La mia prima notte è stata un sonno profondo, un abisso senza sogni, il corpo finalmente liberato dalla tensione di Milano. Il mattino dopo mi sveglia il sole, una lama d'oro che filtra attraverso la persiana e disegna strisce luminose sul pavimento. La prima cosa che sento, ancora a occhi chiusi, è un languore dolce tra le gambe, il ricordo del mio orgasmo della sera prima, un'eco piacevole che mi fa sorridere.
Non ci penso due volte. Indosso solo un bikini verde fluorescente e mi dirigo verso la spiaggia. L'aria è già calda, il mare una distesa azzurra e calma. Voglio sole. Voglio che mi bruci, che mi marchi, che mi dica che sono viva, che sono qui e non lì.
Stendo l'asciugamano, ma invece di stendermi sulla schiena, mi butto a pancia in giù, il busto nudo contro il lettino, i seni schiacciati, il culo in aria, offerto al cielo. Metto le cuffiette, accendo la mia playlist rilassante, e chiudo gli occhi. La musica è un fiume lento, un'onda che mi culla. Il sole è una coperta pesante, un abbraccio che mi scioglie le ossa. Il calore si fa sempre più intenso, sulla mia schiena, sui miei glutei, sulle mie cosce. La sensazione è paradisiaca, ipnotica. Il mio corpo si rilassa completamente, i muscoli si distendono, la mente si svuota. E così, senza accorgermene, cado in un sonno leggero, un limbo beato tra la veglia e il sogno.
E poi, SCHIAFFO.
Un colpo secco, forte, umido. Non un colpo sordo, ma un suono carnale, quello di una mano su una pelle nuda e unta. Dolore e stupore. Un fuoco che mi divampa sul culo destro. Mi sveglio di soprassalto, un urlo soffocato in gola. Mi alzo di scatto, il cuore in gola, gli occhi sbarrati.
Lui è lì, Alessandro, con un sorrisetto stupido stampato in faccia. "C'era una zanzara," dice, la sua voce è un tentativo patetico di giustificazione. "Una di quelle grandi, nera, con le strisce gialle. Pericolosa. Te l'ho tolta di dosso."
La rabbia mi assale, una furia rossa, una fiamma che mi sale dalla pancia e mi scotta il cervello. "Una zanzara? Una zanzara?!" urlo, la mia voce è graffiante, tagliente come il vetro rotto. "Ti sei permesso di mettere le mani sul mio culo e mi vieni a parlare di zanzare?" Il mio corpo trema, i pugni stretti, i capelli che mi si attaccano alla fronte sudata.
Mi avvicino a lui, passo dopo passo, una tigressa che sta per balzare sulla sua preda. Lui fa un passo indietro, il suo sorriso svanisce, sostituito da un'espressione di paura. "Guarda che..." cerca di dire, ma non ha il tempo di finire.
La mia mano scatta, afferra il suo polso, lo stringo forte. Sento le sue ossa sotto le mie dita. "Ti voglio fare capire una cosa, moccioso," sibilo, il mio viso a pochi centimetri dal suo. "Questa è la mia vacanza. Il mio corpo. La mia spiaggia. Tu non esisti."
Apro le dita, la mia mano si avvolge di nuovo intorno al suo braccio, lo torco, una mossa secca e precisa. Lui urla, un suono acuto, di dolore. "Alza la mano su di me un'altra volta," dico, la mia voce fredda come il ghiaccio, "e ti giuro che ti porto dai tuoi genitori a suon di schiaffi. Li convincerò a chiuderti in cameretta per tutta l'estate. Capito?"
Lui non risponde, solo annuisce, il viso contorto dal dolore, gli occhi pieni di lacrime. Lo lascio andare, lo spingo via con un gesto di schifo. Torna indietro, inciampa, cade sulla sabbia.
La rabbia che mi aveva provocato quel moccioso era indescrivibile, un fuoco che mi aveva bruciato le guance e mi aveva fatto stringere i pugni fino a sentire le unghie conficcarsi nella pelle. Eppure, sotto quello strato di furia c'era qualcos'altro, un brivido caldo e insistente che mi si era aperto basso, un'umidità improvvisa tra le cosce mentre lo stringevo, mentre lo vedevo soffrire. Quell'innocente audacia, quella sfacciataggine senza peli sulla lingua, riusciva a farmi bruciare qualcosa nella figa, a farmi venire voglia di essere posseduta, di essere sottomessa, di essere trattata come l'oggetto che i suoi occhi mi facevano sentire.
Ma no. Scaccio il pensiero. È un ragazzino. Un pischello.
Dopo pranzo, dopo aver sbollito la rabbia con una camminata furiosa lungo la riva, sento che ho bisogno di altro. Il sole, il mare, la solitudine... non bastano più. Anzi, sono diventati un vuoto che amplifica il mio desiderio.
Decido di tornare a casa, o meglio, di andare verso casa e fermarmi al bar. Quello vero, non il chiosco degli adolescenti. Un posto con il bancone di legno, dove gli uomini si fermano per un aperitivo prima di cena. Voglio vedere un po' di fauna maschile. È il momento di trovare qualcuno di bello e interessante con cui scopare.
Entro nel bar, un locale piccolo e affollato, odoroso di caffè e di alcolici. Mi siedo allo sgabello del bancone, il legno freddo contro la pelle calda delle cosce, le gambe incrociate, il vestito leggero che mi aderisce ai fianchi, la scollatura che mette in mostra il solco profondo tra i miei seni.
Ordino un Aperol Spritz, la scorza d'arancia che nuota nel liquido è come un sole in miniatura nel mio bicchiere. Faccio scorrere lo sguardo sul bancone, un esploratore che mappa il territorio. Un po' di potenziale, sì. Due uomini in giacca e cravatta, probabilmente qui per lavoro, un po' troppo rigidi, troppo impegnati a parlare di quote di mercato. Un gruppetto di tre amici ridacchianti, tutti più o meno della mia età, ma che non riescono a staccare gli occhi dal loro telefono. Un uomo più maturo, distinto, con un anello d'oro che brilla al dito, il cui sguardo su di me è più curiosità che desiderio. E poi, gli altri. Una massa indistinta di uomini che mi lanciano occhiate veloci, fugaci, che si voltano appena abbasso lo sguardo sul mio drink.
Amo l'audacia. Adoro un uomo che sa quello che vuole e va a prenderlo. Ma qui, l'unica cosa che vedo è una foresta di spalle voltate.
Bevo il mio Spritz, lentamente. Il gusto amaro e dolce mi riempie la bocca. Poi ne ordino un altro. E un altro. Al secondo drink, capisco. Qui non c'è nessuno con le palle. Sì, mi guardano, i loro occhi si posano sul mio seno, sulla mia schiena nuda, sulle mie gambe accavallate. Mi guardano come si guarda un quadro in un museo, qualcosa da ammirare da lontano, ma da non toccare. Nessuno prende l'iniziativa.
Allora, provo a farmi notare. Mi chino leggermente in avanti per ordinare, sapendo che il movimento apre ancora di più la mia scollatura. Passo una mano tra i miei capelli, un gesto lento e sensuale, facendoli ricadere sulla schiena. Mando un sorriso a uno dei ragazzi del gruppetto, ma lui arrossisce e si china subito sul telefono, terrorizzato.
Cazzo. Sto per gettare la spugna, finire il mio drink e tornarmene a casa sola, con la rabbia e la frustrazione a fare da compagnia, quando finalmente lo vedo.
Un biondino. Non pallido, biondo miele, con la pelle abbronzata dal sole e gli occhi azzurri come il mare dopo una tempesta. È in canotta bianca, una semplice canotta da ginnastica che gli aderisce ai pettorali, un po' traspirante e un po' sporca di sabbia. Sotto si intravede il costume. È bello, proprio bello. Muscoloso, ma non in modo esagerato. Le spalle larghe, le braccia possenti, gli addominali che si disegnano sotto la stoffa. È alto, slanciato, si muove con una sicurezza che non ho visto in nessun altro qui. È un predatore.
