Capitolo 4 - La santa, il pervertito e la notte sbagliata
Flavia entra in villa e capisce subito chi puzza di colpa, ma è Anna a mettere Giovanni alle strette. Tra un quasi peccato sul divano e una fuga ancora più sporca, la prima notte rivela che nessuno desidera la persona giusta.
Il salotto della villa era piombato in un silenzio così denso e pesante che si poteva sentire chiaramente il ronzio del frigorifero in cucina. Eravamo tutti immobili, congelati in un fermo immagine grottesco.
Flavia teneva in mano la scatola di preservativi, il tubetto di lubrificante e il Kit Passione Travel con tanto di benda, manette morbide e dado ridicolo.
Mentre soppesava quella roba come se fosse un reperto scientifico appena rinvenuto sulla scena di un delitto, la inquadrai davvero per la prima volta. Flavia aveva un fascino molto minuto, nervoso, quasi felino. Il suo fisico era asciutto, stretto, con spalle sottili e braccia fini, una struttura complessivamente leggera ma fottutamente letale. Non dava minimamente l’idea di una ragazza formosa o morbida; era una presenza magra, compatta, spigolosa nel modo giusto, portatrice di una sensualità più tagliente che abbondante. La sua forza stava proprio lì: sembrava piccola, quasi fragile, ma nella posa e nello sguardo c’era un’aria sicura, provocatoria, l'atteggiamento spudorato di chi sa perfettamente che fottuto effetto fa sugli uomini.
Il viso era incredibilmente espressivo: occhi scuri e allungati, sopracciglia marcate, eyeliner netto e labbra piene, carnose e lucidissime che risaltavano in un'espressione sempre un po’ altezzosa, come se ti guardasse dall'alto al basso anche mentre si faceva un selfie. I capelli scuri, mossi e voluminosi, le davano un’aria selvaggia e disordinata. Indossava un top strettissimo che non faceva sconti a un addome piatto e a una vita sottile. Il seno era contenuto, proporzionato al fisico, ma prepotentemente valorizzato dalla scollatura senza risultare pesante: un dettaglio elegante, giovanile, compatto e sfacciato. Sotto i micro-shorts di jeans, i fianchi e il fondoschiena sembravano piccoli ma scultorei, coerenti con la sua figura quasi elastica. La sua era una sensualità da ragazza ruvida, notturna, un po’ strafottente. Trasudava l'atmosfera di locali sporchi di scritte, luci rosse e pose davanti allo specchio. Non aveva nulla del fascino dolce e rassicurante di Anna: Flavia aveva l'aria inconfondibile di chi è dannatamente brava a sembrare cattiva.
Spostò i suoi occhi da gatta direttamente su di me, bucandomi il cranio. «Quindi sei tu il pervertito?» Deglutii a fatica. «Io sarei quello che dorme sul divano.» «Non ti ho chiesto la residenza penale,» ribatté lei, senza battere ciglio.
Poi alzò il kit alla luce del tramonto che filtrava dalle vetrate. «E con chi pensavi di usare questa roba?» domandò, scandendo bene le parole, la voce che rimbombava nel silenzio. «La santa, la vipera o il condominio intero?»
La reazione a catena fu devastante. Anna arrossì fino alla radice dei capelli, abbassando gli occhi. Marco le lanciò un'occhiata carica di controllo e puro veleno. Sofia si irrigidì, trasformandosi in una statua di marmo. Maria, appoggiata allo stipite della porta, sorrise. Io, semplicemente, morii.
Sofia intervenne, facendo un passo avanti. La sua voce era piatta e fredda come l'azoto liquido. «È mio.» Flavia abbassò la scatola e la squadrò. Le spuntò un sorrisetto obliquo, un misto di rispetto e puro sadismo. «Amore, non ho detto che non fosse tuo,» replicò Flavia. «Ho chiesto con chi pensava di usarlo lui.»
Era una battuta perfetta. Flavia aveva capito in un nanosecondo che Sofia si era appena immolata per coprirmi, ma non sapeva ancora cosa diavolo ci fosse davvero sotto. E adorava l'idea di scoprirlo.
Flavia, intanto, decise di presentarsi ufficialmente come bomba verbale. Iniziò a girare intorno al gruppo, leggendoci uno a uno con una crudeltà affascinante. Si fermò davanti a me. «Tu,» sentenziò, puntandomi un'unghia laccata contro il petto, «hai proprio la faccia di uno che chiede scusa dopo aver fatto di peggio.» Si spostò su Sofia, inclinando la testa. «Tu invece hai la faccia di una che dice ‘non mi importa’ e poi incendia i documenti.» Poi si piazzò davanti ad Anna. «E tu sei quella buona, vero?» Anna si imbarazzò, stringendosi nelle spalle, cercando di sparire. Flavia aggiunse, implacabile e quasi profetica: «Attenzione. Le buone, quando si rompono, fanno più casino delle troie.» Infine, il suo sguardo scuro incrociò quello di Ilenia. «Tu giudichi tutti in silenzio?» Ilenia incrociò le braccia sul petto. «Non sempre in silenzio.» Flavia batté le mani. «Perfetto. Tu e io ci sediamo vicine.»
Approfittando della confusione generale, Marco decise di marcare il territorio. Si attaccò ad Anna, abbassando la voce in un ringhio soffocato. «Perché quella roba era nella vostra busta?» sibilò. «Non lo so,» rispose lei, la voce tesa. «Non lo sai?» «No, Marco. Non controllo ogni cosa che comprano gli altri.» «Prima il mare, poi i costumi, poi questa roba…» incalzò lui, il collo rosso di rabbia repressa. «Questa roba non è mia,» si difese Anna. «Ma eri con loro.»
Anna lo guardò. Per la prima volta da quando la conoscevo, non si rimpicciolì. Si raddrizzò leggermente, sostenendo il suo sguardo accusatorio. «E quindi?» Quel "e quindi?" era piccolo, fatto di due sole sillabe, ma in quella stanza pesò come un macigno.
Lo sentii e provai una fitta d'orgoglio per lei, un calore che mi si espanse nel petto. Sorrisi appena. Sofia, che non si perdeva nulla e aveva un sesto senso per le mie emozioni, mi si avvicinò. Il suo profumo mi invase le narici un attimo prima che le sue labbra mi sfiorassero l'orecchio. «Non sorridere troppo,» mi sussurrò, con una freddezza spietata. «Non l’hai salvata tu.» Incassai il colpo basso. Era giustissimo. Ed era devastante.
Mezz'ora dopo, la villa prese finalmente forma definitiva. Maria e Giulio nella matrimoniale grande. Anna e Marco nella matrimoniale piccola in fondo al corridoio. Sofia e Ross nella doppia. Ilenia e Antonella nell'altra doppia. Viola nella dependance sul patio.
Io mi ritrovai a fissare il gigantesco divano letto di velluto piazzato in mezzo al salotto, il centro nevralgico della casa. Le lenzuola erano già state tirate. Realizzai subito la mia condanna. Non avevo una stanza. Avevo una scena del crimine con i cuscini.
Flavia mi passò accanto, trascinando il suo trolley verso la doppia. Si fermò a guardare l'accampamento. «Quindi dormi qui?» «Sì.» Lei ridacchiò, un suono roco e malizioso. «Comodo. Sei al centro del traffico. Perfetto per un pervertito con ambizioni sociali.» Sospirai, passandomi una mano tra i capelli. «Possiamo smettere con questo termine, pervertito?» Flavia fece spallucce, regalandomi un sorriso carico di promesse oscene. «Certo. Dimmi tu il termine tecnico e io mi adeguo.»
La prima vera cena di gruppo si tenne sul patio esterno. Aveva tutto, ma proprio tutto quello che serve per rovinare definitivamente una vacanza: un tavolo lungo, alcool in abbondanza, fame, lucine calde che attiravano zanzare, sedie decisamente troppo vicine e persone che avrebbero dovuto sedersi a chilometri di distanza l'una dall'altra. Il caldo della giornata ci era rimasto incollato addosso, denso e appiccicoso.
L'aria attorno al tavolo seguiva la regola non scritta di ogni dinamica erotica o di potere: un crescendo inesorabile che parte adagio, con preliminari arguti e un'attrazione sottile, pronto a esplodere in approcci diretti e disastrosi. E tutti, attorno a quel tavolo, fingevano una disinvolta normalità mentre caricavano i fucili.
Ero incastrato in una morsa perfetta, studiata ad arte. Alla mia sinistra c'era Anna. Sentivo il calore del suo braccio, la sua tensione emotiva che vibrava a ogni respiro. Alla mia destra c'era Flavia, una mitragliatrice di battute sporche e allusioni continue. Proprio di fronte a me sedeva Sofia, che masticava la carne fissandomi con occhi carichi di giudizio universale. In diagonale c'era Maria, accanto a un Giulio sereno; lei mi puntava addosso sguardi che erano pura minaccia velata. E accanto ad Anna, Marco controllava ogni sua singola mossa.
Flavia, ovviamente, non aveva alcuna intenzione di mollare l'osso del kit. «Comunque non mi hai risposto,» esordì, puntandomi la forchetta contro. «A cosa?» feci finta di non capire. «Con chi volevi usare il kit da maniaco sentimentale?» Sofia sbuffò, posando il bicchiere con un tonfo secco. «Flavia.» «Che c’è?» replicò lei, candida. «È cultura generale.» «Non era mio,» dissi, cercando di mantenere un tono fermo. Flavia mi fece un sorriso al neon. «Certo. E io sono vergine emotiva.»
Antonella scoppiò a ridere. Anna abbassò gli occhi sul piatto. Marco si irrigidì. Maria sorrise. Flavia non stava davvero flirtando con me, ma provocava per il puro gusto di vedere la benzina prendere fuoco. «Tranquillo, Giò,» aggiunse, passandosi un dito sulle labbra lucide. «Io non rubo uomini alla prima cena.» Fece una pausa chirurgica, lasciando che il silenzio si allargasse. «Di solito aspetto il dolce.»
Tutti risero. Tutti tranne Sofia. Anna non sapeva letteralmente dove guardare. Flavia era esattamente questo: dosata alla perfezione. Presente, sporca, simpatica, ma non ancora usata fino in fondo.
Più tardi, mentre si sparecchiava e si prendevano altre birre dal frigo, Flavia si appoggiò al muretto del patio, affiancando Maria. Ero abbastanza vicino da sentire lo scambio. «Riassunto,» disse Flavia, accendendosi una sigaretta. «Quello sul divano è colpevole, la mora lo copre, la bionda non capisce ma sente, il fidanzato della bionda sembra un vigile urbano col trauma dell’abbandono, e tu sembri troppo felice.» Maria incrociò le braccia, l'aria fiera. «Hai dimenticato Giulio.» Flavia espirò una nuvola di fumo grigio, guardando Giulio che rideva tranquillo con Antonella, stringendo una birra. «No. Lui è il motivo per cui tutto questo è peggio.»
Era una frase fortissima. Flavia era arrivata da due ore e aveva già capito che Giulio era il centro tragico di tutto il nostro schifo, perché era l'unico che si fidava davvero di noi. Maria sorrise, un sorriso vero, quasi affettuoso. «Mi eri mancata.» Flavia le fece l'occhiolino. «Lo so. Senza di me vi rovinate male e senza stile.»
Mezz'ora dopo, l'anarchia iniziale si placò e la villa prese ufficialmente forma sotto la spietata gestione di Maria. I destini vennero sigillati dietro le porte chiuse: Maria e Giulio presero possesso della matrimoniale grande; Anna e Marco vennero confinati nella matrimoniale piccola in fondo al corridoio; Sofia e Ross occuparono la doppia; Ilenia e Antonella l'altra doppia; Viola si rintanò nella dependance.
Io rimasi in piedi al centro dell'open space, fissando il gigantesco divano letto di velluto scuro che troneggiava nel bel mezzo del salotto. Le lenzuola erano già state buttate lì. Realizzai subito la portata della mia condanna, con la lucidità disperata di chi non ha via di scampo. Non avevo una stanza. Avevo una scena del crimine con i cuscini.
Fu in quel momento che Flavia mi passò accanto, trascinando il suo trolley con una camminata che era pura arroganza pelvica. Si fermò a squadrare il mio accampamento, poggiando il peso su un fianco. Indossava un top a rete strettissimo che lasciava ben poco all'immaginazione, esaltando quel suo fisico asciutto, stretto e nervoso. Non era formosa, ma aveva una sensualità tagliente e spigolosa: addome piatto scoperto, braccia fini, e un seno contenuto ma sfacciatamente valorizzato, compatto ed elegante. Sotto i micro-shorts in denim logoro, i fianchi e il fondoschiena erano piccoli ma sodi, coerenti con la sua figura quasi elastica. Flavia emanava un'energia ruvida, notturna, da locale sporco e luci al neon rosse; aveva l'aria inconfondibile di una ragazza fottutamente brava a sembrare cattiva.
«Quindi dormi qui?» mi chiese, passandosi la lingua sulle labbra carnose e lucide di gloss. «Sì,» sospirai, lasciandomi cadere seduto sul materasso. Flavia ridacchiò, un suono basso e roco che le vibrava in gola. «Comodo. Sei esattamente al centro del traffico. Perfetto per un pervertito con ambizioni sociali.» Alzai gli occhi al cielo. «Possiamo smettere con pervertito?» Lei fece spallucce, lo sguardo scuro e allungato dall'eyeliner che mi sfidava dall'alto in basso. «Certo. Dimmi tu il termine tecnico.»
La prima vera cena di gruppo si tenne fuori, sul patio. Il tavolo era lungo, di legno massiccio, illuminato da un reticolo di lucine calde che pendevano dal pergolato e che attiravano sciami di zanzare fameliche. C'erano bottiglie di birra ghiacciate che sudavano sulla tovaglia, bottiglie di vino già stappate, piatti scompagnati zeppi di carne alla brace e un caldo asfissiante che ci restava incollato addosso come una seconda pelle.
La prima cena in villa aveva tutto quello che serve per rovinare definitivamente una vacanza: alcool, fame, sedie troppo vicine e persone che avrebbero dovuto sedersi lontanissime.
In ogni dinamica carica di segreti, l'atmosfera segue sempre un crescendo ben preciso, proprio come una tensione erotica inesplosa: si parte adagio, con preliminari arguti e un'attrazione sottile che serpeggia sotto il tavolo, pronti a farsi sempre più diretti e pericolosi. E noi stavamo caricando le armi fingendo un'allegra normalità estiva.
I posti a tavola erano una trappola mortale nella quale mi ritrovai perfettamente incastrato. Alla mia sinistra c'era Anna, e la sua semplice vicinanza generava una tensione emotiva che mi chiudeva lo stomaco. Alla mia destra sedeva Flavia, un distributore automatico di battute sporche e frecciate continue. Proprio di fronte a me c'era Sofia, con gli occhi neri puntati sui miei a erogare giudizio puro e senza sconti. In diagonale c'era Maria, accanto al suo ignaro Giulio, che mi lanciava occhiate cariche di minaccia. E accanto ad Anna, Marco supervisionava ogni sua mossa, una telecamera di controllo umano.
Ovviamente, Flavia non aveva la minima intenzione di mollare l'osso del Kit Passione Travel. Si appoggiò allo schienale della sedia, giocherellando con il gambo del bicchiere di vino.
«Comunque non mi hai risposto,» esordì, bucando il brusio generale. «A cosa?» feci finta di non capire, tagliando nervosamente un pezzo di salsiccia. «Con chi volevi usare il kit da maniaco sentimentale?» Sofia sbuffò, buttando la forchetta nel piatto. «Flavia.» «Che c’è?» replicò lei, aprendo le braccia con finta innocenza. «È cultura generale.» «Non era mio,» dissi, la voce piatta. Flavia mi fece un sorriso spudorato, mostrando i denti bianchissimi. «Certo. E io sono vergine emotiva.»
Antonella scoppiò a ridere, strozzandosi con un sorso di birra. Anna abbassò immediatamente gli occhi sulle sue mani incrociate in grembo. Marco si irrigidì, stringendo la mascella. Maria sorrise, passandosi languidamente la lingua sul labbro superiore.
Flavia non stava flirtando con me, non le interessavo in quel senso. Mi stava usando per testare i nervi di tutta la tavolata. «Tranquillo, Giò,» aggiunse, la voce vellutata e carica di malizia. «Io non rubo uomini alla prima cena.» Fece una pausa teatrale, perfetta, abbassando le palpebre. «Di solito aspetto il dolce.»
Tutti scoppiarono a ridere. Tutti tranne Sofia, che la fulminò con lo sguardo. Anna non sapeva letteralmente dove guardare, le guance in fiamme. Flavia andava dosata esattamente così: presente, sporca, spudoratamente simpatica, ma pronta a diventare letale.
A fine cena, mentre si iniziava a sparecchiare e a fare la spola con la cucina per recuperare altre birre fredde, Flavia si avvicinò al muretto del patio, affiancando Maria nel buio. Ero a due passi da loro, con in mano una pila di piatti sporchi.
«Riassunto,» disse Flavia a bassa voce, accendendosi una sigaretta e soffiando il fumo verso l'alto. «Quello sul divano è palesemente colpevole, la mora lo copre per chissà quale motivo, la bionda non capisce un cazzo ma sente la puzza di bruciato, il fidanzato della bionda sembra un vigile urbano col trauma dell’abbandono, e tu... tu sembri decisamente troppo felice.» Maria incrociò le braccia sotto il seno, compiacendosi di quell'analisi clinica. «Hai dimenticato Giulio.» Flavia voltò appena la testa. Guardò Giulio che, qualche metro più in là, rideva tranquillo scambiando battute con Ross e Antonella, con una birra in mano e il cuore pulito.
L'espressione di Flavia si fece improvvisamente seria. «No. Lui è il motivo per cui tutto questo è maledettamente peggio.»
Fu una frase fortissima. Flavia non conosceva i fatti, ma aveva già inquadrato il nucleo del nostro marciume: Giulio era il centro tragico di quella vacanza, proprio perché era l'unico a fidarsi ciecamente di tutti noi. Maria sorrise, un sorriso vero e quasi affettuoso. «Mi eri mancata.» Flavia si tolse un frammento di tabacco dal labbro. «Lo so. Senza di me vi rovinate male e senza stile.»
Durante tutta la cena e nel caos del dopocena, Anna era rimasta silenziosa, rannicchiata nella sua sedia, ma non era affatto spenta. Era un radar acceso.
I suoi occhi azzurri si muovevano rapidamente, registrando ogni singolo dettaglio. Aveva guardato me che evitavo accuratamente di incrociare lo sguardo con Maria. Aveva guardato Maria che mi osservava di sottecchi, come se tenesse in mano un guinzaglio invisibile. Aveva guardato Sofia che era intervenuta brutalmente per coprirmi davanti allo sfacelo del kit erotico. Aveva ascoltato Flavia che mi chiamava "colpevole". E aveva sopportato Marco che, per tutto il tempo, aveva cercato di controllarle persino il respiro.
In quel silenzio costretto, Anna mise insieme i pezzi del puzzle. Li incastrò uno per uno, e arrivò alla sua conclusione finale. Nella sua testa, la verità prese una forma cristallina e dolorosissima:
Giovanni ha fatto qualcosa con Maria. Sofia lo sa, e per qualche motivo lo sta coprendo per salvare le apparenze. Giovanni mi ha mentito.
Era una deduzione narrativa perfetta. Drammatica, coerente e letale. Perché era quasi fottutamente vera, ma in modo del tutto sbagliato.
Il dopocena fu un lento e inesorabile smantellamento del gruppo. L'alcool e il caldo avevano fiaccato le resistenze di tutti, trasformando il patio in un cimitero di bottiglie vuote e conversazioni trascinate.
Marco, visibilmente insofferente da ore, si alzò di scatto, facendo strusciare rumorosamente le gambe della sedia sulle piastrelle. Guardò Anna dall'alto in basso, con l'aria di chi si aspetta totale obbedienza. «Andiamo?» le ordinò, secco.
Anna rimase seduta. Si passò l'indice sul bordo del bicchiere vuoto. «Arrivo dopo,» mormorò.
Marco si accigliò, il collo che si gonfiava. «Dopo quando?» «Dopo.»
Lui la guardò male, piantando i pugni sui fianchi. La tensione attorno al tavolo subì un'impennata improvvisa. «Anna.» Il suo nome suonò come un avvertimento. Lei alzò finalmente la testa. I suoi occhi chiari incrociarono quelli scuri e rabbiosi di lui. La sua voce tremò appena, una vibrazione minuscola, ma rimase ostinatamente ferma. «Ho detto arrivo.»
Fu una ribellione microscopica, ma per le dinamiche della loro coppia equivaleva a un colpo di stato. Io la vidi. Sofia, dal lato opposto del tavolo, la vide e assottigliò lo sguardo. E Maria, ovviamente, sorrise nel buio, perché aveva un fiuto infallibile per l'odore del disastro imminente. Marco strinse i denti, le lanciò un'ultima occhiata furiosa e se ne andò verso la camera, i passi pesanti che rimbombavano nel corridoio.
Venti minuti dopo, il salotto era quasi completamente buio. Gli altri si erano dispersi: chi nelle proprie stanze, chi in terrazza a fumare l'ultima sigaretta. Io ero rimasto solo, piegato sul gigantesco divano letto a sistemare le lenzuola su cui avrei dovuto, in teoria, dormire. L'aria era satura dell'odore di salsedine, mischiato a quello del vino e del fumo, e il silenzio era rotto solo dal ronzio insistente delle zanzare contro la porta finestra.
Sentii dei passi leggeri alle mie spalle. Mi voltai. Anna era lì. In teoria era venuta verso la penisola della cucina per "prendere un bicchiere d'acqua", ma il modo in cui teneva le braccia incrociate sul petto e mi guardava diceva chiaramente che stava cercando me.
«Non dormi?» le chiesi, fermandomi con un cuscino a mezz'aria. «Non ancora,» rispose, la voce che era poco più di un sussurro nel salotto in penombra.
Rimase in silenzio per un attimo lunghissimo, gli occhi fissi sui miei. Poi sganciò la bomba, senza alcun preavviso. «Tu menti bene?»
Mi bloccai. I muscoli della schiena si tesero all'istante. «Dipende,» risposi, cauto, misurando le parole. «Da cosa?» «Da quanto mi fa schifo la verità.» Anna fece un mezzo sorriso amaro, privo di qualsiasi traccia di allegria. «Allora oggi ti deve aver fatto molto schifo.»
Lasciai cadere il cuscino sul materasso. Sapevo che stava per succedere. «C’è qualcosa tra te e Maria?» mi chiese. Diretta. Brutale.
Impallidii di colpo. Fu una reazione fisica, involontaria, impossibile da mascherare. Il sangue mi defluì dal viso, e Anna se ne accorse prima ancora che io potessi aprire bocca per inventare una scusa.
«Visto?» mormorò lei, quasi con rassegnazione. «Anna…» «No,» mi interruppe, facendo un passo verso di me. «Non dirmi che è complicato. Non usare quella parola con me.» «Non so cosa pensi di aver visto stasera,» provai a difendermi, la voce roca per l'ansia. «Non ho visto tutto,» ribatté lei, implacabile. «Ma ho visto abbastanza.» «Abbastanza per cosa?» «Per capire che Sofia ti copre,» scandì bene, i suoi occhi azzurri che mi trapassavano l'anima. «E che Maria ride perché sa perfettamente perché.»
Fu un colpo da maestra. Anna aveva sbagliato clamorosamente bersaglio su Sofia, ma aveva centrato in pieno me. E io non avevo nessuna fottuta via di fuga. Non potevo negare bene, perché metà di quello che aveva detto era la schifosa realtà.
«Io non sono scema perché sto zitta, Giò,» aggiunse, la voce carica di un dolore sordo che mi fece a pezzi. «Sofia non c'entra,» provai a minimizzare, un tentativo disperato di sviare il discorso. «Appunto!» sbottò Anna, alzando appena il volume, per poi abbassarlo subito per paura di essere sentita. «È questo che mi fa schifo. C’entra abbastanza da proteggerti pubblicamente, ma non abbastanza da essere il vero problema.»
Era ferita. Ferita a morte non per gelosia, ma perché io mi ero presentato a lei, fin dal treno, come la sua unica alternativa pulita. «Sul treno mi hai detto che Marco mi ama male,» mi accusò, accorciando ancora la distanza. «Lo penso ancora,» risposi, ostinato. «E tu invece cosa fai?» «Io non ti controllo, Anna.» «No,» sibilò lei, scuotendo la testa. «Tu fai peggio. Tu mi fai credere di potermi fidare.»
Boom. Quella frase mi colpì con la violenza di un pugno nello stomaco. Perché era vera. Era spietatamente vera.
«Io con te volevo essere diverso,» confessai, la voce che mi tremava per la frustrazione. «Lo giuro.» «Volevi,» sentenziò lei. «Non sei.»
Il silenzio calò di nuovo tra noi, rotto solo dai rumori lontani e dal nostro respiro affannoso. Il divano letto, mezzo aperto, sembrava un palcoscenico pronto per una tragedia.
«Oggi mi sono sentita bene,» mormorò Anna, la voce che si incrinava, perdendo la rabbia per lasciare spazio a una vulnerabilità assoluta. «Al mare. Nel negozio. Quando mi hai detto che sembravo libera.» «Lo eri.» «E allora perché ora sembra tutto sporco?»
Quella domanda fu il cuore emotivo di tutto. Il punto di non ritorno. La discussione si fece improvvisamente fisica. La distanza tra noi si era ridotta a pochi centimetri. Anna era incazzata nera, tradita, confusa... ma non se ne andava. Restava lì, nel mio spazio vitale, il suo profumo di mare e crema solare che mi mandava in corto circuito il cervello. E io ero a pezzi, ferito dalla sua delusione, ma attratto da lei in un modo feroce e incontrollabile.
«Quando mi guardavi oggi, era vero?» mi chiese, alzando il viso verso il mio. «Sì,» risposi, senza un'ombra di esitazione. «E quando guardavi Maria?» Silenzio. Non potevo rispondere a questo. Non potevo spiegarle l'abisso. «Vedi?» sussurrò Anna, ferita. «Non sai neanche mentire nel momento giusto.» «Non voglio mentirti, Anna.» «Troppo tardi.»
La guardai. Guardai i suoi occhi lucidi, la linea del suo collo, le labbra dischiuse e tremanti. Il desiderio mi travolse, cancellando ogni residuo di lucidità, ogni finta eleganza, ogni senso di colpa per Marco o per Sofia.
«Io ti voglio, Anna,» dissi. La voce mi uscì roca, brutale, raschiata. Una confessione strappata a morsi, senza filtri. Vera.
Anna si irrigidì. Il suo respiro si bloccò per una frazione di secondo. «Non dirlo come se fosse una scusa,» mormorò. «Non lo è.» Lei mi fissò. C'era un uragano dietro i suoi occhi. La voglia di scappare e quella di distruggersi. «Allora dimostrami che almeno questo non è una bugia.»
Fu lei a baciarmi. Non fui io a manipolarla. Lei scelse. Scelse mentre era confusa, ferita e disperata, ma scelse lei. Le sue labbra si schiantarono contro le mie, calde, morbide e affamate. L'impatto mi fece barcollare all'indietro finché il retro delle mie ginocchia non urtò il bordo del divano letto. Crollammo insieme sul materasso sfatto.
L'atmosfera si fece immediatamente incandescente, densa, sbagliatissima. Eravamo nel centro esatto della villa, al buio, con il rischio imminente che qualcuno uscisse da una stanza e ci sorprendesse, ma non ci importava più nulla. Il bacio smise di essere una sfida e divenne disperazione pura. Anna si lasciò andare, perdendo quella passività cronica che la caratterizzava con Marco. Fu lei a cercare la mia lingua, fu lei a stringere le mani nel tessuto della mia maglietta, tirandomi addosso a sé.
Ero brusco, accecato dall'emozione e da un'eccitazione che mi faceva tremare le mani. Non c'era niente di romantico o patinato; era un disastro carnale. Le mie mani scivolarono sotto il bordo della sua canottiera chiara, trovando la pelle bollente della sua schiena, per poi risalire con prepotenza. Le afferrai i seni attraverso il pizzo sottile del reggiseno, stringendoli, massaggiandoli con una foga che le strappò un gemito soffocato direttamente nella mia bocca.
Lei inarcò la schiena, premendo il suo bacino contro il mio. Sentii il calore del suo corpo e la morbidezza delle sue cosce intrecciarsi alle mie. La durezza estrema della mia erezione premeva esattamente contro il suo centro, separati solo da strati inutili di tessuto. Iniziai a muovere i fianchi, strusciandomi contro di lei in un ritmo sordo, cieco, cercando quell'attrito umido e disperato che mi stava facendo perdere il lume della ragione. Anna assecondò il movimento, ansimando forte, le unghie piantate nelle mie spalle.
Scesi con la bocca lungo la linea della sua mascella. Iniziai a baciarle e morderle il collo con avidità, letteralmente mangiandole la pelle salata, sentendo il suo polso battere all'impazzata sotto le mie labbra.
«Non guardarmi come se mi stessi salvando,» ansimò lei, la voce rotta dal piacere e dal panico, stringendomi i capelli. «Non lo sto facendo,» ringhiai contro la sua clavicola, scendendo con una mano a slacciarle i pantaloncini, impaziente di toccarla davvero. «Allora guardami come se mi volessi,» sussurrò lei, disperata.
Era il punto di massima rottura. Il momento in cui il desiderio scavalca la ragione e non si può più tornare indietro. Stavamo per consumarlo lì, sul divano, rischiando di far saltare in aria le vite di cinque persone. Sentii l'elastico dei suoi slip cedere sotto le mie dita, sentii il calore umido della sua intimità a un millimetro dal mio tocco. Ero a un respiro dal prenderla, dal violare ogni regola rimasta.
Poi, l'abisso la inghiottì. Il panico prese il sopravvento. La realtà di quello che stava facendo, di chi stava diventando, le piombò addosso come un macigno.
«No.» Fu una parola strozzata, terrorizzata. Mi fermai all'istante, come se mi avessero sparato. I miei muscoli si congelarono. Anna mi spinse via, allontanandosi bruscamente. Si tirò su a sedere, sistemandosi i vestiti con mani tremanti, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente, respirando male, gli occhi spalancati nel buio.
Rimasi immobile, il fiato corto e l'eccitazione che pulsava dolorosamente nelle vene. «Mi sono fermato,» dissi, la voce roca. «Ma volevi,» mi accusò, stringendosi le braccia attorno allo stomaco. «Anche tu.» «Non usarlo contro di me,» sibilò, la voce rotta dalle lacrime. Sapeva di averlo voluto, lo sentiva ancora sulla pelle, ma non riusciva a sopportarne il peso. E così, per sopravvivere, trasformò il suo stesso desiderio in un'accusa contro di me.
Si alzò in piedi, guardandomi dall'alto verso il basso con un'espressione che mi svuotò del tutto. «Tu fai così, vero?» «Così come?» le chiesi, sentendomi già morto. «Fai sentire le persone viste. Le fai sentire speciali,» sussurrò, con le lacrime agli occhi. «Poi le sporchi.»
Boom. Il colpo di grazia. Stava parlando di sé. Stava parlando di Maria, di Sofia, di tutto lo schifo che credeva di aver capito durante la cena. E io non sapevo, non potevo difendermi, perché in fondo aveva appena riassunto la mia intera esistenza.
«Io non volevo diventare una cosa tua,» aggiunse Anna, la voce fragile ma spietata. «Non lo sei.» «No,» concluse lei, amara. «Sono solo quasi diventata una delle tante cose che nascondi.»
Si voltò e se ne andò. Camminò rapida lungo il corridoio, verso la camera di Marco. E non lo fece perché amava Marco, o perché voleva tornare sotto il suo controllo. Lo fece perché era terrorizzata da se stessa, da quello che aveva provato su quel divano, e Marco era l'unica gabbia conosciuta in cui potersi nascondere dal mondo.
Rimasi sul divano con il corpo ancora convinto di essere nel mezzo di una storia erotica, e la coscienza già convocata in tribunale.
Che, tecnicamente, era la condizione media di ogni mio singolo giorno di quella vacanza. Avevo appena rischiato di tradire il fidanzato tossico di Anna, di rovinare definitivamente Anna, di farmi odiare a morte da Anna, e di svegliare mezza villa con i gemiti e il cigolio delle molle. E la cosa veramente drammatica, quella che mi faceva venire voglia di spaccarmi una bottiglia di birra in testa, era che la serata non era nemmeno fottutamente finita.
Ero devastato, frustrato fino alle ossa, con un'erezione dolorosa e il cuore a pezzi. Ero stato guardato dalla ragazza che mi piaceva non come un rifugio, ma come un pericolo. Come una malattia contagiosa.
Nel buio del salotto, mentre il profumo di Anna svaniva lentamente, la mia mente andò in un'unica, inesorabile direzione. Pensai a Sofia. Non ci pensai perché avevo bisogno di un mero sfogo fisico. Ci pensai perché, in quel momento di totale miseria morale, realizzai l'unica, vera certezza della mia vita: Sofia era l'unico fottuto posto al mondo dove non dovevo mai sforzarmi di fingere di essere buono.
Attraversai il corridoio immerso nella penombra con il passo pesante di chi sta andando al patibolo. Mi fermai davanti alla porta della camera doppia. Bussai piano, due tocchi leggeri sul legno.
Sofia aprì quasi subito. Non dormiva affatto. Era in canottiera e slip, i capelli scuri sciolti sulle spalle. Mi inquadrò in una frazione di secondo. «Che vuoi?» sussurrò. Io non risposi. Avevo la gola secca e il respiro ancora corto. Lei mi guardò meglio. Squadrò la mia postura, i miei occhi, la mia espressione devastata. Capì tutto all'istante. «Ah.» «Che significa ah?» chiesi, la voce roca. Sofia fece un mezzo sorriso cinico, spietato. «Significa che la santa ti ha rimandato all’inferno.»
Era la sintesi perfetta. «Non è successo niente,» provai a difendermi. «Con te non succede mai niente, Giò,» ribatté lei, incrociando le braccia sotto il seno. «È incredibile quanto cazzo di casino faccia il niente nella tua vita.»
Dal buio della stanza, oltre la spalla di Sofia, si sentì il fruscio delle lenzuola. Una voce assonnata e impastata ruppe il silenzio. «Sof…?» mormorò Ross, muovendosi nel letto. Sofia non si voltò. Continuò a fissarmi con un'intensità che bruciava. I suoi occhi neri erano due pozzi di rabbia, possesso e disperazione. Poi, con un filo di voce, disse: «Non posso aspettare...»
Mi afferrò per il colletto della maglietta e mi tirò dentro la stanza, chiudendo la porta alle mie spalle con un click quasi impercettibile. Non mi portò fuori, nel corridoio o in salotto. Mi spinse nell'angolo più buio della camera, esattamente tra l'armadio e il muro, a tre metri dal letto dove Ross stava cercando di riaddormentarsi.
L'oscurità era rotta solo dalla luce lunare che filtrava dalle tapparelle. Sofia mi schiacciò contro il muro, ma non mi baciò. Mi guardò dal basso verso l'alto, pronta a massacrarmi. «Ti ha fermato?» mi sussurrò contro le labbra. «Sof…» «Rispondi,» sibilò, piantandomi le unghie nel petto. «Sì.»
Sofia rise piano. Fu una risata brutta, amara, priva di qualsiasi gioia. «E tu sei venuto da me.» Il silenzio tra noi divenne assordante, coperto solo dal respiro regolare di Ross alle nostre spalle. «Che romantico,» continuò Sofia, la voce carica di veleno. «Sono il pronto soccorso della tua coscienza.» «Non sei questo,» mormorai, sentendomi la peggiore creatura sulla faccia della terra. «No? Allora dimmi cosa sono.»
Non risposi. Perché non avevo una risposta abbastanza bella o abbastanza pulita da darle. Vidi quell'esitazione colpirla dritta in faccia. Le fece male. Lo lessi nella rigidità della sua mascella. Eppure, in un cortocircuito di tossicità assoluta, mi voleva lo stesso. Si alzò in punta di piedi, il viso a un millimetro dal mio. «Con lei ti fermi quando ha paura,» sussurrò, ogni parola una lama. «Con me vieni quando hai paura tu.»
Fu la scintilla che fece saltare in aria tutto. La tensione repressa non seguì le regole di un normale crescendo erotico, non partì adagio per farsi man mano più diretta; fu un'esplosione brutale, immediata e silenziosa.
Ci spogliammo con una foga disperata, i vestiti che scivolavano sul pavimento senza fare rumore. Le afferrai i fianchi, ribaltando le posizioni e schiacciandola con la schiena contro l'anta dell'armadio. Volevo cancellare la sensazione di Anna dalla mia pelle, e per farlo, in un gesto egoista e malato, ricreai esattamente la stessa posizione che stavo sfruttando sul divano pochi minuti prima. Le sollevai una gamba, agganciandola al mio fianco. Sofia era già bagnatissima, pronta, febbricitante.
Entrai in lei con una spinta unica, decisa. Sofia spalancò la bocca in un gemito muto, gettando la testa all'indietro contro il legno. La sua figa mi strinse come una morsa, bollente, stretta e accogliente. Iniziammo a muoverci al buio. Erano movimenti controllati, calibrati millimetricamente per non fare rumore e non svegliare Ross, ma carichi di una violenza emotiva spaventosa.
L'attrito era perfetto, denso di rabbia e sudore. Le mie mani salirono sul suo petto, stringendo i suoi seni pesanti, impastando la carne nuda mentre la penetravo sempre più a fondo. Lei si aggrappò alle mie spalle, mordendosi il dorso della mano per soffocare i suoni del suo stesso piacere. Le baciai il collo, passandole la lingua sulla pelle salata, spingendo dentro di lei con colpi sordi e ritmici.
Fu in quel momento, mentre aprivo gli occhi nel buio della stanza, che la vidi. Ross non stava dormendo. Era girata verso di noi. La luce fioca della luna illuminava il suo viso: aveva le guance arrossate, il respiro corto, gli occhi spalancati e lucidi di eccitazione mentre sbirciava la scena nel buio. Incontrai il suo sguardo per una frazione di secondo. Ross non distolse gli occhi. Fece finta di niente, immobile, assorbendo ogni nostro movimento, ogni nostro respiro spezzato.
Il senso di perversione e di rischio mi diede il colpo di grazia. Affondai il viso nella spalla di Sofia, accelerando il ritmo in modo disperato. Non stavamo facendo l'amore per piacere; lo stavamo facendo per non pensare, per distruggerci a vicenda. Il climax ci investì insieme. Un orgasmo intenso, silenziosissimo, feroce. Sofia tremò contro di me, i suoi muscoli interni che mi strizzavano a ondate, mentre io mi svuotavo dentro di lei serrando gli occhi.
Quando finì, l'aria nella stanza era pesante, satura del nostro odore. Mi staccai lentamente. Guardai Sofia. Non sembrava affatto vittoriosa. Sembrava peggio. Aveva l'espressione vuota di chi ha appena ottenuto esattamente ciò che voleva, scoprendo però che non valeva abbastanza. Aveva ottenuto il mio corpo, il mio sudore, il mio sesso. Ma sapeva benissimo di non aver ottenuto me.
In fondo al corridoio, Anna rientrò nella matrimoniale piccola. Chiuse la porta piano. Marco era sveglio, seduto sul bordo del letto, visibilmente irritato.
«Dove sei stata?» le chiese, il tono inquisitorio. «A prendere acqua,» rispose Anna, senza guardarlo in faccia. «Ci hai messo tanto.» Lei non rispose. Posò il bicchiere sul comodino e si infilò sotto le lenzuola, dando le spalle al centro della stanza. Marco sbuffò, poi si sdraiò accanto a lei. Provò ad avvicinarsi. Allungò un braccio nel buio e le mise una mano sul fianco, stringendo la carne con quella sua solita, insopportabile possessività.
Anna si irrigidì all'istante. Tutti i muscoli del suo corpo si tesero come corde di violino. E non lo fece perché stava pensando a Sofia. Lo fece perché stava pensando a me. Stava pensando al divano, al sapore della mia bocca, a come si era quasi concessa, a come mi aveva desiderato per poi accusarmi per pura paura.
Marco, che nonostante tutto conosceva le sue reazioni, notò subito che lei era diversa. La sua rigidità non era quella di sempre. «Che hai?» domandò, ritirando la mano a metà. «Niente.» «Non sembra niente,» insistette lui, la voce che si faceva più dura.
Anna fissò il muro davanti a sé. Strinse i pugni sotto le coperte e, per la prima volta nella sua vita, fece una cosa enorme. «Non mi va,» mormorò. Marco si bloccò. «Non ti va cosa?» «Non mi va,» ripeté Anna. Più ferma. Inequivocabile.
Fu una bomba silenziosa. Senza urla, senza scenate. Anna aveva appena cominciato a rifiutare Marco. Lui non esplose, non ancora. Ma il suo ego fu ferito a morte. Si irrigidì, diventando freddo come il marmo. «Ah. Adesso non ti va,» sibilò, voltandosi dall'altra parte del letto, dandole violentemente le spalle.
Anna rimase lì, rannicchiata di lato, con gli occhi sbarrati nel buio. E pensò a me. Ma non mi pensò come al cavaliere dall'armatura scintillante che l'avrebbe salvata. Mi pensò come a un rischio. Il rischio più grande e pericoloso che avesse mai corso.
Anna, in fondo al corridoio, rimase sveglia accanto a Marco senza lasciarsi toccare.
Sofia tornò nel letto accanto a Ross con il silenzio vuoto di chi aveva appena vinto una cosa brutta.
Io rientrai sul divano cercando di non fare rumore, come se il rumore fosse il problema principale delle nostre vite.
Da qualche parte, nella matrimoniale grande. E nella doppia accanto, Flavia, con gli occhi aperti e un sorriso cinico sulle labbra, aveva già capito che quella villa era malata terminale.
La verità era che quella notte nessuno aveva scopato con la persona giusta. E qualcuno, finalmente, aveva cominciato a capirlo.
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