Capitolo 3 - fammi sentire al centro del mondo prima di scoparmi
finalmente Giulia trova chi la mette al centro del mondo e vuole vedere fin dove può spingerlo.
Il respiro di Alessandro era un rantolo rotto, un suono che mi vibrava contro il petto nudo mentre l’acqua ci cullava in un abbraccio instabile. Vedevo i suoi occhi, quasi neri per quanto le pupille fossero dilatate, fissi sui miei mentre cercava di riprendere fiato.
"... ti prego," bofonchiò, la voce che gli tremava come se avesse la febbre. "Non ce la faccio più. Ti voglio scopare... adesso, qui. Voglio sentirti, voglio infilartelo dentro e non fermarmi mai."
Parlava a raffica, con quella foga disperata e senza filtri tipica di chi non ha ancora imparato l'arte dell'attesa. Era un fiume in piena di desiderio adolescenziale, sporco e onesto. "Sei così figa... quel bikini verde mi sta facendo impazzire... voglio leccarti tutta, voglio sentirti urlare..."
Gli posai l’indice sulle labbra, premendo con forza sufficiente a mozzargli le parole in gola. Il silenzio tornò a regnare sulla caletta, rotto solo dal battito furioso del suo cuore che sentivo premere contro il mio busto lucido.
"Zitto," mormorai, la voce ferma come una sentenza. "Parli troppo e capisci troppo poco."
Sotto il pelo dell’acqua, la mia mano non si era staccata da lui. Chiusi le dita intorno alla sua verga, stringendo con una presa decisa, quasi dolorosa, sentendolo sussultare e inarcare la schiena. La consistenza era quella del marmo, calda e pulsante sotto il tessuto bagnato del costume. Era il desiderio puro di un ragazzino trasformato in un’arma che non sapeva ancora come usare.
"Le cose belle, Alessandro, si devono meritare," continuai, mentre il mio pollice disegnava un cerchio lento e umiliante sulla punta che premeva contro la stoffa. "E tu, finora, hai solo dimostrato di essere un piccolo molestatore senza grazia."
Mi avvicinai al suo orecchio, lasciando che le mie labbra sfiorassero il lobo, sentendo la sua pelle accapponarsi all'istante.
"E poi, guardami bene," sussurrai, con un tono che era un misto di minaccia e promessa. "Non ho nessuna intenzione di rischiare la galera per farmi scopare da te in mezzo al mare, come due animali davanti a chiunque possa passare. Il mio corpo non è un palcoscenico per i tuoi istinti da verginello."
Gli strinsi il cazzo un’ultima volta, un morso di carne che lo fece gemere sommessamente, prima di allontanare bruscamente la mano.
"Se vuoi davvero quello che dici di volere, se vuoi davvero sentire come si stringe la mia fica intorno a te, dovrai dimostrarmi di esserne meritevole. Dovrai imparare a seguirmi, a ubbidire, a dimenticare tutto quello che credi di sapere."
Lo guardai dall'alto in basso, nonostante fossimo entrambi immersi. La mia superiorità era palpabile, un velo di ghiaccio che lo avvolgeva.
"Torna a riva. Asciugati. E cerca di non farti scoppiare il cuore nel petto," dissi, voltandogli le spalle e iniziando a camminare verso la spiaggia con la flemma di chi sa di avere il controllo totale del gioco. "Stasera, quando il bar dei tuoi sarà chiuso e il resto del mondo starà dormendo, vieni alla mia villa. Ma ricorda: se ti presenti con quella faccia da cucciolo spaventato, la porta resterà chiusa. Fammi vedere che puoi essere il mio giocattolo preferito."
Non mi voltai a guardarlo, ma sentivo il suo sguardo bruciarmi sulla schiena, proprio come la sera prima. Sapevo che era rimasto lì, impalato nell'acqua, con il cazzo che gli scoppiava e la mente persa nell'immagine di quello che lo aspettava tra poche ore. Il crescendo era iniziato, e l'apoteosi era ormai inevitabile.
Il resto del pomeriggio è scivolato via in una bolla di pace surreale. Dopo averlo rimandato a riva con il cazzo duro e l'ego a pezzi, mi sono goduta il mare e il sole senza più scocciatori. Sdraiatami di nuovo a pancia in giù, con il calore che mi penetrava nelle ossa, ho lasciato vagare la mente.
"Sono impazzita?" mi sono chiesta, affondando le dita nella sabbia calda. "Farò davvero da balia a un ragazzino in piena tempesta ormonale pur di farmi una scopata?" La parte razionale di me, la modella milanese abituata a uomini maturi e calcolatori, urlava di sì. Eppure... eppure c'era qualcosa di inebriante in quella sua fame grezza e disperata. A Milano ero un manichino, un oggetto da immortalare. Qui, per lui, ero una divinità. Era bellissimo sentirsi al centro esatto del mondo di qualcuno, sapere che ogni mio respiro, ogni mio movimento, aveva il potere di farlo impazzire. Volevo bere quell'adorazione fino all'ultima goccia.
Quando il sole ha iniziato a calare, tingendo l'orizzonte di un viola denso, ho raccolto le mie cose e sono risalita alla casetta. Il sale mi tirava la pelle, mescolato al sudore e a quell'inconfondibile odore di mare e di eccitazione che mi portavo addosso da ore.
Sono entrata in bagno e ho aperto il getto della doccia al massimo del calore. L'acqua bollente è stata un abbraccio liquido che mi ha fatto gemere di sollievo. Ho chiuso gli occhi, lasciando che il vapore riempisse la stanza. Ho preso la spugna insaponata e ho iniziato a lavarmi con una lentezza calcolata, quasi volessi preparare il mio corpo come un tempio. Le mie mani scivolavano lungo il collo, scendendo sul petto. Ho insaponato i miei seni pieni, massaggiandoli dolcemente, sentendo i capezzoli indurirsi all'istante sotto i miei polpastrelli scivolosi, turgidi e sensibili.
L'acqua scrosciava sulla mia pancia piatta, scorrendo verso il basso. Ho lasciato cadere la spugna e ho usato solo le dita. Ho accarezzato l'interno coscia, indugiando proprio lì dove lui non era riuscito ad arrivare. Mi sono sfiorata le labbra gonfie, lavando via il sale ma non il calore che continuava a pulsare lì sotto. Non volevo venire, non da sola. Volevo solo tenere vivo quel fuoco. Volevo essere perfetta, profumata e fottutamente pronta per essere divorata.
Uscita dalla doccia, non ho perso tempo con creme o trucchi. La mia pelle nuda e arrossata dal calore bastava e avanzava. Ho asciugato i capelli tamponandoli alla bell'e meglio, lasciandoli ricadere in onde umide e selvagge sulle spalle. Poi, ho scelto l'outfit. Una semplice canotta bianca di cotone a costine, aderentissima e, ovviamente, senza reggiseno. La stoffa sottile non nascondeva nulla: il volume del seno, il turgore dei capezzoli scuri che premevano contro il cotone... era un invito sfacciato. Sotto, solo un paio di slip neri, minuscoli, sgambati sui fianchi. Un abbigliamento da casa, all'apparenza innocente, ma che urlava disponibilità.
Mi sono spostata in cucina. Ho stappato una bottiglia di vino bianco freddo, me ne sono versata un bicchiere generoso e ho preparato un piatto di pasta veloce. Ho mangiato seduta al tavolino del patio, le gambe accavallate, guardando il buio che inghiottiva la spiaggia. Il vino mi scendeva in gola, freddo e aromatico, sciogliendo l'ultima tensione muscolare e accendendo un calore piacevole nello stomaco.
Ho guardato l'ora sul telefono. Mezzanotte.
Mi sono versata il secondo bicchiere. Il silenzio della notte era rotto solo dal rumore ritmico delle onde.
Mezzanotte e mezza.
La calma indotta dal vino ha iniziato a incrinarsi, lasciando spazio a una sottile e pungente irritazione. Il mio "giocattolo" era in ritardo. E la cosa mi faceva infuriare. Gli avevo spiegato chiaramente quale fosse la casetta, e, a giudicare dalle sue abitudini da guardone della sera prima, sapeva benissimo dove trovarmi.
Mi sono alzata, iniziando a camminare avanti e indietro per il salotto, il bicchiere in mano. La seta fredda degli slip mi sfregava contro l'inguine a ogni passo, un promemoria costante del fatto che ero lì, umida, eccitata e... sola.
"Piccolo stronzo presuntuoso," ho sibilato nel buio, fissando la porta socchiusa.
Stava forse cercando di fare un gioco di potere? Voleva farsi aspettare per dimostrare di non essere il cagnolino ubbidiente che avevo trattato a pesci in faccia nel pomeriggio? Oppure, semplicemente, se l'era fatta addosso per la paura di non essere all'altezza?
Qualunque fosse il motivo, l'attesa stava avendo un effetto collaterale devastante: la mia rabbia si stava mescolando a un desiderio feroce. Se prima volevo solo testarlo e usarlo, ora volevo prenderlo a schiaffi, buttarlo sul letto e fargli capire cosa succede quando fai aspettare una donna che ha deciso di scoparti.
Ho finito il vino in un sorso, appoggiando il bicchiere sul tavolo con un colpo secco.
Il rumore nocche contro il legno della porta mi fece sobbalzare. Finalmente.
"È aperto!" urlo, senza nemmeno alzarmi dalla sedia. La mia voce era ferma, un misto di irritazione e finta noia.
La porta si aprì lentamente e Alessandro scivolò dentro, chiudendosela alle spalle con la cautela di un ladro. Aveva il fiatone, i capelli neri scompigliati dal vento e indossava una maglietta pulita su un paio di jeans scuri. Appena i suoi occhi si abituarono alla luce fioca del patio, si incollarono immediatamente al mio petto. Sotto la canottiera bianca, i miei capezzoli turgidi erano due fari nel buio, e i minuscoli slip neri lasciavano ben poco all'immaginazione. Lo vidi deglutire a vuoto, le mani che gli tremavano leggermente lungo i fianchi.
"Scusa... scusa il ritardo," iniziò a balbettare, le parole che gli uscivano a raffica in un sussurro affannato. "Mio padre non voleva farmi uscire, faceva domande. Ho dovuto inventare una stronzata assurda, che andavo a dormire da Marco, il mio amico, per studiare."
Lo guardai con assoluto disinteresse. Le sue scuse da liceale erano patetiche e non facevano che confermare l'abisso che c'era tra noi. Senza dire una parola, afferrai la bottiglia ghiacciata e mi versai un altro calice di vino, riempiendolo fino all'orlo.
"Siediti sul divano," gli ordinai, senza nemmeno guardarlo in faccia.
Lui annuì, rigido, e andò a sedersi sul piccolo divanetto in vimini del salotto. Presi il mio bicchiere e lo seguii. Invece di sedermi composta, mi lasciai cadere accanto a lui, rannicchiando le gambe sotto di me. Il movimento fece salire pericolosamente l'orlo della canottiera, scoprendo la curva nuda del mio fianco e l'elastico degli slip. Sentivo il suo respiro farsi pesante, il suo sguardo famelico che cercava di divorare ogni centimetro di pelle che gli stavo concedendo.
Fu in quel momento che decisi di cambiare strategia. La rabbia era noiosa; la manipolazione psicologica, invece, era un gioco molto più eccitante.
Il mio viso si addolcì all'improvviso. Misi su un sorriso rilassato, quasi complice, e bevvi un sorso di vino.
"Rilassati, Alessandro," gli dissi, la voce ora morbida, suadente. "Sei teso come una corda di violino. Dai, respira."
Lui mi guardò, spiazzato da questo improvviso cambio di rotta. Si aspettava di essere punito, o sbranato. Invece, si trovava davanti una ragazza affabile che voleva fare conversazione.
"Allora," continuai, appoggiando il gomito sullo schienale del divano e sporgendomi leggermente verso di lui. La scollatura della canottiera si aprì, offrendogli una visuale perfetta del solco profondo tra i miei seni. "Oltre a fare il guardone in spiaggia e a intrufolarti nelle case delle turiste... com'è la tua vita? Che fai tutto il giorno con questi tuoi amici?"
"Noi... boh, niente di che," rispose lui, cercando disperatamente di guardare il mio viso e non le mie tette. "Andiamo in motorino, giochiamo alla play... cazzate."
Risi, una risata cristallina e leggera. "E a scuola? Non dirmi che pensate solo ai motorini. C'è qualche ragazza che ti piace? Qualcuna che ti fa battere il cuore?"
Lui si irrigidì, abbassando lo sguardo, improvvisamente in imbarazzo. "Sì..." ammise, la voce che si abbassava di un'ottava. "C'è una."
Entrai in piena modalità gossip. Mi avvicinai ancora di più, i nostri petti quasi si sfioravano. Potevo sentire il calore febbricitante che emanava dal suo corpo.
"Davvero? Dai, raccontami tutto!" esclamai, con un finto entusiasmo da amica del cuore. "Come si chiama? È carina?"
"Si chiama Martina," mormorò lui, guardandomi di sottecchi. "Sì, è... è molto bella. È bionda, sta nel banco davanti al mio."
"Martina... bel nome," dissi, passandomi lentamente un dito sul bordo del bicchiere. "E dimmi, ti guarda? Le hai mai parlato, o fai il timido e la spii da lontano come hai fatto con me?"
"Le parlo a volte," si difese lui, punzecchiato nell'orgoglio. "Ma... non so mai cosa dirle. Lei è una di quelle fighe, sai? Esce con quelli più grandi. Non mi calcola molto."
"Oh, Alessandro, sei un disastro," sospirai, con un sorriso tenero ma letale. Allungai la mano libera e gli accarezzai la guancia. Il contatto con la mia pelle fredda di vino e liscia come seta lo fece sussultare. "Le ragazze come Martina vogliono uomini, non ragazzini che balbettano. Devi essere sicuro di te. Devi prenderla e farle capire chi comanda."
"Non so come si fa," confessò lui, la sua inesperienza nuda e cruda messa sul tavolo. Il suo sguardo era un misto di disperazione e di un desiderio talmente forte da fare quasi male.
Avevo ottenuto esattamente quello che volevo. L'avevo messo a suo agio, l'avevo fatto aprire, l'avevo spogliato delle sue difese da "duro di periferia", riducendolo a un adolescente insicuro che aveva un disperato bisogno di una guida. Il mio giocattolo era pronto per essere plasmato.
Posai il bicchiere di vino sul tavolino. Il silenzio si fece di colpo denso, carico di un'elettricità palpabile.
"Lo so che non sai come si fa," sussurrai. La mia voce non era più quella di un'amica, ma quella di un predatore che aveva appena chiuso la gabbia. "Oggi in acqua me lo hai dimostrato ampiamente."
Lui deglutì di nuovo, capendo che il gioco stava cambiando.
"Ma sei fortunato," continuai. Mi spostai, mettendomi in ginocchio sul divano, esattamente di fronte a lui. Le mie cosce sfioravano le sue ginocchia. Gli presi le mani, grandi ma ancora acerbe, e me le portai sui fianchi. "Perché io sono molto meglio di Martina. E ho deciso che stasera ti darò una lezione."
Lo guardai dritto negli occhi, lasciando che tutta la mia eccitazione, tutta la mia superiorità fluisse in quello sguardo.
"Facciamo un gioco, Alessandro," sussurrai, guidando lentamente le sue mani tremanti lungo i fianchi, facendogli sentire il tessuto sottile degli slip. "Facciamo finta che io sia lei. Voglio vedere come proveresti a spogliarmi. Ma se sbagli una sola mossa... se sei irruento, se sei goffo, se fai qualcosa che non mi fa impazzire di piacere..."
Mi fermai, le mie labbra a un millimetro dalle sue. Sentivo il suo fiato caldo, il suo cuore che martellava contro le costole.
"...il gioco finisce. E tu torni a sognartela guardando il soffitto."
"...il gioco finisce. E tu torni a sognartela guardando il soffitto."
Aggiunsi una pausa, lasciando che la minaccia gli scivolasse fin dentro le ossa. I suoi occhi scuri erano spalancati, persi nella profondità della mia scollatura.
"Ma," sussurrai, inumidendomi le labbra, "ogni volta che farai una mossa che mi piace... ti ricompenserò. Ti lascerò prendere un pezzetto di me. Se invece fai una cazzata, se ti comporti come il solito adolescente arrapato che non sa dove mettere le mani... la punizione ti farà sudare freddo. Chiaro?"
Alessandro annuì freneticamente, la gola che si contraeva in un deglutire rumoroso. "Sì. Chiaro."
"Bene. Siamo a scuola. La tua Martina è davanti a te. Approcciala."
Lui si mosse sul divano. Era rigido, teso come una molla caricata a dismisura. L'inesperienza gli trasudava da ogni poro. Invece di avvicinarsi con calma, si buttò letteralmente in avanti. Le sue mani, sudate e tremanti, cercarono subito di afferrare i miei fianchi, scivolando goffamente verso l'alto per cercare di stringermi il seno attraverso la canottiera, mentre il suo viso si avvicinava al mio a scatti, le labbra protese in un tentativo di bacio disperato e frettoloso.
PAMM.
La mia mano scattò, tirandogli uno schiaffo secco sul dorso della mano, facendolo sobbalzare e indietreggiare.
"Fermo!" sibilai, fredda e spietata. "Che cazzo fai? Pensi di essere in un film porno di bassa lega? Sei andato dritto alle tette senza nemmeno guardarmi negli occhi. Sei goffo, sei irruento e sei avido."
"Io... scusa, credevo..." balbettò, il viso in fiamme per l'umiliazione.
"Credevi male. Questa è una penalità. Scendi dal divano."
Lui mi guardò confuso. "Cosa?"
"Ho detto scendi. Mettiti in ginocchio sul pavimento. Subito."
Alessandro obbedì, scivolando sulle ginocchia davanti a me. Era più in basso, costretto a guardarmi dal basso verso l'alto. La sua erezione premeva visibilmente contro la cerniera dei jeans, una tenda dura e dolorosa.
"Mani dietro la testa. Intreccia le dita," ordinai. Quando lo fece, aprendo il torace, mi sporsi in avanti. Mi sedetti sul bordo del divano e allargai leggermente le cosce, in modo che le mie ginocchia sfiorassero i suoi fianchi. Lo spazio tra noi era minimo. Potevo vedere le sue narici dilatarsi mentre il mio profumo, mescolato all'odore intimo del mio desiderio, lo investiva in pieno.
"Questa è la tua punizione," sussurrai, guardandolo dall'alto in basso. "Sei a un palmo dalla mia fica. La senti? Ma non puoi usare le mani. Non puoi muoverti. Puoi solo respirare e soffrire."
Alessandro chiuse gli occhi, un gemito strozzato gli sfuggì dalle labbra. Il suo respiro divenne corto e affannato. Potevo vedere letteralmente le gocce di sudore formarsi sulla sua fronte. Stava impazzendo.
"Apri gli occhi," comandai. "Riprova. Dimostrami che sai usare la bocca per parlare, non solo per sbavare."
Mi guardò, gli occhi lucidi e imploranti. Era vulnerabile, disarmato, schiacciato dalla mia autorità.
"Sei... sei bellissima," sussurrò, la voce roca e tremante. "Io non so come fare con te. Ho il terrore di toccarti perché sei troppo perfetta. E... cazzo, sto impazzendo. Ti prego."
Non c'era spavalderia. Solo l'onestà nuda e disperata di un ragazzino innamorato e terrorizzato. Un brivido caldo mi attraversò il basso ventre.
"Meglio," concessi, la voce più morbida. "L'onestà paga. Questa è la tua prima ricompensa."
Senza preavviso, mi chinai in avanti, le mie mani scivolarono lungo il suo torace, afferrando l'orlo della sua t-shirt. Gliela sfilai dalla testa in un unico movimento fluido. Lui rimase in ginocchio, a torso nudo, la pelle bollente e coperta da un velo di sudore. Respirava a scatti, il petto che si alzava e si abbassava ritmicamente.
"Puoi abbassare le mani. Ma tieni le braccia lungo i fianchi," gli dissi. "Ora tocca a te. Puoi usare un solo dito. Uno. E deve essere il tocco più lento della tua vita."
Lui annuì, terrorizzato all'idea di sbagliare di nuovo. Alzò la mano destra. Il suo indice, tremante, si posò sulla mia clavicola. La sua pelle era bollente. Iniziò a tracciare una linea invisibile, scendendo lentamente verso la scollatura della canottiera. Il contatto era così leggero che sembrava una piuma, ma mi fece rizzare i peli sulle braccia.
Scivolò giù, proprio in mezzo al solco dei miei seni. Il suo respiro si spezzò. Vide i miei capezzoli indurirsi sotto il cotone e il suo istinto prese il sopravvento. Dimenticò le regole. La sua mano si aprì e le sue dita si chiusero spasmodicamente sul bordo della mia canottiera, cercando di tirarla su per scoprire il seno.
"Sbagliato!"
La mia mano afferrò i suoi capelli neri con forza, tirandogli la testa all'indietro e bloccando il suo movimento. Lui sgranò gli occhi, ansimando per la sorpresa e il dolore sottile.
"Hai sgarrato, ragazzino," sibilai, il viso a due centimetri dal suo. "L'avidità si paga."
Mantenendo la presa ferrea sui suoi capelli, lo tirai in avanti e verso il basso. Il suo viso finì esattamente in mezzo alle mie gambe. Prima che potesse anche solo sperare di baciarmi, schiacciai il palmo della mia mano libera direttamente sulla sua bocca, tappandola con forza, e gli premetti il naso contro l'elastico dei miei slip neri.
"Respira," gli ordinai, crudele.
Attraverso le mie dita, sentivo i suoi gemiti ovattati. Era schiacciato contro la mia intimità, inebriato dal mio sapore, sentiva il calore umido della mia fica proprio contro la pelle del viso, ma non poteva leccare, non poteva baciare, non poteva fare nulla se non morire di voglia sotto il palmo della mia mano. I suoi muscoli erano tesi allo spasimo, il bacino che scattava involontariamente in avanti, strofinando l'erezione contro il pavimento in movimenti ciechi e disperati. Lo stavo facendo sudare fino all'ultima goccia di resistenza.
Lo tenni lì finché non sentii il suo corpo cedere, tremante come una foglia, le lacrime agli occhi per la frustrazione pura.
Lo lasciai andare. Lui si tirò indietro, tossendo leggermente, con lo sguardo completamente perso, drogato.
"Dimostrami che hai imparato la lezione," gli dissi, incrociando le braccia sotto il seno. "Baciami il collo. Senza le mani."
Alessandro si trascinò più vicino, ancora in ginocchio. Era esausto, terrorizzato e fottutamente arrapato. Si sporse verso di me, tenendo le braccia incollate ai fianchi. Si avvicinò al mio collo, esitante. Sentii le sue labbra umide posarsi proprio sulla vena che pulsava sotto l'orecchio. Fu un bacio esitante, delicatissimo. Poi, lentamente, aprì la bocca e passò la lingua calda sulla mia pelle, succhiando dolcemente, con una delicatezza che mi fece chiudere gli occhi e sospirare.
"Bravo," ansimai, stringendogli leggermente le spalle con le ginocchia. "Il cucciolo sta imparando a fare le fusa."
Mi staccai da lui di pochi centimetri. Mantenendo il contatto visivo, i miei occhi fissi nei suoi come quelli di un serpente incantatore, incrociai le braccia e afferrai l'orlo della canottiera bianca.
"E questa è la tua ricompensa," sussurrai.
Sollevai la stoffa, sfilandola lentamente. Il cotone scivolò via, liberando il mio seno nudo. I capezzoli scuri e turgidi puntarono dritti verso il suo viso sudato. Alla sola vista, Alessandro smise di respirare, la bocca mezza aperta.
"Non toccare," lo avvertii subito, prima che l'istinto lo tradisse ancora. "Guardali, Alessandro. Guarda cosa ti stai meritando. Se sbagli di nuovo, rimetto la maglietta e tu te ne torni a casa a farti una sega."
Eravamo lì, a un soffio l'uno dall'altra, spogliati delle magliette ma ancora divisi da quell'ultimo velo di cotone e denim. Il mio seno nudo si alzava e si abbassava a un ritmo che cercavo di controllare, mentre gli occhi di Alessandro erano due pozzi scuri, dilatati, completamente ipnotizzati dai miei capezzoli turgidi.
"Non basta guardare, ragazzino," sussurrai, rompendo il silenzio carico di tensione. Incrociai di nuovo le braccia sotto il seno, spingendolo leggermente in su per torturarlo ancora un po'. "In un crescendo che si rispetti, i preliminari arguti non si fanno solo con le mani o con la bocca. Si fanno con la testa. E con le parole. La tua Martina è mezza nuda davanti a te. Giocati bene le tue carte. Cosa le dici?"
Lui deglutì a fatica. Aprì la bocca, ma ne uscì solo un balbettio confuso. Il suo corpo era un fascio di nervi tesi allo spasimo, il petto sudato che si alzava a scatti.
"Io... cazzo, Martina, sei... sei troppa roba," sbottò alla fine, la voce rotta e impacciata, come se stesse leggendo un copione che non capiva. "Voglio... voglio scoparti. Dai, fammelo mettere dentro."
Sospirai, scuotendo la testa con finta delusione. "Pessimo. Davvero pessimo. E patetico."
"Ma... perché? Cosa devo dire?" si lamentò lui, la voce che si incrinava, disperato.
"Perché sembri un babbuino in calore," sibilai, sporgendomi verso di lui. "Nessuna donna si bagna sentendosi trattare come un buco da riempire in fretta. Penalità."
Senza dargli il tempo di replicare, allungai una mano e gli diedi un pizzicotto secco e crudele proprio sul capezzolo. Lui sussultò con un gemito di dolore e sorpresa, inarcando la schiena.
"Mani dietro la testa. Di nuovo," gli ordinai.
Lui obbedì, stringendo i denti, le braccia che tremavano visibilmente. La sua erezione premeva contro la cerniera dei jeans in modo quasi innaturale, una tenda dura che sembrava sul punto di strappare la stoffa.
"Questa è la tua punizione per essere stato un cavernicolo," mormorai. Feci scivolare l'unghia del mio indice lungo il centro del suo petto, scendendo giù per l'addome scolpito, fino a fermarmi proprio sul bottone di metallo dei suoi jeans. Iniziai a tracciare il contorno del suo sesso teso attraverso il tessuto rigido.
Alessandro ansimò, chiudendo gli occhi, la mascella contratta. "Giulia, ti prego... fa male, lo giuro, scoppio."
"Riprova," gli sussurrai a un millimetro dalle labbra, ignorando le sue suppliche. "Dimmi cosa farai al mio corpo. Fammi immaginare ogni singola sensazione."
Lui riaprì gli occhi. Questa volta la maschera da finto duro crollò del tutto. Non c'era malizia nel suo sguardo, solo il panico di un ragazzo che stava per perdere l'occasione della sua vita perché non conosceva le regole del gioco.
"Io... non lo so dire," confessò in un sussurro strozzato, abbassando lo sguardo verso le mie ginocchia. "Non so cosa dirti perché... perché non l'ho mai fatto."
Mi bloccai, l'unghia ferma sulla sua cerniera. "Non hai mai fatto cosa?"
"Niente," ammise, la voce che tremava di vergogna e di bisogno. "Non ho mai spogliato nessuna. Non so come si fa a farti bagnare con le parole. So solo che ti guardo e mi sento morire. Voglio solo... non lo so, voglio sentire se sei morbida come sembri. E voglio fare tutto quello che mi dici tu. Insegnami. Ti prego, insegnami e basta."
Un brivido rovente mi partì dalla nuca e si schiantò dritto in mezzo alle gambe. Cristo. Quella vulnerabilità assoluta. Non aveva frasi a effetto, non aveva tecnica. Era vergine. Un foglio completamente bianco, e mi stava letteralmente supplicando di scriverci sopra quello che volevo. Quell'ammissione di totale inesperienza, unita alla sua erezione che pulsava disperata sotto la mia mano, mi bagnò gli slip neri molto più di qualsiasi discorso da seduttore navigato.
"Eccellente," ansimai, sfoderando un sorriso predatore, eccitata oltre misura da quel potere assoluto. "La tua onestà è la cosa più eccitante che potessi tirar fuori. Questa è la tua ricompensa, verginello."
Con un movimento secco, slacciai il bottone dei suoi jeans. Abbassai la cerniera. Il suono metallico rimbombò nel silenzio del salotto. Lui trattenne il fiato, terrorizzato. Afferrai i bordi del denim e, insieme ai boxer, li tirai giù. Lui si alzò in piedi per un istante, incespicando goffamente nei suoi stessi pantaloni per liberarsi, per poi crollare di nuovo in ginocchio davanti a me.
Ora era completamente nudo. E il suo cazzo era un inno all'inesperienza e alla foga.
Era un'erezione statuaria, tesa fino allo spasimo, di un rosso carico e lucida sulla punta, che svettava arrogante verso l'alto tremando a ogni suo respiro. La pelle era tirata, fremente. Era bellissimo nella sua crudezza giovanile, un'arma pronta a esplodere al minimo tocco. Lo guardai, lasciando che i miei occhi indugiassero su di lui, facendolo sentire spogliato in tutti i sensi.
"Sei bellissimo," gli concessi, sfiorandogli appena la base con il dorso della mano.
Fece uno scatto involontario con i fianchi, ansimando forte. "Tocca a te," mi implorò lui, la voce rotta, gli occhi che guizzavano sul mio inguine coperto. "Levati quegli slip. Sto impazzendo."
"Non sarò io a toglierli," risposi, appoggiandomi di nuovo allo schienale del divano e allargando leggermente le cosce, offrendo alla sua visuale il triangolo di seta nera che nascondeva il mio centro pulsante. "Lo farai tu. Ma c'è un'ultima regola."
Lui mi guardò, pendendo dalle mie labbra, pronto a obbedire a qualsiasi follia.
"Usa solo i denti. E se la lingua mi sfiora prima che io te ne dia il permesso... ti caccio a calci."
Alessandro non se lo fece ripetere due volte, anche se tremava come una foglia. Si avvicinò, strisciando goffamente sulle ginocchia. Il suo viso si posizionò esattamente tra le mie gambe. Potevo sentire il calore del suo fiato irregolare filtrare attraverso la stoffa dei miei slip. Esitò un istante, il naso che sfiorava la seta, inebriandosi del mio odore, visibilmente scosso da quell'intimità che non aveva mai vissuto. Poi, piegò la testa di lato e agganciò i denti sull'elastico sottile, proprio all'altezza del mio fianco destro.
Tirò. Cautamente, terrorizzato di farmi male o di sbagliare. La seta nera scivolò giù per la mia coscia. Ripeté l'operazione dall'altro lato, muovendosi in modo impacciato ma devoto, finché gli slip non scivolarono giù, abbandonando il mio corpo.
Ero nuda.
La penombra del salotto accarezzava la mia pelle chiara. Le mie gambe lunghe, la curva morbida dei fianchi, l'addome piatto e, al centro, le mie labbra gonfie, lucide e spalancate, pronte per lui.
Alessandro sollevò lo sguardo, arretrando di qualche centimetro. Il suo volto era l'immagine dello stupore più assoluto. Per la prima volta, non stava spiando da un cespuglio. Stava guardando la realtà nuda e cruda di una donna, a pochi centimetri dal suo viso.
"Cristo..." sussurrò, le parole che gli morivano in gola. Sembrava che stesse per piangere dalla tensione.
"Sì," mormorai, affondando le mani nei suoi capelli neri e stringendoli con possessività. "E ora, verginello, ti insegno come si tocca una donna."
Mi sono sporta in avanti, afferrando i suoi polsi con una lentezza che lo fece tremare. Le sue mani erano calde, quasi febbrili, cariche di tutta l'energia repressa di chi non ha mai osato superare il confine della fantasia.
"Guarda le tue mani, Alessandro," sussurrai, portandole sui miei seni. "Senti quanto sono morbidi? Un uomo non afferra come se stesse cercando di strozzare una preda. Un uomo accarezza, impara la consistenza."
Guidai le sue dita palmo a palmo. Gli insegnai a sfiorare l'areola con i polpastrelli, a sentire il turgore del capezzolo senza stringere troppo. Il suo respiro era un rantolo continuo, gli occhi incollati al movimento delle sue stesse mani sul mio corpo. Lo feci scendere più in basso, lungo la pancia, fino a fargli sentire il calore umido che emanavo.
"Qui," mormorai, posando il suo indice esattamente sul mio clitoride. "Questo è il centro del mondo. Non devi strofinare come se volessi accendere un fuoco. Devi disegnare dei piccoli cerchi. Così... senti come reagisco?"
Emisi un gemito sommesso, inarcando la schiena mentre lui, guidato dalla mia mano, iniziava a capire il ritmo. Era un'esplorazione pura, quasi scientifica nella sua perversione. Lo stavo trasformando in uno strumento del mio piacere, modellando la sua inesperienza come creta.
Proprio mentre i suoi occhi iniziavano a farsi lucidi per l'emozione e il mio corpo cominciava a rispondere seriamente, un suono stridente squarciò il silenzio del salotto.
Drin. Drin. Drin.
Alessandro si irrigidì come se lo avessi colpito con una scarica elettrica. Il suo sguardo cercò freneticamente il cellulare abbandonato sul pavimento, tra i suoi jeans. Sullo schermo illuminato apparve una scritta inequivocabile: MAMMA.
Scoppiai a ridere, una risata amara e divertita che lo fece sentire nudo più di quanto non fosse già.
"Oh, ma guarda un po'..." lo schernii, vedendo il panico dipingersi sul suo volto. "Ti sta chiamando la mammina, eh verginello? Forse vuole sapere se ti sei lavato i denti prima di andare a dormire dal tuo 'amico'."
"Cazzo... Giulia, io... devo spegnere," mormorò lui, allungando la mano verso il telefono.
"No," dissi, bloccandogli il braccio. Raccolsi io il cellulare e glielo porsi, con un sorriso diabolico. "Rispondi. Anzi, rispondi subito. Dille che è tutto okay, che sei già a letto da Marco."
Lui mi guardò come se fossi un mostro. "Non posso... non ora..."
"Rispondi, o la serata finisce qui," comandai.
Con la mano tremante, Alessandro fece scorrere l'icona verde e si portò il telefono all'orecchio.
"E-ehi, mamma... sì," esordì, la voce che gli saliva di un'ottava per lo stress. "Sì, tutto bene... siamo qui da Marco... stiamo per metterci a dormire..."
Mentre lui cercava disperatamente di mantenere un tono normale, io entrai in azione. Scivolai tra le sue gambe, in ginocchio sul pavimento. Afferrai il suo cazzo, che pulsava come un cuore impazzito, e iniziai a segarlo con un'intensità brutale. Usai il palmo della mano per stringere forte, muovendomi con un ritmo rapido e inesorabile, alternando la pressione con il pollice sulla punta lucida.
"Sì... sì mamma, abbiamo studiato tanto..." balbettò lui, inarcando la schiena e piantando le dita libere nel divano. I suoi occhi rotearono all'indietro. "No, non siamo... usciti..."
Continuai a pompare con forza, guardandolo dritto negli occhi mentre la sua faccia si contraeva in una smorfia di agonia e piacere puro. La sproporzione tra la voce della madre dall'altra parte del filo e quello che la mia mano gli stava facendo era un tabù che lo stava portando al collasso mentale. Era in una difficoltà estrema: il corpo urlava di venire, la mente gli imponeva di mentire alla donna che lo aveva messo al mondo.
"Ti voglio bene... sì, a domani..." rantolò.
Fu in quell'istante, proprio mentre pronunciava l'ultima parola, che la sua resistenza andò in frantumi. Il suo corpo ebbe un sussulto violento, i muscoli delle gambe si tesero allo spasimo e lui venne immediatamente tra le mie mani. Getti caldi e densi mi sporcarono le dita e il palmo, bagnandomi la mano con la prova inequivocabile del suo fallimento... o della sua vittoria.
Alessandro rimase immobile, il telefono ancora all'orecchio nonostante la chiamata fosse finita, il respiro che era un fischio rotto.
"Bravo il mio giocattolo," sussurrai, alzandomi e pulendomi distrattamente la mano sul suo petto sudato, godendomi la sua espressione completamente svuotata e sotto shock. "Hai mentito alla mamma ed sei venuto come un agnellino. Hai superato la prova."
Gli diedi un buffetto sulla guancia, con aria di sufficienza.
"Ora vatti a lavare, verginello. Togliti di dosso questo odore di paura," dissi, avviandomi verso la camera da letto senza voltarmi. "Sarà una lunga nottata. E abbiamo appena iniziato."
Commenti (0)
Per favore accedi per lasciare un commento.
Ancora nessun commento su questo capitolo, sii il primo a commentare!

