L'orale per l'esame di maturità

Capitolo 1 - La madre di Iris ci becca a scopare

Ilaria sostiene che io e sua figlia Iris facciamo troppo rumore mentre scopiamo. La cosa, comunque, non sembra dispiacerle... Forse, addirittura, la eccita?

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Mercoledì, 3 aprile

L’imbocco della vagina di Iris si apre sotto la pressione delle mie due dita. L’indice e il medio scivolano nel canale bagnato, l’olezzo della sua eccitazione colma l’aria della stanza.

La ragazza geme, il petto le si solleva, le grosse tette tremano in uno spasimo di piacere. «Ah… ah… William, non fermarti.»

La mia mano libera afferra un seno, lo stringe. Il cazzo è eretto, mi pulsa insieme al cuore, mi brucia tanto sono eccitato e ho bisogno di venire. «Voglio farti gridare di piacere, troietta.» Prendo tra le labbra un capezzolo e inizio a succhiarlo.

Entro per tutta la lunghezza delle dita nel sesso di Iris; il desiderio liquido al suo interno straborda, le riempie le labbra della figa e comincia a colare lungo il perineo. Mi muovo dentro di lei, ruotando a sinistra e a destra e avanti e indietro. Il suono viscido che si produce mi eccita, non riesco a tenere ferme le gambe per la necessità di sborrare.

Devo trattenermi.

Lascio andare il capezzolo e scendo con la testa tra le sue cosce. Il suo clitoride sta mettendo fuori la punta, ancora lungi dal raggiungere la massima estensione. Una mano di Iris si sta massaggiando la commensura, due dita si lo fanno passare il minuscolo vermicello in mezzo.

Stringo le mie cosce, il prurito al meato sta diventando insopportabile.

Assesto una sberletta alla mano della ragazza. «Levati, fai fare ai professionisti. Con quella mano devi menare solo il mio cazzo.»

«Stronzo…» La mano che abbandona il clitoride si appoggia sulla mia nuca e mi spinge la testa verso la sua figa. Non oppongo nessuna resistenza. «La boccaccia usala per leccarmela, bastardo.»

Il suo inguine è un effluvio di delizia. Il profumo è goloso come quello del migliore dolce ancora caldo.  Protendo la lingua dalle labbra e lecco il clitoride in punta.

Il corpo di Iris fa un balzo nel letto, lei lancia un grido strozzato come se stesse soffrendo. Meno male che sua madre non è in casa, o cosa penserebbe?

Muovo le dita dentro la figa, il suono viscido aumenta di volume. Splat-splat-splat. Il vibratore rosso è sul copriletto, lo prendo con la mano libera e lo faccio passare tra le cosce della ragazza. Appoggio la punta a forma di cappella sull’ano di Iris.

La guardo da sopra il boschetto biondo scuro che sormonta il suo monte di Venere. La interrogo con lo sguardo. Lei annuisce, gli occhi le luccicano. «Vai, William!»

Spingo. È da quasi un anno che lei lo usa in solitaria, da quando l’ha comprato a Tokio, e in questo tempo è riuscita ad abituarsi ad impiegarlo anche dietro. Il buco del culo sembra sorbire il glande di plastica, ingoiare l’asta zigrinata e restare aperto senza problemi all’altezza dell’impugnatura. Ogni centimetro che scompare nell’intestino è accompagnato dagli ansimi di piacere della ragazza. Afferro con due dita la manopola all’estremità in cui ci sarebbero le palle e la giro quasi del tutto.

Il pezzo di plastica comincia a scuotersi nel retto di Iris, le sue chiappe e le sue cosce vibrano. Lei geme. «Sì… sì!»

«Fai la bella vita, puttanella,» mi avvicino alla figa che gronda desiderio, «tu a godere e io a faticare.»

Una sua mano si appoggia su un mio orecchio, prova un po’ più in là, le dita si muovono convulse per cercare di prendermi ma mancano la presa.

Le afferro il polso, la sistemo meglio sulla mia nuca e mi faccio spingere avanti.

Sotto l’effetto delle mie dita e del cazzo rosso di plastica, il clitoride di Iris inizia a scivolare per tutta la lunghezza fuori dalla commensura. Bentornato, ragazzo. Adesso io e te facciamo impazzire la nostra troietta...

Passo la punta della lingua su un lato del vermicello, Iris fa quasi un balzo sul letto.

Sollevo la testa dal suo inguine. «Troppo forte?»

Ansima al punto tale che le parole sono spezzettate. «Leccamelo, stronzo, e mi infilo fino in gola il tuo cazzo, lo giuro!»

«Mh…» Torno tra le sue cosce. «Può andare.»

Prendo il suo clitoride tra le labbra, lo lecco sulla punta e lo succhio con vigore.

Iris mi pianta le unghie nel cuoio cappelluto e lancia una di quelle grida che di notte fanno gelare il sangue ma di giorno riempire il cuore di orgoglio.

 

 

«Ci pensi, William, che quest’anno abbiamo gli esami?» La voce di Iris è ancora roca. Il bicchiere di sborra che si è ingoiata dal mio cazzo non sembra aver avuto nessuna utilità. Ha la testa appoggiata sui miei pettorali e gioca con un dito con la peluria che lascio crescere sullo sterno.

Gli esami di maturità… Sono anni che ci penso, e nulla, nella vita, mi ha fatto rendere conto che il tempo passa per davvero e non aspetta nessuno. «Non penso siano poi così…  drammatici, come tutti li descrivono.»

Lei solleva la testa e mi guarda. «Non sei preoccupato?»

Accarezzo il sedere di Iris. Uno schizzo di sperma si è seccato su una chiappa. «Non sono il primo della classe, ma non sono poi nemmeno così scarso. Penso di cavarmela.» Le stringo un gluteo. «Tu, comunque, sei avvantaggiata, con una madre professoressa.»

La ragazza allunga una mano e mi prende il cazzo bagnato di succhi femminili e saliva. «Vabbè, ma mia madre non può certo essere nella mia commissione di esame, solo perché insegna nello stesso istituto dove studio io. Neanche ce l’ho come insegnante.»

Mette in verticale il mio uccello quasi completamente eretto e si posizione in ginocchio sopra. Cala, appoggia la cappella all’imbocco della sua figa, e scende del tutto: il calore bagnato delle sue pareti vaginali accoglie il mio glande. La sensazione di piacere che mi invade mi fa respirare a fondo con il naso. Il profumo della nostra scopata riprende vigore nelle mie narici.

«Brava, ragazza…» Le afferro le grosse tette e le stringo. L’erezione diventa ancora più dura.

Lei comincia a cavalcarmi. «Mi piace che mi chiami “brava ragazza” quando faccio qualcosa che ti piace.» Si abbassa su di me e mi bacia sulla bocca. Si avvicina all’orecchio. «Ma mai come quando mi dai della “troietta” perché ti faccio impazzire di piacere.»

Il suo inguine si muove su e giù in un circolo che adoro. Le appoggio una mano sulla testa, gliela inclino da una parte e la bacio sul collo.

Lei geme. «Questo mi piace ancora di più.»

«Ma mai quanto fartela leccare, eh, troietta?» le sussurro.

Lei arcua la schiena, quasi mi mette le tette in faccia. Peccato non ci arrivi… «Sei fantastico su quello, William.»

Un sorriso mi tende le labbra. È il modo più semplice per rendere schiava una donna…

Iris si solleva e si appoggia a me con le mani sui miei pettorali. Ricomincia a cavalcarmi, la cappella sfrega contro l’interno della sua vagina, i suoi succhi colano fino alle mie palle dalla sborra della scopata di prima.

Lei solleva la testa e la fa ruotare, i capelli biondo scuri che si muovono da una spalla all’altra. «Comunque, sono felice che mia madre non possa essere una delle mie esaminanti.»

L’immagine di Ilaria compare nella mia mente. Una delle quarantenni più belle – più fighe – che abbia mai conosciuto. Solo le tipe della tv della sua stessa età possono vantare un corpo tenuto bene come il suo. Un senso di disagio compare nel mio petto: la donna è una gran gnocca, una donna intelligente, basta sentirla parlare, istruita, ma…  ma mi mette a disagio. È una presenza… oscura.

Scaccio il pensiero dalla testa e mi concentro sulla ragazza che mi sta montando. «Perché, Iris?»

«Tutti i suoi allievi si lamentano che è davvero esigente. Agli esami non la vuole nessuno, la considerano una specie di maledizione.»

Bella e carogna. Dev’essere una specie di costante nelle insegnanti: più ti ci seghi, più si incattiviscono…

Ma adesso sarà meglio concentrarmi sul lavoro di bacino della figlia, non sulla madre.

 

 

Sollevo la zip dei jeans e bacio sulle labbra Iris. «Ti amo, piccola.»

Lei sorride. «Ti va un tè?» Si avvicina alla porta della stanza e appoggia una mano sulla maniglia.

In questa casa devono berne a cisterne, di tè. «Volentieri, grazie.» Finisco di allacciare le scarpe e la seguo nel corridoio, chiudendomi alle spalle la porta della sua stanza.

L’appartamento è silenzioso, solo il ticchettio dell’orologio da muro della cucina rompe il vuoto sonoro. Nemmeno dagli altri appartamenti del condominio provengono rumori. Nell’aria aleggia ancora un vago profumo di sugo di pomodoro, di certo preparato dalla mia amante quand’è tornata da scuola e consumato da sola con della pasta. Sua madre resta a Belluno, alla Properzio, a fare… bhe, quello che fanno gli insegnanti quando non hanno lezione, e suo padre mangia nella mensa dell’azienda di informatica in cui lavora.

Dovrei venire a farle compagnia a mezzo giorno, sembra sia una cuoca non indifferente, la ragaz— Svoltiamo l’angolo del corridoio e mi blocco dietro a Iris. Il fiato mi si mozza.

Iris solleva una mano. «Ciao, mamma. Non pensavo tornassi già.»

Ilaria è seduta al tavolo in mezzo al salotto, la borsa di finta pelle appoggiata sul piano e, accanto, una pila di fogli di protocollo rigati da una scrittura in penna blu con qualche sottolineatura rossa nervosa. Ha portato a casa la verifica di qualche sua classe da finire di correggere. La donna mi sorride, i suoi occhi si socchiudono appena. Profuma di fiori? «William, che piacere vederti.»

No, profuma di fregna. Le viscere mi si squagliano, la pancia mi duole. Tendo gli angoli delle labbra. «Buongiorno, signora Achilli.»

«Vallarani.» La voce della donna è bassa, è come un liquido denso che scivola al rallentatore su un piano inclinato. «Non ho voluto prendere il cognome di mio marito.» Si sposta una lunga ciocca di capelli di un biondo chiarissimo, quasi platino, dietro la spalla. «Ho diritto ad una certa indipendenza, cominciando con il mantenere il mio cognome.»

La donna indossa un tailleur nero sbottonato, con sotto una camicetta bianca. Stacco la vista dall’altezza del petto, un’erezione inizia a gonfiarsi nelle mie mutande al ricordo di averla vista in maglietta qualche settimana fa: lì è messa bene, quasi quanto la mia amante.

Apro le labbra per parlare, ma non mi viene in mente nulla. La presenza di quella donna mi sconvolge sempre, ancora più delle altre madri di cui mi scopavo le figlie. «Magari è meglio se…»

Ilaria volta la testa verso la ragazza. «Iris, bambina mia, potresti scendere nell’atrio a prendere la posta? Mi è parso di scorgere delle buste nella buca delle lettere.»

«Va bene, accompagno William di sotto e…»

La donna sorride. La sua voce ha quella nota di brio che mi è sempre suonata come una vaga presa in giro. La userà anche con i suoi studenti? «No: prepara il tè quando sali, così chiacchieriamo un po’ prima che William rientri a casa.»

Iris stringe appena le labbra, le sue froge vibrano. «Va bene.»  Attraversa il corridoio e preleva una piccola chiave da un recipiente di legno sopra la scarpiera. «Torno subito.» Apre la porta ed esce. La chiude con un tonfo.

Il cuore mi balza in gola.

Sono solo con Ilaria.

La donna si appoggia allo schienale della sedia e mi indica quella dall’altra parte del tavolo. «Prego, William, accomodati: non avrai tutta questa fretta di andartene, spero.» Di nuovo quel sorriso da persona che ha tutto sotto controllo. Anche troppo sotto controllo. «Non mordo affatto.»

Scosto la sedia e mi sistemo. «Grazie.» La mia, di voce, è appena udibile. Il cazzo in erezione è schiacciato contro i pantaloni. Odorerà di sborra? Ilaria lo sentirà? Il fiato mi si blocca a metà della gola: si starà ecc–

«Vi ho sentiti fare l’amore, prima, quando sono entrata.»

La donna si è ditalinata sentendoci scopare! No… no, è impossibile. Non può aver fatto qualcosa di simile!

Il fiato resta bloccato in gola, non posso rispondere. Non so cosa rispondere.

«Meno male che non ci sono i vicini, a quest’ora,» Ilaria socchiude gli occhi, il sorriso si allarga, «o chissà cosa penserebbero con le grida di Iris…»

Una vampata di calore degna di un forno mi sale al viso. «Mi… mi spiace. Non…»

Lei ridacchia. «Ma fate bene, alla vostra età si deve dare sfogo a certi bisogni.» Il seno le si è ingrossato? Sono i capezzoli ciò che causa quelle due pieghe nella camicetta? «Anche più tardi si hanno le medesime necessità, ma, ahimè, troppe difficoltà a soddisfarle…»

Deglutisco. L’erezione è dolorosa nei pantaloni. Stringo le cosce come a nasconderla alla madre della mia ragazza.

«Non ricordo di aver mai visto così felice la mia bambina come in questo periodo. Nemmeno quando è andata in Giappone per l’estate.» Gli occhi dalle iridi scure fissano i miei. Si tende appena avanti sul tavolo. «Pochi possono rendere davvero felice una donna a letto, lo sai, William?» La voce si fa bassa, le palpebre si socchiudono appena. «Siete molto contesi, tra le donne.»

«Sono… felice di rendere… felice Iris, signora… eh…»

«Chiamami Ilaria, sciocco. Non abbiamo un rapporto studente – insegnante, io e te, William.»

Ho la bocca secca, un fischio attraversa i miei timpani. «Ilaria… va bene.» Vorrei una strafiga simile come insegnante? Non riuscirei a seguire le lezioni, avrei il sangue che non arriva al cervello. Come in questo momento.

La donna continua a fissarmi con un sorriso appena accennato. «Bravo.» Le punte di un paio di sue dita lunghe e flessuose accarezzano il manico della borsa accanto a sé.

Un brivido scocca lungo l’asta in erezione come una scarica elettrica. Mandò giù un bicchiere di saliva. «Io…» Stacco a fatica lo sguardo dal lavoro di dita della donna e lo sposto sul suo viso. Un’espressione di soddisfazione socchiude le sue palpebre. «D…dovrei frequentare un po’ meno Iris pe…  per farle avere più tempo per studiare per gli esami.»

«Non essere sciocco, William. La mia bambina è pronta ad affrontare gli esami con il massimo della preparazione.» La mano di Ilaria afferra l’impugnatura e si muove avanti e indietro, come se si stesse grattando il palmo. Certo, si gratta il palmo… «Tu, piuttosto? Ti senti pronto? Forse, potrei darti qualche ripetizione.» Le labbra si tendono in un sorriso, gli occhi le brillano. «Magari, mentre non c’è Iris a distrarci…»

Afferro il bordo del tavolo, i muscoli delle gambe si irrigidiscono quanto il mio cazzo, pronti a farmi fuggire via. «Io…»

La porta si apre, Iris entra controllando gli indirizzi sulle buste. «Ci sono un paio di bollette e…»

Balzo in piedi. Il cuore mi rimbomba nelle tempie. Il tessuto dei jeans stritola la mia erezione. Ilaria la vedrà? Mi sta guardando l’inguine?

«Devo… devo andare.» Mi gira la testa come quando faccio stacchi in palestra con pesi eccessivi.

La ragazza alza lo sguardo dalle buste. «Non ti fermi a bere il tè?»

Sono alla porta. «No, mi… mi sono ricordato che mi aspettano.» Torno indietro e scocco un bacio sulla guancia di Iris. Faccio un sorriso, o qualcosa che dovrebbe assomigliargli, a Ilaria.

Quello sul volto della donna è di scherno. La stronza sta giocando con me? Mi sta eccitando per vedere se sono fedele a Iris o… davvero vuole…

«Gioia,» Iris si volta verso di me, «ricordati che una sera ti voglio avere a cena con noi. Cucino io.»

Annuisco anche se non ho capito cosa mi ha detto. «Buona… giornata.»

Esco di casa e mi tiro dietro la porta. Prendo una boccata d’aria e mi avvicino alle scale. Scendere con un’erezione simile sarà una tortura… spero mi passi presto.


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