Capitolo 2 - Un tanto atteso pompino
finalmente grazie all'eccitazione data dai disegni di Rosy, il protagonista riesce a concludere qualcosa con Elena, ma in questi casi mai tutto va come dovrebbe...
La campanella della ricreazione trilla, scatenando il solito caos di sedie strisciate e voci sovrapposte. Me ne sto appoggiato al banco di Marco, fingendo di ascoltare le sue stronzate sull'ultima partita, ma la mia testa è da tutt'altra parte.
Più precisamente, è fissata sull'ultima fila.
Rosy è lì, rintanata nel suo banco come un fottuto riccio. Oggi ha rimesso una felpa della tuta, ma stavolta ha la zip mezza abbassata. Per tutta la cazzo di mattina non ha fatto altro che fissarmi. Ogni volta che mi voltavo, beccavo i suoi occhi nocciola sgranati su di me, prima che li abbassasse di scatto sul tablet. Era terrorizzata. Ma sotto quel terrore, c'era un'attesa quasi febbricitante. Mi stava aspettando. E la cosa mi fa impazzire.
Lancio un'occhiata a Elena, che sta sculettando verso la cattedra con i suoi jeans attillati. Ieri me la sarei sbattuta senza pensarci due volte. Oggi? Oggi guardo il suo culo perfetto e penso solo a quanto dettagliatamente Rosy le abbia disegnato la bocca piena di sborra.
Mi stacco dal banco di Marco e taglio la classe a grandi passi. L'aria intorno al banco di Rosy sembra farsi improvvisamente densa.
Mi siedo di sbieco sul suo banco, invadendo brutalmente il suo spazio vitale. Lei sussulta, stringendo il tablet al petto come se potesse proteggerla.
«A-allora...» esordisce, la voce che le trema mentre si spinge gli occhiali invisibili sul naso, le guance già imporporate. «Il file di testo è quasi in gold phase. Ho strutturato i paragrafi come se fosse la lore di un RPG, così la lettura è più immersiva. S-se mi dai l'ok, lo metto in canon e...»
«Non me ne frega un cazzo della lore, Rosy,» la interrompo, abbassando la voce in un sussurro rauco che solo lei può sentire.
Mi sporgo in avanti. Il suo respiro si blocca. Posso sentire il profumo di bagnoschiuma alla vaniglia mescolato a quell'odore di pelle pulita che ieri le ho assaggiato sul collo. Sotto la felpa, vedo il suo petto alzarsi e abbassarsi troppo in fretta.
«Io e te abbiamo un appuntamento per il progetto oggi pomeriggio, giusto?» le chiedo, sfoderando un sorriso obliquo e carico di promesse. «Alla solita ora?»
«S-sì...» squittisce lei, deglutendo a fatica. Le sue iridi tremano, divise tra la voglia di scappare e l'incapacità di distogliere lo sguardo dalle mie labbra. «C-cioè, ho disdetto la co-op online con il mio party, quindi ho tutto il pomeriggio libero per... per il progetto.»
«Mh. Il progetto.» Faccio scivolare la mano sulla superficie del banco, fino a sfiorare con le nocche il dorso della sua mano che stringe il tablet. Al mio tocco, un brivido violentissimo le scuote le spalle. «Elena ha proprio un bel culo oggi, non trovi?»
Rosy sbarra gli occhi. Diventa paonazza, fino alla radice dei capelli castani.
«I-io... non... non lo so...» balbetta, la voce incrinata dal panico.
«Oh, non fare la finta tonta con me,» ringhio dolcemente, chinandomi ancora di più, finché le mie labbra non sono a un millimetro dal suo orecchio. Sento il calore della sua guancia contro la mia. «Lo sai benissimo com'è fatta Elena. E so benissimo quanto ti piace disegnarla. Ma sai una cosa? Ieri sera, a casa mia, ho riletto con molta attenzione quel tuo... doujinshi su di me.»
Lei emette un verso strozzato, un gemito così sottile che viene coperto dalle urla dei nostri compagni in classe. Le sue ginocchia si stringono l'una contro l'altra sotto il banco.
«C'è una tavola, a pagina tre,» le sussurro, sfiorandole il lobo con la punta della lingua, facendola sussultare di nuovo. «Quella in cui mi supplichi di non smettere mentre ti piego in due sulla scrivania. È un canon molto interessante, Rosy.»
«M-Matt... t-ti prego... qualcuno potrebbe sentire...» piagnucola, ma non si ritrae di un fottuto millimetro. Anzi, ha gli occhi lucidi e la bocca socchiusa, umida. È eccitata da morire, proprio qui, nel mezzo della classe.
«Oggi pomeriggio voglio vedere le nuove bozze,» le ordino, il tono duro, perentorio, che non ammette repliche. La guardo dritta negli occhi, spogliandola con lo sguardo. «E preparati. Perché ho intenzione di assicurarmi che l'anatomia della protagonista sia perfettamente accurata. Se non ti fai trovare pronta ad assecondare il mio script, giuro su Dio che giro quel file sul gruppo WhatsApp della classe.»
Mi alzo dal banco con calma, lasciandola lì, ansimante e paralizzata, con le mani che le tremano e il respiro spezzato.
«Ci vediamo alle tre, waifu,» dico a voce normale, facendole un cenno distratto prima di tornare dai miei amici.
Non ho bisogno di voltarmi per sapere che per le restanti tre ore di lezione non capirà una singola parola di quello che diranno i professori. Starà solo pensando a cosa le farò. E io pure.
Le ultime due ore della giornata sono una fottuta tortura. Educazione fisica.
Mentre io e i ragazzi ci gingilliamo senza troppa voglia intorno al tavolo da ping-pong, le ragazze occupano il campo da pallavolo. E io, per quanto ci provi, non riesco a tenere gli occhi sulla pallina.
Ogni volta che sento il tonfo sordo delle mani che colpiscono il cuoio, il mio sguardo schizza verso la rete. Verso lei.
Quando gioca a pallavolo, Rosy è un'altra persona. La nerd sfigata e curva su se stessa scompare, inghiottita da una fisicità che ti incolla gli occhi addosso. Indossa un paio di pantaloncini neri in spandex cortissimi, che le fasciano i fianchi e le natiche rotonde come una seconda pelle lucida. Ogni volta che si piega sulle ginocchia in posizione di ricezione, il tessuto si tende, mettendo in mostra la linea perfetta e snella delle sue cosce pallide.
Sopra indossa un top sportivo aderente che le schiaccia leggermente il petto, ma non abbastanza da nascondere la morbidezza del suo seno. Quando salta a rete per schiacciare, il suo corpo si inarca all'indietro in una curva flessuosa ed elegantissima; il top si solleva di un paio di centimetri, scoprendo l'addome piatto e tonico imperlato di sudore. Poi colpisce la palla con una forza inaspettata, e atterra morbida sulle punte. I seni sussultano visibilmente contro la stoffa, e io sento la gola seccarsi.
Cristo. Ha i capelli castani legati in una coda alta che le sferza il collo sudato, le guance arrossate per lo sforzo, e le labbra socchiuse per cercare aria. È di una sensualità cruda, animale. E sapere che dentro quella testolina da bambola si nasconde una perversione così oscura, sapere che mente schiaccia la palla pensa a me che le afferro i fianchi e la sfondo su una scrivania... rende lo spettacolo mille volte più eccitante. Sento il sangue pulsare pesante nei pantaloni della tuta, un calore fastidioso e insistente.
Tra un set e l'altro, rotola fuori dal campo per bere. Passa a un metro dal nostro tavolo da ping-pong, asciugandosi la fronte con l'avambraccio.
Appena incrocia il mio sguardo, la tigre del campo svanisce e torna la disadattata di sempre. Si blocca, stringendo la borraccia termica al petto.
«U-uff... ho letteralmente esaurito la barra della stamina...» balbetta, soffiando su una ciocca di capelli che le è sfuggita dalla coda. «C-cioè, l'allenamento di oggi era hardcore. Mi sento come se avessi fatto grinding per sei ore in un dungeondi livello alto senza pozioni di recupero...»
Stringo la racchetta da ping-pong fino a farmi sbiancare le nocche. Dio, è insopportabile. E fottutamente eccitante.
«Vedi di recuperare i tuoi HP per oggi pomeriggio, Rosy,» ringhio a mezza voce, sporgendomi verso di lei in modo che nessuno ci senta. Faccio scivolare lo sguardo sul suo petto sudato, leccandomi il labbro inferiore. «Perché se pensi di essere stanca ora, non hai idea di cosa ti aspetta nel mio dungeon.»
Lei sgrana gli occhi. La borraccia le trema tra le mani, e il respiro le si incastra in gola in un verso acuto e strozzato. Senza dire una parola, fa dietrofront e scappa verso la panchina, con le gambe molli.
Sorrido, sadico. Ma proprio in quel momento, Marco schiaccia la pallina da ping-pong sul mio lato del tavolo. Non accenno nemmeno a prenderla. Punto perso. Partita persa.
«Sei un rincoglionito oggi, Matt!» sghignazza lui.
«Devo prendere aria,» taglio corto, buttando la racchetta sul tavolo.
Il mio vero obiettivo in quelle due ore, la ragazza che dovrei puntare secondo ogni logica sana, non è in campo. Esco dalla porta laterale della palestra, quella che dà sul retro del cortile, vicino alle scale antincendio.
Eccola lì. Elena.
Se ne sta appoggiata al muro di mattoni grezzi, al riparo da sguardi indiscreti, a fumare con una delle sue amiche idiote. Non si è nemmeno cambiata per ginnastica. Indossa gli stessi jeans stretti da far male di stamattina e il solito top bianco cortissimo.
Mi avvicino con le mani in tasca. L'amica, intuendo l'antifona, inventa una scusa patetica e se ne va quasi subito, lasciandoci soli.
Elena fa un tiro profondo dalla sigaretta, mi guarda da sotto in su, un sorriso arrogante e furbetto che le piega le labbra verniciate di lucidalabbra.
«Hai perso a ping-pong per venire a cercarmi, Matt?» mi provoca, soffiando una nuvola di fumo azzurrognolo verso l'alto. Il movimento le fa inarcare la schiena, spingendo in fuori il petto. Sotto il tessuto bianco, teso all'inverosimile, i capezzoli sono due punte dure, e intravedo chiaramente la sporgenza metallica del piercing.
Faccio un passo verso di lei, invadendo il suo spazio. Un tempo mi sarei concentrato solo su come portarmela a letto. Ma ora, guardando quelle stesse labbra carnose che stanno stringendo il filtro della sigaretta, la mia mente viene invasa da un flash accecante.
Vedo il disegno. Vedo Elena nuda, in ginocchio, con gli occhi rovesciati all'indietro e la saliva che le cola dalla bocca, serrata attorno a un cazzo pulsante. I pixel iperrealistici di Rosy si sovrappongono alla realtà.
Mi ritrovo a fissarle la bocca con una ferocia che la fa zittire per un secondo.
«Mettiamola così,» rispondo, abbassando la voce, appoggiando una mano sul muro di mattoni proprio di fianco alla sua testa. Sento il calore del suo corpo. «Guardarti mentre fumi è uno spettacolo molto più interessante dei battute di Marco.»
Lei ride, un suono basso e roco. Si avvicina ancora un po', tanto che le nostre gambe quasi si sfiorano. «Sai, potrei farti vedere spettacoli anche migliori... se smettessi di fare il prezioso.»
Non riesco a trattenere un mezzo sorriso stronzo. Faccio scivolare la mano dal muro di mattoni e la appoggio direttamente sul suo fianco, proprio dove il top bianco lascia scoperta una striscia di pelle nuda. Sento il suo calore sotto i polpastrelli, il fremito leggero dei suoi muscoli.
«Stai facendo promesse impegnative, Elena,» le mormoro, abbassando lo sguardo sulle sue labbra lucide e poi giù, sulla scollatura dove il tessuto è teso allo spasimo. «Non so se sei in grado di reggere lo spettacolo fino alla fine.»
Lei si morde il labbro inferiore, gli occhi che le brillano di malizia. Fa un passo in avanti, annullando del tutto la distanza. Il suo seno sfrega in modo inequivocabile contro il mio petto, i capezzoli duri che premono attraverso la stoffa. «Mettimi alla prova, Matt. Scommetto che ti farei dimenticare perfino come ti chiami.»
Sto per risponderle, sto letteralmente per dirle di seguirmi nei bagni del seminterrato per vedere se è davvero così brava come dice, quando una vibrazione secca e insistente contro la mia coscia mi fa trasalire.
Il mio telefono.
Con un sospiro frustrato, lo tiro fuori dalla tasca dei pantaloni della tuta. Lo schermo si illumina e il nome del mittente lampeggia in bella vista.
Messaggio da: Rosy
Elena, che è praticamente incollata a me, allunga il collo e legge il nome sul display. La sua espressione seducente si trasforma in una smorfia di puro disgusto, seguita da una risata acida.
«Oddio, non dirmi che ti scrivi con la sfigata dei fumetti,» mi sfotte, piegando la testa di lato. «Che c'è? Ha bisogno che le spieghi come si accende il computer? O ti sta invitando a un raduno di cosplay per sfigati vergini?»
Serro la mascella. L'istinto di difendere il mio... "progetto" privato mi coglie di sorpresa, ma lo reprimo subito.
«È per quel fottuto progetto di fine anno,» mento, la voce piatta e scocciata, mentre le passo il pollice sull'elastico dei jeans per tenerla distratta. «È una paranoica del cazzo per le scadenze. Deve mandarmi la struttura dei paragrafi e mi sta tempestando. Ignorala.»
«Mh. Sbrigati a liquidarla,» sussurra Elena, chiudendo gli occhi per un secondo al mio tocco, godendosi l'attenzione.
Distolgo lo sguardo da lei e, schermando il telefono con il corpo, sblocco lo schermo. Apro la chat di Rosy, aspettandomi di trovare l'ennesimo papiro sulle meccaniche di studio o una scusa per oggi pomeriggio.
Invece c'è solo un'immagine allegata. E una didascalia.
Apro la foto, facendo attenzione a tenerla inclinata verso il basso. Il fiato mi si blocca di colpo nei polmoni.
È un altro disegno digitale. Ma a differenza degli schizzi della sua cartella, questa è un'illustrazione finita, perfetta, che deve averle richiesto ore e ore di lavoro ossessivo durante la notte. E il soggetto è di nuovo Elena.
Nel disegno, la ragazza popolare è piegata all'indietro. I suoi jeans sono sbottonati e abbassati a forza a metà coscia. Il top bianco è bagnato fradicio, completamente trasparente, lasciando intravedere l'alone scuro dei capezzoli e l'anello metallico del piercing in modo iperrealistico. Ma la cosa che mi manda fuori di testa è la posa: l'Elena disegnata ha le gambe spalancate e due dita affondate fino alle nocche nella sua stessa fica, aperta e gocciolante di un liquido denso e lucido. Il viso è contorto in una maschera di pura lussuria oscena – la classica espressione ahegao esasperata dei manga – con gli occhi rovesciati all'indietro, la lingua di fuori e un filo di saliva densa che le cola dal mento. E, proprio davanti alla sua bocca affamata, troneggia un cazzo enorme, venoso e madido di sborra, pronto a entrarle in gola.
Sento una fitta al basso ventre così potente che devo piantare i piedi a terra per non barcollare. L'erezione mi scatta nei pantaloni, dolorosa, immediata. Questa psicopatica ha passato la notte a disegnare questa roba, sapendo perfettamente che la sua fantasia malata avrebbe preso il sopravvento, e ha aspettato il momento esatto in cui io e la vera Elena saremmo stati da soli per mandarmela.
Sposto gli occhi sulla didascalia in basso.
"Sembra che il tuo livello di aggro stia calando, Matt. Hai bisogno di un buff per la boss fight di oggi pomeriggio, o preferisci accontentarti degli NPC di basso livello? ( 〃▽〃) p.s. Ci ho messo tutta la notte a colorare i dettagli. E sì, vi sto guardando dalla palestra."
Il cuore mi martella contro le costole. Alzo di scatto lo sguardo, oltre la spalla di Elena, spazzando il cortile.
Laggiù. Vicino alle porte a vetri della palestra, mezza nascosta nell'ombra della tettoia. Rosy.
Ha ancora addosso i pantaloncini da pallavolo, ma si è rimessa la felpa aperta. Sta tenendo il telefono con due mani, appoggiata allo stipite. Da questa distanza non riesco a vederle il viso nei dettagli, ma giurerei di vedere il riflesso dello schermo sulle sue lenti. Ci stava spiando. Ha visto Elena avvicinarsi e ha sganciato questa oscenità assoluta, calcolata a tavolino, solo per ricordarmi che lei ha il controllo sulla mia mente, anche quando sto per farmi un'altra.
E la cosa peggiore? Ha funzionato. Non me ne frega più un cazzo di Elena reale. Voglio l'Elena disegnata. E soprattutto, voglio spaccare in due la fottuta nerd che ha architettato tutto questo.
E la cosa peggiore? Ha funzionato. Non me ne frega più un cazzo di Elena reale. Voglio l'Elena disegnata. E soprattutto, voglio spaccare in due la fottuta nerd che ha architettato tutto questo.
Ma l'adrenalina e il sangue che mi pulsano all'inguine sono troppi per fare semplicemente un passo indietro. Il disegno mi ha acceso una miccia nel cervello. Invece di girare i tacchi e andarmene, rialzo lo sguardo dal telefono e lo punto di nuovo su Elena.
Lei è ancora lì, appoggiata al muro. Ha una presenza così fottutamente magnetica. La sua bellezza non è nascosta o strisciante come quella di Rosy, è scenica. È fatta per farsi guardare. Il suo viso ovale è armonioso, elegante, incorniciato dalla luce del cortile che si riflette sulla pelle chiara e liscia. Gli zigomi sono morbidi, femminili, e scendono verso un mento piccolo e raffinato.
Faccio un passo avanti, invadendo del tutto il suo spazio. Lei sgrana leggermente quegli occhi chiari e luminosi, incorniciati da ciglia lunghe e folte che le danno uno sguardo profondo, da predatrice abituata a vincere. Ma c'è un dettaglio che mi fa impazzire, lo stesso che Rosy ha disegnato con tanta cura: il piccolo piercing al setto. Un tocco ribelle che stride in modo perfetto con l'arco elegante delle sue sopracciglia e la dolcezza dei suoi lineamenti.
«Sai una cosa?» le mormoro, la voce scesa di un'ottava, rotta dal desiderio. Infilo una mano tra i suoi capelli, tirati indietro in una coda stretta che le lascia scoperto il collo slanciato. Le sfioro la nuca. «La sfigata può aspettare.»
Elena sussulta. Non è la prima volta che flirtiamo, ci siamo sempre ronzati attorno, ma non sono mai stato così diretto. Così... affamato.
Sposto la mano, facendola scivolare lungo la linea del suo collo, oltre le spalle delicate, fino ad afferrarle la vita. Sotto il top bianco, il suo corpo è un capolavoro di proporzioni. Il busto è morbido, con un seno rotondo e pieno che preme contro il mio petto, accentuando la curva del torace. Stringo le dita sui suoi fianchi stretti e definiti, tirandola contro di me per farle sentire esattamente quanto sono duro contro il suo ventre.
Lei emette un respiro corto, le labbra piene e sensuali che si dischiudono. Il labbro inferiore, morbido e voluminoso, trema appena.
«Mh. Hai cambiato idea in fretta, Matt,» sussurra, divertita ma visibilmente eccitata. Le sue mani sottili salgono lungo il mio petto, agganciandosi al tessuto della mia felpa.
«Ho solo deciso di metterti alla prova,» ringhio, sfiorandole il lobo dell'orecchio con le labbra. La mia mano scende dai fianchi, seguendo la linea sinuosa del suo corpo, fino ad afferrarle una natica. Il suo sedere è pieno, tonico, fasciato in modo osceno da quel denim che sembra sul punto di strapparsi. La stringo forte, costringendo le sue gambe lisce e slanciate a incastrarsi tra le mie. «I bagni del seminterrato sono vuoti. Andiamo. Ora.»
Lei trattiene il fiato. Sento le sue cosce compatte contrarsi contro di me. Il suo sguardo intenso, di solito così padrone della situazione, vacilla per un secondo di pura lussuria. Nel mio cervello, sovrappongo il suo viso reale a quello disegnato, con la lingua di fuori e gli occhi rovesciati, e la presa sulla sua natica si fa quasi crudele.
Ma Elena è una che sa giocare. E, soprattutto, le piace dettare le regole.
Proprio quando sto per abbassare le labbra sulle sue, mi posa due dita sulla bocca, fermandomi a un millimetro dalla meta. Ride, quel suono basso e roco che le vibra nel petto morbido.
«Wow,» sussurra, allontanandosi di un mezzo passo, costringendomi a lasciare la presa sul suo culo perfetto. Mi guarda dall'alto in basso, gli occhi chiari che brillano di una malizia letale. «Sei sempre stato uno che parla tanto, Matt, ma oggi sei letteralmente... selvaggio. Che ti ha preso?»
«Mi hai provocato,» ribatto, il respiro corto, il cazzo che pulsa dolorosamente contro la zip a causa della distanza improvvisa. «Non tirarti indietro adesso.»
Lei si morde il labbro inferiore, sistemandosi il top bianco sulle spalle con un gesto lento e calcolato che mi fa quasi gemere di frustrazione. Sembra sul punto di andarsene, di lasciarmi lì con i coglioni blu a impazzire fino a oggi pomeriggio.
Poi, però, il suo sguardo scivola verso l'orologio appeso sopra le porte a vetri della palestra. Mancano quindici minuti al suono della campanella.
Un sorriso lento, predatore e fottutamente sfacciato le piega le labbra. Fa un passo indietro verso di me, afferrandomi per il cordino della felpa.
«Quindici minuti,» sussurra, la voce improvvisamente roca, gli occhi chiari che brillano di una lussuria che non ha più voglia di nascondere. «I bagni del seminterrato. Non farti vedere da nessuno e muoviti, prima che decida che non te lo meriti.»
Non me lo faccio ripetere due volte.
Ci separiamo e prendiamo due strade diverse, sgattaiolando giù per le scale antincendio fino al piano sotterraneo. I bagni qui sotto li usano solo quelli che occupano i campi sportivi esterni, ma a quest'ora non c'è letteralmente nessuno. L'aria è più fredda, l'odore di candeggina e intonaco umido riempie i polmoni.
Appena varco la porta del bagno dei maschi, Elena è già lì. Mi afferra per un braccio e mi tira dentro l'ultimo cubicolo, quello più in fondo. Lo spazio è minuscolo. Per chiudere la porta e far scattare il chiavistello devo letteralmente schiacciarla contro le piastrelle.
I nostri respiri rimbombano nel silenzio del bagno. La schiaccio contro il muro, le mie mani che le afferrano subito i fianchi morbidi, spingendo il mio bacino contro il suo.
«Hai fretta, eh?» mi provoca lei, ansimando piano mentre intreccia le braccia dietro il mio collo.
Sto per azzittirla con un bacio, ma poi... un rumore.
Uno scricchiolio leggero, metallico. I cardini della porta principale del bagno che vengono spinti a fatica. Poi, il suono inconfondibile e felpato della suola di una scarpa da ginnastica sul pavimento di linoleum. Un passo. Poi un altro, esitante. Seguito da un respiro corto, trattenuto a fatica, che si ferma a un paio di metri dal nostro cubicolo.
Il mio cervello fa cortocircuito. Rosy.
La fottuta nerd mi ha seguito. Si è intrufolata nel bagno dei maschi, terrorizzata ma incapace di resistere, attratta dalla sua stessa perversione come una falena verso il fuoco. È lì fuori, in silenzio, che ascolta.
Un'ondata di eccitazione così violenta e viscerale mi travolge che devo serrare i denti. Ho la ragazza più desiderata della scuola chiusa in un bagno, pronta a darsi da fare... e la sfigata che ha disegnato esattamente questa scena ci sta spiando, probabilmente tremando come una foglia. È la tempesta perfetta.
«Che c'è?» sussurra Elena, notando che mi sono irrigidito. «Hai paura che ci scoprano?»
«Tutt'altro,» mormoro, la voce carica di un'oscurità che non riesco a nascondere. Guardo Elena dritta negli occhi, ma le mie parole sono uno spettacolo a beneficio di chi sta ascoltando fuori. «Voglio solo assicurarmi che tu sappia fare esattamente quello che prometti. Sei tu che hai parlato di spettacoli migliori, no? Dimostramelo.»
Elena fa un verso divertito, una risata bassa e sporca. Sposta le mani dal mio collo e le fa scendere sul mio petto, fino ad arrivare alla cintura dei miei pantaloni.
«Sei proprio uno stronzo arrogante,» sussurra, ma si vede lontano un miglio che la cosa la fa impazzire. Le sue dita affusolate sfiorano la cerniera, e il semplice tocco mi fa contrarre l'addome. «Ma d'altronde... Cristo, Matt. Sento il calore fin da qui. Stavi davvero soffrendo là dentro, eh? Poverino, lottare contro questa zip deve essere stato un inferno.»
«Smettila di parlare e tiralo fuori,» le ordino, la voce roca e spietata. Sento il respiro di Rosy, oltre la porta di metallo, farsi improvvisamente pesante, un sibilo roco nel silenzio del bagno.
Elena sorride, gli occhi che brillano di malizia pura. Con un movimento secco, abbassa la zip dei miei pantaloni della tuta. Il rumore metallico è assordante nello spazio angusto. Infila la mano sotto l'elastico dei boxer e, senza la minima esitazione, lo stringe.
Emetto un gemito basso, gutturale, buttando la testa all'indietro contro la porta del cubicolo. Le sue mani sono morbide, le unghie laccate che mi sfiorano la pelle tesa. È un tocco esperto, deciso. Inizia a muovere la mano su e giù, pompando con un ritmo lento e calcolato che mi fa mancare il fiato.
«Mh, bello duro, esattamente come piace a me,» mormora Elena, la voce carica di lussuria. Si avvicina al mio collo e inizia a lasciarci dei baci umidi, succhiando la pelle mentre la sua mano accelera il ritmo. «Dimmi, Matt... ci stavi pensando da stamattina, vero? Ti facevi i film mentre mi guardavi il culo durante la lezione?»
«Mh... sì...» ansimo, chiudendo gli occhi.
Il contrasto è fottutamente folle. Fisicamente sento la mano di Elena, il calore della sua bocca sul mio collo, il profumo del suo lucidalabbra e la morbidezza del suo seno che mi preme contro l'addome. Ma nella mia testa, la mia mente è concentrata solo su chi c'è fuori.
Immagino Rosy piegata in due contro i lavandini, con le guance a fuoco e le mani premute tra le cosce. Immagino che stia ascoltando ogni singolo schiocco della mano di Elena, ogni mio gemito soffocato. La sto costringendo a vivere la sua fantasia sporca in prima persona, ma invece di esserci lei al centro della scena, è rilegata al ruolo della spettatrice voyeur.
La sto umiliando. La sto eccitando da morire.
«Ti piace così?» sussurra Elena, stringendo la presa, il pollice che mi sfrega esattamente nel punto giusto. Le sue labbra si spostano al mio orecchio, la voce umida. «Vuoi che vada più veloce? Vuoi sborrarmi tra le mani?»
«Più... veloce, cazzo...» ringhio, le dita che le afferrano i fianchi per spingerla ancora di più contro di me.
Il suono della mano di Elena che scivola su di me diventa umido, ritmico, osceno. Rimbalza sulle piastrelle del bagno. E fuori dal cubicolo, sento un rumore inconfondibile.
Un tessuto che sfrega in modo frenetico. Un respiro spezzato, acuto, come un piccolo lamento soffocato in una mano.
Rosy si sta toccando.
La realizzazione mi colpisce come una scossa elettrica dritta all'inguine. La nerd sfigata si sta masturbando nel bagno della scuola, a un metro da noi, ascoltandomi mentre vengo pompato dalla ragazza popolare che lei ha ritratto nei suoi fottuti schizzi hentai.
L'intensità della situazione mi fa letteralmente esplodere il cervello. L'orgasmo mi travolge con una violenza inaudita.
«Cazzo... Elena...» gemo, stringendo i denti, mentre i miei fianchi si contraggono in modo incontrollabile contro la sua mano. Vengo in modo abbondante, sporcandole le dita e i palmi in una liberazione bruciante e prolungata.
Elena rallenta il movimento, ridacchiando piano mentre raccoglie il mio fiato affannoso.
«Visto?» sussurra, leccandosi le labbra mentre si allontana appena per guardarmi, con quell'aria da gatta soddisfatta. «Te l'avevo detto che ti avrei fatto dimenticare come ti chiami.»
Resto appoggiato alla porta, ansimando, il petto che si alza e si abbassa pesantemente.
Elena ritira la mano, guardandosi le dita lucide e sporche con un sorriso trionfante. Prende un fazzoletto di carta dalla tasca dei jeans per pulirsi, ma mentre lo fa, il suo sguardo scivola di nuovo verso il basso.
Si ferma. Le sue sopracciglia perfette si sollevano per la sorpresa, poi il suo sorriso si allarga, trasformandosi in un'espressione sfacciata e puramente lussuriosa.
«Beh, devo ammetterlo, Matt,» fa le fusa, avvicinandosi di nuovo a me. Mi sfiora l'inguine con il dorso della mano pulita. «Questa è una novità. Di solito i ragazzi hanno bisogno di un po' di tempo per ricaricarsi dopo essere venuti. Tu invece sei ancora duro come il marmo. Sta letteralmente pulsando.»
Ha ragione. Il mio cazzo è ancora teso, dolorante e affamato. E so benissimo perché. Non è solo per Elena. È per il pensiero che la nerd che ha disegnato questa esatta scena fosse lì fuori a farsi un dito ascoltandoci. Questa fottuta dinamica voyeuristica mi sta mandando il cervello in tilt.
«Diciamo che sei un'ottima fonte di ispirazione,» ringhio, afferrandola per la nuca e costringendola a guardarmi negli occhi. «E a quanto pare, ho ancora bisogno di scaricare un bel po' di tensione.»
Elena emette una risatina bassa, vibrante. «Sfida accettata. Vediamo se riesco a farti implorare.»
Con una lentezza che è pura tortura, si inginocchia sul pavimento freddo del bagno. Mi guarda dal basso verso l'alto, un'espressione da gatta predatrice che sa esattamente l'effetto che fa. Senza distogliere lo sguardo, afferra l'orlo del suo top bianco e lo solleva, sfilandoselo oltre la testa con un gesto fluido e sicuro.
Il respiro mi si blocca in gola.
Il suo seno è perfetto. Pieno, rotondo e pallido, con capezzoli turgidi e quel piccolo, maledetto piercing d'argento che cattura la debole luce al neon del bagno. Si inumidisce le labbra carnose con la lingua, piegandosi in avanti. Il suo respiro caldo mi sfiora la pelle tesa. Sta per prendermi in bocca. Sta per rendere reale al cento percento l'ultima fottuta tavola di quel fumetto malato.
Chiudo gli occhi, le mani già affondate nei suoi capelli morbidi, pronto a spingere.
SBAAAM.
Un tonfo metallico e sordo echeggia fuori dal nostro cubicolo, seguito dal rumore di qualcosa di pesante, ipo un tablet o un telefono, che scivola rovinosamente sul pavimento di linoleum.
«Ahi! I-itai... s-stupido malus di destrezza!» squittisce una voce acuta, carica di panico. «M-mannaggia al drop rate della mia sfortuna, sono letteralmente inciampata su un pixel vuoto!»
Quella nerd del cazzo. Non era scappata. Era rimasta lì, a farsi i fatti nostri, e nel tentativo di sgattaiolare via in silenzio si era appena schiantata contro la fila dei lavandini come una disadattata cronica.
Elena si blocca a un millimetro dalla meta. Si raddrizza di scatto, gli occhi sgranati per lo spavento.
«Cristo santo!» sibila, raccogliendo freneticamente il top bianco da terra e infilandoselo in un secondo netto. «C'è qualcuno! E mi sembra pure quella mezza ritardata della nerd di classe!»
Fuori dal nostro cubicolo, sentiamo dei passi goffi e frenetici. Rosy sta annaspando sul pavimento per raccogliere la sua roba. Poi, il rumore di una porta che viene strattonata: si fionda a peso morto nel cubicolo esattamente accanto al nostro.
Slam. Clack.
Il suono del chiavistello che scatta a chiudersi è assordante. Posso sentire il suo respiro corto, affannoso e terrorizzato, separato da me solo da un sottile pannello divisorio di metallo.
Elena si sta già sistemando i capelli e i jeans, palesemente infastidita per l'atmosfera rovinata.
«Che palle, Matt,» sbuffa a bassa voce, scuotendo la testa. «Non ho nessuna intenzione di farmi beccare in ginocchio in un cesso sporco. Soprattutto se c'è in giro gente del genere a fare domande.»
«Elena, aspetta...» provo a dirle, ma la magia è palesemente finita per lei.
«No, no, per oggi lo spettacolo finisce qui,» sussurra, facendomi un occhiolino rapido. Mi dà un colpetto leggero sul petto. «Rimettiti nei pantaloni, tesoro. Forse è il caso di continuare un'altra volta, in un posto dove non ci sono stalker strambe in agguato.»
Senza aggiungere altro, apre la porta del nostro cubicolo, esce con finta indifferenza, e sento il rumore dei suoi passi leggeri che si allontanano veloci verso l'uscita del bagno.
La porta principale si chiude con un tonfo ovattato.
Rimango solo. Solo, in piedi, con la zip abbassata, il fiato corto e un'erezione dolorosa che mi pulsa contro l'addome.
E, nel cubicolo accanto, a mezzo metro di distanza da me, c'è lei. La fottuta causa di tutti i miei problemi. Sento il fruscio dei suoi vestiti. Sento il suo respiro irregolare.
Sognavo un pompino da Elena da così tanto tempo che sentivo ancora il calore del suo respiro fantasma sulla pelle. Ero a un fottuto secondo dall'averlo, a un fottuto secondo dal farla inginocchiare davanti a me. E lei, questa disadattata psicopatica, aveva appena rovinato tutto.
Il sangue mi schizza alla testa, accecandomi.
Mi rimetto a posto nei pantaloni con un gesto rabbioso, tirando su la zip con violenza. Esco dal mio cubicolo come una furia, i passi pesanti che rimbombano sulle piastrelle. Non mi fermo nemmeno a pensare. Do una spinta violenta alla porta del cubicolo di Rosy. Il chiavistello, chiuso male per la fretta, cede di schianto, sbattendo contro la parete interna.
Lo spettacolo che mi trovo davanti mi fa fermare il cuore e riaccende la mia erezione in un millesimo di secondo.
Rosy è mezza seduta sulla tazza del water chiusa. I suoi pantaloncini da allenamento neri sono un mucchio di stoffa abbandonato sul pavimento, attorno alle sue caviglie. È solo in mutandine – un paio di slip di cotone infantile che ha tirato brutalmente di lato. E le sue dita... cristo, le dita della sua mano destra sono completamente lucide, intrise e gocciolanti dei suoi stessi fluidi. Si stava letteralmente scopando da sola a un metro da noi, ascoltando i miei gemiti.
Appena irrompo, sgrana gli occhi dietro le lenti finte, terrorizzata e colta sul fatto.
«M-Matt! I-io... n-non è come sembra!» balbetta, la voce che sale di due ottave mentre cerca goffamente di coprirsi con l'altra mano, tremando come una foglia.
«Chiudi quella fottuta bocca,» ringhio, azzerando la distanza tra noi in un solo passo.
Affondo una mano tra i suoi capelli castani. Le stringo le ciocche alla nuca con una presa ferma e inesorabile, tirandola verso di me, costringendola ad alzare il viso per guardarmi dritta negli occhi. Il suo respiro si spezza in un gemito acuto, a metà tra il terrore di essere esposta e un'eccitazione torbida che la sta palesemente divorando viva.
«Sei una sfigata patetica, lo sai?» le sputo addosso, la voce bassa, carica di un veleno che le fa tremare le labbra. «Una viscida, fottuta troia solitaria che deve nascondersi nei cessi della scuola per godere, spiando quello che io faccio con le ragazze vere. Sognavo che Elena me lo prendesse in bocca da mesi. E tu, con i tuoi cazzo di rumori da otaku ritardata, hai rovinato tutto.»
Lei trema contro di me. Gli occhi le si riempiono di lacrime di pura vergogna, ma ha le guance in fiamme e il petto che si alza e si abbassa a un ritmo forsennato. Sente il mio disprezzo, la mia rabbia cruda, e il suo corpo reagisce in modo opposto alla logica. È umiliata, derisa, ma la sto eccitando oltre ogni limite, mettendola brutalmente di fronte a ciò che è.
«I-io... mi dispiace... n-non volevo... io...»
«Oh, non ti dispiace affatto,» la interrompo, abbassando il viso a un millimetro dal suo. Il profumo del suo sesso bagnato riempie il minuscolo spazio del cubicolo, mescolandosi alla candeggina e mandandomi il cervello in fiamme. Le sfioro le labbra schiuse con le mie, in un bacio mancato che sa di minaccia. «Hai fatto saltare il mio spettacolo perché sei una egoista perversa, ossessionata da me, che non sa stare al suo posto. Ma sai qual è la novità, Rosy? Le stronzate si pagano.»
Sposto lo sguardo sulla sua mano ancora madida dei suoi umori, poi di nuovo sui suoi occhi spalancati.
Commenti (0)
Per favore accedi per lasciare un commento.
Ancora nessun commento su questo capitolo, sii il primo a commentare!

