Mi sfotté su questa storia per tutto il primo giorno. Era una provocazione bellissima e crudele, visto che al telefono ci eravamo ripetuti allo sfinimento quanto non vedessimo l'ora di dormire insieme, intrecciati l'uno all'altra. Ma, in un attimo in cui gli altri erano distratti in salotto a disfare i bagagli, mi passò accanto nel corridoio stretto.
Non resistetti. Le afferrai il polso senza farmi vedere dagli altri, tirandola contro di me e schiacciandola dolcemente contro la parete. Il suo corpo morbido si scontrò con il mio petto; il calore della sua pelle e il suo profumo mi diedero alla testa.
«Terzo amico maschio, eh?» le sussurrai a un millimetro dall'orecchio, sfiorandole il collo con la punta del naso e sentendola rabbrividire sotto le mie mani che le stringevano i fianchi nudi.
«Vedremo quanto sarai bravo a fare il bravo ragazzo...» rispose lei con un filo di voce. Scivolò via dalla mia presa, passandomi una mano leggera sul petto, lasciandomi lì con il respiro corto e un sorriso complice stampato in faccia.
La verità? Parliamoci chiaramente. Non vedevo l'ora di dormire con lei, sì. Ma, sotto sotto, la mia testa era sintonizzata su un unico, gigantesco pensiero fisso: non vedevo l'ora di scopare per la prima volta. E la volevo in un modo che mi faceva quasi male. Come ci insegnano le regole di questo genere, la storia erotica è un crescendo , e terminare questo momento con questa tensione è la promessa perfetta per il lettore (e per te stesso) su cosa stava per succedere.
Il pomeriggio in spiaggia fu un esercizio di autocontrollo fallito in partenza. Vittoria indossava un costume che le fasciava i fianchi e i glutei in modo divino. Ogni volta che si girava verso di me, o si chinava per sistemare il telo mare, i miei occhi finivano inevitabilmente lì. E non solo gli occhi: quando gli altri si tuffavano in acqua o erano distratti a chiacchierare, la mia mano scivolava per sfiorarle il sedere sodo e caldo di sole. Lei non si ritraeva. Anzi, si lasciava toccare, lanciandomi sguardi complici e maliziosi da dietro le lenti scure degli occhiali.
Dopo cena ci ritrovammo tutti nel giardinetto della villetta. L'aria era ancora calda e carica di salsedine. Vittoria era uscita dalla doccia e si era infilata un pigiama estivo: pantaloncini cortissimi e una canottierina leggera di cotone. Sotto, ovviamente, niente reggiseno. Era fresca, profumata di bagnoschiuma, di una sensualità disarmante e naturale. Parlammo per un po', ma l'elettricità tra noi era palpabile.
A un certo punto, si stiracchiò con finta stanchezza. Mi guardò dritto negli occhi, ignorando il brusio degli altri attorno a noi.
«Ho un po' di sonno,» disse con un tono di voce leggermente più basso. «Vieni in camera con me?»
La mia risposta interna fu sì, mille volte sì. Mi alzai cercando di sembrare disinvolto e la seguii lungo il corridoio, chiudendoci la porta alle spalle.
Ci stendemmo sul suo letto, fianco a fianco. La tensione del pomeriggio sembrava essersi temporaneamente sciolta in una chiacchierata dolce, fatta di sussurri e cazzate, le nostre gambe nude che si sfioravano nel buio parziale della stanza. Ma io ero terribilmente distratto. Sotto quella canotta sottile, i contorni dei suoi seni e la punta dei suoi capezzoli erano un richiamo costante, magnetico. Non riuscivo a smettere di fissarle il petto.
Lei se ne accorse, con quella sua solita intuizione infallibile. Interruppe la frase che stava dicendo e mi guardò con un sorriso lento, consapevole del potere che aveva su di me.
«Vedo come mi guardi le tette...» sussurrò. «Le puoi toccare, se vuoi.»
Non perse tempo ad aspettare una mia risposta. Con un movimento fluido e sensuale, afferrò l'orlo della canottiera e se la sfilò da sopra la testa, lasciandola cadere di lato.
Erano perfette. Alla penombra della stanza, la sua pelle era ancora più morbida e invitante. Mi spostai subito, mettendomi a cavalcioni sopra di lei. Le mie mani andarono a stringerle con una fame che non riuscivo più a nascondere, accarezzandone il peso, mentre il mio viso scendeva sul suo petto. Iniziai a baciarle la pelle liscia, per poi prendere un capezzolo tra le labbra. Lo succhiai con foga, bagnandolo con la lingua, accarezzando le areole fino a farle inturgidire completamente.
Vittoria inarcò la schiena contro le lenzuola, spingendo il petto contro la mia bocca. Le sue mani sprofondarono nei miei capelli, stringendoli per tenermi lì. I suoi gemiti erano sottovoce, soffocati per non farsi sentire dagli amici che chiacchieravano in giardino, ma vibravano di un'eccitazione pura e incontenibile.
Risalii lungo il suo collo, baciandole la linea della mascella, per poi tuffarmi sulle sue labbra in un bacio profondo, umido, disperato. Le nostre lingue si intrecciarono mentre il mio bacino premeva contro il suo.
Fu in quel momento, staccandosi di un solo millimetro per riprendere fiato contro la mia bocca, che mi sussurrò con una carica esplosiva:
«Scopami, Giò...»
Quelle parole, "Scopami, Giò...", furono una scossa che mi attraversò tutto. Non fu un ordine, ma una preghiera, un'invocazione che scioglieva ogni mia ultima remora. Mi fece sciogliere. Non solo il controllo, ma la paura, l'ansia da prestazione, tutto svanì, lasciando solo un'urgenza primordiale, un bisogno di lei che era quasi fisico.
In un silenzio carico di elettricità, ci togliemmo gli ultimi vestiti che rimanevano. Il mio pantaloncino e le sue mutandine. La vidi nuda per la prima volta, interamente. La pelle liscia dei suoi fianchi, la curva perfetta del suo ventre, il piccolo triangolo scuro tra le sue gambe. Era bellissima, vulnerabile e potente allo stesso tempo.
Mi misi sopra di lei, appoggiandomi sugli avambracci per non schiacciarla. Lei mi guardò dall'alto in basso, i suoi occhi marroni erano due pozzi liquidi nella penombra. «Hai paura?» mormorò, accarezzandomi il petto con la punta delle dita.
Scossi la testa. «Solo di fare qualcosa di sbagliato.»
«Non c'è niente di sbagliato,» rispose lei, la voce roca. «Sei con me.»
Nonostante le sue esperienze passate, mi confidò tempo prima, che non era mai arrivata a questo punto. Non era mai andata fino in fondo. Era un momento speciale. La prima volta di entrambi.
La baciai dolcemente. Un bacio diverso da quelli prima, non più avido, ma carico di una promessa, di una responsabilità che sentivo sulle spalle e che accolsi con tutto me stesso. Le mie mani tornarono sulle sue tette, non più per presa, ma per accarezzarle, sentire il suo cuore battere forte sotto i miei palmi.
Mentre le nostre labbra si univano ancora, il mio sesso si posò tra le sue gambe, caldo e duro contro la sua carne liscia. Lei sollevò un'anca, un invito silenzioso, una sua apertura.
«Sì...» sospirò contro la mia bocca. «Sì, Giò, adesso.»
Lentamente, con un tremore che non sapevo se fosse mio o suo, mi spinsi. La sentii stringere, bagnata e incredibilmente calda. Entrai dentro di lei per la prima volta, dolcemente, solo la punta, un centimetro che ci cambiò per sempre.
Un gemito basso le sfuggì. Un suono che fu parte dolore, parte stupore, parte pura liberazione. «Fermati un attimo...» mormorò, gli occhi chiusi, una piccola ruga tra le sopracciglia.
Mi fermai, aspettando, il cuore che martellava nel petto. La sentii respirare, adattarsi, accettare. Poi le sue mani presero a massaggiarmi la schiena, e le sue cosce, che avevo tenuto aperte, si chiusero dolcemente attorno ai miei fianchi, stringendomi, avvolgendomi. Era un abbraccio di carne.
«Adesso puoi andare...» sussurrò. «Muoviti dentro di me.»
Iniziai a spingere, lentamente. Ogni centimetro era una nuova scoperta, una nuova sensazione. Il sesso era inesperto, goffo, ma ogni movimento era carico di un significato che andava oltre il piacere fisico. Era la sensazione di un'incudine e di un martello al tempio, un'ondata di calore che mi saliva dal basso della schiena e mi annebbiava i sensi. Il mondo fuori da quella stanza non esisteva più. C'era solo lei, il suo odore di sale e di pelle, la sua pelle che scivolava contro la mia, la sua voce che sussurrava il mio nome come una preghiera.
