Capitolo 1 - L inizio di una nuova vita
Marco e lucia si amano ora e non ssolo come fratello e sorella, e decidono di iniziare una vita insieme
Dopo un anno di relazione incestuosa con sua sorella Lucia marco prese una decisione importante che avrebbe reso felice sua sorella.
Lucia non aveva mai creduto che la felicità potesse avere la forma esatta di un uomo che varca la porta di casa con due valigie e un borsone, ma quando Marco si era presentato così, dicendo che restava, che si stabiliva da lei, che d'ora in poi quella sarebbe stata anche casa sua, aveva sentito il cuore schizzare su nel petto fino a toccarle la gola. A cinquantatré anni si era ritrovata con le farfalle nello stomaco come una ragazzina al primo appuntamento, le mani sudate, le guance in fiamme, un sorriso ebete stampato in faccia che non riusciva più a togliersi. E nei primi giorni aveva capito che non ci sarebbe stata tregua. Marco la prendeva ovunque, con il cazzo sempre duro, come se la casa intera fosse diventata un unico letto sfatto: la piegava sul lavello mentre preparava il caffè, la sollevava sul tavolo in cucina spazzando via tovagliette e posate, la incastrava contro il muro del corridoio, le gambe allacciate ai suoi fianchi, la spingeva sul bracciolo del divano e la inculava in piedi davanti alla finestra, senza curarsi delle tende aperte. Lucia lo lasciava fare, anzi lo invitava, lo cercava, si offriva con un'avidità che non aveva mai conosciuto prima di lui. Ogni volta che Marco la penetrava sentiva un vuoto profondo chiudersi dentro di lei, un senso di completezza fisica e carnale che non aveva mai provato con nessun altro uomo. Era piena, occupata, attraversata, e in quel possesso totale si sentiva finalmente reale, realizzata, completa. Anche quando la sfiniva fino a farla quasi svenire, anche quando il suo cazzo la dilata(va) e la riempiva oltre il limite, Lucia non voleva altro. Il suo corpo, che gli anni avevano segnato con le tette cadenti e le venature bluastre in superficie, sotto le spinte di Marco tornava vivo, acceso, giovane. Le farfalle nello stomaco non la abbandonavano mai, nemmeno quando la schiena le doleva per tutte le posizioni in cui lui l'aveva messa contro le porte, sui gradini, sul pavimento freddo del bagno. Marco era la sua casa, e adesso abitava lì. Dentro di lei, intorno a lei, in ogni angolo, in ogni stanza.
Era stato in quei giorni di furia che Marco aveva cominciato a guardarla diversamente. Non soltanto con fame, non soltanto con quell'urgenza animalesca che lo spingeva a piombarle addosso tre, quattro volte al giorno. La guardava anche quando non la scopava: la sorprendeva a sorridere in cucina mentre lui beveva un bicchiere d'acqua, la osservava dormire dopo l'ennesima doppia penetrazione, ne aspirava l'odore sui cuscini, la toccava distrattamente sui fianchi quando passava. E una sera, mentre Lucia si muoveva su di lui con il respiro rotto, gli si era aperta davanti agli occhi una verità che non poteva più ignorare. Non era più solo sesso per lei. C'era un amore disperato, assoluto, cieco, che le trasudava dalla pelle, dalle mani aggrappate alle sue spalle, dai mugolii che salivano dal fondo del petto. Lucia lo amava, e non come un fratello, non come un amante qualunque: lo amava come si ama la sola cosa che conta. E Marco, per la prima volta, sentì di amarla anche lui non più come un corpo da sfondare, ma come una donna. Come la sua donna. Il pensiero dell'aborto che un anno prima le aveva imposto gli attraversò la coscienza come uno schiaffo di fuoco. L'aveva costretta a liberarsi di quel figlio, il loro figlio, per paura di ciò che avrebbero combinato. Lei non si era opposta, aveva chinato la testa, aveva sanguinato e taciuto, ma da quel giorno qualcosa in lei si era spento. Marco lo sapeva. Lo vedeva, adesso, nei suoi occhi lucidi. Perciò quella sera le prese il viso tra le mani e le disse che avrebbe provato a darle quello che desiderava. Che non aveva senso continuare a perseguitarsi per l'anno trascorso. Che avrebbero ricominciato da capo, insieme, provandoci davvero, con il suo seme dentro di lei, finché il miracolo fosse avvenuto nonostante i suoi cinquantatré anni, nonostante la premegnapausa e i tempi stretti che il corpo imponeva. Lucia lo ascoltò con il cuore che martellava, le labbra aperte, incapace di parlare. Poi lo baciò come non l'aveva mai baciato, con la lingua, con i denti, con un'ansia fertile che le saliva dall'utero alla gola. Si sollevò su di lui e lo prese nel modo che era iniziato come un destino: ci si sedette sopra con tutto il suo peso, il cazzo di Marco che le spariva dentro fino alla radice, e le sue tette cadenti, coi seni segnati dalle venature violacee, che cominciavano a ondeggiare sotto i primi, lenti affondi.
Allora Marco la prese per i fianchi e assecondò il movimento, il respiro che si faceva più ruvido contro il suo collo. Lei piegò la testa all'indietro, gli occhi chiusi, le mani piantate sul suo petto come a cercare un appiglio che non c'era. Il ritmo si fece più deciso, più profondo, e lei lo accompagnò con un gemito che le uscì di gola senza che potesse trattenerlo.
«Così,» sussurrò lui, «proprio così.»
Lei annuì con il mento sfiorato dal sudore, le dita strette nei suoi capelli biondi il ventre che cercava il suo a ogni discesa. Si muovevano come due corpi che avevano smesso di chiedersi permesso: lui la teneva per la nuca, lei lo stringeva con le cosce, e ogni spinta sembrava cancellare un anno di silenzi.
Quando venne, lo sentì dentro di sé come una promessa incendiaria, un tremito che le attraversò il basso ventre e le lasciò addosso un peso buono, un mattone caldo. Marco restò in lei a lungo, il fiato sul suo orecchio, le mani che le accarezzavano la schiena sudata.
«Stavolta andrà diversamente,» disse lei.
E lui non rispose, ma la tenne stretta, e nella stanza ci fu solo il loro respiro che piano si quietava, come un'acqua che trova finalmente il suo livello.
Due mesi dopo, Lucia aprì la busta con le mani che tremavano. Il referto diceva una parola sola, e quella parola la fece scoppiare a piangere contro il petto di Marco. A cinquantatré anni, di nuovo incinta di suo fratello. La sera festeggiarono con una cena a base di pesce: gamberi, orata al forno, vino bianco versato due dita appena. Ma ogni forchettata era carica di qualcos'altro. Lui la guardava mangiare con occhi scuri, le dita che sfioravano il bordo del bicchiere, il piede che cercava il suo sotto il tavolo. Quando lei si leccò le labbra per il sugo del pesce, Marco spinse indietro la sedia. La sollevò dal tavolo come se non pesasse nulla, con i resti della cena che ancora fumavano tra i piatti, e la portò in camera al buio. La scopata durò ore. Marco si superò: la prese a quattro zampe finché le tette cadenti non presero a oscillare violente a ogni colpo, poi la girò, le gambe sulle sue spalle, il cazzo che affondava senza tregua in quel corpo maturo che lo accoglieva tutto. Lucia venne la prima volta con un urlo strozzato, poi di nuovo, poi ancora, gli orgasmi multipli che la squassavano come scosse elettriche, il respiro che si spezzava in gemiti rochi. Lui continuava, ruvido, sussurrandole che era sua, che quel ventre era suo, che doveva resistere. Lei si contorceva, tremava, le unghie nella sua schiena, il sudore che incollava i loro corpi.
Alla fine, quando lui si ritirò e venne sulla sua pancia con un gemito profondo, Lucia rimase lì, scomposta, il seno che si sollevava a fatica. Rimase a guardare quel liquido bianco sulla pelle ormai segnata, e pensò a tutto il cammino fatto.
Marco si sdraiò accanto a lei, le prese la mano, gliela portò alle labbra. Non disse nulla. In quella stanza al buio, col profumo del pesce che entrava dalla finestra aperta insieme alla brezza notturna, non servivano parole.
«E adesso?» chiese Lucia, la voce rotta e fragile.
Lui la guardò, le passò una mano sul ventre con una tenerezza che non gli apparteneva, e sorrise.
«Adesso lo facciamo bene. Stavolta lo facciamo bene.»
Lucia chiuse gli occhi, il peso di quei due mesi, di quella scoperta, di quella paura che le avevano fatto attraversare tutto, che si scioglieva lentamente. Quando li riaprì, la luna entrava dalla finestra e illuminava il viso di Marco, e per la prima volta dopo anni, gli vide una pace che non gli conosceva.
Si addormentarono abbracciati, le gambe intrecciate, il futuro ancora tutto da scrivere, ma per la prima volta, insieme.
La luce entrava radente dalla finestra della cucina, tagliava il piano di formica e i barattoli di vetro allineati sulla mensola. Marco era a piedi nudi, nudo dalla vita in su, i pantaloni della sera prima appena abbottonati. La moka borbottava sul fornello piccolo, e lui aspettava con le mani appoggiate al bordo del lavello, la schiena attraversata dai graffi che Lucia gli aveva lasciato: strisce rosa e viola che dalla spalla scendevano verso i reni, ancora fresche, ancora sue.
Versò il caffè nelle due tazze, l'aroma denso che riempiva la stanza. Sentì il fruscio della vestaglia prima di vederla,e il rumore dei tacchi di sua sorella che scendeva le scale dalla camera da letto. Lucia era ferma sulla soglia, i capelli spettinati, il viso ancora gonfio di sonno. La vestaglia leggera le si apriva appena sul petto, e sotto, il ventre accennava una rotondità nuova, timida ma già presente.
«Vieni» disse Marco, porgendole una tazza. Lei si avvicinò, la prese con tutte e due le mani, come se quel calore la tenesse in piedi.
«Devo dirti una cosa» riprese lui, la voce bassa ma ferma. «Serve un ginecologo. Esami, controlli seri. Alla tua età non si può improvvisare dobbiamo assicurarci che il feto sia sano siamo fratello e sorella »
Lucia abbassò lo sguardo sul caffè. «E se ci chiedono.. se capiscono..»
«Troviamo qualcuno di discreto. Un professionista, magari fuori paese.» Le posò una mano sul ventre, il palmo aperto. «Non devi affrontarlo da sola. Stavolta no.»
Lei sollevò il viso. Aveva gli occhi lucidi, ma non piangeva ancora. «Hai paura?»
«Sì» ammise Marco. Le accarezzò il ventre con lentezza, il pollice che seguiva la curva morbida sotto la stoffa. «Faremo tutto bene. Visita, esami, ecografie.
Poi ti porto a cena fuori, come si deve, e parliamo di come organizzare il resto.» Lucia sorseggiò il caffè, poi appoggiò la tazza sul piano e gli prese la mano, intrecciando le dita alle sue. «Mi hai promesso troppe cose nella vita» disse, con un mezzo sorriso stanco. «Questa volta però sembra diverso.» Marco la tirò a sé, la vestaglia si aprì del tutto e lei gli si strinse contro, il viso sulla sua spalla, la bocca su uno dei graffi ancora freschi. «Perché questa volta non è una promessa» mormorò lui nel suo collo. «È un piano,ce ne andremo lontano in un paese dove nessuno ci conosce e dove pottremo crescere nostro figlio» Fuori, il paese cominciava a svegliarsi: il campanile batté le sette, una serranda si alzò con stridore, qualcuno salutò il lattaio. Dentro, sotto le dita di lui, il ventre di lei rispose con un fremito sottile, come se anche il bambino, laggiù nel suo buio acqueo, avesse capito che qualcosa era cambiato per sempre. Lucia si staccò con dolcezza, raccolse la vestaglia e si voltò verso la stanza da letto. «sarai mio marito» disse senza voltarsi, una punta di ironia nella voce, e arrossendo come una ragazzina disse "ti amo amore mio mio "Marco restò un istante fermo, la tazza sospesa, la schiena ancora calda dei segni di lei. Poi sorrise, bevve un sorso, disse " anche io ti amo" e la seguì.
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