Il salotto della villa era piombato in un silenzio così denso e pesante che si poteva sentire chiaramente il ronzio del frigorifero in cucina. Eravamo tutti immobili, congelati in un fermo immagine grottesco.
Flavia teneva in mano la scatola di preservativi, il tubetto di lubrificante e il Kit Passione Travel con tanto di benda, manette morbide e dado ridicolo.
Mentre soppesava quella roba come se fosse un reperto scientifico appena rinvenuto sulla scena di un delitto, la inquadrai davvero per la prima volta. Flavia aveva un fascino molto minuto, nervoso, quasi felino. Il suo fisico era asciutto, stretto, con spalle sottili e braccia fini, una struttura complessivamente leggera ma fottutamente letale. Non dava minimamente l’idea di una ragazza formosa o morbida; era una presenza magra, compatta, spigolosa nel modo giusto, portatrice di una sensualità più tagliente che abbondante. La sua forza stava proprio lì: sembrava piccola, quasi fragile, ma nella posa e nello sguardo c’era un’aria sicura, provocatoria, l'atteggiamento spudorato di chi sa perfettamente che fottuto effetto fa sugli uomini.
Il viso era incredibilmente espressivo: occhi scuri e allungati, sopracciglia marcate, eyeliner netto e labbra piene, carnose e lucidissime che risaltavano in un'espressione sempre un po’ altezzosa, come se ti guardasse dall'alto al basso anche mentre si faceva un selfie. I capelli scuri, mossi e voluminosi, le davano un’aria selvaggia e disordinata. Indossava un top strettissimo che non faceva sconti a un addome piatto e a una vita sottile. Il seno era contenuto, proporzionato al fisico, ma prepotentemente valorizzato dalla scollatura senza risultare pesante: un dettaglio elegante, giovanile, compatto e sfacciato. Sotto i micro-shorts di jeans, i fianchi e il fondoschiena sembravano piccoli ma scultorei, coerenti con la sua figura quasi elastica. La sua era una sensualità da ragazza ruvida, notturna, un po’ strafottente. Trasudava l'atmosfera di locali sporchi di scritte, luci rosse e pose davanti allo specchio. Non aveva nulla del fascino dolce e rassicurante di Anna: Flavia aveva l'aria inconfondibile di chi è dannatamente brava a sembrare cattiva.
Spostò i suoi occhi da gatta direttamente su di me, bucandomi il cranio. «Quindi sei tu il pervertito?» Deglutii a fatica. «Io sarei quello che dorme sul divano.» «Non ti ho chiesto la residenza penale,» ribatté lei, senza battere ciglio.
Poi alzò il kit alla luce del tramonto che filtrava dalle vetrate. «E con chi pensavi di usare questa roba?» domandò, scandendo bene le parole, la voce che rimbombava nel silenzio. «La santa, la vipera o il condominio intero?»
La reazione a catena fu devastante. Anna arrossì fino alla radice dei capelli, abbassando gli occhi. Marco le lanciò un'occhiata carica di controllo e puro veleno. Sofia si irrigidì, trasformandosi in una statua di marmo. Maria, appoggiata allo stipite della porta, sorrise. Io, semplicemente, morii.
Sofia intervenne, facendo un passo avanti. La sua voce era piatta e fredda come l'azoto liquido. «È mio.» Flavia abbassò la scatola e la squadrò. Le spuntò un sorrisetto obliquo, un misto di rispetto e puro sadismo. «Amore, non ho detto che non fosse tuo,» replicò Flavia. «Ho chiesto con chi pensava di usarlo lui.»
Era una battuta perfetta. Flavia aveva capito in un nanosecondo che Sofia si era appena immolata per coprirmi, ma non sapeva ancora cosa diavolo ci fosse davvero sotto. E adorava l'idea di scoprirlo.
Flavia, intanto, decise di presentarsi ufficialmente come bomba verbale. Iniziò a girare intorno al gruppo, leggendoci uno a uno con una crudeltà affascinante. Si fermò davanti a me. «Tu,» sentenziò, puntandomi un'unghia laccata contro il petto, «hai proprio la faccia di uno che chiede scusa dopo aver fatto di peggio.» Si spostò su Sofia, inclinando la testa. «Tu invece hai la faccia di una che dice ‘non mi importa’ e poi incendia i documenti.» Poi si piazzò davanti ad Anna. «E tu sei quella buona, vero?» Anna si imbarazzò, stringendosi nelle spalle, cercando di sparire. Flavia aggiunse, implacabile e quasi profetica: «Attenzione. Le buone, quando si rompono, fanno più casino delle troie.» Infine, il suo sguardo scuro incrociò quello di Ilenia. «Tu giudichi tutti in silenzio?» Ilenia incrociò le braccia sul petto. «Non sempre in silenzio.» Flavia batté le mani. «Perfetto. Tu e io ci sediamo vicine.»
Approfittando della confusione generale, Marco decise di marcare il territorio. Si attaccò ad Anna, abbassando la voce in un ringhio soffocato. «Perché quella roba era nella vostra busta?» sibilò. «Non lo so,» rispose lei, la voce tesa. «Non lo sai?» «No, Marco. Non controllo ogni cosa che comprano gli altri.» «Prima il mare, poi i costumi, poi questa roba…» incalzò lui, il collo rosso di rabbia repressa. «Questa roba non è mia,» si difese Anna. «Ma eri con loro.»
Anna lo guardò. Per la prima volta da quando la conoscevo, non si rimpicciolì. Si raddrizzò leggermente, sostenendo il suo sguardo accusatorio. «E quindi?» Quel "e quindi?" era piccolo, fatto di due sole sillabe, ma in quella stanza pesò come un macigno.
Lo sentii e provai una fitta d'orgoglio per lei, un calore che mi si espanse nel petto. Sorrisi appena. Sofia, che non si perdeva nulla e aveva un sesto senso per le mie emozioni, mi si avvicinò. Il suo profumo mi invase le narici un attimo prima che le sue labbra mi sfiorassero l'orecchio. «Non sorridere troppo,» mi sussurrò, con una freddezza spietata. «Non l’hai salvata tu.» Incassai il colpo basso. Era giustissimo. Ed era devastante.
Mezz'ora dopo, la villa prese finalmente forma definitiva. Maria e Giulio nella matrimoniale grande. Anna e Marco nella matrimoniale piccola in fondo al corridoio. Sofia e Ross nella doppia. Ilenia e Antonella nell'altra doppia. Viola nella dependance sul patio.
Io mi ritrovai a fissare il gigantesco divano letto di velluto piazzato in mezzo al salotto, il centro nevralgico della casa. Le lenzuola erano già state tirate. Realizzai subito la mia condanna. Non avevo una stanza. Avevo una scena del crimine con i cuscini.
Flavia mi passò accanto, trascinando il suo trolley verso la doppia. Si fermò a guardare l'accampamento. «Quindi dormi qui?» «Sì.» Lei ridacchiò, un suono roco e malizioso. «Comodo. Sei al centro del traffico. Perfetto per un pervertito con ambizioni sociali.» Sospirai, passandomi una mano tra i capelli. «Possiamo smettere con questo termine, pervertito?» Flavia fece spallucce, regalandomi un sorriso carico di promesse oscene. «Certo. Dimmi tu il termine tecnico e io mi adeguo.»
La prima vera cena di gruppo si tenne sul patio esterno. Aveva tutto, ma proprio tutto quello che serve per rovinare definitivamente una vacanza: un tavolo lungo, alcool in abbondanza, fame, lucine calde che attiravano zanzare, sedie decisamente troppo vicine e persone che avrebbero dovuto sedersi a chilometri di distanza l'una dall'altra. Il caldo della giornata ci era rimasto incollato addosso, denso e appiccicoso.
L'aria attorno al tavolo seguiva la regola non scritta di ogni dinamica erotica o di potere: un crescendo inesorabile che parte adagio, con preliminari arguti e un'attrazione sottile, pronto a esplodere in approcci diretti e disastrosi. E tutti, attorno a quel tavolo, fingevano una disinvolta normalità mentre caricavano i fucili.
Ero incastrato in una morsa perfetta, studiata ad arte. Alla mia sinistra c'era Anna. Sentivo il calore del suo braccio, la sua tensione emotiva che vibrava a ogni respiro. Alla mia destra c'era Flavia, una mitragliatrice di battute sporche e allusioni continue. Proprio di fronte a me sedeva Sofia, che masticava la carne fissandomi con occhi carichi di giudizio universale. In diagonale c'era Maria, accanto a un Giulio sereno; lei mi puntava addosso sguardi che erano pura minaccia velata. E accanto ad Anna, Marco controllava ogni sua singola mossa.
Flavia, ovviamente, non aveva alcuna intenzione di mollare l'osso del kit. «Comunque non mi hai risposto,» esordì, puntandomi la forchetta contro. «A cosa?» feci finta di non capire. «Con chi volevi usare il kit da maniaco sentimentale?» Sofia sbuffò, posando il bicchiere con un tonfo secco. «Flavia.» «Che c’è?» replicò lei, candida. «È cultura generale.» «Non era mio,» dissi, cercando di mantenere un tono fermo. Flavia mi fece un sorriso al neon. «Certo. E io sono vergine emotiva.»
Antonella scoppiò a ridere. Anna abbassò gli occhi sul piatto. Marco si irrigidì. Maria sorrise. Flavia non stava davvero flirtando con me, ma provocava per il puro gusto di vedere la benzina prendere fuoco. «Tranquillo, Giò,» aggiunse, passandosi un dito sulle labbra lucide. «Io non rubo uomini alla prima cena.» Fece una pausa chirurgica, lasciando che il silenzio si allargasse. «Di solito aspetto il dolce.»
Tutti risero. Tutti tranne Sofia. Anna non sapeva letteralmente dove guardare. Flavia era esattamente questo: dosata alla perfezione. Presente, sporca, simpatica, ma non ancora usata fino in fondo.
Più tardi, mentre si sparecchiava e si prendevano altre birre dal frigo, Flavia si appoggiò al muretto del patio, affiancando Maria. Ero abbastanza vicino da sentire lo scambio. «Riassunto,» disse Flavia, accendendosi una sigaretta. «Quello sul divano è colpevole, la mora lo copre, la bionda non capisce ma sente, il fidanzato della bionda sembra un vigile urbano col trauma dell’abbandono, e tu sembri troppo felice.» Maria incrociò le braccia, l'aria fiera. «Hai dimenticato Giulio.» Flavia espirò una nuvola di fumo grigio, guardando Giulio che rideva tranquillo con Antonella, stringendo una birra. «No. Lui è il motivo per cui tutto questo è peggio.»
Era una frase fortissima. Flavia era arrivata da due ore e aveva già capito che Giulio era il centro tragico di tutto il nostro schifo, perché era l'unico che si fidava davvero di noi. Maria sorrise, un sorriso vero, quasi affettuoso. «Mi eri mancata.» Flavia le fece l'occhiolino. «Lo so. Senza di me vi rovinate male e senza stile.»
