Capitolo 1 - moccioso impertinente
il primo giorno di vacanza di una giovane modella milanese.
Milano è un predatore che ti divora sotto le luci al neon e i flash impietosi dei fotografi. Per mesi la mia vita è stata un susseguirsi caotico di set fotografici, cambi d'abito frenetici e obiettivi puntati addosso, pronti a catturare ogni millimetro della mia pelle. "L'obiettivo ti ama, Giulia", mi ripetevano i fotografi, chiedendomi di inarcare la schiena, di schiudere le labbra, di vendere un'illusione.
E in effetti, ogni volta che mi guardavo negli specchi dei camerini, vedevo ciò che vedevano loro: una bellezza naturale e armoniosa, che univa una delicatezza innata nei lineamenti a una fisicità slanciata, prepotentemente femminile. Il mio viso è un ovale leggermente allungato, incorniciato da zigomi morbidi e guance lisce che mi donano un'aria dolce, quasi innocente. La pelle, chiara e dal sottotono caldo, è punteggiata da una spruzzata di lentiggini delicate sul nasino piccolo e dritto, un dettaglio che le truccatrici cercavano sempre di non coprire.
Ma il mio vero punto di forza, quello che faceva impazzire i direttori creativi, sono gli occhi: un verde chiaro, liquido, screziato da sfumature dorate che mutano con la luce. Hanno una forma allungata, felina, incorniciati da ciglia lunghissime e da sopracciglia naturali, mai troppo marcate. A rendere lo sguardo ancora più intenso e squisitamente cinematografico ci pensano i miei capelli, castano scuro con riflessi caldi: li porto lunghi, ben oltre le spalle, lisci ma con onde naturali sulle punte, e con una frangia ribelle che scivola spesso a coprirmi a metà un occhio. Sotto quello sguardo, le mie labbra naturali sono piene e carnose, il labbro inferiore gonfio e quello superiore disegnato da un arco perfetto, costantemente lucide e di un rosa vivo.
Ma ero stanca di essere solo un'immagine bidimensionale su una rivista patinata. Avevo bisogno di fuggire, di spegnere il telefono e di sentire il sole vero sulla pelle, non quello dei riflettori.
Avevo bisogno di una vacanza vera, di un taglio netto. Non i soliti weekend a Ibiza o a Portofino, circondata dalla stessa gente di Milano, dalla stessa noiosa e prevedibile monotonia dei locali alla moda. Volevo un posto dove il mio unico impegno fosse leggere un libro e sentire la pelle che si scuriva, lentamente, sotto il sole cocente. La mente è volata subito a quel piccolo borgo sul mare dove i miei mi portavano da bambina: una manciata di case di pescatori incastonate tra le scogliere e una fitta macchia mediterranea. Un posto quasi dimenticato dal mondo, immerso nel verde scuro dei pini e nel blu cobalto dell'acqua. Senza pensarci due volte, ho affittato una piccola casetta isolata per una settimana, ho fatto le valigie e sono partita da sola.
Il distacco dalla città l'ho avvertito fisicamente non appena ho varcato la soglia di quella villetta affacciata direttamente sulla spiaggia. Il silenzio era assoluto, rotto solo dal frinire ritmico delle cicale e dallo sciabordio lento delle onde. Ho chiuso la porta alle mie spalle e, con un sospiro di sollievo profondo, ho iniziato a spogliarmi, liberandomi dei vestiti di città come ci si libera di una corazza opprimente.
Ho sfilato l'abito leggero, lasciandolo cadere in una pozza di tessuto sul pavimento in cotto. L'aria calda della stanza mi ha subito accarezzato la pelle nuda, dandomi i brividi nonostante i trenta gradi all'esterno. Mi sono sbottonata il reggiseno, lasciando che i miei seni, pieni e morbidi, si liberassero dalla costrizione del ferretto; i capezzoli si sono inturgiditi all'istante a contatto con la leggera brezza salmastra che entrava dalla finestra aperta. Ho fatto scivolare giù gli slip, restando completamente nuda per un istante. Mi sono goduta quella sensazione di libertà totale e sfacciata, mentre le mie mani scivolavano lente lungo i fianchi, accarezzando la curva della vita estremamente stretta e la linea tesa e piatta del mio addome.
Dalla valigia aperta sul letto ho tirato fuori il mio unico vero alleato per quella settimana: un due pezzi arancione, minuscolo. Il colore acceso e vibrante risaltava in modo spettacolare sul mio incarnato chiaro dai sottotoni caldi. Ho allacciato i triangolini di tessuto dietro il collo e sulla schiena, assicurandomi che contenessero a malapena il volume del mio seno, lasciando scoperta buona parte della rotondità laterale. Poi ho annodato i laccetti sottili degli slip sui fianchi, tirandoli in modo malizioso un po' più su del normale, per slanciare ulteriormente le mie gambe lunghe e far risaltare al massimo la curva piena e femminile del mio fondoschiena.
Non ho perso un secondo. Ho preso un asciugamano, il mio libro e un flacone di olio abbronzante, scendendo i pochi gradini di pietra logora che portavano direttamente alla piccola caletta di sabbia chiara.
Ho steso l'asciugamano sul lettino di legno, mi sono tolta i sandali e mi sono sdraiata a pancia in su, lasciando che il sole del primo pomeriggio mi avvolgesse come una coperta bollente e dorata. Ho preso la boccetta di olio al cocco, ne ho versato una quantità generosa sul palmo della mano e l'ho scaldato sfregando i palmi.
Ho iniziato a spalmarlo con movimenti lenti, circolari e inebrianti. Sono partita dal collo sottile, scendendo sulle clavicole delicate. Le mie dita, scivolose per l'olio, accarezzavano la pelle liscia, massaggiando il seno proprio sopra il bordo dei triangolini arancioni, indugiando sulla scollatura lucida prima di scendere sull'addome. Ho chiuso gli occhi, godendomi il calore e il contatto intimo delle mie stesse mani sul corpo. Ho spinto l'olio più giù, oltre l'ombelico, sfiorando pericolosamente l'elastico teso degli slip, per poi passare alle cosce. Le ho massaggiate risalendo lungo l'interno coscia con una pressione leggera e provocante, separando leggermente le ginocchia. La mia pelle ora brillava, perfettamente unta e lucida, offrendosi senza pudore ai raggi del sole.
Ero completamente persa in quel momento di narcisistico e profondo relax, vulnerabile ed esposta.
È stato allora che l'ho sentito. Non un rumore, ma una sensazione fisica, animalesca. Come un leggero pizzicore sulla nuca, il peso inequivocabile di uno sguardo fisso addosso. Ho smesso di massaggiarmi la coscia e ho aperto lentamente un occhio, sollevando lo sguardo da sotto la frangia spettinata.
A pochi metri da me, seminascosto tra i rami bassi e nodosi di un pino marittimo che faceva ombra sulla sabbia, c'era qualcuno. Un ragazzino. E due occhi scuri, intensi e sfacciatamente limpidi mi stavano fissando con un'intensità quasi palpabile. Aveva seguito ogni singolo movimento delle mie mani unte sul mio corpo. Occhi indiscreti, affamati, che non si sono abbassati di un millimetro quando li ho incrociati, e che non avevano la minima intenzione di distogliere lo sguardo.
Il suo sguardo era un vetro appannato dietro cui bruciava un fuoco avido. Per un istante, il mio cuore ha fatto un balzo, più per fastidio che per imbarazzo. Un altro, pensai, uno della miriade di occhi che quotidianamente mi divorano con la mente. Ma c'era qualcosa di diverso in questo ragazzo, una sfacciataggine quasi animale, come se i codici sociali, la nozione del personale spazio altrui, fossero per lui concetti alieni. Invece di scappare vergognosamente, ha continuato a fissarmi. E si è avvicinato.
Ogni passo sulla sabbia umida rimbombava nel silenzio pomeridiano, rompendo la mia bolla di pace. Era più alto di quanto immaginassi, un corpo asciutto e scattante sotto una canottiera sbiadita e un paio di bermuda logori. I suoi capelli neri e arruffati gli ricadevano sulla fronte e il suo viso, scavato da un sole senza pietà, era dominato da quegli occhi scuri, ancora più intensi da vicino.
"Scusa," ha detto, la voce un po' roca, ancora non del tutto maschia. "Ti dà fastidio se mi siedo qui?"
La domanda era pura formalità. Non stava aspettando una risposta. Si è già lasciato cadere sulla sabbia a un metro di distanza dal mio lettino, troppo vicino. Troppo invadente.
"Sto cercando il mio cane," ha continuato, senza che io avessi detto niente. "Lui scappa sempre, viene a spingersi contro le signore in bikini."
La sua battuta è volata a vuoto, ha colpito la mia indifferenza come un sassolino contro il muro. Mi sono solo voltata lentamente, il mio corpo lucido di olio che scattava sotto il sole. "Non ho visto cani," ho risposto, la voce piatta, fredda. Ho riaperto il libro e ho cercato di rientrare nella storia, di riconnettermi con i miei personaggi, ma il suo respiro leggero e irregolare era lì, accanto a me.
Ma lui non molla. "Non di qui, vero? Sei di Milano, lo vedo dagli occhiali da sole." Si china, i suoi occhi vanno a posarsi sul mio seno che esce fuori dal bikini arancione, come se stesse studiando la forma precisa del mio capezzolo che si indurisce sotto lo sguardo. "Anzi no... più da Torino, forse. Hai quella aria di andarsene contro."
Ho alzato lo sguardo dal libro, lo fisso dritto negli occhi. C'è una luccicanza maliziosa nei suoi, un'insolenza che mi stordisce e mi irrita. "Non sono di Torino," ribatto, secca. "E non mi interessa avere una conversazione." Spero che il tono sia abbastanza tagliente da fargli capire di andarsene.
Invece lui sorride, un sorriso a metà tra l'innocente e il diabolico. "Ah, scusa. Non volevo disturbarti. Solo che è il primo anno che non siamo pieni di vecchi e bambini. Sei la prima ragazza vera che vedo da settimane." Il suo sguardo non si sposta un millimetro dal mio corpo. "Sei bellissima, sai? Sembri una di quelle sulle riviste, ma in carne e ossa. E... unta di olio." Si aggiusta sui pantaloncini, un gesto quasi impercettibile ma inequivocabile. "Sei la più bella cosa che abbia mai visto."
La sua ingenuità è così sfacciata, così diretta, che mi lascia senza parole. Non è un complimento, è un'affermazione. Mi sta dicendo che il suo cazzo si sta indurendo guardandomi, e non se ne fa nemmeno un problema. Un ondata di calore sale dalla schiena, ma non è il sole. È uno scioccante brivido di disagio e... qualcos'altro. Una provocazione che non mi aspettavo, che mi stordisce.
"Sei il figlio di chi?" chiedo, cercando di cambiare argomento, di riportare la situazione su un binario più normale. Ma è un errore. Gli do l'apertura che cercava.
"Io? Sono Alessandro. Mamma e papà hanno il bar laggiù," risponde, indicando con un cenno del capo la fila di case in lontananza. "Bazzico sempre in giro. Conosco ogni angolo di questa cazzo di spiaggia. Incluso questo. Incluso te." Si sposta ancora un po', la sua spalla quasi tocca la mia gamba. "So che arrivi qui alle due e mezza. So che ti spogli lenta. So come ti spalmi l'olio su tutto il corpo. Ho visto tutto."
Le sue parole sono un pugno allo stomaco. Mi sento esposta, violata. E allo stesso tempo, un brivido elettrico mi attraversa. La sua sfacciataggine non è più solo molesta, è una sfida diretta, un'aggressione sessuale velata, ma così palese da diventare quasi onesta. Il mio corpo reagisce, i capezzoli si induriscono ancora di più, spingendo contro il tessuto sottile del bikini.
"Sai, dovresti tornare da mamma e papà," dico, senza distogliere lo sguardo dalla pagina del libro, le parole che pronuncio sono ghiacciate, affilate come cocci di vetro. "Credo che al bar abbiano bisogno di aiuto."
Lui ridacchia, un suono basso e roco che mi vibra sulla pelle lucida. "Mamma e papà se la cavano benissimo. E poi, cosa dovrei fare là? A versare bibite ai vecchi che giocano a carte?" Si sposta ancora, il ginocchio nudo ora mi sfiora la coscia unta. Il contatto è come una scossa elettrica. "Mi sembra molto più interessante restare qui."
Il fiato si blocca in gola per un istante. La sua vicinanza è opprimente, il suo odore, un misto di sale, sudore e un qualcosa di maschio e selvatico, riempie le mie narici, mescolandosi al profumo dolce dell'olio di cocco. "Dove alloggi?" chiede, la sua voce ora un sussurro vicino al mio orecchio.
"Da queste parti," rispondo, sbrigativa, gli occhi incollati alle righe stampate che non sto più leggendo.
"Da queste parti," ripete lui, beffardo. "Quindi non lontano. Potrei passarti a trovare, di notte. Quando non c'è nessuno." Si china ancora, il suo viso è a pochi centimetri dal mio. Posso contare le sue ciglia, vedere le piccole gocce di sudore sulla sua fronte. "Potrei vederti mentre dormi. O mentre ti fai la doccia."
È troppo. La sua audacia è un confine che sta superando, una violenza così pura e diretta da farmi tremare. Mi girano le ginocchia. O dovrei dire: la fica inizia a pulsare, un battito caldo e insistente che risuona in tutto il corpo. Sento le mie labbra vaginali gonfiarsi, bagnarsi, tradirmi nel modo più vergognoso. Il mio corpo, il mio corpo di modella, educato a controllare ogni singolo muscolo, ogni singola espressione, si sta ribellando.
Cazzo, penso. La parola mi rimbomba nel cranio, un tuono secco e volgare che squarcia la nebbia del piacere in cui stavo sprofondando. Cazzo. Sono così disperata da eccitarmi per le minacce di un moccioso? Un brivido freddo mi percorre la schiena, l'adrenalina combatte con il caldo che mi arde tra le gambe, e vince.
Mi metto seduta di scatto, il movimento così brusco che il lettino di legno cigola minacciosamente sotto di me. L'olio sulla pelle mi fa scivolare, e per un attimo sento il seno ondeggiare pesante, quasi uscito dal triangolino di stoffa. Mi ricompongo, mi sistemo il costume, e lo fisso. Con un'aria di calma forzata, un sorriso finto e tagliente incollato sulle labbra.
"Senti, Alessandro," comincio, la voce dolce come il veleno. "Sei un moccioso. Un ragazzino che gioca a fare l'uomo, ma non hai nemmeno la barba. Non dovresti dire certe cose. Non a me, non a nessuna."
Il suo sorriso svanisce. Il suo sguardo si indurisce.
"E poi," continuo, alzando il tono, facendo uscire tutta la mia frustrazione, tutta la mia superiorità da milanese annoiata, "non sai chi sono io. Non hai idea. Quindi, ti conviene girare a largo. Sono in vacanza. Voglio rilassarmi. E non ho assolutamente bisogno delle tue avances patetiche e della tua presenza molesta."
Lui si alza in piedi, impalando il suo corpo magro e teso sulla sabbia. Per un istante, vedo una fiamma di orgoglio ferito nei suoi occhi scuri. Poi si spegne, sostituita da un'ombra più fredda, più pericolosa. Non dice niente. Si limita a girarsi e ad allontanarsi, a testa alta, ma la sua andatura è rigida.
Sul momento, lo caccio dalla mia testa. Neppure più una scia oleosa su una superficie d'acqua. Scompare, il suo nome, i suoi occhi da predatore, le sue parole volgari che mi avevano fatto fremere. Tutto svanisce, e io mi sento di nuovo pulita, vuota, pronta a essere riempita solo dal sole.
Mi rialzo sul lettino, il libro ormai dimenticato accanto a me. Il pomeriggio scivola via lento, denso come il miele. Mi rigiro sulla pancia, lasciando che il sole mi bruci la schiena, i glutei tesi e rotondi quasi scoperti dal filo del perizoma. Le mie mani, di nuovo unte, scivolano lungo la mia colonna vertebrale, massaggiando i muscoli tesi della schiena, scendendo fino al solco profondo del mio sedere, dove le mie dita si fermano un istante, premendo leggermente, prima di risalire. La sensazione è pura, auto-erotica, un piacere solitario e sicuro.
Più tardi, quando il sole comincia a calare, dipingendo il cielo di arancioni e violacci violenti, ho bisogno dell'acqua. Mi alzo, il mio corpo un'unica superficie lucida e sudata, e cammino verso il rinfrescante abbraccio del mare. L'acqua mi avvolge, gelida all'impatto, poi tiepida come un bacio. Nuoto lentamente, a bracciate lunghe e potenti, sentendo i muscoli lavorare, la tensione lasciarmi. L'acqua scivola sulla mia pelle, mi accarezza, mi penetra ovunque, bagnandomi le labbra, entrando leggermente nel mio buco del culo quando mi lascio galleggiare a pancia in su, le gambe aperte, offerta al tramonto. Un brivido mi attraversa, diverso da quello di prima. È di piacere, un piacere puro e innocente.
Al calar del sole, raccolgo le mie cose e torno verso la casetta. È a due minuti a piedi, uno di quei mini-complessi di villette a schiera in muratura, dipinte di un bianco sbiadito, con piccoli terrazzini privati pieni di gerani. La mia è la penultima. Apro la porta di legno e sento subito il profumo del legno di pino del mobilio e il fresco della casa, un sollievo meraviglioso dopo il caldo torrido della spiaggia. Chiudo a chiave dietro di me, un gesto istintivo, e lascio cadere l'asciugamano e il libro su una sedia.
Sono tutta sabbia e sale. Ho bisogno di una doccia.
Mi dirigo verso il bagno, una stanza piccola e luminosa con una grande doccia in muratura con una parete di vetro opaco. Mentre cammino, mi sfilo il bikini bagnato, i laccetti si annodano tra le mie dita veloci. Nuda, mi specchio per un istante nel grande specchio sopra il lavabo. Il sole ha lasciato una trama sottile di abbronzatura sulla mia pelle, un rosa carico sui miei seni, sul ventre, sulle mie cosce. I miei capezzoli sono duri e scuri come due ghiandole, e vedo le mie labbra vaginali, gonfie e scure, sporgere leggermente dalla fessura liscia e completamente depilata.
L'acqua della doccia mi avvolge, un abbraccio caldo e liquido che lava via la sabbia, il sale, e forse anche il ricordo di quegli occhi indiscreti. La schiuma del bagnoschiuma scivola sul mio corpo, morbida e profumata. Chiudo gli occhi e lascio che le mie mani si muovano con calma, seguendo le curve che conosco così bene. Accarezzo il collo scendendo sulle clavicole, insapono i miei seni pesanti e pieni, i pollici sfiorano i capezzoli induriti che si protendono come gemme dure. La schiuma mi scivola lungo la pancia piatta, tra le mie gambe, dove le mie dita si fermano un istante, sfiorando le labbra gonfie senza esplorare, solo un contatto fugace, una promessa.
Uscita dalla doccia, mi asciugo con l'asciugamano morbido, strofinando la pelle fino a farla arrossire. Non mi infilo niente, solo un paio di slip di cotone bianco, aderenti, che si segnano leggermente sulla mia figa. Mi lascio cadere sul letto con un sospiro, la schiena nuda a contatto con la lenzuola fresche. Il telefono è sul comodino. Lo prendo e apro TikTok.
Video stupidi, balletti ridicoli, canzoni assurde. Il mio pollice scorre veloce sullo schermo, ma la mia mente è altrove. Ripenso al sole, alla spiaggia deserta, al piacere solitario di spalmarmi l'olio. E poi, il pensiero che avevo cacciato via ritorna, insistente, come un'onda che non si vuole ritirare. Il suo sguardo. Le sue parole. "Potrei vederti mentre ti fai la doccia."
Un brivido mi attraversa, questa volta non c'è nessun fastidio, solo una fitta calda e umida che mi si apre basso, nell'addome. Il mio pollice smette di scorrere su TikTok. Lascio cadere il telefono accanto a me, senza più guardare lo schermo. La mia mano, come avesse una volontà sua, scivola sotto l'elastico degli slip.
Le mie dita trovano subito il calore umido. Le labbra sono gonfie, scivolose, già pronte. Inizio a toccarmi, lentamente. L'indice separa le labbra, scoprendo il clitoride che pulsa, un piccolo bottone rovente. Inizio a massaggiarlo con movimenti circolari, prima lenti, poi sempre più veloci. Il respiro mi si spezza. La fica batte, un ritmo insistente che risuona in tutto il corpo. TikTok è morto, lo schermo del telefono si è spento. Nella mia testa non c'è più nessun video, nessuna canzone. C'è solo un porno, un porno che mi sto proiettando da sola. Immagini sfocate, sensazioni pure.
Pensiero: "Cazzo, tra lavoro e università, quando ho avuto tempo per me? Quando ho avuto il tempo di scopare?" La frustrazione si mescola al piacere, un mix esplosivo. La mia altra mano sale, afferra un seno, lo stringe forte, il pollice e l'indice pizzicano il capezzolo duro, quasi fino a farmi male. Un gemito mi sfugge dalle labbra.
La mano sotto gli slip lavora più intensa. Due dita entrano nella mia fessura bagnata, prima una, poi due, le sento scivolare dentro, riempirmi, mentre il pollice continua a martellare il clitoride. Le gambe si spalancano, i piedi si piantano nel materasso. Inizio a pompare, la mano è un fiume in piena, le dita si muovono veloci, profonde, cercando, trovando quel punto lì dentro che mi fa vedere le stelle. Il mio corpo si contorce, il bacino si alza per incontrare la mia mano. "Sì, così, così," sibilo tra i denti, parole senza senso, solo bisogno puro, bramoso.
Fuori, nell'oscurità della sera, due occhi mi fissano. Sono attaccati alla finestra della mia camera, un buio nel buio. Dietro quegli occhi, una mano si muove su un cazzo duro, un ritmo che cerca di imitare il mio. Ogni mio gemito, ogni mio respiro affannoso è per lui. Ogni mio spasimo è il suo spettacolo. Ma io non lo so. Io sono persa nel mio piacere, persa nel porno che mi sto raccontando.
Il mio corpo è teso come una corda di violino. La pressione aumenta, un'onda che sale, che cresce, che minaccia di travolgermi. Le dita si curvano dentro di me, trovando quel punto magico, premendo, sfregando. Il clitoride è un fuoco, il mio sangue bollente. Un altro gemito, più alto, più lungo. Le gambe tremano. L'onda sta per rompersi.
E poi, lo scoppio. Un orgasmo violento mi scuote dall'interno. La fica si contrae, spasmi potenti che avvolgono le mie dita, succhiandole, stringendole. Un urlo mi esce dalla gola, un suono animalesco, di puro sfogo. Il mio corpo si rigida, l'arco della schiena si alza dal letto, per poi crollare di nuovo, pesante, esausto.
Resto così, per un istante che pare un'eternità, le dita ancora piantate nella fica che pulsa lentamente, un cuore che batte nell'acqua calma.
il Respiro è ancora affannoso, il cuore che batte all'impazzata nel petto. Lentamente, estraggo le dita da me stessa, sono bagnate, lucide, profumate del mio piacere. Le porto alle labbra, le assaggio, il sapore salato e dolce della mia fica. Un sorriso stanco, soddisfatto, si disegna sul mio viso.
Cazzo, quanto tempo che non mi sentivo così. Così viva. Così tutta.
Ma un pensiero, insistente, si fa strada nella nebbia del post-orgasmo. Una settimana. Ho una settimana intera di questo. Una settimana di silenzio, di sole, di solitudine. Ma anche una settimana senza... questo. Senza un corpo contro il mio, senza la pelle ruvida di un uomo sulla mia, senza un cazzo duro che mi riempie, senza la sua saliva che si mescola alla mia.
"Merda," sussurro nel silenzio della stanza. "In questa vacanza ci vorrebbe un bel cazzo da scopare." Non un ragazzino impertinente, no. Un uomo. Qualcuno che sapesse come si fa. Qualcuno che mi facesse urlare per davvero, non di solitudine, ma di piacere condiviso. Chiudo gli occhi, immagino una figura, un corpo, un volto senza nome. Qualcuno che mi possedesse, che mi leccasse la fica fino a farmi impazzire, che mi scopasse in ogni posizione, fino a farmi dimenticare chi sono e da dove vengo. Le mie dita tornano a carezzarmi, leggermente, un brivido sommesso che promette un altro fuoco.
Fuori, nella notte fonda, Alessandro è ancora lì, attaccato alla finestra come una lucertola al muro. Ha visto tutto. Ha sentito tutto. La sua mano si è mossa al ritmo della mia, il suo cazzo è diventato duro come il marmo, una verga rovente che premeva contro la stoffa dei pantaloncini. Mi ha vista massaggiarmi il clitoride, mi ha vista mettermi le dita dentro, mi ha vista godere. E ora, mentre io ripenso a un cazzo immaginario, il suo cazzo reale sta per esplodere.
Il ritmo della sua mano aumenta, sfrenato. Immagina che le mie dita siano le sue, che sia lui a farmi venire. La sua fica, la mia fica, si stringe intorno a lui, lo succhia, lo avvolge. Immagina il mio respiro sulla sua pelle, le mie labbra sulla sua bocca. Immagina il mio corpo nudo sotto il suo. Un altro urlo strozzato mi esce dalle labbra, un sussulto finale del mio corpo, e questo basta a lui. Un gemito profondo, quasi un ringhio, gli esce dalla gola. Sborra, getti caldi e densi si spruzzano sulla mano, sul muro bianco della casa, sulla terra umida. Il suo corpo trema, l'orgasmo gli attraversa le gambe come una scossa elettrica. Si appoggia al muro, esausto, la testa tra le mani. Mi ha vista. Mi ha sentita. È venuto con me.
E questa è solo la prima notte.
Commenti (1)
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bellissimo..

