Il respiro di Alessandro era un rantolo rotto, un suono che mi vibrava contro il petto nudo mentre l’acqua ci cullava in un abbraccio instabile. Vedevo i suoi occhi, quasi neri per quanto le pupille fossero dilatate, fissi sui miei mentre cercava di riprendere fiato.
"... ti prego," bofonchiò, la voce che gli tremava come se avesse la febbre. "Non ce la faccio più. Ti voglio scopare... adesso, qui. Voglio sentirti, voglio infilartelo dentro e non fermarmi mai."
Parlava a raffica, con quella foga disperata e senza filtri tipica di chi non ha ancora imparato l'arte dell'attesa. Era un fiume in piena di desiderio adolescenziale, sporco e onesto. "Sei così figa... quel bikini verde mi sta facendo impazzire... voglio leccarti tutta, voglio sentirti urlare..."
Gli posai l’indice sulle labbra, premendo con forza sufficiente a mozzargli le parole in gola. Il silenzio tornò a regnare sulla caletta, rotto solo dal battito furioso del suo cuore che sentivo premere contro il mio busto lucido.
"Zitto," mormorai, la voce ferma come una sentenza. "Parli troppo e capisci troppo poco."
Sotto il pelo dell’acqua, la mia mano non si era staccata da lui. Chiusi le dita intorno alla sua verga, stringendo con una presa decisa, quasi dolorosa, sentendolo sussultare e inarcare la schiena. La consistenza era quella del marmo, calda e pulsante sotto il tessuto bagnato del costume. Era il desiderio puro di un ragazzino trasformato in un’arma che non sapeva ancora come usare.
"Le cose belle, Alessandro, si devono meritare," continuai, mentre il mio pollice disegnava un cerchio lento e umiliante sulla punta che premeva contro la stoffa. "E tu, finora, hai solo dimostrato di essere un piccolo molestatore senza grazia."
Mi avvicinai al suo orecchio, lasciando che le mie labbra sfiorassero il lobo, sentendo la sua pelle accapponarsi all'istante.
"E poi, guardami bene," sussurrai, con un tono che era un misto di minaccia e promessa. "Non ho nessuna intenzione di rischiare la galera per farmi scopare da te in mezzo al mare, come due animali davanti a chiunque possa passare. Il mio corpo non è un palcoscenico per i tuoi istinti da verginello."
Gli strinsi il cazzo un’ultima volta, un morso di carne che lo fece gemere sommessamente, prima di allontanare bruscamente la mano.
"Se vuoi davvero quello che dici di volere, se vuoi davvero sentire come si stringe la mia fica intorno a te, dovrai dimostrarmi di esserne meritevole. Dovrai imparare a seguirmi, a ubbidire, a dimenticare tutto quello che credi di sapere."
Lo guardai dall'alto in basso, nonostante fossimo entrambi immersi. La mia superiorità era palpabile, un velo di ghiaccio che lo avvolgeva.
"Torna a riva. Asciugati. E cerca di non farti scoppiare il cuore nel petto," dissi, voltandogli le spalle e iniziando a camminare verso la spiaggia con la flemma di chi sa di avere il controllo totale del gioco. "Stasera, quando il bar dei tuoi sarà chiuso e il resto del mondo starà dormendo, vieni alla mia villa. Ma ricorda: se ti presenti con quella faccia da cucciolo spaventato, la porta resterà chiusa. Fammi vedere che puoi essere il mio giocattolo preferito."
Non mi voltai a guardarlo, ma sentivo il suo sguardo bruciarmi sulla schiena, proprio come la sera prima. Sapevo che era rimasto lì, impalato nell'acqua, con il cazzo che gli scoppiava e la mente persa nell'immagine di quello che lo aspettava tra poche ore. Il crescendo era iniziato, e l'apoteosi era ormai inevitabile.
Il resto del pomeriggio è scivolato via in una bolla di pace surreale. Dopo averlo rimandato a riva con il cazzo duro e l'ego a pezzi, mi sono goduta il mare e il sole senza più scocciatori. Sdraiatami di nuovo a pancia in giù, con il calore che mi penetrava nelle ossa, ho lasciato vagare la mente.
"Sono impazzita?" mi sono chiesta, affondando le dita nella sabbia calda. "Farò davvero da balia a un ragazzino in piena tempesta ormonale pur di farmi una scopata?" La parte razionale di me, la modella milanese abituata a uomini maturi e calcolatori, urlava di sì. Eppure... eppure c'era qualcosa di inebriante in quella sua fame grezza e disperata. A Milano ero un manichino, un oggetto da immortalare. Qui, per lui, ero una divinità. Era bellissimo sentirsi al centro esatto del mondo di qualcuno, sapere che ogni mio respiro, ogni mio movimento, aveva il potere di farlo impazzire. Volevo bere quell'adorazione fino all'ultima goccia.
Quando il sole ha iniziato a calare, tingendo l'orizzonte di un viola denso, ho raccolto le mie cose e sono risalita alla casetta. Il sale mi tirava la pelle, mescolato al sudore e a quell'inconfondibile odore di mare e di eccitazione che mi portavo addosso da ore.
Sono entrata in bagno e ho aperto il getto della doccia al massimo del calore. L'acqua bollente è stata un abbraccio liquido che mi ha fatto gemere di sollievo. Ho chiuso gli occhi, lasciando che il vapore riempisse la stanza. Ho preso la spugna insaponata e ho iniziato a lavarmi con una lentezza calcolata, quasi volessi preparare il mio corpo come un tempio. Le mie mani scivolavano lungo il collo, scendendo sul petto. Ho insaponato i miei seni pieni, massaggiandoli dolcemente, sentendo i capezzoli indurirsi all'istante sotto i miei polpastrelli scivolosi, turgidi e sensibili.
L'acqua scrosciava sulla mia pancia piatta, scorrendo verso il basso. Ho lasciato cadere la spugna e ho usato solo le dita. Ho accarezzato l'interno coscia, indugiando proprio lì dove lui non era riuscito ad arrivare. Mi sono sfiorata le labbra gonfie, lavando via il sale ma non il calore che continuava a pulsare lì sotto. Non volevo venire, non da sola. Volevo solo tenere vivo quel fuoco. Volevo essere perfetta, profumata e fottutamente pronta per essere divorata.
Uscita dalla doccia, non ho perso tempo con creme o trucchi. La mia pelle nuda e arrossata dal calore bastava e avanzava. Ho asciugato i capelli tamponandoli alla bell'e meglio, lasciandoli ricadere in onde umide e selvagge sulle spalle. Poi, ho scelto l'outfit. Una semplice canotta bianca di cotone a costine, aderentissima e, ovviamente, senza reggiseno. La stoffa sottile non nascondeva nulla: il volume del seno, il turgore dei capezzoli scuri che premevano contro il cotone... era un invito sfacciato. Sotto, solo un paio di slip neri, minuscoli, sgambati sui fianchi. Un abbigliamento da casa, all'apparenza innocente, ma che urlava disponibilità.
Mi sono spostata in cucina. Ho stappato una bottiglia di vino bianco freddo, me ne sono versata un bicchiere generoso e ho preparato un piatto di pasta veloce. Ho mangiato seduta al tavolino del patio, le gambe accavallate, guardando il buio che inghiottiva la spiaggia. Il vino mi scendeva in gola, freddo e aromatico, sciogliendo l'ultima tensione muscolare e accendendo un calore piacevole nello stomaco.
Ho guardato l'ora sul telefono. Mezzanotte.
Mi sono versata il secondo bicchiere. Il silenzio della notte era rotto solo dal rumore ritmico delle onde.
Mezzanotte e mezza.
La calma indotta dal vino ha iniziato a incrinarsi, lasciando spazio a una sottile e pungente irritazione. Il mio "giocattolo" era in ritardo. E la cosa mi faceva infuriare. Gli avevo spiegato chiaramente quale fosse la casetta, e, a giudicare dalle sue abitudini da guardone della sera prima, sapeva benissimo dove trovarmi.
Mi sono alzata, iniziando a camminare avanti e indietro per il salotto, il bicchiere in mano. La seta fredda degli slip mi sfregava contro l'inguine a ogni passo, un promemoria costante del fatto che ero lì, umida, eccitata e... sola.
"Piccolo stronzo presuntuoso," ho sibilato nel buio, fissando la porta socchiusa.
Stava forse cercando di fare un gioco di potere? Voleva farsi aspettare per dimostrare di non essere il cagnolino ubbidiente che avevo trattato a pesci in faccia nel pomeriggio? Oppure, semplicemente, se l'era fatta addosso per la paura di non essere all'altezza?
Qualunque fosse il motivo, l'attesa stava avendo un effetto collaterale devastante: la mia rabbia si stava mescolando a un desiderio feroce. Se prima volevo solo testarlo e usarlo, ora volevo prenderlo a schiaffi, buttarlo sul letto e fargli capire cosa succede quando fai aspettare una donna che ha deciso di scoparti.
Ho finito il vino in un sorso, appoggiando il bicchiere sul tavolo con un colpo secco.
Il rumore nocche contro il legno della porta mi fece sobbalzare. Finalmente.
"È aperto!" urlo, senza nemmeno alzarmi dalla sedia. La mia voce era ferma, un misto di irritazione e finta noia.
