La Mia Vittoria

Capitolo 2 - Cazzo, dove scopiamo?

L'eterno dramma giovanile di non avere un letto si risolve tra fughe clandestine e l'arrivo benedetto della prima auto. Un'esplosione di sesso selvaggio e disinibito, dove la frustrazione accumulata lascia finalmente spazio alla pura esplorazione carnale.

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Quella settimana di agosto fu un'escalation pura, un delirio ormonale e sentimentale. Avendo rotto il ghiaccio la prima notte, i giorni successivi furono un susseguirsi di pelle, sudore e lenzuola stropicciate. Le sue amiche sapevano benissimo cosa succedeva quando ci chiudevamo in camera; non ci nascondevamo neanche più di tanto. Avevamo l'aria sfatta e felice di chi ha appena scoperto il parco giochi più bello del mondo.

Ma come in ogni dramma adolescenziale che si rispetti, a settembre arrivò la doccia fredda.

La scuola, la routine, e soprattutto quell'ora di treno tornarono a fare da padroni. Dopo aver assaporato la libertà di una casa vuota, affrontammo l’incubo di ogni coppia della nostra età che si approcciava alla passione e al sesso, non sapevamo dove scopare.

Non avevamo un posto nostro. Il nostro vecchio scoglio andava bene per limonare, per infilarle le mani nei pantaloni o per rimediare in fretta alla voglia che ci divorava, ma le temperature stavano scendendo e, parliamoci chiaro, non era certo un posto adatto per scopare davvero. Facevamo qualcosina, rubavamo minuti preziosi, ma il senso di insoddisfazione era palpabile.

A dicembre le cose iniziarono a cambiare, ma non nel modo che speravo. Per caso, in occasione del mio compleanno, andai da lei e fui "presentato" ufficialmente. Conobbi la sua famiglia: casa sua era un regno interamente femminile, abitato solo da lei, da sua madre e dalla sorella maggiore di 26 anni. Feci sfoggio della mia faccia da bravo ragazzo, e a quanto pare funzionò alla grande.

Da quel momento presi sempre più confidenza, finché, verso febbraio, arrivò la svolta logistica. Considerando che gli ultimi treni per tornare da me passavano piuttosto presto e che le stazioni a quell'ora non erano popolate da bellissima gente, la madre e la sorella iniziarono a invitarmi a dormire da loro nel weekend.

Sembrava un sogno, vero? Dormire a casa della mia ragazza.

C'era solo un piccolissimo, fottuto problema.

Le regole della casa erano chiare: io dormivo nel letto di Vittoria, da solo. E Vittoria veniva esiliata nella stanza della sorella maggiore, a dormire con lei.

La prima volta che mi ritrovai da solo nella sua camera, fu una tortura psicologica. Ero sdraiato tra le sue lenzuola, avvolto dal suo profumo inebriante che mi riempiva le narici, con un'erezione che non voleva saperne di placarsi, sapendo che lei era a pochi metri da me, oltre due porte chiuse, nel letto con sua sorella.

Z dire la verità, per dovere di cronaca devo ammettere una cosa: le primissime volte in cui dormii da lei, incredibile ma vero, facemmo i bravi. O almeno, ci provammo. Eravamo terrorizzati all'idea di farci scoprire dalla madre o dalla sorella, quindi ci limitavamo a sguardi carichi di promesse e a qualche bacio rubato in corridoio.

Ma la fame era tanta. L'ultima volta che avevamo fatto l'amore per davvero era stato a Capodanno. Eravamo al veglione a casa di una sua amica e, in preda ai fumi della festa e all'ormone impazzito, ci eravamo chiusi a chiave nel bagno degli ospiti. Era stata una sveltina in fretta e furia, contro le piastrelle fredde, con il terrore che qualcuno bussasse da un momento all'altro. Bello, adrenalinico, ma ci aveva lasciato addosso una voglia tremenda di prenderci il nostro tempo.

Così, arriviamo a quella notte.

Avevamo passato una serata bellissima e tranquilla. Avevamo cucinato insieme da lei, ridendo, sporcandoci le mani di farina e godendoci quella sensazione di intimità domestica che ci faceva sentire più grandi della nostra età. Quando arrivò il momento di andare a letto, la solita routine: io nella sua stanza, lei esiliata in quella della sorella.

Mi infilai sotto le coperte, ma il sonno non ne voleva sapere di arrivare. Il cuscino profumava di lei. Presi il telefono, illuminando la stanza buia, e senza pensarci troppo le scrissi un messaggio:

"Vieni di qua. Mi manchi."

Non mi aspettavo che lo facesse davvero, con la sorella che dormiva a un metro da lei. Invece, cinque minuti dopo, la maniglia scattò senza fare il minimo rumore. Vittoria scivolò dentro la stanza come un fantasma, richiudendo la porta con una delicatezza assoluta.

«Sei un pazzo,» mi sussurrò, la voce ridotta a un soffio impercettibile mentre si infilava sotto le mie lenzuola. «Se mia madre si alza per andare in bagno, siamo morti.»

«Volevo solo un abbraccio,» le mentii spudoratamente, tirandola contro il mio petto.

Iniziammo a coccolarci. Le parlavo all'orecchio, sfiorandole i capelli. Ma, come sempre accadeva tra noi, una cosa tirò l'altra. Il calore del suo corpo contro il mio, protetti dal buio totale di quella stanza, spazzò via ogni buon proposito. I nostri respiri iniziarono a farsi più pesanti. Le mie mani, che fino a un secondo prima le accarezzavano dolcemente la schiena, scivolarono sotto il bordo della sua maglietta, trovando la pelle nuda e caldissima.

Non ci fu bisogno di dire altro. In un attimo mi ritrovai sopra di lei. Il peso del mio corpo la schiacciava dolcemente contro il materasso, mentre le sue gambe si sollevavano per avvolgersi attorno ai miei fianchi, tirandomi ancora più vicino.

Iniziai a baciarla. Baci profondi, bagnati, che sapevano di desiderio trattenuto per settimane. Le sue labbra si schiudevano sotto le mie, e io ne approfittavo per zittire i suoi piccoli gemiti direttamente nella mia bocca. Con le mani le sollevai del tutto la maglietta, liberandole il petto. Iniziai a stringerle le tette, riempiendomi i palmi della loro morbidezza, massaggiandole con foga mentre i polpastrelli stuzzicavano i capezzoli ormai turgidi. Vittoria inarcò la schiena, premendo il bacino contro il mio, un invito esplicito e disperato.

Fu un sesso diverso da quello della casa vacanze. Non c'era spazio per l'esplorazione lenta; c'era solo un bisogno viscerale, reso ancora più estremo dalla necessità di fare piano.

Quando finalmente entrai dentro di lei, un brivido violento la scosse tutta. Ci muovevamo al buio, lentamente, in una danza silenziosa e ovattata. Ogni spinta era profonda, calibrata per non far cigolare il letto, ma carica di una potenza che ci faceva tremare i muscoli. Sentivo le pareti del suo sesso stringersi attorno a me, calde e accoglienti, mentre lei mi piantava le unghie nelle spalle.

«Giò...» sussurrò con un filo di voce rotto, stringendo le cosce attorno a me per farmi arrivare ancora più a fondo.

Per non farle fare rumore, abbassai il viso e presi di nuovo le sue labbra, assorbendo ogni suo gemito, ogni suo sospiro, finché la tensione non si spezzò per entrambi in un'ondata di piacere condiviso, silenzioso e devastante. Rimanemmo così, incollati l'uno all'altra, sudati e senza fiato nel cuore della notte, con la consapevolezza di aver appena rubato il momento più bello del mondo proprio sotto il naso di tutti

Se a casa sua eravamo costretti a muoverci come ladri nella notte, trattenendo il respiro e soffocando i gemiti contro i cuscini, quando Vittoria iniziò a venire da me la situazione si ribaltò drasticamente.

Casa mia era un appartamento unico, ma il vero gioiello era la mansarda chiusa sul terrazzo. L'avevamo allestita come un secondo salotto, con un enorme divano a L e un bagno spazioso dotato di un box doccia gigantesco. Quando Vittoria dormiva da me, quel rifugio isolato dal resto del mondo diventava la nostra stanza da letto personale. E, soprattutto, il teatro del nostro sesso più bollente e disinibito.

In quella mansarda, la regola che la spontaneità vince sulla complessità trovò la sua massima espressione. Non c'erano genitori al piano di sotto, non c'erano sorelle nella stanza accanto. C'eravamo solo noi, liberi finalmente di fare tutto il rumore che volevamo.

E cazzo, se ne facemmo.

Ricordo la prima volta sul divano a L. Eravamo saliti in mansarda con la scusa di guardare un film, ma lo schermo della TV illuminava a malapena i nostri corpi già aggrovigliati. Partimmo adagio, con preliminari lenti e un'attrazione che ci calamitava, ma la consapevolezza di essere completamente soli ci fece accelerare i battiti in un istante.

Le tolsi i vestiti con una foga nuova. Vittoria si lasciò cadere all'indietro sui cuscini del divano, le gambe divaricate e abbandonate oltre il bordo, offrendosi a me sotto la luce bluastra della televisione. Mi inginocchiai tra le sue cosce. Iniziai a baciarle l'interno coscia, risalendo lentamente, godendomi il suo respiro che si faceva sempre più irregolare.

Quando affondai in lei, fu una rivelazione. La sua figa era caldissima, stretta e incredibilmente bagnata. Sentirla stringersi attorno a me, accogliendomi completamente, mi mandò il cervello in fiamme. Ma la cosa che mi fece letteralmente perdere la testa fu il suono.

Per mesi avevamo fatto l'amore in silenzio. Lì, invece, alla mia prima spinta profonda, Vittoria gettò la testa all'indietro e urlò. Un gemito lungo, acuto, sfacciato.

«Cazzo, Giò... sì!» gridò, senza più alcun filtro, le mani intrecciate dietro la mia nuca per tirarmi contro di lei.

Sentire il mio nome urlato in quel modo, la sua voce che si riempiva di piacere senza la paura di essere sentita, fu l'afrodisiaco più potente della mia vita. Mi mossi dentro di lei con una forza animale. Il divano scricchiolava sotto i nostri movimenti, i nostri petti sudati sbattevano l'uno contro l'altro. Lei mi assecondava, alzando il bacino, piantandomi le unghie nella schiena e gemendo sempre più forte a ogni mio affondo, fino a quell'orgasmo condiviso e urlato che ci lasciò tremanti e svuotati sui cuscini.

Ma la nostra esplorazione non si fermò lì. La passione tra noi era così forte che ogni angolo di quella mansarda doveva essere nostro.

Qualche mattina dopo, la doccia era già aperta quando la raggiunsi in bagno. L'ambiente era saturo di vapore. Vittoria era sotto l'acqua, la schiena rivolta alla porta, i capelli bagnati appiccicati alla pelle nuda. Entrai dietro di lei, spogliandomi in fretta. Le mie mani scivolarono sui suoi fianchi bagnati, risalendo per stringerle i seni.

Il sapone profumato scivolava tra di noi, rendendo i nostri corpi una superficie unica e scivolosa. Lei si appoggiò al muro, sospirando a pieni polmoni quando le strinsi i capezzoli resi duri dal getto dell'acqua. La accarezzai scendendo verso il suo addome, fino a infilare le dita tra le sue cosce, trovandola caldissima e pronta, bagnata di desiderio e non solo per l'acqua della doccia.

Con un movimento fluido la feci voltare. Vittoria non ci pensò due volte: mi saltò letteralmente addosso. Le sue gambe bagnate mi cinsero saldamente i fianchi mentre la sollevavo contro le piastrelle fredde del box doccia. Entrai in lei con un colpo secco e deciso, strappandole un gemito fortissimo che rimbombò tra le pareti di vetro.

L'acqua scrosciava sui nostri corpi mescolandosi al sudore e alla foga del momento. Si muoveva contro di me, la sua pelle scivolosa che frizionava contro la mia. In quel box doccia enorme non c'era spazio per la dolcezza, c'era solo fame. I suoi gemiti rimbombavano, acuti e continui, coprendo persino il rumore potente del getto d'acqua.

«Più forte... ti prego, scopami forte!» mi urlò contro la bocca, mordendomi il labbro.

La sbattei contro le piastrelle a ogni spinta, sentendola contrarsi attorno a me con spasmi violenti quando venne. I suoi urli di piacere furono la colonna sonora della mia stessa esplosione. La seguii un istante dopo, affondando dentro di lei un'ultima volta con un grugnito roco, svuotandomi completamente.

Rimanemmo lì, avvinghiati, l'acqua calda che continuava a lavarci via il sudore, i respiri pesanti che si calmavano lentamente. Avevamo finalmente trovato il nostro spazio, e lo stavamo riempiendo con tutta la voce e la passione che avevamo dovuto trattenere per mesi.

Quell'anno trascorse esattamente così, in un limbo fatto di frustrazione e urgenza. La nostra magica mansarda era un lusso che ci capitava di rado; per il resto del tempo, ci arrangiavamo come potevamo. Sesso silenzioso, quasi trattenuto a casa sua, o fughe disperate nei posti più assurdi.

Ricordo ancora la braciata del Primo Maggio a casa di quella stessa amica del veglione di Capodanno: ci eclissammo in una stanza degli ospiti e lo facemmo in fretta e furia, sudati per il caldo e la fretta, con l'orecchio teso a captare i passi nel corridoio. Era sesso veloce, "normale", senza il tempo materiale per esplorare o sperimentare le fantasie che ci raccontavamo di notte in chat.

Ma poi, a dicembre, compii finalmente diciotto anni. E, pochi mesi dopo, arrivò il pezzo di plastica che rivoluzionò la nostra vita sessuale: la patente.

Misi le mani sul volante della mia povera, piccola Toyota e le distanze si polverizzarono. L'ora di treno diventò un viaggio molto più breve e intimo. Potevo andarla a prendere, potevamo passare molto più tempo a casa mia... ma, a dirla tutta, la vera rivoluzione non fu l'appartamento. Il sesso in macchina, cazzo. Era un fottuto sogno.

Iniziò un periodo in cui lo facevamo letteralmente ogni singola volta che ci vedevamo. Diventò la nostra routine, una coreografia collaudata in cui la spontaneità vinceva su tutto, come impone la regola aurea dell'erotismo.

Guidavo fino a uno spiazzo sterrato, isolato e buio. Spegnevo il motore e, in un secondo, scavalcavamo sui sedili posteriori. Partivamo sempre adagio, seguendo il nostro personalissimo crescendo. Iniziavamo a baciarci al buio, assaporandoci. Poi, con un gesto che mi faceva impazzire già in partenza, Vittoria si staccava dalle mie labbra. Mi prendeva il polso, mi sfilava l'elastico nero che portavo sempre per lei, e si legava i capelli in una coda disordinata. Era il segnale universale.

Mi sbottonava i jeans, abbassandoli insieme ai boxer, e si chinava su di me. Il contatto era una scossa termica. Sentire la sua bocca umida e caldissima chiudersi attorno a me, nel buio freddo dell'abitacolo, mi faceva rovesciare la testa all'indietro contro il poggiatesta. Usava la lingua con una perizia che aveva affinato nel tempo, leccando dal basso verso l'alto, per poi risucchiarmi con le guance scavate. La saliva rendeva tutto scivoloso e perfetto. Mi guardava dal basso verso l'alto, i suoi grandi occhi scuri che brillavano alla luce lontana dei lampioni, mentre il suono inconfondibile e bagnato delle sue labbra riempiva il silenzio della macchina.

Andava avanti finché non ero al limite, poi si fermava di colpo, lasciandomi col fiato sospeso. Si toglieva i pantaloni con un paio di calci, rimanendo solo con la maglietta sollevata, e mi saliva a cavalcioni.

Si lasciava scivolare su di me, accogliendomi tutta d'un colpo, ed era l'apoteosi. Le stringevo il culo con entrambe le mani, affondando le dita nella sua carne morbida per spingerla contro il mio bacino, dettando il ritmo. Scopavamo in modo selvaggio. La mia povera Toyotina cigolava in modo pietoso, le sospensioni ballavano e i vetri si appannavano in tempo zero, creando una bolla impenetrabile.

A volte ci toccava fermarci di botto, trattenendo il respiro, quando i fari di un'altra auto illuminavano a giorno il parcheggio per accostare a pochi metri da noi. Rimanemmo immobili, io dentro di lei, il cuore a mille. Poi ci guardavamo e scoppiavamo a ridere sottovoce: i vetri delle altre macchine erano tutti ugualmente appannati. Eravamo circondati da coppiette che stavano scopando esattamente come noi. Eravamo nel nostro habitat naturale.

Ma il bello della macchina erano le posizioni assurde a cui ti costringeva. C'era questa cosa che mi faceva impazzire: a un certo punto, nel foga del momento, lei si sganciava da me e si metteva in ginocchio sul sedile posteriore, allungandosi in avanti verso i sedili anteriori e il cruscotto. Inarcava la schiena, offrendomi un panorama perfetto del suo culo sodo e meraviglioso, la figa umida ben in vista e arrossata.

Era la mia occasione per stuzzicarla. Invece di entrare subito, le assestavo un paio di sculacciate sonore che la facevano sussultare e gemere.

«Ahi! Giò, muoviti...» piagnucolava lei, impaziente, muovendo il sedere contro le mie mani.

Ma io me la godevo. Con un po' di saliva, le facevo scivolare un dito proprio lì, nel sedere, muovendolo per infastidirla, per prenderla in giro. Lei si lamentava, stringeva le gambe per il solletico e per quel brivido nuovo, ma si inarcava ancora di più. Mi abbassavo, passando la lingua tra le sue natiche, leccandole il sapore dal buco del culo giù fino alla figa, assaggiando tutta l'essenza dei nostri umori. Quando la sentivo fremere in modo incontrollabile, incapace di resistere un secondo di più, l'afferravo per i fianchi e la penetravo da dietro con una spinta secca, riempiendola.

Lei urlava contro lo schienale del sedile anteriore. Le mie spinte diventavano frenetiche, pelle contro pelle, fino ad arrivare a quel crescendo finale, all'orgasmo condiviso in cui svuotavo tutto me stesso dentro di lei, crollandole letteralmente sulla schiena, madidi di sudore.

Poi c'era il ritorno alla realtà. Il freddo che entrava quando aprivamo un filo il finestrino per respirare, i vestiti cercati a tentoni sotto i sedili. E, immancabile, la voce di Vittoria: «Giò... passami il pacco.»

Il pacco di salviette per bambini. La nostra scorta segreta nel vano portaoggetti. Ne compravamo una quantità industriale; al supermercato dovevano pensare che avessimo dei neonati, e invece ci servivano per ripulirci alla meno peggio, ridendo come scemi mentre ci passavamo la salvietta fresca sulle parti intime e sulle cosce appiccicose, per poi rivestirci e tornare a casa col sorriso di chi ha appena vinto alla lotteria.

Dopo l'uragano di corpi, i respiri affannosi e l'adrenalina che faceva tremare i vetri appannati, la mia piccola Toyota si trasformava istantaneamente in un rifugio di una dolcezza disarmante. La transizione tra la passione selvaggia e la tenerezza più assoluta era forse la parte che amavo di più.

Restavamo lì dietro, nudi a metà, aggrovigliati sui sedili posteriori per cercare di non disperdere il calore dei nostri corpi. L'aria fredda della notte provava a insinuarsi dalle fessure dei finestrini appena abbassati per far uscire la condensa, ma sotto il mio giubbotto, che usavamo a mo' di coperta improvvisata, c'era un microcosmo perfetto. Vittoria si rannicchiava contro il mio petto, la testa appoggiata nell'incavo della mia spalla, le gambe ancora intrecciate alle mie. La sua pelle era morbida, leggermente umida di sudore, e l'abitacolo era saturo del nostro odore, quel profumo inconfondibile di sesso, pelle calda e salviette umidificate che ancora oggi, a pensarci, mi fa stringere lo stomaco in una morsa di nostalgia.

Ci scambiavamo baci lenti, pigri, sulle labbra gonfie, sulle tempie, sul collo. Le accarezzavo la schiena nuda con i polpastrelli, disegnando linee invisibili sulla sua spina dorsale mentre parlavamo di tutto e di niente. In quei momenti di intimità nuda e cruda, isolati dal resto del mondo in un parcheggio buio, ci mettevamo a nudo anche emotivamente. Confidavamo le nostre paure, ridevamo per delle stupidaggini colossali e progettavamo un futuro che, a quell'età, sembrava infinito e luminoso. La spontaneità vinceva sempre sulla complessità, rendendo tutto incredibilmente vero e profondo.

La nostra relazione, nel frattempo, andava alla grande anche al di fuori di quell'abitacolo. Avevamo costruito un legame che superava di gran lunga la semplice, seppur devastante, attrazione fisica. Eravamo complici. Iniziammo a frequentare le rispettive famiglie con naturalezza, inserendoci l'uno nella vita quotidiana dell'altra. Le domeniche a pranzo, le chiacchiere con sua madre e sua sorella, le cene a casa mia: eravamo la classica coppia perfetta, i "bravi ragazzi" nel salotto di casa, che nascondevano il segreto della loro fame insaziabile appena girato l'angolo, chiusi dentro una macchina.

Mi sentivo invincibile. Credevo davvero che, una volta risolto il disperato problema pratico e logistico di dove poter fare l'amore senza il terrore di essere scoperti, avessimo superato l'ostacolo più grande. Avevamo trovato il nostro equilibrio perfetto tra l'affetto romantico e una vita sessuale esplosiva, in un continuo crescendo di emozioni e soddisfazione. Cosa mai avrebbe potuto scalfirci? Eravamo noi due contro il mondo.

Ma mi sbagliavo di grosso.

Proprio come ogni buon racconto deve terminare lasciando una promessa o un segreto irrisolto per svelare cosa succederà dopo, la nostra pace assoluta era destinata a incrinarsi. Proprio quando pensi di aver costruito una fortezza inespugnabile, non ti rendi conto che i veri nemici non attaccano dall'esterno: nascono da dentro. Le prime crepe iniziarono a formarsi in modo quasi impercettibile, sguardi di troppo, silenzi pesanti, domande non fatte. Una miscela velenosa che stava per trasformare il nostro paradiso in un campo di battaglia emotivo. I problemi pesanti stavano arrivando, e avevano un nome ben preciso: la gelosia.

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