Capitolo 2 - Una gravidanza a 53anni
Lucia e marco la e la gravidanza
Lucia si lasciava sprofondare nel divano del salotto, le gambe pesanti allungate sul pouf di velluto, una mano posata sul ventre teso che le tendeva la vestaglia di seta color avorio. Il sesto mese le pesava nelle ossa, le toglieva il fiato anche solo a piegarsi per raccogliere la tazza di tisana che Marco le aveva preparato poco prima, con quel suo modo silenzioso e attento di chi sa esattamente cosa serve senza dover chiedere nulla.
Lui era lì, come ogni sera, seduto accanto a lei sul bordo del divano, la mano che le sfiorava il pancione con una dolcezza quasi cerimoniale. Si sentiva il battito del feto muoversi sotto il palmo di Marco, un calcio lieve che lo faceva sorridere.
«È forte, come suo padre» mormorò Lucia, e la voce le uscì roca, stanca ma carica di una tenerezza coniugale che non aveva nulla di finto.
Marco si chinò a baciarle la fronte. Profumava di dopobarba costoso e di casa, di quella promessa di protezione che da mesi avvolgeva la loro relazione proibita come una coperta calda. Era stato lui a sistemare tutto: la clinica privata, il ginecologo migliore della città, pagato profumatamente perché non facesse domande e perché garantisse che quella gravidanza, nata da un amore che la società non avrebbe mai perdonato, restasse un segreto custodito tra pochi eletti. Il dottor Alessi era stato categorico: il feto cresceva sano, i battiti erano regolari, le misure perfette. Ma allo stesso tempo era stato altrettanto chiaro: niente rapporti penetrativi. L'età di Lucia, i tessuti, la pressione, il rischio di un parto prematuro.
Lucia aveva accettato il verdetto con il cuore stretto, non per lei, ma per Marco. Lo osservava mentre le rimboccava un plaid sulle gambe, e sapeva che dentro di lui il desiderio bruciava come in un ragazzo, vivo, insaziabile, e che quel divieto era una tortura che lui sopportava senza fiatare, per proteggerla.
«Ti stanca, vero?» le chiese lui, accarezzandole il braccio.
«Mi stanca tutto, amore mio. Ma non voglio che tu resti a bocca asciutta per colpa mia» rispose lei, e lo fissò con un'intenzione che non lasciava spazio a equivoci.
Lucia si mise seduta con un piccolo sforzo, lo prese per la nuca e lo attirò verso di sé, le labbra che cercavano le sue con una dolcezza antica, da amante che conosce ogni piega di quel corpo. Poi si lasciò scivolare, con lentezza, fino a inginocchiarsi sul tappeto spesso del salotto, le mani che già slacciavano la cintura di Marco.
«Lucia, no, il medico...» provò a dire lui, ma la voce gli morì in gola quando lei gli abbassò i pantaloni e ne liberò il cazzo già duro, caldo, pulsante.
«Non ha proibito questo» sussurrò Lucia, e se lo prese in bocca con una dedizione assoluta.
Lo lavorava con una sapienza che solo una donna della sua età poteva avere: lingua larga sulla base, gola profonda con la pazienza di chi non ha fretta, una mano che gli stringeva dolcemente i coglioni, l'altra che gli teneva il bacino fermo. Marco gemeva, le dita affondate tra i capelli di lei, il respiro corto, il corpo che si tendeva e si abbandonava a quel piacere che lei sapeva dosare con precisione.
«Cristo, Lucia... così mi fai impazzire...» ansimava lui, e lei non smetteva, lo succhiava con una voracità dolce, finché non lo sentì troppo vicino.
Allora si fermò, prese il suo cazzo lubrificato di saliva e lo adagiò nel solco profondo tra le sue tette cadenti, che la gravidanza aveva riempito di latte rendendole piene, grosse, soffici come due cuscini caldi. Le sollevò con entrambe le mani, stringendole attorno al cazzo di Marco, e cominciò a muoversi, il glande lucido che spuntava ritmicamente dalla carne morbida, le vene delle sue mammelle tese sotto la pelle.
Marco ringhiava, spingeva il bacino, perdeva ogni compostezza. Quel movimento, quel contatto, quell'ammorbidire ruvido del sesso tra il latte e la carne di sua sorella, lo annientava. Fu questione di poco: si irrigidì, gemette forte, e venne in lunghi schizzi densi sul ventre gonfio di Lucia, sul pancione teso che portava il loro figlio, una colata bianca che colò giù fino all'ombelico sporgente.
Lei lo guardò rovesciare la testa all'indietro, perso, e sorrise sfinita.
Poi Marco si chinò, senza dire nulla, le prese il viso tra le mani e la fece sedere accanto a sé. Con una delicatezza da marito innamorato, scostò il lato della vestaglia di Lucia e chiuse le labbra attorno al capezzolo gonfio e scuro, succhiando piano.
Il latte gli arrivò caldo e dolce in gola, e Marco si sentì sciogliere come non gli era mai successo con nessun'altra donna. Chiuse gli occhi e succhiò ancora, più a fondo, mentre la mano di Lucia gli accarezzava i capelli con una tenerezza che aveva qualcosa di antico, di familiare.
«Basta, adesso» mormorò lei, ma non lo spinse via. Lo lasciò fare ancora un momento, sentendo il bambino muoversi dentro di lei con un calcio improvviso, come a dire che c'era anche lui, che aveva aspettato abbastanza.
Marco sollevò la testa, le labbra umide, e la guardò con occhi che non nascondevano più nulla. Non parlò. Non serviva. Strinse la mano di Lucia sopra il ventre, dove il loro sangue e il loro peccato si erano fatti carne, e rimase lì, in silenzio, a sentire i battiti di due cuori che non avrebbe mai più potuto ignorare.
Fuori, la stanza era immobile nel crepuscolo. Il bambino scalciò ancora, e Marco sentì quella pressione sotto il palmo come una promessa che non si poteva disdire. Aveva fatto questo. Avevano fatto questo. E qualunque cosa fosse venuta dopo, non c'era più via di ritorno.
Lucia appoggiò la testa sulla sua spalla. «Siamo noi, adesso» disse soltanto.
E fu tutto.
Lucia non rispose subito. Tenne la testa appoggiata alla spalla di Marco ancora per qualche istante, gli occhi socchiusi mentre l'ultima eco del calcio del bambino si smorzava sotto la sua pelle. Poi, con una lentezza che non era esitazione ma certezza, scivolò con le dita sopra la mano di lui, ancora aperta sul suo ventre, e la strinse.
La guidò più in basso.
Marco trattenne il respiro quando capì dove lo stava portando. Sotto la seta avorio, oltre l'orlo della vestaglia, dove il calore del suo corpo si faceva umido e denso. Le sue dita trovarono la strada da sole, scostando il tessuto, e si aprirono contro la carne gonfia e bagnata di Lucia. Lei sospirò, un tremito che le partì dalla gola, e lasciò cadere la testa contro lo schienale del divano.
«Non entrare» mormorò, la voce roca, spezzata. «Solo toccami. Solo così.»
Marco annuì, senza staccare gli occhi da lei. Le sue dita si mossero lente, circolari, sopra il clitoride turgido, con una devozione che non aveva nulla di meccanico. Lucia aprì le cosce, accogliendolo, e inarcò la schiena quando la pressione divenne più decisa, precisa.
Dentro di lei, il bambino si mosse di nuovo, un'onda profonda che si mescolò al piacere nascente, come se anche lui partecipasse a quel momento proibito. Lucia gemette a denti stretti, il ventre teso che tremava, le tette piene che si alzavano e abbassavano con il respiro rotto.
«Così» sussurrò. «Non fermarti.»
Marco non lo fece.
La sua mano seguì il ritmo che lei gli imponeva, lento all'inizio, poi più fermo, mentre le dita di Lucia si aggrappavano al tessuto del divano e il suo respiro diventava sempre più corto. Il bambino si mosse ancora, una spinta gentile contro la parete del ventre, e Lucia sorrise con gli occhi chiusi, un sorriso piccolo e misterioso, come se condividesse con quel corpo in crescita un segreto che Marco non poteva conoscere.
«Sei lì» mormorò lui, la voce incrinata.
Lei annuì, e il suo respiro si fece più rapido, più sottile, finché il piacere la raggiunse in un'onda lunga e silenziosa. Non gridò, non si contorse: si irrigidì soltanto, le dita strette sul braccio di Marco, la bocca socchiusa in un sospiro che non finiva mai. Poi il corpo le si sciolse, abbandonato contro di lui, e per un lungo momento non disse nulla.
«Ti amo» sussurrò infine, la voce stanca e colma.
Marco ritirò la mano, la portò alle labbra di lei, e la baciò. «Anche io.»
Fuori, la pioggia aveva smesso di cadere. Il silenzio della casa si riempì di un nuovo respiro, più regolare, quasi sereno. Lucia gli prese di nuovo la mano e se la posò sul ventre, sopra il punto dove il bambino aveva appena cessato di muoversi.
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