Capitolo 3 - Il nono mese di lucia
Arriva il termine di una gravidanza incestuosa incestuosa
In casa c'era sempre quell'odore dolciastro di sudore e latte, ormai. Lucia lo sentiva appena varcava la porta della camera, il pancione enorme che la precedeva come una sacca di carne tesa fino a scoppiare, e le gambe a cinquantatré anni suonati facevano il loro dovere a fatica. La pelle tirava, la schiena chiedeva pietà, eppure ogni volta che vedeva Marco sdraiato sul letto con la cintura slacciata, la stanchezza passava in secondo piano. Non del tutto, mai del tutto, ma abbastanza da inginocchiarsi lì accanto, con le mani aperte e la bocca pronta.
«Quanto manca?» chiese Marco, senza smettere di slacciarsi i pantaloni.
«Poco, ormai. Il dottore dice giorni. Forse ore, se continua così.»
«forza amore mio mio manca poco.»
Lucia non rispose. Sapeva anche che quel pancione che la schiacciava da mesi era figlio suo, di Marco, suo fratello, e questo bastava a tenerla lì, devota, con le dita intorno al suo cazzo già duro. I rapporti veri erano finiti da settimane, impossibili con quel volume che le premeva sulla pancia come un macigno. Così si erano arrangiati. E Lucia, a cinquantatré anni, si era scoperta brava come non mai.
Lo prese in bocca con una lentezza calcolata, la lingua piatta sotto l'asta, le labbra strette intorno al glande. Marco le posò una mano sulla nuca, spingendola appena quel tanto che bastava a ricordarle chi comandava. Lei lo accontentò senza fiatare. Non c'era niente che le piacesse di più che sentirlo indurirsi di più, gonfiarsi, perdere il controllo. Lo ingoiò fino in fondo, con il pancione schiacciato contro il bordo del letto e il fiato corto. Poi si staccò, un filo di saliva che le univa il labbro alla punta, e passò alle mani. Pollice e indice stretti alla base, l'altra a torcere piano sull'asta, e Marco gemette, la testa rovesciata all'indietro.
«Così, troia. Così.»
Lucia accelerò, il polso ormai allenato, e quando lo sentì pulsare capì che era il momento. Tirò su la canottiera, scoprendo le tettone cadenti, gonfie di latte, i capezzoloni enormi e scuri che puntavano dritti verso di lui. Marco non resistette: le afferrò i seni con entrambe le mani, strizzò forte, e il latte schizzò via mentre veniva. Fili di sborra calda le colpirono il petto, i capezzoli, le colarono giù tra le pieghe della carne. Lucia rimase lì, immobile, a farsi annaffiare, gli occhi socchiusi e il respiro pesante. La giornata poteva cominciare.
Passavano così le giornate. Lucia spompava, segava, accettava di essere ricoperta, pulita il tanto che bastava per ricominciare. A volte era Marco a pretenderlo, a volte bastava un suo sguardo. E lei si sentiva stanca, stanchissima, ma dentro quella stanchezza c'era una resa che la faceva sentire viva.
Venne il pomeriggio del 27 agosto. Il caldo torrido si era appiccicato alle pareti di casa come un panno umido. Lucia aveva la borsa pronta, il cuore che batteva per un motivo diverso dal solito. Contrazioni leggere, il corpo che annunciava la fine di quella gravidanza lunga come un inverno. Marco la guardò da sopra il volante mentre lei si sistemava sul sedile, il pancione che le impediva di piegarsi del tutto.
«Sei pronta?»
«Non vedo l'ora di tornare a fare le cose come si deve.»
«Brava. Ma prima dammi una mano.»
Lucia guardò il rigonfiamento nei suoi pantaloni. Sorrise stanca, si sporse come poteva, ma il pancione le bloccò il movimento. Non c'era verso: la bocca non ci arrivava. Allungò invece la mano destra, abbassò la zip, lo tirò fuori. Lo prese con decisione, la presa sicura, e cominciò a segarlo lì in macchina, l'auto che sfrecciava nel traffico del pomeriggio. Il finestrino era socchiuso, l'aria condizionata un rimedio fiacco contro l'afa.
Marco guidava con una sola mano, l'altra stretta sul tessuto del sedile. Lucia lo sega con movimenti lenti e poi più svelti, il pollice a spalmare il liquido sulla punta. Sentiva le contrazioni aumentare, il gonfiore premere sulle costole, ma non si fermò. Lo voleva lì, adesso, prima che il parto li separasse per chissà quanto.
«Più forte» grugnì Marco.
Lucia obbedì. Un'ultima stretta, un colpo secco, e Marco venne sulle sue dita, un gemito roco mentre l'auto prendeva l'uscita della tangenziale. Lucia si pulì con un fazzoletto, senza dire nulla. Il sudore le colava lungo la schiena.
Un sussulto improvviso, dall'interno. Lucia trattenne il fiato, la mano sul ventre. «Credo che sia ora» disse, la voce ferma nonostante la fatica. Marco schizzò verso l'ospedale, le frecce, lo slalom tra le auto. Le doglie arrivavano come onde, una dopo l'altra, e lei le cavalcò senza lamentarsi, stretta al corrimano, il viso imperlato di sudore. Lui le prese la mano, gliela tenne stretta, senza parole. In corridoio una barella, una corsa, il reparto. Marco non la lasciò finché la porta non si chiuse. Restò lì, in attesa, contando i minuti. Dopo un'ora infinita, un pianto sottile squarciò il silenzio. Poi la porta si aprì, e Lucia lo guardò, stremata ma sorridente. «Una femmina. Come volevi.» Marco entrò, si chinò su di lei, le sfiorò la fronte bagnata. «Sei stata brava» disse, con una voce che non riconosceva nemmeno lui. E lì, in quel silenzio fragile, sentì che il peso era cambiato: non quello che lei si era tolta, ma quello nuovo che gli posava addosso, dolce e per sempre. E capì che era pronto.
La sera del 27 agosto calò sulla clinica con un tepore denso, e la finestra socchiusa lasciava entrare solo un alito d'aria che sapeva di asfalto e tigli. Lucia era appoggiata ai cuscini, la canottiera zuppa di sudore, i capelli incollati alle tempie. Il corpo le pesava come piombo, ma non aveva mai provato una stanchezza così dolce. Sua sorella Marta dormiva sulla poltrona reclinabile accanto al letto, abbandonata e serena, e ogni tanto muoveva le labbra nel sonno come se sognasse qualcosa di buono.
«Marta» mormorò Lucia, la voce roca. «Marta, svegliati. Sento che ho bisogno di te.»
Marco, in piedi accanto alla finestra, si voltò. Aveva ancora addosso i pantaloni sgualciti e la camicia stropicciata, e le mani gli tremavano mentre se le passava sul viso. «Come fai a sapere che è sveglia?»
«Lo so e basta.»
Marta si stiracchiò, aprì gli occhi, si alzò dalla poltrona con un gesto stanco ma preciso. Si avvicinò al letto, sistemò i cuscini dietro la schiena di Lucia, le prese il viso tra le mani e la guardò. «Sei stata brava» disse piano. «Adesso riposa. Penso io a tutto.»
Lucia si sistemò meglio, abbassò la spallina della canottiera con un gesto stanco ma preciso. Il seno sinistro le scivolò fuori, gonfio, teso, con il capezzolo scuro già umido sulla punta. Prese la mano di Marta e la guidò al petto, premendola contro la pelle calda. Marta trasalì: una fitta rapida, quasi un morso, e subito dopo un calore che si irradiava dalla spalla al ventre. Sua sorella la toccava già, con un ritmo ostinato, nuovo.
«Eccola» disse Lucia, lasciandosi andare contro i cuscini. «Eccoti.»
Marco si sedette sulla sponda del letto. Non diceva nulla.
Guardava il viso di Marta che accarezzava la pelle di Lucia, le dita che si muovevano a ritmo, la mano che toccava appena il seno gonfio. «Ero spaventato» disse alla fine, la voce rotta. «Tutto il giorno, in sala d'attesa, pensavo: e se non ce la faccio? E se lei non ce la fa?»
«Ma ce l'abbiamo fatta» sussurrò Lucia. «Tutti e tre.»
Marta staccò la mano, sazia, e lasciò cadere il braccio di lato. Lucia la guardò con occhi pieni di gratitudine, poi si voltò verso Marco e gli prese la mano. «Vieni qui.»
Lui si sdraiò accanto a lei sul materasso stretto, la testa sulla sua spalla, il respiro che piano si calmava. La finestra era ancora socchiusa, l'aria sapeva di notte che arrivava. Lucia chiuse gli occhi e sentì il battito di lui contro il proprio. «Domani si torna a casa» mormorò. «Inizia tutto, da adesso.»
Marco le baciò la fronte, restando lì, con i piedi che sporgevano oltre il bordo del letto e la camicia ancora addosso. Marta sospirò nella poltrona, riaddormentandosi. E la stanza si raccolse intorno a loro, calda e silenziosa, come se per una volta il tempo avesse deciso di fermarsi lì, su quelle tre vite appena cominciate.
Il giorno dopo, Lucia tornò a casa con la bambina addormentata nel marsupio e un silenzio nuovo addosso. La casa sapeva di chiuso, di polvere e di attesa. La attraversò lentamente, mentre Marco le camminava accanto con le borse e non osava parlare.
Era una sensazione strana. Essere madre e zia nello stesso momento. Guardava la piccola che dormiva con le labbra schiuse, e pensava: sei mia figlia. E sono anche tua zia. Le sembrava di contenere due donne in un corpo solo, entrambe stanche, entrambe innamorate. Sistemò la bambina nella culla, la coprì piano, restò un istante a guardarla respirare. Poi la porta della camera si richiuse dietro di lei, e Lucia prese la mano di Marco.
«Vieni.»
Lo guidò in camera da letto senza voltarsi. Il caldo della sera entrava dalla finestra, denso, dolciastro di latte. Marco la seguiva, la mano calda e incerta.
«Sei sicura?» mormorò. «Ti hanno dimessa da un giorno, potrei farti male…»
Lei non rispose. Lo spinse sul letto, lo guardò cadere sulla schiena con la camicia ancora addosso, i pantaloni tesi. Poi gli fu addosso. Gli saltò a cavalcioni, affondando le ginocchia nel materasso, e lo sentì duro contro l'interno coscia. Marco ansimò.
«Lucia, aspetta…»
«Non voglio aspettare» sibilò lei, e con una mano gli slacciò i pantaloni, glieli spinse giù quel tanto che bastava. Stava giansimando, la canottiera sudata incollata al petto gonfio. Lo afferrò e si sollevò, e per un attimo restò sospesa, con lo sguardo fisso su di lui.
Poi si abbassò.
Lo sentì entrare in lei in un solo movimento, pieno e caldo, e il respiro le mancò. Marco gemette, le mani strette sulle sue anche, le dita che affondavano nella carne morbida del post parto. «Dio, Lucia…» Ma lei non voleva sentire altro. Cominciò a muoversi, lenta all'inizio, il ritmo che trovava da solo il suo andamento, e ogni discesa le sembrava colmare un vuoto che non sapeva di avere.
Il letto scricchiolava sotto il loro peso. Il sudore le colava tra i seni e lei si chinò su di lui, i capelli a incorniciargli il viso, la bocca vicina alla sua senza toccarla. «Guardami» Lui la guardò, gli occhi scuri e pieni di una paura che non era paura.
Lei accelerò, i suoi gemiti mescolati ai suoi, il caldo della sera che li avvolgeva come una coltre. Quando venne, fu con un grido soffocato contro la spalla di lui, le unghie piantate nella sua schiena, il corpo che tremava sopra il suo. Marco la strinse, la tenne, e per un lungo istante non ci fu altro che quel respiro affannoso, il loro cuore che batteva all'unisono.
Poi lei si sollevò piano, gli baciò la fronte, e scese dal letto. «Devo controllare la piccola.» Marco annuì, ancora senza parole, e la guardò uscire, nuda, nella penombra della casa, come se quella notte non le appartenesse più soltanto.
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