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Erotika
Il ragazzino che mi ha fatto bagnare · Cap. 1
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Capitolo 1 di 3 18 min di lettura

moccioso impertinente

il primo giorno di vacanza di una giovane modella milanese.

Alessia
6 mesi fa · 2.1k letture · 5

Milano è un predatore che ti divora sotto le luci al neon e i flash impietosi dei fotografi. Per mesi la mia vita è stata un susseguirsi caotico di set fotografici, cambi d'abito frenetici e obiettivi puntati addosso, pronti a catturare ogni millimetro della mia pelle. "L'obiettivo ti ama, Giulia", mi ripetevano i fotografi, chiedendomi di inarcare la schiena, di schiudere le labbra, di vendere un'illusione.

E in effetti, ogni volta che mi guardavo negli specchi dei camerini, vedevo ciò che vedevano loro: una bellezza naturale e armoniosa, che univa una delicatezza innata nei lineamenti a una fisicità slanciata, prepotentemente femminile. Il mio viso è un ovale leggermente allungato, incorniciato da zigomi morbidi e guance lisce che mi donano un'aria dolce, quasi innocente. La pelle, chiara e dal sottotono caldo, è punteggiata da una spruzzata di lentiggini delicate sul nasino piccolo e dritto, un dettaglio che le truccatrici cercavano sempre di non coprire.

Ma il mio vero punto di forza, quello che faceva impazzire i direttori creativi, sono gli occhi: un verde chiaro, liquido, screziato da sfumature dorate che mutano con la luce. Hanno una forma allungata, felina, incorniciati da ciglia lunghissime e da sopracciglia naturali, mai troppo marcate. A rendere lo sguardo ancora più intenso e squisitamente cinematografico ci pensano i miei capelli, castano scuro con riflessi caldi: li porto lunghi, ben oltre le spalle, lisci ma con onde naturali sulle punte, e con una frangia ribelle che scivola spesso a coprirmi a metà un occhio. Sotto quello sguardo, le mie labbra naturali sono piene e carnose, il labbro inferiore gonfio e quello superiore disegnato da un arco perfetto, costantemente lucide e di un rosa vivo.

Ma ero stanca di essere solo un'immagine bidimensionale su una rivista patinata. Avevo bisogno di fuggire, di spegnere il telefono e di sentire il sole vero sulla pelle, non quello dei riflettori.

Avevo bisogno di una vacanza vera, di un taglio netto. Non i soliti weekend a Ibiza o a Portofino, circondata dalla stessa gente di Milano, dalla stessa noiosa e prevedibile monotonia dei locali alla moda. Volevo un posto dove il mio unico impegno fosse leggere un libro e sentire la pelle che si scuriva, lentamente, sotto il sole cocente. La mente è volata subito a quel piccolo borgo sul mare dove i miei mi portavano da bambina: una manciata di case di pescatori incastonate tra le scogliere e una fitta macchia mediterranea. Un posto quasi dimenticato dal mondo, immerso nel verde scuro dei pini e nel blu cobalto dell'acqua. Senza pensarci due volte, ho affittato una piccola casetta isolata per una settimana, ho fatto le valigie e sono partita da sola.

Il distacco dalla città l'ho avvertito fisicamente non appena ho varcato la soglia di quella villetta affacciata direttamente sulla spiaggia. Il silenzio era assoluto, rotto solo dal frinire ritmico delle cicale e dallo sciabordio lento delle onde. Ho chiuso la porta alle mie spalle e, con un sospiro di sollievo profondo, ho iniziato a spogliarmi, liberandomi dei vestiti di città come ci si libera di una corazza opprimente.

Ho sfilato l'abito leggero, lasciandolo cadere in una pozza di tessuto sul pavimento in cotto. L'aria calda della stanza mi ha subito accarezzato la pelle nuda, dandomi i brividi nonostante i trenta gradi all'esterno. Mi sono sbottonata il reggiseno, lasciando che i miei seni, pieni e morbidi, si liberassero dalla costrizione del ferretto; i capezzoli si sono inturgiditi all'istante a contatto con la leggera brezza salmastra che entrava dalla finestra aperta. Ho fatto scivolare giù gli slip, restando completamente nuda per un istante. Mi sono goduta quella sensazione di libertà totale e sfacciata, mentre le mie mani scivolavano lente lungo i fianchi, accarezzando la curva della vita estremamente stretta e la linea tesa e piatta del mio addome.

Dalla valigia aperta sul letto ho tirato fuori il mio unico vero alleato per quella settimana: un due pezzi arancione, minuscolo. Il colore acceso e vibrante risaltava in modo spettacolare sul mio incarnato chiaro dai sottotoni caldi. Ho allacciato i triangolini di tessuto dietro il collo e sulla schiena, assicurandomi che contenessero a malapena il volume del mio seno, lasciando scoperta buona parte della rotondità laterale. Poi ho annodato i laccetti sottili degli slip sui fianchi, tirandoli in modo malizioso un po' più su del normale, per slanciare ulteriormente le mie gambe lunghe e far risaltare al massimo la curva piena e femminile del mio fondoschiena.

Non ho perso un secondo. Ho preso un asciugamano, il mio libro e un flacone di olio abbronzante, scendendo i pochi gradini di pietra logora che portavano direttamente alla piccola caletta di sabbia chiara.

Ho steso l'asciugamano sul lettino di legno, mi sono tolta i sandali e mi sono sdraiata a pancia in su, lasciando che il sole del primo pomeriggio mi avvolgesse come una coperta bollente e dorata. Ho preso la boccetta di olio al cocco, ne ho versato una quantità generosa sul palmo della mano e l'ho scaldato sfregando i palmi.

Ho iniziato a spalmarlo con movimenti lenti, circolari e inebrianti. Sono partita dal collo sottile, scendendo sulle clavicole delicate. Le mie dita, scivolose per l'olio, accarezzavano la pelle liscia, massaggiando il seno proprio sopra il bordo dei triangolini arancioni, indugiando sulla scollatura lucida prima di scendere sull'addome. Ho chiuso gli occhi, godendomi il calore e il contatto intimo delle mie stesse mani sul corpo. Ho spinto l'olio più giù, oltre l'ombelico, sfiorando pericolosamente l'elastico teso degli slip, per poi passare alle cosce. Le ho massaggiate risalendo lungo l'interno coscia con una pressione leggera e provocante, separando leggermente le ginocchia. La mia pelle ora brillava, perfettamente unta e lucida, offrendosi senza pudore ai raggi del sole.

Ero completamente persa in quel momento di narcisistico e profondo relax, vulnerabile ed esposta.

È stato allora che l'ho sentito. Non un rumore, ma una sensazione fisica, animalesca. Come un leggero pizzicore sulla nuca, il peso inequivocabile di uno sguardo fisso addosso. Ho smesso di massaggiarmi la coscia e ho aperto lentamente un occhio, sollevando lo sguardo da sotto la frangia spettinata.

A pochi metri da me, seminascosto tra i rami bassi e nodosi di un pino marittimo che faceva ombra sulla sabbia, c'era qualcuno. Un ragazzino. E due occhi scuri, intensi e sfacciatamente limpidi mi stavano fissando con un'intensità quasi palpabile. Aveva seguito ogni singolo movimento delle mie mani unte sul mio corpo. Occhi indiscreti, affamati, che non si sono abbassati di un millimetro quando li ho incrociati, e che non avevano la minima intenzione di distogliere lo sguardo.

Il suo sguardo era un vetro appannato dietro cui bruciava un fuoco avido. Per un istante, il mio cuore ha fatto un balzo, più per fastidio che per imbarazzo. Un altro, pensai, uno della miriade di occhi che quotidianamente mi divorano con la mente. Ma c'era qualcosa di diverso in questo ragazzo, una sfacciataggine quasi animale, come se i codici sociali, la nozione del personale spazio altrui, fossero per lui concetti alieni. Invece di scappare vergognosamente, ha continuato a fissarmi. E si è avvicinato.

Ogni passo sulla sabbia umida rimbombava nel silenzio pomeridiano, rompendo la mia bolla di pace. Era più alto di quanto immaginassi, un corpo asciutto e scattante sotto una canottiera sbiadita e un paio di bermuda logori. I suoi capelli neri e arruffati gli ricadevano sulla fronte e il suo viso, scavato da un sole senza pietà, era dominato da quegli occhi scuri, ancora più intensi da vicino.

"Scusa," ha detto, la voce un po' roca, ancora non del tutto maschia. "Ti dà fastidio se mi siedo qui?"

La domanda era pura formalità. Non stava aspettando una risposta. Si è già lasciato cadere sulla sabbia a un metro di distanza dal mio lettino, troppo vicino. Troppo invadente.

"Sto cercando il mio cane," ha continuato, senza che io avessi detto niente. "Lui scappa sempre, viene a spingersi contro le signore in bikini."

La sua battuta è volata a vuoto, ha colpito la mia indifferenza come un sassolino contro il muro. Mi sono solo voltata lentamente, il mio corpo lucido di olio che scattava sotto il sole. "Non ho visto cani," ho risposto, la voce piatta, fredda. Ho riaperto il libro e ho cercato di rientrare nella storia, di riconnettermi con i miei personaggi, ma il suo respiro leggero e irregolare era lì, accanto a me.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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