In questa casa devono berne a cisterne, di tè. «Volentieri, grazie.» Finisco di allacciare le scarpe e la seguo nel corridoio, chiudendomi alle spalle la porta della sua stanza.
L’appartamento è silenzioso, solo il ticchettio dell’orologio da muro della cucina rompe il vuoto sonoro. Nemmeno dagli altri appartamenti del condominio provengono rumori. Nell’aria aleggia ancora un vago profumo di sugo di pomodoro, di certo preparato dalla mia amante quand’è tornata da scuola e consumato da sola con della pasta. Sua madre resta a Belluno, alla Properzio, a fare… bhe, quello che fanno gli insegnanti quando non hanno lezione, e suo padre mangia nella mensa dell’azienda di informatica in cui lavora.
Dovrei venire a farle compagnia a mezzo giorno, sembra sia una cuoca non indifferente, la ragaz— Svoltiamo l’angolo del corridoio e mi blocco dietro a Iris. Il fiato mi si mozza.
Iris solleva una mano. «Ciao, mamma. Non pensavo tornassi già.»
Ilaria è seduta al tavolo in mezzo al salotto, la borsa di finta pelle appoggiata sul piano e, accanto, una pila di fogli di protocollo rigati da una scrittura in penna blu con qualche sottolineatura rossa nervosa. Ha portato a casa la verifica di qualche sua classe da finire di correggere. La donna mi sorride, i suoi occhi si socchiudono appena. Profuma di fiori? «William, che piacere vederti.»
No, profuma di fregna. Le viscere mi si squagliano, la pancia mi duole. Tendo gli angoli delle labbra. «Buongiorno, signora Achilli.»
«Vallarani.» La voce della donna è bassa, è come un liquido denso che scivola al rallentatore su un piano inclinato. «Non ho voluto prendere il cognome di mio marito.» Si sposta una lunga ciocca di capelli di un biondo chiarissimo, quasi platino, dietro la spalla. «Ho diritto ad una certa indipendenza, cominciando con il mantenere il mio cognome.»
La donna indossa un tailleur nero sbottonato, con sotto una camicetta bianca. Stacco la vista dall’altezza del petto, un’erezione inizia a gonfiarsi nelle mie mutande al ricordo di averla vista in maglietta qualche settimana fa: lì è messa bene, quasi quanto la mia amante.
Apro le labbra per parlare, ma non mi viene in mente nulla. La presenza di quella donna mi sconvolge sempre, ancora più delle altre madri di cui mi scopavo le figlie. «Magari è meglio se…»
Ilaria volta la testa verso la ragazza. «Iris, bambina mia, potresti scendere nell’atrio a prendere la posta? Mi è parso di scorgere delle buste nella buca delle lettere.»
«Va bene, accompagno William di sotto e…»
La donna sorride. La sua voce ha quella nota di brio che mi è sempre suonata come una vaga presa in giro. La userà anche con i suoi studenti? «No: prepara il tè quando sali, così chiacchieriamo un po’ prima che William rientri a casa.»
Iris stringe appena le labbra, le sue froge vibrano. «Va bene.» Attraversa il corridoio e preleva una piccola chiave da un recipiente di legno sopra la scarpiera. «Torno subito.» Apre la porta ed esce. La chiude con un tonfo.
Il cuore mi balza in gola.
Sono solo con Ilaria.
La donna si appoggia allo schienale della sedia e mi indica quella dall’altra parte del tavolo. «Prego, William, accomodati: non avrai tutta questa fretta di andartene, spero.» Di nuovo quel sorriso da persona che ha tutto sotto controllo. Anche troppo sotto controllo. «Non mordo affatto.»
Scosto la sedia e mi sistemo. «Grazie.» La mia, di voce, è appena udibile. Il cazzo in erezione è schiacciato contro i pantaloni. Odorerà di sborra? Ilaria lo sentirà? Il fiato mi si blocca a metà della gola: si starà ecc–
«Vi ho sentiti fare l’amore, prima, quando sono entrata.»
La donna si è ditalinata sentendoci scopare! No… no, è impossibile. Non può aver fatto qualcosa di simile!
Il fiato resta bloccato in gola, non posso rispondere. Non so cosa rispondere.
«Meno male che non ci sono i vicini, a quest’ora,» Ilaria socchiude gli occhi, il sorriso si allarga, «o chissà cosa penserebbero con le grida di Iris…»
Una vampata di calore degna di un forno mi sale al viso. «Mi… mi spiace. Non…»
Lei ridacchia. «Ma fate bene, alla vostra età si deve dare sfogo a certi bisogni.» Il seno le si è ingrossato? Sono i capezzoli ciò che causa quelle due pieghe nella camicetta? «Anche più tardi si hanno le medesime necessità, ma, ahimè, troppe difficoltà a soddisfarle…»
Deglutisco. L’erezione è dolorosa nei pantaloni. Stringo le cosce come a nasconderla alla madre della mia ragazza.
«Non ricordo di aver mai visto così felice la mia bambina come in questo periodo. Nemmeno quando è andata in Giappone per l’estate.» Gli occhi dalle iridi scure fissano i miei. Si tende appena avanti sul tavolo. «Pochi possono rendere davvero felice una donna a letto, lo sai, William?» La voce si fa bassa, le palpebre si socchiudono appena. «Siete molto contesi, tra le donne.»
«Sono… felice di rendere… felice Iris, signora… eh…»
«Chiamami Ilaria, sciocco. Non abbiamo un rapporto studente – insegnante, io e te, William.»
Ho la bocca secca, un fischio attraversa i miei timpani. «Ilaria… va bene.» Vorrei una strafiga simile come insegnante? Non riuscirei a seguire le lezioni, avrei il sangue che non arriva al cervello. Come in questo momento.
La donna continua a fissarmi con un sorriso appena accennato. «Bravo.» Le punte di un paio di sue dita lunghe e flessuose accarezzano il manico della borsa accanto a sé.
Un brivido scocca lungo l’asta in erezione come una scarica elettrica. Mandò giù un bicchiere di saliva. «Io…» Stacco a fatica lo sguardo dal lavoro di dita della donna e lo sposto sul suo viso. Un’espressione di soddisfazione socchiude le sue palpebre. «D…dovrei frequentare un po’ meno Iris pe… per farle avere più tempo per studiare per gli esami.»
«Non essere sciocco, William. La mia bambina è pronta ad affrontare gli esami con il massimo della preparazione.» La mano di Ilaria afferra l’impugnatura e si muove avanti e indietro, come se si stesse grattando il palmo. Certo, si gratta il palmo… «Tu, piuttosto? Ti senti pronto? Forse, potrei darti qualche ripetizione.» Le labbra si tendono in un sorriso, gli occhi le brillano. «Magari, mentre non c’è Iris a distrarci…»
Afferro il bordo del tavolo, i muscoli delle gambe si irrigidiscono quanto il mio cazzo, pronti a farmi fuggire via. «Io…»
La porta si apre, Iris entra controllando gli indirizzi sulle buste. «Ci sono un paio di bollette e…»
Balzo in piedi. Il cuore mi rimbomba nelle tempie. Il tessuto dei jeans stritola la mia erezione. Ilaria la vedrà? Mi sta guardando l’inguine?
«Devo… devo andare.» Mi gira la testa come quando faccio stacchi in palestra con pesi eccessivi.
La ragazza alza lo sguardo dalle buste. «Non ti fermi a bere il tè?»
Sono alla porta. «No, mi… mi sono ricordato che mi aspettano.» Torno indietro e scocco un bacio sulla guancia di Iris. Faccio un sorriso, o qualcosa che dovrebbe assomigliargli, a Ilaria.
Quello sul volto della donna è di scherno. La stronza sta giocando con me? Mi sta eccitando per vedere se sono fedele a Iris o… davvero vuole…
«Gioia,» Iris si volta verso di me, «ricordati che una sera ti voglio avere a cena con noi. Cucino io.»
Annuisco anche se non ho capito cosa mi ha detto. «Buona… giornata.»
Esco di casa e mi tiro dietro la porta. Prendo una boccata d’aria e mi avvicino alle scale. Scendere con un’erezione simile sarà una tortura… spero mi passi presto.
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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.
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