Villa Vanetti compare arancione nella luce bassa della sera, i raggi che provano ad illuminare una serie di stanze buie oltre colonne ed archi che si ripetono per tutti i tre piani della facciata dell'edificio. I muri sono scrostati e parte della pittura manca, lasciando grosse aree biancastre, in parte occupate da tristi piante di edere nerastre dall'aria malata.
Più che una villa, sembra che un architetto pazzo abbia usato come progetto quel disegno con le scale che vanno in ogni direzione e posizione e la gente che le percorre a testa in giù. E all'interno deve essere una discarica, con ragnatele polverose grandi quanto coperte e il pavimento lordo e appiccicoso pieno di calcinacci.
Lo so già che sarà una domenica di merda.
Attorno ci sono solo vigne: vitigni messi in file ordinate, precise, una accanto all'altro, a formare quadrati grandi come campi da calcio divisi da strade bianche polverose che si ripetono fino a raggiungere le colline. Qualche edificio abbandonato e crollato per metà spunta a caso come denti gialli scheggiati sulla bocca di un vecchio abbandonato in un ospizio.
Perché non sono rimasto a Pavia? Cosa cazzo mi è venuto in mente di voler aiutare la famiglia di Sonia a fare vendemmia una domenica solo per avere un'ambientazione diversa dove girare i nostri video?
Svolto verso un lato del piazzale e i sassolini strepitano sotto le gomme della Giulia. Mi fermo accanto a un Apecar verde con un pezzo di cellofan al posto del finestrino destro; una sponda del cassone è rincagnata verso l'interno e la vernice è rigata. Dall'altra parte della mia Giulia, c'è una Jeep Renegade antracite tirata a lucido come nemmeno quelle esposte in una concessionaria.
Sonia fissa l'ape. «Lucio non ha ancora fatto mettere a posto il finestrino?» Scuote la testa.
Ho una smorfia all'idea di salire su un rottame simile per raggiungere le vigne ancora da vendemmiare. «Quel catorcio è il mezzo di tuo cugino?»
Lei annuisce. «Sì. Non vuole prendere la patente e se ne va in giro con quella.» Fa una smorfia. «Non sono neanche sicura che gliela darebbero, una patente per la macchina.»
«E la Jeep?» La targa la indica vecchia di un paio di anni ma il mezzo sembra essere uscito venti minuti fa dalla catena di montaggio.
«È dello zio Erminio. Guai a fissarla troppo o gliela rovini.» La ragazza mi lancia un'occhiata. «Zio Erminio è il vecchio di Lucio.»
«Mi sembrano piuttosto diversi.»
Sonia solleva lo zainetto che ha in mezzo alle gambe. «Non ne hai idea.»
«Tua zia si sarà fatta fottere da qualcun altro e ha scodellato un bastardo.» Non trattengo un sogghigno alla mia battuta.
Lei mi scaglia un'occhiata di fuoco e scuote la testa. «Mi piacerebbe, ma è davvero mio parente.»
Non le chiedo se hanno fatto l'esame del DNA.
Scendiamo dall'auto, l'aria raffredda la pelle ma la scalda ancora il sole, una sfera giallastra un palmo sopra una catena di montagne all'orizzonte e in un cielo che sta diventando di un rosso polveroso. Mi stiro, i muscoli della schiena si tendono sotto la polo bianca, muovo avanti e indietro le grosse spalle.
Sonia passa davanti alla Giulia con lo zainetto in spalla. Indica con un cenno delle persone che stanno uscendo dalla porta d'ingresso della villa. «Vengono pure ad accoglierci: che onore!»
Una donna ed un uomo, sulla cinquantina entrambi, attraversano il piazzale, sorridendo. Devono essere i genitori di Sonia. Gonfio il petto e mi metto in faccia il mio sorriso migliore.
«Siete arrivati, finalmente!» La donna mi fa un cenno. Ha gli stessi capelli e occhi della mia amante, solo più bassa e con meno bocce. Il trucco non basta a nascondere i segni dell'età avanzata. Chissà se anche Sonia si ridurrà in questo stato. «Devi essere Carmine.»
«Salve.» La delizio con un cenno del capo. Faccio lo stesso anche con l'uomo, tozzo, pancia che straborda dai pantaloni sotto una maglia sfatta e pelle del viso cotta dalla continua esposizione al sole nei cantieri. «Buonasera.»
La madre ci fa segno di seguirli. «La nonna ha preparato il manzo all'olio in tuo onore, Sonia.»
Il sorriso falso della ragazza scompare quando i due vecchi si voltano. Non deve averli avvisati che è diventata vegana, e l'unica carne che mangia è il salame che ho in mezzo alle gambe. Probabilmente, abbiamo sbagliato solo il giorno: conoscendo Sonia, tra due settimane sarà carnivoriana quando leggerà su Instagram che la Carpenter ha iniziato a divorare costine, o piscivora per avere più fosforo in occasione degli esami.
Li seguiamo fino alla casa. Un altro uomo esce dalla porta, dell'età del padre di Sonia. Ha i capelli rossi e una figura longilinea. Porta al polso un Rolex Datejust sotto una camicia bianca perfettamente pulita. Ci saluta sollevando una mano. «Benvenuti.»
«Ciao, zio.» Sonia prova a metterci un po' di entusiasmo, più di quanto ne abbia concesso ai genitori.
Sembra uno di quei finali di spettacolo teatrale brutto, con gli attori che escono uno dopo l'altro per inchinarsi agli spettatori che li hanno sopportati per un'ora: adesso salta fuori una vecchia con la gonna blu macchiata di sugo e la crocchia bianca, piegata in avanti e che cammina sobbalzando come se avesse una gamba più lunga dell'altra. La nonna cuoca, poco ma sicuro.
E poi il nonno, un tizio più largo che alto, con indosso una pettorina stile Super Mario ma giallognola, che a stento passa per la porta. Ha la faccia coperta da una barba rossa sbiadita, e dei capelli folti che dovrebbero essere tagliati con un decespugliatore. Le guance sono così gonfie che sembrano quelle del mio criceto quando si riempiva di semi di girasole.
Anzi, può passare per la versione tarocca e obesa del leone del film del "Mago di Oz" del millenovecentotrentano…
Sgrano gli occhi. Sonia non ha più nessun nonno… Quello è…
La maschera della ragazza non riesce a nascondere una smorfia e solleva il capo in un cenno verso l'ultimo arrivato. «Lucio…» Poco ci manca che sputi a terra, nemmeno che il nome del cugino sia un moscerino che le è finito in bocca.
Lucio muove appena la testa, ma ogni pelo della sua criniera si scuote come in una tempesta. Emette solo un verso da cavernicolo. Da cavernicolo a cui stanno invadendo la grotta.
