La Mia Vittoria

Capitolo 2 - Lo sputo sul cazzo e la lingua sul clitoride

Un piccolo sfogo sulla mia vita e un altro racconto con questa ragazza.

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Questa storia non doveva avere due capitoli, ma come potevo sapere che con questa ragazza sarebbe successo altro? Cioè, in fondo un po' lo immaginavo, d'altronde all'inizio non mi stava simpaticissima, eppure...

Venerdì, insieme a Vittoria, sono andato a cena fuori con una coppia di nostri amici e sulla strada del ritorno abbiamo discusso pesantemente. Ultimamente ci capita spesso, credo che lo stress nelle nostre vite ci stia un po' portando a essere nervosi. D'altronde abbiamo litigato per una vera cazzata. Ad oggi per altro abbiamo già chiarito: sto scrivendo questa storia domenica, due giorni dopo l'accaduto che risale a venerdì 24 aprile.

Comunque, nervoso e con i coglioni girati dalla discussione con Vittoria, verso mezzanotte, dopo averla lasciata a casa, decido di raggiungere i miei amici. Loro hanno un punto di ritrovo fisso per strada: un pezzo di marciapiede largo, dove si parcheggiano le macchine a spina di pesce, ci si appoggia ai cofani, si fuma, si chiacchiera e si fa passare la notte. Si trova in un comune a soli 10 minuti di distanza da quello di Vittoria, mentre io vivo a una mezz'ora di macchina da lì. Cose apparentemente inutili da dire, ma utili per darvi contesto per altre mie storie personali.

Arrivo, scendo dalla macchina e, nel gruppetto, trovo anche quella ragazza.

Non è la prima volta, da quella famosa sera del vicolo è già la seconda che ci incrociamo in questo fottuto punto di ritrovo. E oramai, devo ammetterlo, non mi sta neanche tanto antipatica. Anzi, ora parliamo anche tranquillamente.

Resto lì a fare numero per un paio d'orette, appoggiato al cofano a fumare e sparare cazzate con i miei amici. Nelle varie conversazioni di gruppo c'è ovviamente anche lei. A proposito, mi rendo conto che nello scorso capitolo continuavo a chiamarla "quell'amica" o "la ragazza". Per pura comodità narrativa, e per dare un volto a questo mio sfogo, d'ora in poi la chiameremo Flavia.

Tra una battuta e l'altra la rabbia per la litigata mi sbollisce un po', ma il sottofondo di nervosismo e l'umore nero per la situazione con Vittoria restano lì, a pesarmi sullo stomaco. Così, verso le due, decido di tagliare la corda prima degli altri e tornarmene a casa.

Faccio per salutare tutti, quando Flavia si stacca dal gruppo. «Gio, mi dai uno strappo? Sono a piedi stasera,» mi chiede, infilandosi le mani nelle tasche dei jeans e guardandomi da sotto in su. Acconsento con un cenno del capo. In fondo, è di strada.

Il tragitto dura a malapena cinque minuti. Parliamo del nulla cosmico, di università, del traffico, riempiendo l'abitacolo della mia auto con chiacchiere di circostanza che stridono pesantemente con quello che avevamo fatto l'ultima volta che eravamo rimasti soli. Accosto la macchina sotto casa sua, spengo il motore, ma lei non accenna a scendere. Si slaccia la cintura, si gira verso di me, piegando una gamba sul sedile.

«Okay, sputa il rospo. Perché sembri così scocciato dalla vita stasera?» mi chiede, la voce improvvisamente più morbida, privata della sua solita spocchia.

Forse era la stanchezza, o forse il fatto che, in un modo assurdo e contorto, non mi dispiaceva affatto parlare con qualcuno che era completamente fuori dalle dinamiche della mia coppia. Fatto sta che mi sono preso bene. Ho abbassato il finestrino per far entrare un po' d'aria e ho iniziato a spiegarle la mia situazione. Le ho raccontato del periodo un po' brutto, dello stress, delle liti inutili.

Per stare più comodi, ho abbassato la leva del mio sedile, reclinandolo all'indietro. Lei ha fatto lo stesso. In un attimo, l'abitacolo si è trasformato in una bolla intima e sospesa, costruendo quella sottile e inaspettata attrazione fatta di parole sussurrate nel buio. Eravamo stesi l'uno accanto all'altra, illuminati solo dalla luce arancione e fioca del lampione che filtrava dal parabrezza.

E così, da una parola all'altra, scivolando in quella confidenza sudicia che avevamo inaugurato nel vicolo, il discorso è caduto su quel sabato.

Flavia si gira su un fianco, appoggiando la testa sul braccio. Il suo respiro mi sfiora la spalla. «Senti... ma se ami così tanto questa Vittoria, perché l'hai tradita con me l'altra sera?» mi chiede. Nessun tono accusatorio, solo una curiosità densa, quasi affamata, mentre i suoi occhi scuri scrutano il mio profilo nella penombra.

Faccio un respiro profondo e decido di dirle la verità. La verità più cruda e bastarda, quella che non si dice mai ad alta voce. «Perché in periodi di grande stress, come le sessioni d'esame, la nostra vita sessuale semplicemente muore. Si azzera per mesi,» le confesso, voltando la testa per piantare i miei occhi nei suoi. «E io, sinceramente, a volte perdo il controllo. Non scopiamo da dicembre, Flavia. Dicembre. Questa cosa mi logora, mi fa stare fisicamente e mentalmente male. Ho pulsioni che non riesco semplicemente a spegnere a comando.»

Mentre parlavo del mio bisogno represso, l'aria nell'auto si è fatta improvvisamente più densa. Il mio sguardo, in modo del tutto autonomo, è scivolato dal suo viso alla curva del suo seno che si alzava e abbassava lentamente sotto il tessuto leggero, per poi tornare alle sue labbra schiuse.

Lei mi ascolta. Mi capisce, lo vedo da come il suo respiro si fa impercettibilmente più corto sentendomi parlare così apertamente di sesso e astinenza. Eppure, a tratti, mi punzecchia. «E allora perché ci stai insieme, scusa? Se questa cosa ti pesa così tanto da dover scopare un'altra in un vicolo... non ha senso.»

So benissimo che i moralisti là fuori, quelli che leggono queste righe, non saranno d'accordo con me. Ma la mia verità è fottutamente semplice.

«Perché io la amo,» le rispondo, con una fermezza che non ammette repliche, accorciando di un centimetro la distanza tra i nostri visi. «Io amo stare con lei. Amo passare il mio tempo con lei, condividere ogni fottuta cosa. Per me, quello che è successo con te l'altra sera, e ogni altro rapporto fisico che potrei avere o che ho avuto...» lascio la frase in sospeso, anticipando mentalmente gli altri tradimenti che sicuramente vi racconterò in futuro, «...sono solo sfoghi. Carne, attrito, fluidi. Fini a se stessi. Perché a livello relazionale e mentale, io voglio lei e nessun'altra.»

Non so se Flavia abbia realmente capito e approvato il mio contorto modo di pensare, o se semplicemente non leene freghi un cazzo. Fatto sta che non mi dà contro con la solita morale da quattro soldi che molti altri mi avrebbero vomitato addosso. D'altronde, me l'aveva già detto chiaro e tondo in quel vicolo lercio: a conti fatti, preferisce di gran lunga fare la parte dell'amante che quella della cornuta. E questa sua assenza totale di giudizio, questa sua indole così sfacciatamente egoista, la rende ai miei occhi ancora più eccitante.

Nel silenzio dell'abitacolo, la distanza tra noi si accorcia ancora. Sento il calore della sua coscia sfiorare la mia attraverso la stoffa.

«Devi salire subito a casa?» le chiedo, spezzando la tensione con una voce bassa e ruvida.

Lei fa scivolare lo sguardo sul mio viso, le iridi scure che brillano nella penombra. «No. Non mi aspetta nessuno.»

«Ti va di fare un giro, allora?» La domanda è buttata lì senza mezzi termini, priva di qualsiasi inutile romanticismo. Lei sapeva benissimo cosa significava quel fottuto "giro", e io sapevo altrettanto bene che stava aspettando solo quello.

Un sorriso lento, malizioso, le increspa quelle labbra carnose. «Sì, andiamo.»

Senza aggiungere altro, tiro su la leva del mio sedile con uno scatto metallico e riaccendo il motore. Ingrano la marcia e la porto in un posto ben preciso: un piazzale sterrato e fottutamente sperduto in collina, con una gran bella vista sulle luci della città. Fondamentalmente, il classico posto isolato dove le coppie vanno ad infrattarsi per fare sesso in macchina senza essere disturbate.

Arriviamo che sono tipo le tre e qualcosa di notte. Il piazzale è immenso e quasi del tutto deserto, fatta eccezione per un'unica altra macchina parcheggiata a una distanza siderale dalla nostra, nascosta sotto degli alberi. I vetri di quell'auto erano completamente appannati e dondolava in modo inequivocabile. Stavano palesemente scopando.

Spengo il motore, ma invece di buttarla subito sui sedili posteriori come un adolescente disperato, decido di giocare un po' con l'attesa. In fondo, l'eccitazione è un crescendo, si parte adagio, con preliminari arguti e un'attrazione sottile per far salire la tensione.

«Scendiamo un attimo,» le dico, aprendo lo sportello.

L'aria di fine aprile è frizzante e ci investe appena mettiamo i piedi a terra. Ci appoggiamo fianco a fianco alla fiancata della mia auto, dando le spalle alla città illuminata. Accendiamo una sigaretta in due. Il silenzio è rotto solo dal vento leggero e dalla consapevolezza di quello che sta per succedere.

Prendo un tiro profondo e le passo la sigaretta. Mentre lei la porta alle labbra, espirando una nuvola di fumo grigio che le accarezza il viso, la mia mano sinistra rompe gli indugi. Scivola dietro la sua schiena, scende oltre la linea del giubbotto di pelle e le afferra un gluteo, stringendo con forza la stoffa dei jeans aderenti.

Flavia sussulta appena per la sorpresa, ma non si sposta di un millimetro. Anzi, fa esattamente l'opposto: inarca la schiena all'indietro per premersi ancora di più contro il mio palmo avido.

«Sei proprio un ruffiano, Giorgio,» mi provoca, la voce impastata di fumo, ridacchiando piano. «Prima fai il fidanzato incompreso e tormentato sui sedili, e dieci minuti dopo mi porti nel parcheggio delle coppiette.»

«Noi non siamo una coppietta,» le ribatto cinico. Infilo due dita nel passante posteriore dei suoi jeans e la tiro bruscamente verso di me, facendola sbattere contro il mio bacino per farle sentire esattamente quanto io sia già duro e pronto per lei. «E te l'assicuro, non ti ho portata fin qua sopra per guardare il panorama.»

Morale della favola: il tempo di dare l'ultimo tiro a quella sigaretta, gettare il mozzicone sull'asfalto, e ci siamo ritrovati a rovinare la tappezzeria dei sedili posteriori della mia macchina.

L'abitacolo era stretto, ma quell'urgenza bestiale lo faceva sembrare l'unico posto fottutamente sensato in cui stare in quel momento. Mi sono lasciato cadere all'indietro contro lo schienale e lei non ha perso un secondo. Mi è salita a cavalcioni, bloccandomi i fianchi con le ginocchia. Eravamo ancora vestiti, la stoffa spessa e ruvida dei suoi jeans contro i miei, ma ha iniziato a muovere il bacino con una lentezza calcolata, strusciandosi esattamente contro la mia erezione che ormai pulsava dolorosamente contro la cerniera. Un attrito esasperante, denso, che mi faceva mancare il respiro e le faceva socchiudere gli occhi.

Non potevo restare con le mani in mano. Sono scivolate sotto il suo giubbotto aperto, afferrando i lembi di quel top minuscolo. L'ho tirato su in un colpo solo, liberandole il petto. Aveva delle tettine perfette, sode e proporzionate, con i capezzoli già turgidi e induriti dal freddo che si era infilato nell'auto. Mi sono sporto in avanti, affamato, e ho preso a succhiarle. Alternavo la lingua calda ai piccoli morsi dei denti, stringendo la carne morbida tra le dita, succhiando con una forza che le ha strappato un sospiro tremante.

Flavia ha gettato la testa all'indietro, inarcando la schiena in un modo che mi offriva ancora di più il petto e schiacciava il suo inguine contro il mio. I suoi gemiti, prima sommessi, sono diventati via via più alti, acuti e vibranti, riempiendo completamente il silenzio ovattato della macchina. Sentirla ansimare così, persa nel piacere e senza il minimo pudore, era letteralmente benzina sul fuoco.

Siamo andati avanti così per un po', in un delirio di strusciamenti frenetici e pelle calda, seguendo quel crescendo spietato che precede l'apoteosi dei sensi. Finché lei non ha deciso di cambiare le regole del gioco.

Si è staccata dal mio petto con un respiro spezzato. È scivolata giù dalle mie gambe per inginocchiarsi e sedersi in qualche modo sul sedile, proprio di fianco a me. Si è passata una mano tra i capelli mossi e arruffati, fissandomi. Quello sguardo sfrontato, malizioso, con le labbra gonfie e lucide di saliva... aveva esattamente quell'incredibile e inconfondibile aria da troia esperta, una che ne avrà visti e fatti impazzire a decine. E la cosa, invece di infastidirmi, mi faceva impazzire ancora di più.

Senza dire una parola, le sue mani veloci sono scese sulla mia cintura. Ha slacciato la fibbia, ha tirato giù la cerniera e, sollevandomi appena i fianchi, mi ha sfilato pantaloni e boxer in un gesto fluido e deciso.

L'ho guardata mentre si chinava su di me, illuminata a sprazzi dalla luce lontana del lampione. Era maledettamente bella nella penombra. Ha fatto scorrere la lingua calda sulla punta prima di prendermi completamente in bocca. Il contrasto tra l'aria gelida dell'abitacolo e il calore umido e stretto della sua bocca mi ha strappato un grugnito roco.

Ed era fottutamente brava. Ci ha messo una foga e un vigore che spazzavano via ogni traccia della ragazza spocchiosa che conoscevo. Le sue labbra morbide scivolavano su e giù con un ritmo serrato, ritmico, inesorabile, mentre una mano mi stringeva alla base per aumentare la pressione. Il suono osceno, bagnato e ritmico che riempiva l'abitacolo era la colonna sonora perfetta per quel delirio di fine aprile. Io ho chiuso gli occhi, abbandonando la testa all'indietro e affondando le dita nei suoi capelli scuri per dettare il ritmo, arrendendomi totalmente a quella bocca che stava azzerando ogni fottuto pensiero razionale dalla mia testa.

Continuava a succhiarmi con una dedizione che mi stava letteralmente fottendo il cervello. Nel buio dell'abitacolo, illuminata a malapena dai riflessi del piazzale, la guardavo abbassarsi e alzarsi su di me, i suoi capelli scuri che le sfioravano le cosce. Il rumore umido e osceno della sua bocca riempiva il silenzio della macchina, mescolandosi al mio respiro sempre più corto.

A un certo punto si è fermata. Si è staccata lentamente, lasciando scivolare le labbra lungo la mia pelle, e mi ha guardato dritta negli occhi. Senza dire una parola, ha raccolto un po' di saliva in bocca e ci ha sputato sopra. La goccia è scivolata giù, lucida, e lei l'ha subito spalmata afferrandomi con la mano e riprendendo a pomparmi con movimenti veloci e spietati.

Quel gesto, così fottutamente rozzo, sfacciato e privo di qualsiasi eleganza, le ha dato all'istante l'aria di una ragazza di strada. Ed era la cosa più eccitante che potesse fare in quel momento.

«Cazzo, Flavia...» ho sibilato a denti stretti, inarcando il bacino contro la sua mano, sentendo la pressione salire vertiginosamente. Ero al limite, i muscoli delle mie gambe erano tesi come corde di violino e il climax era a un fottuto millimetro. «Fermati. Fermati o ti vengo in bocca.»

Lei ha ridacchiato, un suono basso e roco, rallentando appena ma senza smettere di stuzzicarmi la punta con la lingua. «E se volessi proprio questo?» mi ha provocato.

«Ho detto di fermarti,» le ho intimato, afferrandole una spalla con fermezza e tirandola su.

Senza protestare, si è allontanata. Il suo sguardo era torbido, carico di lussuria. Non abbiamo perso tempo a parlare. Con movimenti febbrili, si è sfilata il giubbotto di pelle gettandolo sui sedili anteriori, poi ha afferrato l'orlo del top e se l'è sfilato dalla testa in un colpo solo. Vederla completamente nuda dalla vita in su, con la pelle che brillava di sudore leggero e il seno che si alzava e abbassava per il fiato corto, mi ha dato la spinta finale. Ha lottato un secondo con i jeans stretti, calciandoli via insieme agli stivaletti, restando finalmente nuda sui sedili in pelle della mia auto.

Io, con le mani che mi tremavano impercettibilmente per l'adrenalina, ho recuperato un altro preservativo dal portafoglio. L'ho scartato e me lo sono srotolato addosso in fretta e furia.

Non ha aspettato che la invitassi. Mi si è messa di nuovo a cavalcioni, ma questa volta non c'era nessuna barriera tra di noi. Ha sollevato il bacino, si è allineata a me e, con un gemito che le ha graffiato la gola, si è lasciata cadere verso il basso, prendendomi tutto dentro di sé in un colpo solo.

L'impatto è stato violento e perfetto. La macchina ha cigolato pesantemente sotto il nostro peso.

Ho piantato subito le mani sui suoi glutei nudi, stringendo a piene mani la carne morbida, e l'ho spinta contro di me mentre lei iniziava a cavalcarmi con una foga inaudita. Non c'era nulla di romantico in quella scopata. Era attrito puro, sudore e aggressività. Lei andava su e giù con una violenza che le faceva sobbalzare il seno davanti ai miei occhi, le mani piantate contro il mio petto per darsi la spinta, graffiandomi la pelle attraverso la maglietta sbottonata.

«Dimmi che lo vuoi, stronzo...» ansimava, accelerando il ritmo, sbattendo il bacino contro il mio con una forza che rischiava di sfondare il sedile posteriore.

«Zitta e scopami,» le ho risposto, sollevando i fianchi per andarle incontro con spinte altrettanto rudi, affondando in lei fino in fondo e stringendole il culo così forte da lasciarle sicuramente i segni delle mie dita. Il crescendo erotico ormai aveva preso il sopravvento, azzerando completamente lo spazio dell'abitacolo e trasformandolo nell'epicentro di uno sfogo selvaggio, proprio come un rapporto che arriva diretto e inesorabile all'apoteosi dei sensi.

La macchina continuava a cigolare ritmicamente sotto le nostre spinte frenetiche. Flavia era una furia sopra di me, mi cavalcava dettando un ritmo selvaggio che mi stava letteralmente bruciando i nervi. Le mie mani non mollavano i suoi fianchi sudati, aiutandola a sbattere sempre più forte contro il mio bacino, pelle contro pelle. Sentivo ogni singolo millimetro del suo calore stringermi, un attrito umido e spietato che mi stava portando dritto oltre il limite.

Quando ho capito che non avrei retto un secondo di più, ho affondato le dita nella carne dei suoi glutei, spingendo dal basso con un'ultima, violenta sferzata. Il climax mi ha travolto come una scossa elettrica. Ho buttato la testa all'indietro contro lo schienale, lasciandomi sfuggire un grugnito roco e sordo mentre mi svuotavo completamente dentro il lattice, con i muscoli tesi allo spasimo.

Sono rimasto immobile per qualche istante, il petto che si alzava e si abbassava pesantemente, cercando di recuperare ossigeno. Poi l'ho spostata, senza troppe cerimonie. Mi sono sfilato il preservativo, l'ho annodato e l'ho gettato nel buio fuori dal finestrino. Mi sono tirato su i boxer e i pantaloni alla meno peggio, allacciando solo il bottone. Flavia era ancora lì, mezza stesa in obliquo sul sedile posteriore, i capelli scarmigliati, la pelle lucida di sudore e il fiato corto.

Le ho fatto un cenno col mento. «Sdraiati bene.»

Lei mi ha guardato da sotto in su, confusa ma incredibilmente docile in quel momento, e si è allungata sulla pelle fredda dei sedili. Io ho aperto del tutto il mio sportello posteriore e sono sceso. L'aria gelida delle tre del mattino mi ha schiaffeggiato la faccia, ma il mio sangue bolliva ancora di adrenalina. Mi sono messo in ginocchio direttamente sullo sterrato del piazzale, incastrandomi nello spazio della portiera aperta, esattamente in mezzo alle sue gambe spalancate.

L'ho afferrata saldamente per le cosce e l'ho tirata verso di me, facendola scivolare sulla pelle dei sedili finché il suo bacino nudo non è arrivato esattamente sul bordo, a un palmo dal mio viso. Era bellissima, completamente esposta e vulnerabile nella penombra.

L'ho guardata dritta negli occhi e, con un cinismo che sfiorava la pura crudeltà psicologica, le ho sussurrato: «Adesso ti faccio vedere cos'è che fa davvero impazzire Vittoria.»

A sentire quel nome, pronunciato proprio in quel momento, Flavia ha sgranato gli occhi, schiudendo le labbra in un sospiro strozzato e incredulo. Ma prima che potesse dire o fare qualsiasi cosa, ho abbassato la testa e ho affondato il viso in mezzo alle sue gambe.

L'impatto è stato caldissimo. Ho iniziato a leccarla con una lentezza esasperante, assaporando i suoi umori dolciastri mischiati al sapore crudo e animale della nostra scopata appena finita. La mia lingua tracciava cerchi lenti e decisi, esplorando ogni piega per farla impazzire, per poi concentrarsi esattamente lì, sul suo clitoride turgido e sensibilissimo. Ho iniziato a succhiarlo, prima piano, poi applicando una pressione sempre più forte e ritmica.

La reazione è stata immediata e devastante. Flavia ha inarcato la schiena così tanto da sollevarsi dal sedile. Le sue mani sono scattate all'indietro alla cieca, affondando le dita nella tappezzeria dell'auto per tenersi ancorata a qualcosa. I suoi gemiti, che prima cercava di trattenere, si sono trasformati in ansiti disperati e acuti che si perdevano nel buio gelido del piazzale. Io non le ho dato tregua, tenendole le cosce aperte con forza. Ho continuato a lavorarla senza pietà, alternando la lingua a piccolissimi e leggeri morsi, intrappolandola in un crescendo di piacere assoluto che non le lasciava scampo e le toglieva il respiro.

Quando è arrivata al culmine, il suo corpo è stato scosso da spasmi violenti e incontrollabili. Ha urlato mezza strozzata, stringendo spasmodicamente le cosce contro i lati della mia testa, mentre io continuavo ostinatamente a succhiare e bere il suo piacere fino all'ultimo brivido, godendomi dal basso, in ginocchio sullo sterrato, ogni singolo fottuto secondo del suo totale, assoluto cedimento.

Mi alzo lentamente da terra, pulendomi le ginocchia dai sassolini dello sterrato, e risalgo in macchina. Richiudo lo sportello alle mie spalle con un tonfo sordo, tagliando finalmente fuori il gelo di quella notte di fine aprile.

A questo giro, a differenza della fretta paranoica e clandestina del vicolo, avevamo tutto il tempo che volevamo. Nessun telefono che squillava, nessun amico ubriaco a venti metri di distanza. Mi sono rannicchiato sul sedile posteriore accanto a lei, nel poco spazio a disposizione. Eravamo un groviglio di gambe e respiri che stavano lentamente tornando regolari, la pelle nuda e appiccicosa di sudore che strideva contro il rivestimento dei sedili.

L'ho tirata contro il mio petto, facendole appoggiare la schiena contro di me. Le mie dita hanno iniziato a tracciare linee pigre e sensuali lungo i suoi fianchi, scendendo ad accarezzare la pelle morbida del suo addome, per poi risalire a sfiorarle i seni ancora turgidi. Lei si è lasciata coccolare, abbandonando la testa nell'incavo della mia spalla. Una delle sue mani è scivolata giù, lungo il mio addome, intrecciando le dita tra i miei peli e stuzzicando con tocchi leggeri il mio cazzo ormai rilassato, facendomi venire dei brividi involontari lungo la schiena.

Le baciavo il collo, la nuca, la linea della mascella, respirando il suo odore. Ovviamente, fedele alla mia contorta e folle ipocrisia, continuavo a negarle la bocca. E la cosa assurda è che in quel momento, in quella bolla di intimità sudicia e post-orgasmica, non sembrava importarle.

Abbiamo chiacchierato un altro po', a voce bassissima, come se avessimo paura di svegliare la città sotto di noi. Le mie mani sono scese di nuovo sul suo fondoschiena, massaggiando la carne che avevo segnato poco prima con le mie spinte. Il mio dito medio è scivolato proprio lì in mezzo, indugiando maliziosamente sulla piega dei glutei, sfiorandola con una pressione leggera ma inequivocabile.

«Flavia...» le ho sussurrato contro l'orecchio, la voce impastata di stanchezza e di una lussuria che stentava a spegnersi del tutto. «Ma te lo faresti mai scopare, il culo?»

La domanda è uscita diretta, cruda, esattamente come tutto il resto di quella serata.

Lei ha smesso di accarezzarmi il petto. Ha girato leggermente la testa verso di me, illuminata a metà dal lampione lontano. Un sorrisetto sfacciato, da vera stronza, le ha piegato le labbra. Non si è ritratta dal mio tocco, anzi, ha spinto impercettibilmente il bacino all'indietro, contro la mia mano.

«Non allargarti troppo, Giorgio,» mi ha risposto, con un tono di finto rimprovero che nascondeva un mare di malizia. «Diciamo solo che... non è un no assoluto. Dipende tutto da quanto sarai bravo a convincermi.»

Non era un sì, ma cazzo, non era affatto un no.

Mi è scappata una mezza risata cinica. Seguendo alla perfezione la regola di chiudere una parentesi erotica lasciando una promessa per il futuro, quella sua risposta ambigua mi ha riempito di una fottuta speranza.

Il resto della nottata è stata pura routine. Abbiamo recuperato i vestiti alla cieca nell'abitacolo stretto, infilandoci l'intimo in posizioni scomode e rivestendoci in silenzio. Ho riacceso il motore, ho ingranato la retromarcia e l'ho riportata verso la civiltà, attraversando le strade deserte.

Quando ho accostato sotto casa sua, non ci sono stati saluti strappalacrime o promesse romantiche. È scesa dall'auto con un semplice "ciao", sistemandosi la giacca di pelle e scomparendo dietro il portone del suo palazzo.

Ho rimesso la marcia e ho guidato verso casa mia, da solo. I sedili posteriori della mia macchina puzzavano di sesso e il mio corpo era svuotato, rilassato. Di Vittoria e dei famosi sensi di colpa che avrebbero dovuto divorarmi l'anima, ovviamente, non c'era nemmeno l'ombra.

La serata finisce così. E con lei, anche questo capitolo.

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