mani sul viso bagnato. «Una cosa così, senza pensarci.» «Ti fa bene,» le risposi, sorridendo. «Sì,» intervenne Sofia, galleggiando a qualche metro di distanza, lo sguardo indecifrabile. «A qualcuno qui servirebbe più mare e meno processi.» Anna sorrise, annuendo. Io rimasi in silenzio, non sapendo se Sofia stesse parlando di Marco, o se stesse parlando di me. Forse, di entrambi.

Tornammo alla villa carichi: buste della spesa pesanti, costumi bagnati sotto i vestiti, scontrini accartocciati, la tensione inespressa del camerino, e quel maledetto kit erotico ancora nascosto tra i pomodori. Anna era visibilmente più libera. Sofia era decisamente più pericolosa. E io ero sempre più incastrato.

Appena varcammo la soglia del cancello, Marco ci venne incontro. Incrociò le braccia muscolose sul petto. «Dove siete stati tutto questo tempo?»

Anna rispose prima che potessimo farlo noi, la voce stranamente ferma. «Al mare.» Marco sgranò gli occhi. «Al mare?» «Sì.» «Dovevate fare la spesa.»

Sofia alzò le buste di plastica, sfidandolo. «Infatti. Abbiamo comprato anche i costumi. Efficienza meridionale, Marco.» Lui ignorò Sof e guardò solo Anna. «Costumi?» «Sì,» rispose lei, sostenendo lo sguardo. Lui fece un respiro profondo, sfoderando il suo tono peggiore. «Potevi avvisarmi.» Mi aspettai che Anna chiedesse scusa, che si piegasse come faceva sempre. Invece, si sistemò la borsa sulla spalla. «È stato improvvisato.» Fu un piccolo passo avanti. Una micro-vittoria che mi fece sorridere dentro.

In salotto, Maria aveva finalmente finito di fare l'inventario della spesa grossa. Batté le mani, richiamando tutti all'ordine per il momento più atteso. «Bene, prima che qualcuno inizi a dormire nei corridoi come in gita scolastica: camere.» Maria prese il suo blocco note mentale e iniziò ad assegnare i destini. «Io e Giulio, matrimoniale grande. Anna e Marco, matrimoniale piccola in fondo al corridoio. Sofia e Ross, doppia. Ilenia e Antonella, doppia. Viola, dependance nel patio.»

Si fermò, guardandomi con un sorriso sadico. «Giovanni sul divano. Così almeno una tragedia resta in zona comune.»

Sofia, che si stava tamponando i capelli umidi con un asciugamano, annuì. «Perfetto. Punto informazioni, pronto soccorso emotivo e centro smistamento disastri.» Marco aggrottò la fronte, confuso. «Che significa?» «Che dorme in salotto, Marco,» sbuffò Sof. «Non era un test psicoattitudinale.»

Guardai il gigantesco divano letto al centro dell'open space. Capii subito il mio destino. Anna sarebbe passata di lì per andare in cucina. Sofia sarebbe passata di lì di notte. Maria sarebbe passata di lì per controllarmi. Chiunque avrebbe potuto beccare chiunque. Il divano non era un letto, era un maledetto palcoscenico.

Mentre gli altri iniziavano a smistare le borse, il citofono suonò. Un trillo acuto che squarciò l'aria. Maria sorrise, gli occhi che brillavano. Sofia si bloccò, capendo immediatamente. «No.» «Sì,» cinguettò Maria, premendo il pulsante apricancello.

Flavia entrò fisicamente nella villa per la prima volta. E lo fece come un uragano. Occhiali da sole enormi, borsa da viaggio gigantesca, energia rumorosa e zero, assoluta vergogna. «Madonna, che facce,» esordì, buttando la valigia sul pavimento di cotto. «Sembra che abbiate già rovinato la vacanza senza di me.»

Si tolse gli occhiali e si guardò intorno. Il suo sguardo cadde subito sulle buste del minimarket appoggiate sul tavolo della cucina. «Avete comprato da mangiare? Sto morendo di fame dal casello.»

Prima che il mio cervello potesse elaborare il pericolo, prima che potessi muovere un singolo muscolo per fermarla, Flavia infilò le mani nel sacchetto. «Vediamo che schifezze avete pr—» Si fermò. La sua mano uscì dalla plastica. E con essa, tirò fuori una scatola di preservativi, un tubetto di lubrificante e, per non farsi mancare nulla, il Kit Passione Travelcon benda in raso e polsini leopardati in bella vista.

Il silenzio che calò nel salotto fu assoluto, totale, tombale.

Flavia guardò la scatola. Poi guardò il lubrificante. Poi guardò il gruppo, uno per uno, con la bocca mezza aperta. Infine, sorrise. «Ah.» Una pausa teatrale perfetta. «Quindi da mangiare no, però vedo che l’organizzazione spirituale c’è tutta.»

Antonella scoppiò a ridere piegandosi in due. Marco si irrigidì all'istante, girando la testa di scatto verso Anna. Anna divenne rossa come un peperone, arretrando di un passo.

Poi, Sofia fece la sua mossa. Si avvicinò a Flavia e le strappò la scatola dalle mani con un gesto secco. «È mio.» Fu una bomba a orologeria fatta esplodere nel salotto. Sofia si era appena presa pubblicamente la colpa per proteggere me e Anna dallo psicopatico, ma così facendo, si era esposta al fuoco nemico.

Marco si fece avanti, il petto in fuori, il collo rosso. «E perché era nella busta di loro tre?» Sofia lo guardò come se fosse un ritardato. «Perché le buste non hanno la fedina penale, Marco. Le cose si mischiano.»

Maria sorrideva, godendosi lo spettacolo. Viola si divertiva palesemente dal suo angolo. Ross guardava Sofia, con gli occhi socchiusi, capendo perfettamente che c'era sotto molto altro. Io non parlavo. Non respiravo nemmeno.

Flavia lasciò perdere Marco e spostò lo sguardo esattamente su di me. Mi puntò un dito contro. «Tu sei quello colpevole, vero?» Ilenia, senza alzare gli occhi dal suo zaino, commentò da dietro le mie spalle: «Ha talento.»

Flavia era in villa da esattamente trentasei secondi. Aveva già trovato il kit erotico, messo Marco in allarme rosso, fatto piangere Antonella dalle risate, incuriosito Viola e costretto Sofia a salvarmi il culo davanti a tutti. Guardai Anna, ancora rossa in viso e totalmente confusa. Guardai Sofia, con la scatola della vergogna stretta in mano e gli occhi pieni di veleno rivolti verso di me. Guardai Maria, che sorrideva soddisfatta, come se la giornata avesse finalmente trovato il suo ritmo perverso.

La divisione delle camere non era ancora finita. Ma la villa aveva già deciso esattamente dove metterci: tutti nello stesso inferno, solo con letti diversi.

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