«Giò... sì... lì...» gemette lei quando cambiai l'inclinazione, spingendomi più a fondo. Il mio ritmo divenne più insistente, più istintivo. Ero dentro di lei. Il nostro sesso era un dialogo umido di corpi che imparavano a parlare la stessa lingua. Le sue mani affondavano nei miei capelli, le sue unghie mi graffiavano leggermente le spalle. Le mie labbra baciavano il suo collo, le sue clavicole, tornando a succhiare i suoi seni, che si muovevano al ritmo delle nostre spinte.
«Sei tutta mia...» le mormorai contro la pelle, non come una domanda, ma come una verità che mi stava travolgendo.
«Tutta tua,» confermò lei con un filo di voce. «Solo tua.»
Il suo sesso si stringeva intorno al mio, un ritmo che coincideva con il mio, una stretta che mi stava portando verso il baratro. La sentei vibrare, il suo corpo si tese tutta, la schiena che si inarcava in un'onda perfetta. Un gemito più forte, quasi un singhiozzo le uscì dalla gola.
«Non riesco a trattenermi...» dissi, il fiato corto, la voce spezzata.
«Lasciati andare, Giò...» mi supplicò, stringendo le cosce ancora più forte, costringendomi a rimanere uniti. «Lascia andare... dentro di me.»
La sentii esplodere, un contrazione profonda e calda che partì da dentro di lei e la scosse tutta. Fu la scintilla che mi consumò. Un'onda di piacere mi attraversò, partendo dalla base della schiena e travolgendo ogni cosa. Vidi bianco. Per un attimo, smisi di respirare. E poi la mia esplosione, un getto caldo e profondo che la riempì, un ultimo, disperato abbraccio dei nostri corpi.
Crollai su di lei, ma non con tutto il mio peso, sorreggendomi sui gomiti. Eravamo attaccati, sudati, il fiato che ci usciva a fiamme dai polmoni. Sentivo il suo cuore battere all'unisono con il mio. Le baciai il capo, affondando il naso tra i suoi capelli.
«Ti amo, Vittoria,» sussurrai. Non era una dichiarazione, era una constatazione.
Lei mi strinse forte, senza parlare. Forse non c'era bisogno di parole.
Ci lasciammo cullare da quell'abbraccio per un po', i respiri che pian piano tornavano regolari e il sudore che ci incollava la pelle al fresco delle lenzuola. Poi, quando l'adrenalina iniziò a scemare, la realtà pratica ci colpì in faccia.
Ripensandoci oggi fa sorridere, il classico e simpatico inconveniente da giovani idioti: ci eravamo fatti prendere talmente tanto dal momento, travolti da quell'urgenza assoluta, che non avevamo usato nessuna precauzione. Niente preservativo, niente di niente. Cazzo. Ricordo che mi salì un'ansia tremenda, ma l'atmosfera era così bella che finimmo per esorcizzarla scherzandoci su, ridacchiando nervosamente nel buio della stanza. La voglia di fare un secondo round era prepotente, ce l'avevamo scritta in faccia, ma alla fine il buon senso (quel poco che ci era rimasto) ebbe la meglio: sfidare la sorte due volte nella stessa notte, senza difese, non era proprio il caso.
Eppure, a quell'età la razionalità si ferma al cervello; di certo non scende più in basso.
Eravamo ancora completamente nudi, aggrovigliati nel suo letto. Non potevamo andare di nuovo fino in fondo, d'accordo, ma smettere di toccarci era letteralmente impossibile. Iniziai a strusciarmi piano su di lei. Era nato come un gioco, un modo per prolungare quel calore, ma l'attrito dei nostri corpi nudi riaccese la miccia in un secondo. Sentivo la pelle liscia del suo addome contro la mia, il contatto scivoloso e bagnato dei nostri bacini che si sfioravano superficialmente, strappandoci risatine divertite che si trasformavano subito in sospiri profondi. Ogni volta che il mio bacino premeva contro di lei, Vittoria inarcava la schiena, assecondando il movimento e stringendomi i fianchi con le gambe.
Eravamo divertiti, ma l'eccitazione stava tornando a bussare con prepotenza. L'atmosfera era così complice, così priva di giudizio, che mi diede una dose di coraggio sfacciata.
Mi fermai un secondo, tenendomi a pochi centimetri dal suo viso, guardando i suoi occhi scuri che brillavano di desiderio nella penombra. Le accarezzai il collo, mordicchiandole dolcemente la linea della mascella.
«Vitto...» le sussurrai, sentendo il cuore riprendere a battere forte.
«Mh?» fece lei, muovendo i fianchi contro i miei in una tacita richiesta di non fermarmi.
«Posso chiederti una cosa? Vorrei provare una cosa che... be', che ho visto solo nei film porno.»
Il solo dirlo ad alta voce mi fece morire di imbarazzo. Temevo che avrebbe riso, spezzando la magia, o che avrebbe pensato che stessi rovinando un momento così dolce. Invece, Vittoria mi sorprese per l'ennesima volta. I suoi occhi si accesero di una malizia purissima. Le sue labbra, ancora gonfie per i baci, si schiusero in un sorriso lento, caldo e incredibilmente fiducioso.
«Va bene, Giò,» sussurrò, passandomi le unghie leggere lungo la schiena, facendomi venire i brividi. «Fammi vedere.»
Scivolai piano lungo il suo corpo, baciandole l'addome nudo, sentendo i suoi muscoli contrarsi sotto le mie labbra a ogni centimetro che conquistavo. Mi spinsi sempre più giù, inebriato dal suo calore e da quel profumo intimo e inconfondibile.
Quando capì quali fossero le mie intenzioni, Vittoria trattenne il fiato. Era stupita, forse non si aspettava un'audacia simile da parte mia proprio in quella prima notte, ma non fece nulla per fermarmi. All'inizio ero esitante, cercavo di capire come muovermi, quale fosse il ritmo giusto per lei. Ma Vittoria era fantastica: non mi lasciò annaspare. Le sue mani scesero a intrecciarsi nei miei capelli, accarezzandomi la nuca.
«Aspetta...» sussurrò, con la voce rotta dall'eccitazione. Fece una leggera pressione con le dita per spostarmi di qualche millimetro. «Un po' più su. Ecco... sì, Giò. Così.»
Una volta trovato il punto, mi ci dedicai con tutta la dedizione di cui ero capace. Sentire i suoi gemiti riempire il silenzio della stanza e percepire il suo bacino che si sollevava per cercare sempre di più il mio contatto mi faceva impazzire. Sembrava piacerle davvero tanto, e quella consapevolezza era per me l'afrodisiaco più potente del mondo. Andai avanti, perdendomi nel sapore della sua pelle e nel suono del suo respiro che si faceva sempre più affannato.
A un tratto, però, non le bastò più. Con una forza mossa dall'urgenza, mi afferrò per le spalle e mi tirò su. Voleva guardarmi, voleva sentirmi addosso. Le nostre bocche si scontrarono in un bacio famelico, disperato, un incastro umido in cui le nostre lingue si cercarono con una foga assoluta. Il sapore di lei, di noi, si mescolò sulle nostre labbra.
E mentre la baciavo con tutta la fame che avevo in corpo, la mia mano scivolò di nuovo giù. Le mie dita ripresero il lavoro esattamente dove lo avevo interrotto, muovendosi con un ritmo deciso e instancabile. Vittoria si aggrappò alle mie spalle, piantandomi le unghie nella carne. Gemette forte contro la mia bocca, mordendomi il labbro inferiore, finché non la sentii irrigidirsi completamente. Un brivido violento le scosse tutto il corpo e si strinse attorno alla mia mano, lasciandosi andare in un'onda di piacere puro che le rubò il fiato.
Quando finalmente riaprì gli occhi, il suo viso era bellissimo. Era tutta rossa, le guance accese, la pelle coperta da un velo lucido di sudore. Mi sorrise, un sorriso stanco, sazio e immensamente complice, prima di lasciarsi cadere pesantemente contro il cuscino.
Crollai di fianco a lei, tirandola contro il mio petto. Eravamo sfiniti, svuotati, felici in un modo che non avevo mai provato prima.
«Due a uno,» le sussurrai all'orecchio, strappandole una risatina debole.
Così si chiuse la nostra prima vera esperienza. Senza difese, pieni di difetti, ma con una passione che ci aveva travolti entrambi. È un ricordo bellissimo.
Ma, per fortuna, era solo il primo di una lunga, lunghissima serie.
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