Il ragazzino che mi ha fatto bagnare

Capitolo 2 - inutili uomini

gli uomini d'oggi sono tutti finti fighetti.

A
Alessia

4 giorni fa

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La mia prima notte è stata un sonno profondo, un abisso senza sogni, il corpo finalmente liberato dalla tensione di Milano. Il mattino dopo mi sveglia il sole, una lama d'oro che filtra attraverso la persiana e disegna strisce luminose sul pavimento. La prima cosa che sento, ancora a occhi chiusi, è un languore dolce tra le gambe, il ricordo del mio orgasmo della sera prima, un'eco piacevole che mi fa sorridere.

Non ci penso due volte. Indosso solo un bikini verde fluorescente e mi dirigo verso la spiaggia. L'aria è già calda, il mare una distesa azzurra e calma. Voglio sole. Voglio che mi bruci, che mi marchi, che mi dica che sono viva, che sono qui e non lì.

Stendo l'asciugamano, ma invece di stendermi sulla schiena, mi butto a pancia in giù, il busto nudo contro il lettino, i seni schiacciati, il culo in aria, offerto al cielo. Metto le cuffiette, accendo la mia playlist rilassante, e chiudo gli occhi. La musica è un fiume lento, un'onda che mi culla. Il sole è una coperta pesante, un abbraccio che mi scioglie le ossa. Il calore si fa sempre più intenso, sulla mia schiena, sui miei glutei, sulle mie cosce. La sensazione è paradisiaca, ipnotica. Il mio corpo si rilassa completamente, i muscoli si distendono, la mente si svuota. E così, senza accorgermene, cado in un sonno leggero, un limbo beato tra la veglia e il sogno.

E poi, SCHIAFFO.

Un colpo secco, forte, umido. Non un colpo sordo, ma un suono carnale, quello di una mano su una pelle nuda e unta. Dolore e stupore. Un fuoco che mi divampa sul culo destro. Mi sveglio di soprassalto, un urlo soffocato in gola. Mi alzo di scatto, il cuore in gola, gli occhi sbarrati.

Lui è lì, Alessandro, con un sorrisetto stupido stampato in faccia. "C'era una zanzara," dice, la sua voce è un tentativo patetico di giustificazione. "Una di quelle grandi, nera, con le strisce gialle. Pericolosa. Te l'ho tolta di dosso."

La rabbia mi assale, una furia rossa, una fiamma che mi sale dalla pancia e mi scotta il cervello. "Una zanzara? Una zanzara?!" urlo, la mia voce è graffiante, tagliente come il vetro rotto. "Ti sei permesso di mettere le mani sul mio culo e mi vieni a parlare di zanzare?" Il mio corpo trema, i pugni stretti, i capelli che mi si attaccano alla fronte sudata.

Mi avvicino a lui, passo dopo passo, una tigressa che sta per balzare sulla sua preda. Lui fa un passo indietro, il suo sorriso svanisce, sostituito da un'espressione di paura. "Guarda che..." cerca di dire, ma non ha il tempo di finire.

La mia mano scatta, afferra il suo polso, lo stringo forte. Sento le sue ossa sotto le mie dita. "Ti voglio fare capire una cosa, moccioso," sibilo, il mio viso a pochi centimetri dal suo. "Questa è la mia vacanza. Il mio corpo. La mia spiaggia. Tu non esisti."

Apro le dita, la mia mano si avvolge di nuovo intorno al suo braccio, lo torco, una mossa secca e precisa. Lui urla, un suono acuto, di dolore. "Alza la mano su di me un'altra volta," dico, la mia voce fredda come il ghiaccio, "e ti giuro che ti porto dai tuoi genitori a suon di schiaffi. Li convincerò a chiuderti in cameretta per tutta l'estate. Capito?"

Lui non risponde, solo annuisce, il viso contorto dal dolore, gli occhi pieni di lacrime. Lo lascio andare, lo spingo via con un gesto di schifo. Torna indietro, inciampa, cade sulla sabbia.

La rabbia che mi aveva provocato quel moccioso era indescrivibile, un fuoco che mi aveva bruciato le guance e mi aveva fatto stringere i pugni fino a sentire le unghie conficcarsi nella pelle. Eppure, sotto quello strato di furia c'era qualcos'altro, un brivido caldo e insistente che mi si era aperto basso, un'umidità improvvisa tra le cosce mentre lo stringevo, mentre lo vedevo soffrire. Quell'innocente audacia, quella sfacciataggine senza peli sulla lingua, riusciva a farmi bruciare qualcosa nella figa, a farmi venire voglia di essere posseduta, di essere sottomessa, di essere trattata come l'oggetto che i suoi occhi mi facevano sentire.

Ma no. Scaccio il pensiero. È un ragazzino. Un pischello.

Dopo pranzo, dopo aver sbollito la rabbia con una camminata furiosa lungo la riva, sento che ho bisogno di altro. Il sole, il mare, la solitudine... non bastano più. Anzi, sono diventati un vuoto che amplifica il mio desiderio.

Decido di tornare a casa, o meglio, di andare verso casa e fermarmi al bar. Quello vero, non il chiosco degli adolescenti. Un posto con il bancone di legno, dove gli uomini si fermano per un aperitivo prima di cena. Voglio vedere un po' di fauna maschile. È il momento di trovare qualcuno di bello e interessante con cui scopare.

Entro nel bar, un locale piccolo e affollato, odoroso di caffè e di alcolici. Mi siedo allo sgabello del bancone, il legno freddo contro la pelle calda delle cosce, le gambe incrociate, il vestito leggero che mi aderisce ai fianchi, la scollatura che mette in mostra il solco profondo tra i miei seni.

Ordino un Aperol Spritz, la scorza d'arancia che nuota nel liquido è come un sole in miniatura nel mio bicchiere. Faccio scorrere lo sguardo sul bancone, un esploratore che mappa il territorio. Un po' di potenziale, sì. Due uomini in giacca e cravatta, probabilmente qui per lavoro, un po' troppo rigidi, troppo impegnati a parlare di quote di mercato. Un gruppetto di tre amici ridacchianti, tutti più o meno della mia età, ma che non riescono a staccare gli occhi dal loro telefono. Un uomo più maturo, distinto, con un anello d'oro che brilla al dito, il cui sguardo su di me è più curiosità che desiderio. E poi, gli altri. Una massa indistinta di uomini che mi lanciano occhiate veloci, fugaci, che si voltano appena abbasso lo sguardo sul mio drink.

Amo l'audacia. Adoro un uomo che sa quello che vuole e va a prenderlo. Ma qui, l'unica cosa che vedo è una foresta di spalle voltate.

Bevo il mio Spritz, lentamente. Il gusto amaro e dolce mi riempie la bocca. Poi ne ordino un altro. E un altro. Al secondo drink, capisco. Qui non c'è nessuno con le palle. Sì, mi guardano, i loro occhi si posano sul mio seno, sulla mia schiena nuda, sulle mie gambe accavallate. Mi guardano come si guarda un quadro in un museo, qualcosa da ammirare da lontano, ma da non toccare. Nessuno prende l'iniziativa.

Allora, provo a farmi notare. Mi chino leggermente in avanti per ordinare, sapendo che il movimento apre ancora di più la mia scollatura. Passo una mano tra i miei capelli, un gesto lento e sensuale, facendoli ricadere sulla schiena. Mando un sorriso a uno dei ragazzi del gruppetto, ma lui arrossisce e si china subito sul telefono, terrorizzato.

Cazzo. Sto per gettare la spugna, finire il mio drink e tornarmene a casa sola, con la rabbia e la frustrazione a fare da compagnia, quando finalmente lo vedo.

Un biondino. Non pallido, biondo miele, con la pelle abbronzata dal sole e gli occhi azzurri come il mare dopo una tempesta. È in canotta bianca, una semplice canotta da ginnastica che gli aderisce ai pettorali, un po' traspirante e un po' sporca di sabbia. Sotto si intravede il costume. È bello, proprio bello. Muscoloso, ma non in modo esagerato. Le spalle larghe, le braccia possenti, gli addominali che si disegnano sotto la stoffa. È alto, slanciato, si muove con una sicurezza che non ho visto in nessun altro qui. È un predatore.

Mi guarda. E questa volta, non è uno sguardo fugace. È uno sguardo fisso, intenso, che mi scansiona da capo a piedi. Mi sento nuda sotto i suoi occhi, più nuda di quanto lo fossi in spiaggia. Sento un calore che mi sale dal basso ventre, un formicolio che mi indurisce i capezzoli sotto il vestito.

Continuo a fissarlo, sfidandolo con lo sguardo. Un piccolo sorriso si disegna sul mio viso, un invito. Lui capisce il messaggio. Si alza dal suo sgabello, un movimento fluido e potente, e viene verso di me. Mi siede accanto, così vicino che sento il calore del suo corpo, il profumo di sale e di sole.

"Sembri annoiata," dice, la sua voce è un ronzio profondo, una vibrazione che mi percorre la schiena. "In un posto così pieno di vita."

"La vita non è sempre quella che sembra," rispondo, la mia voce è un sussurro, un filo di seta. "A volte è solo rumore."

Mi offre da bere. Accetto. Parliamo di nulla, di tutto. Del mare, del caldo, della musica che passa in sottofondo. Le sue mani si muovono mentre parla, mani grandi e forti, con le vene prominenti. Immagino quelle mani sul mio corpo, sulla mia pelle, e sento un brivido che mi percorre le gambe.

"Sei qui da sola?" chiede, il suo sguardo è fisso sulle mie labbra.

"Sì," dico. "E tu?"

Lui fa un cenno con la testa verso il fondo del locale. Li vedo, i suoi amici. Tre ragazzi che giocano a biliardo, ridono, scherzano. "Con loro," dice, con una nota di noia nella voce. "A volte vorrei avere tutto il tempo per me."

"Io ho tutto il tempo per me," dico, e lo guardo dritto negli occhi. "E lo sto sprecando."

Il suo sguardo si fa più intenso, più scuro. "Non deve per forza essere uno spreco."

Mi alzo, lentamente. "Vado in bagno," dico, e il mio tono è una domanda, una promessa.

Lui mi aspetta un istante, poi si alza e mi segue. Il bagno è piccolo, un solo locale, con il lavabo e il water. Chiudo la porta a chiave. Il silenzio è improvviso, denso, rotto solo dal nostro respiro.

Mi appoggio al muro, lui si avvicina, mi blocca con il suo corpo. Le sue mani mi afferrano i fianchi, mi schiaccia contro il muro. Il suo viso è a pochi centimetri dal mio. "Sei una fottuta troia," sibila, e le sue labbra si posano sulle mie, un bacio vorace, affamato, un bacio che sa di birra e di desiderio.

Lo respingo leggermente, le mie mani gli scivolano sul petto. "Tu non hai idea di cosa sia una troia," dico, la mia voce è un filo di seta, un pungiglione velenoso.

La sua mano scende, si infila sotto la gonna del mio vestito, trova la mia fica, già bagnata. Le sue dita mi sfiorano, un contatto fugace, un fulmine. "Sei già pronta per me," dice, e nel suo c'è un sorriso di trionfo.

"No," dico, la mia voce è ferma. "Sei tu quello che deve essere pronto per me."

La mia mano scende, si apre sulla sua pancia, scende ancora, trova il suo cazzo duro, una verga rovente che preme contro il costume. Lo accarezzo, lentamente, sentendolo pulsare sotto i miei polpastrelli. Lui geme, la sua testa si china sulla mia spalla. "Sì, così," sussurra. "Continua."

Lo giro, lo spingo contro il muro, scivolo in ginocchio davanti a lui. Le mie mani gli sfilano il costume, liberando il suo cazzo, un arto possente, con la cappella rossa e lucida. Lo afferro con entrambe le mani, inizio a massaggiarlo, lentamente, salendo e scendendo, sentendolo indurire ancora di più sotto le mie dita.

"Sei così bello," sussurro, e la mia lingua gli lecca la punta, un assaggio veloce e dolce. Lui sussulta, un gemito gli esce dalle labbra. "Dai, non farmi aspettare," dice, la sua voce è roca, carica di desiderio.

"Allora devi venire da me stanotte," dico, il mio sguardo è fisso sul suo. "Voglio sentirti urlare il mio nome."

Lui si blocca, il suo corpo si irrigidisce. Si stacca da me, si allontana di un passo. "Non posso," dice, la sua voce è fredda, distante. "Devo stare con gli amici." Si sistema il costume, un gesto brusco, quasi arrabbiato. "E comunque, hai iniziato tu, finiscila." Le sue parole sono un pugno nello stomaco, una presa in giro, una freccia avvelenata.

La rabbia mi assale, una furia rossa, una fiamma che mi sale dalla pancia e mi scotta il cervello. Afferro il suo cazzo, lo stringo con forza, una morsa d'acciaio. "Cazzo," dice lui, il suo viso si contorce in una smorfia di dolore e piacere.

"Non sei tu quello che comanda qui," sibilo, la mia voce è un veleno dolce. "Sono io. E io voglio essere al primo posto." Lo stringo ancora più forte, sentendolo fremere sotto la mia presa. "Sei un bambino che gioca a fare l'uomo. Non hai idea di cosa significhi dare piacere a una donna."

Lo lascio andare, un gesto brusco, e mi alzo. Mi aggiusto il vestito, mi liscio i capelli. Sono una regina che lascia il suo trono. "Quando avrai imparato le regole del gioco, allora potrai sederti al mio tavolo."

Apro la porta, un movimento deciso. Sto per uscire, quando sento la sua voce, un lamento frustrato. "Cazzo! E chi me la finisce sta sega, allora?"

Mi giro, un sorriso crudele sul mio viso. "Fattela finire dai tuoi amici," dico, e la mia voce è un sibilo gelido. "Forse sono più capaci di te."

Uscendo dal bagno, sento ancora il suo respiro affannato, il suo sguardo di stupore e di rabbia che mi trafigge la schiena. Ma non mi giro. Vado verso l'uscita, la testa alta, il cuore che batte all'impazzata, non di paura, ma di trionfo. Sono viva. Sono potente. E sono sola.

Cazzo. Torno nella casetta vacanza e do di matto. La porta si sbatte dietro di me con un tonfo che fa tremare le pareti, il suono della mia rabbia che esplode in questo spazio silenzioso. La rabbia mi scorre nelle vene, un veleno bollente che mi brucia dall'interno. Quel biondino muscoloso, quel presunto uomo, non era altro che un bambino con un bel corpo e un cazzo vuoto.

Mi spoglio furiosa. Il vestito vola via, gli slip seguono, tutto finisce in un cumulo informe sul pavimento. Sono nuda, esposta, la mia pelle un foglio bianco su cui la rabbia può scrivere la sua storia. Mi butto sotto la doccia, un getto gelido che mi trafigge la pelle, cercando di spegnere il fuoco che mi divampa dentro. Ma è inutile. L'acqua fredda non fa che irrigidire i miei sensi, acuire la mia frustrazione. Le mie mani si stringono a pugno, i tendini del collo si tirano.

"Fottuto maschio," sibilo contro le piastrelle, il suono sommerso dal rombo dell'acqua. "Fottuto presuntuoso."

Uscita dalla doccia, non mi asciugo nemmeno. Sono gocciolante, nuda, la mia rabbia è un'uniforme che indosso con orgoglio. Vado in camera da letto, mi getto sul letto a pancia in giù, poi, con un movimento secco e deciso, mi alzo in piedi e mi metto a pecorina, le ginocchia sul bordo del materasso, le mani che afferrano le sponde del letto. Il mio culo è in aria, offerto, vulnerabile, la mia fica aperta, un fiore che sboccia nella rabbia.

"Se nessuno sa come trattarmi, me la cavo da sola," penso, e le mie dita vanno dritte al punto.

Inizio con una mano, l'indice che mi sfiora le labbra gonfie, già bagnate non di desiderio, ma di furia. Poi, senza preavviso, infilo due dita nella mia figa. Un movimento duro, secco, quasi violento. Le sento scivolare dentro, riempirmi, e un gemito mi sfugge dalle labbra, un suono rauco, animalesco.

Inizio a pompare, la mia mano è una morsa, una fucina. Le dita si muovono veloci, profonde, cercando, trovando quel punto lì dentro che mi fa vedere le stelle, non di piacere, ma di dolore. Il mio corpo si contorce, il bacino si alza per incontrare la mia mano. "Sì, così, così," sibilo tra i denti, parole senza senso, solo bisogno puro, bramoso.

E mentre la mia mano mi possiede, la mia mente corre, si aggira per i corridoi della mia frustrazione. Penso a quel moccioso, Alessandro, con il suo sguardo da predatore, la sua audacia sfacciata. Mi aveva schiaffeggiato il culo. Un gesto volgare, un'offesa. Eppure... c'era vita in quel gesto, c'era coraggio, una spina dorsale.

Poi penso al biondino al bar. Bello, muscoloso, con un cazzo da far invidia a un dio. Eppure, si era tirato indietro. Mi aveva liquidata, aveva preferito gli amici a una notte di sesso sfrenato. Un uomo con il corpo di un eroe e l'anima di un codardo.

"Cazzo," urlo, il suono che si perde nel vuoto della stanza. "La gente non sa più come trattare una donna. Un ragazzino ha più palle di uno che fa il fighetto. Non ci credo."

Le mie dita si muovono più veloci, più intense. Il ritmo è quello di una battaglia, non di un ballo. La fica batte, un'eco del mio cuore infuriato. Il mio corpo è un arco teso, pronto a scoccare. Le dita si curvano dentro di me, trovano quel punto magico, premendo, sfregando. Il clitoride è un fuoco, il mio sangue bollente. Un altro gemito, più alto, più lungo. Le gambe tremano. L'onda sta per rompersi.

E poi, lo scoppio. Un orgasmo violento mi scuote dall'interno, non un'onda di piacere, ma uno tsunami di rabbia. La fica si contrae, spasmi potenti che avvolgono le mie dita, succhiandole, stringendole. Un urlo mi esce dalla gola, un suono animalesco, di puro sfogo. Il mio corpo si irrigidisce, l'arco della schiena si alza dal letto, per poi crollare di nuovo, pesante, esausto, ma non placato.

Mi raggomitolo su me stessa, un gatto arrabbiato che lecca le proprie ferite. Il sonno mi assale non come una carezza, ma come un colpo, un addormentamento nervoso che mi travolge. Cazzo. Questo nervosismo è colpa dello stress accumulato in città. L'eco di Milano, i flash dei riflettori, gli sguardi freddi di fotografi e stilisti. Ho studiato troppo, fatto troppi shooting, il mio corpo è diventato un prodotto, una merce. Forse questa dormita nervosa era necessaria. Un reset forzato.

Mi sveglio alla luce del mattino successivo, un'abbagliante ondata bianca che filtra attraverso le persiane. La stanza è silenziosa, il mio corpo un nodo di muscoli tesi e di rabbie sopite. Per un istante, non ricordo nulla. Poi tutto torna. La spiaggia. La rabbia. La doccia fredda. Le mie dita.

Con un sospiro che mi spezza il petto, mi alzo. Il costume. Un'altra maschera. Lo indosso, una seconda pelle, e mi dirigo verso la spiaggia. Il sole è già alto, l'aria calda, il mare calmo. Stendo l'asciugamano, mi stendo a pancia in giù, il culo in aria, un gesto istintivo, una provocazione senza destinatario.

E poi, aspetto. Aspetto le molestie di quel ragazzino. Il suo sguardo indiscreto, il suo alito caldo sul mio collo, la sua mano afferrata al mio culo. Ma non arrivano. Per tutta la mattina, niente. La spiaggia è silenziosa, il mio orecchio teso a catturare ogni suono, ogni fruscio, ogni passo. Ma c'è solo il rumore delle onde, il canto dei gabbiani, il mio stesso respiro.

La rabbia si mescola alla delusione, una pozza nera che mi si apre nello stomaco. Non era un moccioso. Era un'ancora. Un punto di riferimento nella mia solitudine. La sua assenza è un vuoto ancora più grande.

Mi alzo, il corpo teso, la mente un vortice di pensieri confusi.

Basta. Il sole è un martello, la rabbia una febbre. Non posso rimanere lì a marcire nella mia delusione. Con un gesto brusco mi rialzo, l'asciugamano mi si attacca alla pelle sudata. Non lo guardo, ma lo sento. So che sta guardando. Lo lascio lì, con il suo silenzio e la mia attesa vana.

Mi butto in mare. L'acqua è un urto gelido, uno schiaffo che mi risveglia. Nuoto, non per rilassarmi, ma per fuggire. Bracciate potenti, decise, che tagliano la superficie calma. Allontano la riva, la spiaggia, i ricordi. Fino a quando non sento i piedi non toccare più il fondo. Mi lascio andare, a mollo, il corpo che fluttua, leggero, sospeso tra cielo e abisso. Il sole filtra attraverso l'acqua, disegna danze di luce sul mio corpo, sulla mia pelle nuda e bagnata. La rabbia si scioglie, si dissolve nell'acqua, sostituita da un languore dolce, da un'attesa nuova.

Finalmente, quando sono in acqua e tutti sembrano salire per pranzo, la spiaggia si svuota, il silenzio diventa assoluto. E allora, lo sento. Un piccolo rumore, un ondeggiare nell'acqua vicino a me. Lui. È arrivato.

Si avvicina lentamente, non a nuoto, ma facendosi trasportare dall'acqua, un predatore che si muove senza fare rumore. Non dice una parola. Si ferma dietro di me, così vicino che sento il calore del suo corpo contro la mia schiena, un calore che mi brucia attraverso l'acqua fredda.

Poi, la sua mano. Non uno schiaffo, non una carezza. Una presa. Le sue dita si stringono sulla mia natica, un morso fermo, un gesto di possesso. "Ti stavo aspettando," sussurra, il suo alito caldo sul mio orecchio, una carezza di veleno. "Ti sei fatta desiderare."

Non rispondo. Lascio che la sua mano esplori, che il suo corpo mi schiacci contro il suo.

Non mi muovo. Lascio che la sua mano si appigli al mio culo, un palpeggiamento goffo. È una presa da ragazzino, tutta dita e palmo, senza la grazia di un uomo che sa cosa sta facendo. Sento il suo corpo premere contro la mia schiena, non un abbraccio, ma un appoggio sgraziato, come se cercasse un equilibrio che non ha. L'irritazione mi sale come la bile, un sapore acre e fastidioso. Fa schifo. Questa sua audacia senza tecnica, questa fame senza conoscenza.

"Ti ho già detto che non esisti," mormoro, più a me stessa che a lui, il suono quasi inghiottito dall'acqua. La mia testa è rivolta verso la riva deserta, gli occhi fissi sul punto in cui ho lasciato il mio asciugamano. Lo ignoro. Trattarlo come aria è la mia unica difesa, la mia forma di tortura.

Lui non si scoraggia. Anzi, la mia freddezza sembra alimentarlo. La sua mano libera la mia natica e scivola sul mio fianco, un percorso esitante, un'esplorazione timorosa. Le sue dita si fermano sul lato del mio costume, tirano leggermente l'elastico. È una richiesta, una supplica sussurrata senza parole. Il suo respiro è corto, irregolare, vicino alla mia spalla. Sento il tremore che lo attraversa, un fremito che non è di desiderio controllato, ma di pura ansia da prestazione. È un verginello, me ne rendo conto con una chiarezza che mi fa venire il voltastomaco. Un verginello affamato della sua prima chiavata, e ha scelto me come preda.

"Allora cosa fai qui, a molestare le donne al mare se non sai nemmeno dove mettere le mani?" gli sbatto in faccia, senza voltarmi. La mia voce è gelida, affilata come un rasoio.

Lui indietreggia un attimo, il contatto si rompe. Per un secondo penso di averlo spaventato, di averlo mandato via a gambe all'aria. Ma poi torna, più sfacciato di prima. La sua mano torna, non sul mio culo, ma si insinua sul mio corpo, va a cercare il mio seno.

La sua mano sulla mia tetta è un insulto. Non la stringe, non la accarezza. La... impasta. Come un pezzo di impasto per il pane, con un gesto ripetitivo e senza grazia. Il pollice mi sfiora il capezzolo, ma è un tocco casuale, senza intenzione. Sento un'ondata di nausea mescolata a una rabbia così pura da quasi accecare. Bastaaaa.

Con uno scatto secco mi giro. L'acqua si agita intorno a noi, creando piccole onde che si infrangono sui miei fianchi. Il mio volto è a pochi centimetri dal suo, così vicino che posso vedere i miei occhi riflessi nelle sue pupille dilatate, un misto di terrore e desiderio sfrenato. La mia mano è un artiglio che si chiude sulla sua guancia, le unghie gli affondano leggermente nella pelle tenera. Lo fermo.

"Ragazzino," sibilo, la mia voce è un filo di veleno e seta. "Quanti anni hai?"

Lui balbetta, la mascella tesa sotto la mia presa. “Dod-.”

"Anzi," continuo, stringendo un po' di più, "forse preferisco non saperlo, stai zitto."

Lo guardo dritto negli occhi, vedo la confusione che gli offusca lo sguardo. Non capisce. Non capisce perché la sua audacia da quattro soldi si sia scontrata con un muro di ghiaccio.

"Dimmi una cosa, eh?" dico, la mia voce ora più calma, quasi curiosa, ma con una lamina d'acciaio sottostante. "Su quale sito porno hai visto che è questa l'audacia che serve per conquistare una donna?" Lo sfido, il mio pollice gli accarezza il lato della bocca, un gesto di proprietà umiliante. "Quale video ti ha convinto che leccare per terra come un cucciolo smarrito e poi venire qui a impastarmi le tette come se fossi un pezzo di plastilina fosse la strada giusta?"

Lui cerca di parlare, ma glielo impedisco, premendo leggermente più forte con le dita.

"Hai visto qualche pornostar bionda che urlava di piacere mentre uno la palpeggiava come un deficiente? Pensavi che funzionasse anche nella vita reale? Che una donna si bagnasse sentendo le tue mani tremanti che non sanno nemmeno dove andare a finire?"

La mia mano scende, si posa sulla sua pancia, appena sopra la linea del costume. Lui si blocca, il respiro si ferma. Sento i muscoli dell'addome contrarsi sotto i miei polpastrelli. Il suo cazzo, che prima mi schiacciava goffamente contro, ora è un sasso duro, un'arma carica di una tensione che non sa come scaricare.

"No, rispondi," insisto. "Voglio sapere. Voglio capire l'architettura di questo fallimento. Sei timido a scuola? Le ragazze ti danno del 'simpaticone' e tu pensi che qui, da solo, tu possa finalmente fare il duro? È questo il tuo piano?"

La mia lingua gli lecca il labbro superiore, un assaggio veloce, salato. Lui sobbalza, un suono strozzato gli esce dalla gola. Non è più un predatore. È una preda. E io ho deciso di giocare con il mio cibo prima di mangiarmelo. La rabbia si è trasformata, si è fatta fredda, precisa, chirurgica.

Poi continuo, ma la mia voce cambia. Diventa più bassa, un ronzio che gli entra nelle orecchie e gli scuote le viscere. "Ma ti è andata bene, piccolo idiota," sussurro, il mio respiro caldo sulla sua pelle umida. "Nonostante tu sia un molestatore improvvisato, un disastro ambulante... io cazzo, sono eccitata da far schifo."

La mia mano sulla sua pancia si ferma. Poi, con un movimento fluido e dominante, gli afferro la mano, la giro, la spingo verso il basso, sotto la superficie dell'acqua. La sua mano, quella che mi ha mancato di rispetto, ora è tra le mie. La mia si chiude sulla sua, una morsa ferrea.

"E ho bisogno di un giocattolo."

Guido la sua mano, non con delicatezza, ma con violenza. La obbligo a scivolare sotto il mio costume, oltre il triangolo di stoffa bagnata. Le sue dita esitano, tremano al contatto con i miei peli pubici, ma io non gli lascio scampo. Lo costringo ad andare più in basso, fino a quando la punta delle sue dita non si imbatte nel mio clitoride, un bottone duro, rovente, una piccola mina pronta a esplodere.

"Stai zitto e muoviti," comando, la mia voce un sibilo gelato.

E inizio a guidarlo. La mia mano sul polso del mio molestatore improvvisato obbliga le sue dita a strofinarmi. Prima goffamente, come prima. Ma io non lo permetto. La mia presa si fa più forte, un'incudine che modella il ferro. Imposto il ritmo, la pressione, il movimento esatto.

"Così, no, più lento... cazzo, ti sembra di lucidare una scarpa? Più rotondo. Senti? Senti quel piccolo bottone lì? Quello. Non andartene. Stimolalo."

Lui sta impazzendo. Il suo respiro è un rantolo affannoso, il suo corpo è una corda tesa che vibra. Sento le sue ginocchia che sbattono contro le mie nell'acqua, la sua erezione che preme disperatamente contro la mia coscia. È nella sua prima, vera, cruda lezione di sesso. E l'insegnante sono io.

Lui migliora. Non è un prodigio, ma le sue dita, ora guidate, iniziano a capire. Abbandonano la goffaggine, imparano la pressione giusta, il ritmo che fa crescere il fuoco dentro di me. Lo sento esitare, poi riprovare, il suo respiro che si fa più profondo, più sincronizzato con il mio. Un piccolo gemito gli sfugge, non di piacere, ma di concentrazione, di sforzo. Sta imparando. E nonostante tutto, nonostante la rabbia, il fastidio, l'umiliazione che voglio infliggergli, il piacere inizia a montare, un'onda calda e potente che sale dal basso, che mi allaga i sensi.

Giusto quando l'onda sta per rompersi, quando il mio corpo è un arco teso pronto a scoccare, la mia mano scatta. Un movimento secco, deciso. Afferro il suo polso e lo allontano da me, con una forza che lo lascia sbigottito.

"Basta," comando, la mia voce è un filo di seta impenetrabile, fredda come il ghiaccio.

Lui mi guarda, con gli occhi sbarrati, il respiro sospeso. Il suo cazzo è un'asta di marmo contro di me, un desiderio che urla nel silenzio.

Mi avvicino, il mio viso a pochi millimetri dal suo. "Ora sei mio," sibilo, le mie parole sono un bacio velenoso. "Non un ragazzino che si spaccia per uomo. Un giocattolo. Mio."

La mia mano libera scende, gli accarezza il cazzo teso sotto il costume, un tocco leggero, fugace, che lo fa sussultare come percorso da una scossa elettrica.

"E credimi, ti farò vivere un sogno," continuo, la mia voce un suono ipnotico che lo avvolge, lo imprigiona. "Ti mostrerò cosa significa far venire una donna fino a farla piangere. Ti insegnerò cose che i tuoi video porno non possono nemmeno immaginare."

Commenti (1)

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US

tremendamente bello..