Continuavo a guardarla. I suoi occhi marroni, luminosi, erano fissi su di me. Presi tutto il coraggio che avevo in corpo, un respiro profondo e allungai una mano. Le sfiorai la guancia, sentendo il calore della sua pelle, e con un movimento lento le agganciai l'elastico, abbassandole la mascherina sotto il mento. Le sue labbra piene e morbide, quelle che avevo fissato di nascosto per settimane, erano finalmente scoperte.
Non ci dicemmo nulla. I nostri sguardi si incrociarono per un secondo di troppo, una frazione di tempo in cui ogni difesa crollò.
Mi avvicinai e la baciai.
Il primo bacio fu urgente, quasi affamato. Non era il mio primo bacio assoluto – e a detta sua non me la cavavo affatto male, ma la sensazione delle sue labbra sulle mie azzerò ogni mia esperienza passata. Lei mi afferrò la giacca, tirandomi più vicino, premendo il suo corpo contro il mio. La mia mano scivolò dietro la sua nuca, perdendosi tra i capelli, mentre l'altra le cinse saldamente la vita, stringendola per non farla scappare.
Le nostre bocche si schiusero, le lingue che si sfioravano come per conoscersi di nuovo , prima di intrecciarsi con una foga che ci lasciò senza fiato. Era un bacio umido, profondo, che sapeva di aspettativa trattenuta troppo a lungo. Non riuscivo a smettere. Ogni volta che ci staccavamo di qualche millimetro per riprendere aria, la guardavo per un istante, col fiato corto, per poi tuffarmi di nuovo sulle sue labbra, ancora più bisognoso di prima
Passammo ore su quella panchina. Semplicemente a limonare, persi l'uno nel sapore dell'altra. I nostri corpi incollati, le mani che esploravano incerte ma decise, i respiri che si mescolavano nell'aria fredda. Tutta la frustrazione, la timidezza e la distanza delle settimane precedenti vennero bruciate via in quel contatto continuo.
Alla fine di quella giornata, senza bisogno di discorsi complicati o grandi dichiarazioni, stavamo insieme.
A ripensarci oggi, da adulti, sorrido. Le relazioni nate così, tra ragazzi ancora acerbi e con un'ora di treno a fare da spartiacque, sulla carta non sono fatte per durare. La pazienza e la stabilità si sviluppano con il tempo. Eppure, il prossimo 27 maggio saranno passati cinque anni esatti da quella panchina e da quel primo bacio svelato. Cinque anni, e noi resistiamo ancora.
Ma veniamo al sodo, alla "ciccia", al vero motivo per cui questa storia merita di essere scritta senza filtri.
Il primo mese passò con un ritmo frenetico. Cercavamo di vederci almeno una o due volte a settimana e organizzarci era facile: nel gruppo si era formata un'altra coppia, quindi c'erano sempre il mio amico e la sua amica a farci da copertura. All'inizio recitavamo la parte dei bravi ragazzi: passeggiate, cene, aperitivi. Ma l'aria tra noi era sempre carica, tesa come una corda di violino.
Poi, trovammo il "nostro" posto.
Era una zona di scogli sul lungomare, un punto piuttosto lontano da occhi indiscreti dove potevamo stenderci tranquilli. Appena eravamo sicuri di essere soli, al riparo dal passeggio, l'innocenza spariva. La tiravo a me, distendendola sulla roccia irregolare, e i baci diventavano subito profondi, umidi, affamati. La mia ossessione, fin da subito, era toccarla. Non so quante maglie le abbia sformato a furia di infilarci le mani sotto, impaziente di sentire la sua pelle nuda.
Riuscire a sganciarle il reggiseno era ogni volta una piccola vittoria. I suoi seni mi riempivano le mani, morbidi e caldi. Li stringevo, ne assaporavo il peso, mentre i miei polpastrelli andavano subito a cercare i capezzoli, stuzzicandoli finché non diventavano duri e reattivi sotto il mio tocco. A Vittoria piaceva da impazzire. Le sollevavo la maglietta fino al collo, abbassando il viso per prendere un capezzolo tra le labbra, succhiandolo e bagnandolo con la lingua fino a farla inarcare contro gli scogli. Sentivo il suo respiro spezzarsi, le sue dita che si aggrappavano ai miei capelli, tirandoli per tenermi incollato al suo petto mentre dalla sua gola sfuggivano gemiti rochi che si perdevano nel rumore del mare.
Ma fu proprio su quegli scogli che Vittoria mi guidò oltre il limite. Aveva una malizia naturale, eccitante, che spazzava via ogni mia insicurezza giovanile.
«Mettile qui...» sussurrò una volta, con il respiro corto. Afferrò il mio polso e spinse la mia mano lungo il suo addome, facendola scivolare sotto l'elastico dei jeans e oltre il bordo delle mutandine.
Il calore che mi investì le dita fu una scossa. Era fradicia, incredibilmente bagnata, morbida e pulsante. All'inizio ero impacciato, terrorizzato all'idea di sbagliare, ma lei si rivelò una guida perfetta.
«Più piano,» mi sussurrò all'orecchio, mordicchiandomi il lobo. «Così... non fermarti.»
Imparai a leggerla. Iniziavo ad accarezzarla disegnando cerchi lenti sul clitoride, sentendola fremere e premere il bacino verso l'alto, contro il mio palmo. Poi, seguendo i suoi sospiri, lasciavo che un dito scivolasse dentro di lei, accolto da una stretta bollente, per poi aggiungerne un secondo. Modestamente, ci presi la mano in fretta. Capii esattamente l'angolazione da usare, il ritmo in cui affondare e ritirarmi, la pressione del pollice per farle perdere la testa.
Il suono dei nostri respiri rimbombava in quello spazio ritagliato tra le rocce. Quando spingevo le dita dentro di lei, sentivo le pareti del suo sesso contrarsi ritmicamente attorno a me, i suoi muscoli che cedevano al piacere. Sentire le sue cosce tremare attorno al mio polso e raccogliere i suoi orgasmi bagnati sulle mie mani mi dava un senso di onnipotenza indescrivibile. Lì, con i vestiti stropicciati e il sapore della nostra eccitazione addosso, non c'erano più insicurezze: c'era solo la scoperta pura, viscerale, di due corpi che non ne avevano mai abbastanza.
Giugno scivolò via così, tra le fughe sugli scogli e il sapore della pelle salata. Luglio sembrava destinato a seguire esattamente lo stesso copione, almeno fino a metà mese, quando il castello di carte del nostro gruppo crollò miseramente. Il mio amico e la sua amica si lasciarono, e lo fecero in un modo pessimo. Le dinamiche si incrinarono e i due gruppi finirono inevitabilmente per prendersi a schifo.
Vista la situazione, iniziai a sudare freddo. Temevo che la faida avrebbe alzato un muro anche tra noi due. E invece, io e Vittoria eravamo una roccia. Andavamo così alla grande che, a fine luglio, mi lanciò l'amo che svoltò definitivamente la mia estate.
«Ad agosto, visto che i miei genitori partono per una settimana, ho invitato le ragazze e altri due amici nella mia casa vacanza...» mi disse, con una finta innocenza che ormai avevo imparato a leggere benissimo. «Che ne dici se venissi anche tu come... terzo amico maschio?»
Sapevo perfettamente cosa intendeva con terzo amico maschio. E cazzo sì, non me lo feci ripetere due volte.
I primi di agosto lei partì per questa villetta sulla spiaggia, a un paio d'ore di treno da me. I giorni che ci separarono furono una lenta e bellissima tortura. Ci sentivamo in continuazione e la sera, chiusi nell'intimità delle nostre camere, le videochiamate si allungavano fino a notte fonda. Il tono si faceva caldo, carico di aspettative. Le dicevo quanto mi mancasse avere le mani su di lei, e lei rispondeva con sguardi e mezze frasi che mi facevano impazzire, alimentando a dismisura la promessa di quello che avremmo fatto non appena fossimo stati finalmente sotto lo stesso tetto.
Poi, arrivò la mia settimana. Presi il treno insieme alle sue amiche, con le quali, per fortuna, ero riuscito a mantenere un ottimo rapporto nonostante i casini tra i gruppi. Quando varcai la soglia della villetta, la prima cosa che vidi fu lei: abbronzata, sorridente, con un paio di shorts cortissimi che le fasciavano i fianchi alla perfezione. L'impatto visivo mi mozzò il fiato.
Non mi diede tregua. Iniziò subito a prendermi in giro. Fece da Cicerone per le stanze, assegnando i posti letto con un tono solenne e uno sguardo carico di ironia maliziosa.
«E voi tre ragazzi... dormirete qui,» annunciò, indicando una stanzetta e lanciandomi un'occhiatina di sbieco, mordendosi il labbro inferiore per trattenere un sorriso.
