L'orale per l'esame di maturità

Capitolo 3 - La madre di Iris strepita sulle scale

La mia idea che Ilaria voglia solo provocarmi scompare quando, dopo che mi sono scopato di nuovo Iris, si mette a minacciarmi nella tromba delle scale che dovrò far godere anche lei come faccio con la figlia.

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Martedì, 28 maggio

 

Mi siedo sul bordo del letto e Iris si inginocchia tra le mie gambe. Prende con una mano il mio cazzo in erezione, gonfio fino a diventare duro come metallo per il cunnilingus che le ho appena fatto e le ha provocato un orgasmo. Ho ancora l’umido della sua fica sulla faccia.

La ragazza abbassa la testa e inizia a passare la punta della lingua sulla corona, ogni centimetro che percorre è una stilettata di piacere che sfreccia nel mio uccello e mi scuote il corpo. Il fiato mi entra nei polmoni a colpi, gli spasmi dei muscoli accompagnano i brividi di piacere che Iris mi dona. Ormai è diventata fantastica con la bocca.

Dopotutto, deve restituirmi il favore per quanto le ho appena fatto io tra le sue cosce, e so che cercherà di fare del suo meglio.

Le accarezzo i lunghi capelli biondi. «Brava ragazza…»

Tra le mie gambe, lei mi sorride con gli occhi che brillano. Adesso si metterà d’impegno a farmi vivere lunghi minuti di piacere con la lingua e le dita, fino a quando non si metterà il cazzo in bocca e mi farà venire nella sua gola.

Ma oggi non ho voglia di qualcosa di così tranquillo: appoggio le mani sulla sua testa e la spingo verso il mio inguine.

Prova a fare resistenza. «Aspetta, Wil—» La cappella le scivola tra le labbra, l’asta in erezione le corre dietro. Sorrido al pensiero che ho appena chiuso la bocca ad una donna con il mio cazzo. Letteralmente.

Glielo metto in bocca fino a lasciarne fuori un paio di dita e inizio a muovere avanti e indietro il bacino. Il glande scorre compresso tra la lingua e il palato, calo fino alle tonsille e ritraggo. La bocca della troietta si riempie di saliva, un po’ cola fuori dalle labbra e mi bagna le palle.

Prendo velocità e ritmo. Dalle fauci della ragazza si alza un gluc-gluc-gluc viscido. Gli occhi castani di lei mi fissano da sotto le sopracciglia, ha le mani appoggiate alle mie cosce per lasciarle aperte.

Le sorrido. «Così… sì, Iris!» Un fremito comincia a formarsi sulla mia cappella. Emetto un gemito. «Adoro fotterti la bocca, troia!»

La schiena mi si contrae, la pressione della sborra che scorre nell’uretra lascia una sensazione di puro piacere, nella bocca di Iris esplode tutta l’eccitazione che il suo corpo meraviglioso mi ha causato.

Iris spinge la testa indietro, le mie mani hanno perso ogni forza e non ha problemi a sfuggirmi. Un paio di schizzi di seme le finiscono sulla faccia. Lei si mette una mano sulle labbra e tossisce. Ansima un paio di volte a bocca spalancata, le cola sputo e sborra dalle labbra come una cascata sulle tette. «Scusa, William: mi stavo strozzando con la saliva.»

Che sciocca, se deve strozzarsi durante un pompino un po’ agitato… mi sdraio sul letto e allungo una mano verso la scatola di kleenex sempre presente sul comodino della ragazza. Ne strappo un paio di fogli e glieli porgo. «Ecco, pulisciti il viso.»

«Grazie.» Lei li prende e li appoggia sui miei addominali. «Prima, però…» Si alza in piedi e cammina fino alla scrivania. Le sue chiappe si muovono, sembrano due indici che mi chiedono di seguirle.

Il pensiero di quando la inculo mi allarga il sorriso.

Iris si volta con in mano il suo smartphone della Sony, si inginocchia di nuovo tra le mie gambe, afferra il cazzo, avvicina la cappella alla bocca e appoggia la punta della lingua al meato. Un brivido di piacere mi fa ansimare e stringere il buco del culo. Solleva il telefono e il suono dello scatto di una foto rimbomba tra le mura della camera.

La ragazza si metta il glande tra le labbra e me lo succhia, una tempesta di piacere mi fa rabbrividire la schiena. Gira lo smartphone: sullo schermo compare lei sorridente che mi lecca la punta della cappella; gli schizzi di sborra sulle guance stanno iniziando a colare.

«Bella foto.» Mi metto seduto. «Per uso privato o…»

Iris spegne il telefono, lo appoggia sul letto accanto al vibratore rosso comprato in Giappone e si pulisce il viso con i kleenex. Un sorriso malizioso compare sulle sue labbra. «Magari lo mando a qualche mio contatto.» Mi fa l’occhiolino. «E a volte sono loro a mandarmi le foto dei cazzi che si scopano.»

Starà scherzando? Beh, se lo manda alla sua amica Martina e quella vuole farsi un giro tra le mie cosce non sarò di certo io a scoraggiarla.

Batto la mano sul letto accanto a me. «Vieni qui, che ci facciamo un momento le coccole.»

Iris accartoccia i due strappi di carta e li getta nel cestino della spazzatura di plastica rosso accanto alla scrivania. Si inginocchia sul bordo del letto e si stende al mio fianco. Il suo grosso seno si appoggia al mio petto. Mi bacia il collo e accarezza il cazzo bagnato che è, ormai, a metà della sua lunghezza massima.

Le accarezzo i capelli. «Allora, Iris, ti senti pronta per gli esami.»

Lei mi abbraccia, le tette ben premute contro i miei pettorali. «Ormai posso dire che il giapponese e l’inglese sono quasi le mie lingue madri. Lingue zie, diciamo.» Si solleva sui gomiti e mi guarda. La sua voce è preoccupata. «Tu, invece…»

È da ottobre che mi sveglio di notte con gli incubi per gli esami di maturità. «Non mi preoccupo.» Sollevo le spalle. «La settimana scorsa abbiamo provato a rifare l’esame di italiano dell’anno scorso e mi è andato benissimo. Per matematica, invece, ho…»

Lei scuote la testa. «No, intendevo per mia madre come presidente di commissione.»

Faccio un sorrisetto. Ilaria mi diceva che era contenta che sua figlia fosse felice con me, quindi potrebbe essere un po’ più larga di maniche con le mie valutazioni. «Non mi preoccupo.»

Lei sospira. «Non hai idea di quanto sia esigente, soprattutto durante gli orali… Non puoi immaginare quanto sia facile alla bocciatura per ogni sciocchezza.» Fa una smorfia. «Molti suoi studenti si sono lamentati anche con gli altri professori del resto della commissione e… beh, ne so qualcosa, è pur sempre mia mamma…» Si alza in piedi. «Sarà meglio se mi vado a fare una doccia…»

Mi metto seduto sul bordo del letto. «E sarà meglio che vada anch’io a casa. Mia madre pensa che sono tutti i giorni a fare palestra.» Mi alzo e mi avvicino alla mia amante, le prendo le mani tra le mie. «E poi di cosa dovrei preoccuparmi: lo sai che nell’orale sono fantastico.»

Iris sorride e mi bacia sulle labbra. «Con me passi sempre l’esame.»

Bacio sulla bocca Iris, nascosta nuda dietro il battente della porta. «Ci vediamo tra un paio di giorni, gioia.»

Lei mostra solo la testa nel corridoio del piano. «Mi mancherai, William.»

Chiude la porta e io mi avvio lungo il piano del condominio. Scendo gli scalini. Se mi sbrigo, faccio in tempo a non farmi beccare da…

«William!»

La voce della donna mi sorprende e mi blocca il cuore per un istante. Lei è un paio di rampe sotto, con in mano la sua borsa da insegnante.

«Ilaria,» simulo un sorriso che non ingannerebbe un cieco, «sono felice di vederti.» Non posso scappare, sono costretto a scendere fino a lei, che si è fermata ad un pianerottolo.

La professoressa indossa il suo solito tailleur nero e la camicetta bianca. Il nero del reggiseno traspare attraverso il tessuto. Discosto lo sguardo. «Buongiorno… cioè, buonasera, Ilaria.»

Lei si passa di mano la borsa in pelle. Il suo sorriso è accompagnato da uno sguardo che non si dovrebbe rivolgere al fidanzato della propria figlia. O a chi si troverà dall’altra parte del tavolo durante gli orali degli esami di maturità. «Vedo che anche oggi sei andato a fare felice la mia bambina.» Gli occhi le si socchiudono quanto il sorriso si allarga. «A far godere la mia bambina, per essere corretti.»

Il cazzo mi si inturgidisce, come se si riempisse del disagio che cresce dentro di me. Sentire una madre parlare della vita sessuale – parlare degli orgasmi – della figlia è qualcosa di sbagliato.

Sbagliato ed eccitante.

Deglutisco. No, è sbagliato e basta.

Apro la bocca per rispondere, ma è come se ogni parola che potessi pronunciare sarebbe la più fuori luogo possibile, in qualche modo.

Lo sguardo di Ilaria diventa tagliente. «Ma, sai, William, il tuo impegno con le dita, la lingua e il tuo…» La donna abbassa gli occhi sul mio inguine. La punta della sua lingua lampeggia tra le sue labbra. «…il tuo cazzo per far godere Iris non comporterà nessun vantaggio sulla valutazione che avrò durante il tuo esame.»

Mi gira la testa, è come essere finito in un film horror erotico di serie Z: il cuore mi batte nelle orecchie, e l’erezione nei miei pantaloni è insopportabile. «Io…» Ho il vuoto nella testa. «Io non sto provando a… a…» Deglutisco e sbatto gli occhi. «Mi sto impegnando negli studi per superare l’esame al meglio.» Mi manca il fiato.

La mano di Ilaria mi accarezza il volto.  È la prima volta che mi tocca. La pelle è calda, le dita sono lisce e delicate. Il braccio mi si irrigidisce, mi fermo dal prendergliela e appoggiarla sul mio cavallo, farle scoprire – confermare – quanto mi eccita la sua bellezza e provocazione. Mi fermo dal levarmela di dosso con uno scatto, per farle capire quanto mi disgusta il suo essere zoccola con il ragazzo di sua figlia.

La lascio fare, il fuoco nel mio inguine arde con maggiore intensità, il gelo nel mio petto diventa un blocco.

«Potrebbe non bastare lo studio,» Ilaria si avvicina di un passo. Il profumo della sua pelle entra nelle mie narici. La sua bocca si accosta alla mia. La sua voce diventa un sussurro. «Potresti avere bisogno di qualche lezione privata, William, e io sarei ben disposta a dartele gratis,» il suo sorriso si allarga, «quando la mia bambina non è in casa.»

Faccio un balzo indietro. Tremo. «No!» Il mio urlo è a stento udibile. Respiro a bocca aperta. «No, non pensarci nemmeno.» La schiena sbatte contro il muro.

La bocca di Ilaria si stringe fino a mostrare rughe sulle labbra, i suoi occhi lanciano fiamme. La mano che mi stava accarezzando resta sospesa in aria, trema nella rabbia che sta avvampando in lei, le dita si stringono in un pugno. «No? No‽»

Striscio lungo il muro attorno alla donna e inizio a scendere le scale, due gradini alla volta.

Ilaria si allunga oltre il corrimano, le mani lo afferrano fino ad avere le dita bianche. «Piccolo stronzo! Non permetterti di andartene!»

I gradini che salto con un passo sono tre.

La voce di Ilaria rimbomba nella tromba delle scale. «Fotterai anche me, e mi farai godere come quella troia di mia figlia, o giuro che ti faccio ripetere l’anno, bastardo!»

Mi lancio con una spalla contro il portone di vetro e alluminio dell’atrio e mi getto fuori dal condominio. Il caldo pomeriggio primaverile delle strade di Caregan mi aspetta con uno schiaffo di aria afosa dopo il fresco nell’edificio.

Faccio qualche passo per perdere lo slancio e mi giro, camminando all’indietro. Il cuore martella nel petto, sono senza fiato. In fondo all’androne, nell’oscurità che si sta infittendo, non compare nessuno. Specialmente una madre – presidente di commissione – amante mancata infuriata.

Qualcosa mi urta una spalla. Un uomo vestito elegante mi lancia un’occhiata. «Guarda dove vai.»

«Sì… scusa…» Le parole mi escono tra un ansimo e l’altro.

Torno a fissare l’androne. Ancora vuoto.

Mi sa che sono davvero nella merda, altroché studiare e scopare Iris per ingraziarmi la madre…

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