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Erotika
La Mia Vittoria · Cap. 1
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Capitolo 1 di 2 23 min di lettura

L’inizio della nostra storia

l’inizio della nostra relazione e la storia della nostra prima volta

SborrateClandestine
5 mesi fa · 1.4k letture · 3

Tutto è iniziato nel 2021. Più di un'ora di treno ci separava, due vite che scorrevano parallele finché non si sono incrociate per puro caso a quella fiera. Eravamo poco più che ragazzini. Non ci fu nessuna scintilla improvvisa, nessun approccio da film; semplicemente, ci ritrovammo a consumare il pranzo seduti sullo stesso pezzo di prato, spalla a spalla con i nostri rispettivi gruppi di amici che avevano iniziato a chiacchierare tra loro.

La pura e semplice verità è che quel giorno, in quel fazzoletto di tempo condiviso, io e Vittoria non ci cagammo di striscio. Io facevo il brillante, ed ero quasi del tutto preso a cercare di fare colpo su una sua amica.

Eppure, la mente a volte registra dettagli che consciamente crediamo di ignorare. Mentre parlavo con l'altra, i miei occhi continuavano a cadere su di lei.

Vittoria aveva un aspetto molto naturale e fresco. La sua era una bellezza che univa delicatezza e sensualità in modo totalmente spontaneo, senza sforzo. La prima cosa che mi rimase impressa fu l’armonia dei suoi lineamenti: il viso ovale e morbido aveva proporzioni così equilibrate da darle un’aria dolce, ma allo stesso tempo fottutamente affascinante. Sotto la luce naturale di quel pomeriggio, la sua pelle appariva chiara, liscia e luminosa, quasi vellutata. Il mio sguardo si fermò per una frazione di secondo su alcuni piccoli nei sparsi sul petto e sulle spalle; piccoli dettagli imperfetti che aggiungevano carattere, rendendola incredibilmente reale e sensuale.

Se ne stava lì, rilassata. I suoi occhi grandi e caldi, di un marrone chiaro, trasmettevano uno sguardo tranquillo ma intenso. Non c'era nulla di aggressivo o provocante in lei: la sua sensualità era sottile, silenziosa. Le labbra erano piene ma non eccessive, e anche quando accennava solo un sorriso di circostanza, l'arco morbido della bocca e il labbro inferiore leggermente più carnoso le donavano un fascino innegabile.

Aveva i capelli tirati indietro in modo semplice, una scelta che lasciava completamente scoperto il viso e metteva in risalto la linea pulita della fronte e il collo sottile e slanciato, che scendeva con grazia verso le spalle delicate. Portava più orecchini dorati, un piccolo tocco moderno e audace in mezzo a tanta semplicità.

Anche da seduta, potevo intuire che il suo corpo fosse snello e proporzionato. Il busto aveva forme morbide e naturali: il seno, rotondo e armonioso, era valorizzato senza risultare eccessivo. Tutta la zona del décolleté sprigionava una femminilità magnetica proprio per la sua semplicità. Con quella vita sottile e il torso slanciato, la sua era una silhouette minuta ma definita. La sua sensualità non aveva bisogno di esagerazioni; nasceva da un perfetto equilibrio tra dolcezza e forme femminili. Una bellezza intima, elegante, che mi si è stampata in testa senza che me ne rendessi conto.

Da quel pomeriggio sul prato, le cose presero una piega inaspettata. Non ero l'unico del mio gruppo ad essersi preso una cotta per una di loro, così iniziammo a sentirci. Eravamo ancora in parte ostaggio delle restrizioni del Covid, quindi le nostre serate si trasformarono in lunghe videochiamate su Meet. Schermi illuminati nel buio delle nostre camere, voci che si accavallavano e risate.

Io, per non smentirmi, continuavo a provarci spudoratamente con Francesca. Eppure, mentre parlavo con lei, i miei occhi sullo schermo cercavano sempre il riquadro di Vittoria. In quelle serate virtuali imparai a conoscerla. Parlava spesso del suo ex, un ragazzo più grande di lei. I suoi racconti non facevano che alimentare l'aura che le avevo cucito addosso: mi sembrava una ragazza vissuta, molto più esperta di me, con un bagaglio di esperienze che mi faceva sentire ancora più piccolo. Oggettivamente, era la più bella del gruppo. Perché mai una così avrebbe dovuto guardare uno come me? Ero il classico ragazzo un po' nerd, impacciato, con un'autostima che rasentava lo zero. Puntare Francesca mi sembrava la via più sicura, quella più "alla mia portata".

Passarono un paio di settimane così, tra schermi e fantasie represse, finché un sabato riuscimmo finalmente a organizzare un'uscita dal vivo. Scegliemmo una città a metà strada per tutti.

Quando ci incontrammo, capii subito che c'era sotto un piano che mi era sfuggito. Il gruppo si era magicamente ristretto. Non c'erano tutte le ragazze, solo quelle che avevano già messo gli occhi su qualcuno di noi. Due miei amici erano rimasti a casa e, con mio grande stupore, tra le assenti c'era anche Francesca.

Ero così stupido e accecato dalle mie insicurezze che non mi sfiorò minimamente l'idea che Vittoria potesse essere lì per me. Mi sembrava semplicemente che fosse venuta per fare gruppo, la solita ragazza socievole sempre in mezzo alla compagnia. Andammo a fare un aperitivo. Seduti al tavolo del bar, l'aria iniziò a farsi strana. I discorsi generali lasciarono spazio a bisbigli a due. Lentamente, come se seguissero un copione non scritto, tutti iniziarono a trovare scuse per alzarsi, allontanarsi, dividersi in coppie.

E così, senza quasi accorgermene, mi ritrovai da solo con lei.

Eravamo seduti sulla panchina della stazione, aspettando che gli altri tornassero. L'aria della sera iniziava a farsi frizzante, ma io sentivo un calore anomalo irradiarmi dal lato del corpo più vicino a lei. Eravamo seduti a pochi centimetri di distanza. Potevo sentire il profumo pulito dei suoi capelli e percepire il ritmo del suo respiro. Il tessuto dei suoi jeans sfiorava la mia gamba ogni volta che si muoveva, mandandomi piccole scosse alla bocca dello stomaco.

A un certo punto, rompendo quel silenzio carico di tensione, mi confessò con una mezza risata quello che ormai era ovvio: quell'uscita era stata una trappola organizzata. Erano venute solo le ragazze interessate, e ora erano tutti accoppiati, sparsi per la città a viversi i loro momenti.

La guardai. Le luci al neon della stazione le illuminavano quel viso ovale e perfetto, facendola sembrare ancora più irraggiungibile. Il mio cervello andò in tilt. La mia insicurezza prese il sopravvento e, come un idiota, mi uscì dalla bocca l'unica domanda che non avrei dovuto fare.

«E io non sono stato accoppiato?» chiesi, con la voce che mi tremava leggermente per l'imbarazzo.

Mi aspettavo una battuta, o magari una frase di circostanza per non farmi pesare la mia presunta esclusione. Invece, Vittoria si voltò verso di me. I suoi occhi marroni e caldi mi fissarono per un istante infinito. Le sue labbra piene si incurvarono in un sorriso lentissimo, quasi complice.

«Chissà...» sussurrò, con un tono di voce così dolce e roco da farmi fermare il cuore nel petto.

Non aggiunse altro. Si inclinò dolcemente verso di me, accorciando quegli ultimi centimetri che ci separavano, e appoggiò la testa sulla mia spalla. Sentii il peso leggero del suo corpo contro il mio, il calore della sua guancia attraverso la stoffa della mia maglietta e il suo profumo che mi invadeva i polmoni. Tutta la mia goffaggine sembrò evaporare in quel contatto improvviso e intimo. In quel momento, su quella panchina, c'eravamo solo io, lei, e il mio cuore che batteva così forte che temevo potesse sentirlo.

Alla fine, non voglio tirarla per le lunghe. Ero un disastro ambulante. Nonostante quel "chissà" e la sensazione del suo corpo contro il mio fossero segnali che chiunque avrebbe colto al volo, le mie insicurezze continuavano a farmi da scudo, facendomi dubitare di tutto. Avevo capito di piacerle, ma il mio cervello faticava ad accettarlo.

Eppure, qualcosa in me si era sbloccato. Da quel pomeriggio l'aria tra noi cambiò. Iniziammo a scriverci in privato, ignorando le chat di gruppo. Le nostre conversazioni andavano avanti da sole, trascinandosi fino a notte fonda, svelando pezzetti di noi tra uno scherzo e l'altro, alimentando una tensione che cresceva a ogni notifica sul telefono.

Quando finalmente riuscimmo a rivederci, l'atmosfera era satura. Avevamo 16 e 15 anni: non eravamo poi così piccoli, e ce ne rendevamo conto entrambi. Eravamo di nuovo seduti vicini, ma questa volta la barriera non era solo la mia timidezza; c'era quell'ostacolo fisico, quelle maledette mascherine che il periodo ci imponeva, a coprire metà del viso e a nascondere i respiri.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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