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Erotika
Dal 2D alla Realtà: Fottuta Senza Pietà · Cap. 2
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Capitolo 2 di 3 25 min di lettura

Un tanto atteso pompino

finalmente grazie all'eccitazione data dai disegni di Rosy, il protagonista riesce a concludere qualcosa con Elena, ma in questi casi mai tutto va come dovrebbe...

Alessia
6 mesi fa · 1.1k letture · 5

La campanella della ricreazione trilla, scatenando il solito caos di sedie strisciate e voci sovrapposte. Me ne sto appoggiato al banco di Marco, fingendo di ascoltare le sue stronzate sull'ultima partita, ma la mia testa è da tutt'altra parte.

Più precisamente, è fissata sull'ultima fila.

Rosy è lì, rintanata nel suo banco come un fottuto riccio. Oggi ha rimesso una felpa della tuta, ma stavolta ha la zip mezza abbassata. Per tutta la cazzo di mattina non ha fatto altro che fissarmi. Ogni volta che mi voltavo, beccavo i suoi occhi nocciola sgranati su di me, prima che li abbassasse di scatto sul tablet. Era terrorizzata. Ma sotto quel terrore, c'era un'attesa quasi febbricitante. Mi stava aspettando. E la cosa mi fa impazzire.

Lancio un'occhiata a Elena, che sta sculettando verso la cattedra con i suoi jeans attillati. Ieri me la sarei sbattuta senza pensarci due volte. Oggi? Oggi guardo il suo culo perfetto e penso solo a quanto dettagliatamente Rosy le abbia disegnato la bocca piena di sborra.

Mi stacco dal banco di Marco e taglio la classe a grandi passi. L'aria intorno al banco di Rosy sembra farsi improvvisamente densa.

Mi siedo di sbieco sul suo banco, invadendo brutalmente il suo spazio vitale. Lei sussulta, stringendo il tablet al petto come se potesse proteggerla.

«A-allora...» esordisce, la voce che le trema mentre si spinge gli occhiali invisibili sul naso, le guance già imporporate. «Il file di testo è quasi in gold phase. Ho strutturato i paragrafi come se fosse la lore di un RPG, così la lettura è più immersiva. S-se mi dai l'ok, lo metto in canon e...»

«Non me ne frega un cazzo della lore, Rosy,» la interrompo, abbassando la voce in un sussurro rauco che solo lei può sentire.

Mi sporgo in avanti. Il suo respiro si blocca. Posso sentire il profumo di bagnoschiuma alla vaniglia mescolato a quell'odore di pelle pulita che ieri le ho assaggiato sul collo. Sotto la felpa, vedo il suo petto alzarsi e abbassarsi troppo in fretta.

«Io e te abbiamo un appuntamento per il progetto oggi pomeriggio, giusto?» le chiedo, sfoderando un sorriso obliquo e carico di promesse. «Alla solita ora?»

«S-sì...» squittisce lei, deglutendo a fatica. Le sue iridi tremano, divise tra la voglia di scappare e l'incapacità di distogliere lo sguardo dalle mie labbra. «C-cioè, ho disdetto la co-op online con il mio party, quindi ho tutto il pomeriggio libero per... per il progetto.»

«Mh. Il progetto.» Faccio scivolare la mano sulla superficie del banco, fino a sfiorare con le nocche il dorso della sua mano che stringe il tablet. Al mio tocco, un brivido violentissimo le scuote le spalle. «Elena ha proprio un bel culo oggi, non trovi?»

Rosy sbarra gli occhi. Diventa paonazza, fino alla radice dei capelli castani.

«I-io... non... non lo so...» balbetta, la voce incrinata dal panico.

«Oh, non fare la finta tonta con me,» ringhio dolcemente, chinandomi ancora di più, finché le mie labbra non sono a un millimetro dal suo orecchio. Sento il calore della sua guancia contro la mia. «Lo sai benissimo com'è fatta Elena. E so benissimo quanto ti piace disegnarla. Ma sai una cosa? Ieri sera, a casa mia, ho riletto con molta attenzione quel tuo... doujinshi su di me.»

Lei emette un verso strozzato, un gemito così sottile che viene coperto dalle urla dei nostri compagni in classe. Le sue ginocchia si stringono l'una contro l'altra sotto il banco.

«C'è una tavola, a pagina tre,» le sussurro, sfiorandole il lobo con la punta della lingua, facendola sussultare di nuovo. «Quella in cui mi supplichi di non smettere mentre ti piego in due sulla scrivania. È un canon molto interessante, Rosy.»

«M-Matt... t-ti prego... qualcuno potrebbe sentire...» piagnucola, ma non si ritrae di un fottuto millimetro. Anzi, ha gli occhi lucidi e la bocca socchiusa, umida. È eccitata da morire, proprio qui, nel mezzo della classe.

«Oggi pomeriggio voglio vedere le nuove bozze,» le ordino, il tono duro, perentorio, che non ammette repliche. La guardo dritta negli occhi, spogliandola con lo sguardo. «E preparati. Perché ho intenzione di assicurarmi che l'anatomia della protagonista sia perfettamente accurata. Se non ti fai trovare pronta ad assecondare il mio script, giuro su Dio che giro quel file sul gruppo WhatsApp della classe.»

Mi alzo dal banco con calma, lasciandola lì, ansimante e paralizzata, con le mani che le tremano e il respiro spezzato.

«Ci vediamo alle tre, waifu,» dico a voce normale, facendole un cenno distratto prima di tornare dai miei amici.

Non ho bisogno di voltarmi per sapere che per le restanti tre ore di lezione non capirà una singola parola di quello che diranno i professori. Starà solo pensando a cosa le farò. E io pure.

Le ultime due ore della giornata sono una fottuta tortura. Educazione fisica.

Mentre io e i ragazzi ci gingilliamo senza troppa voglia intorno al tavolo da ping-pong, le ragazze occupano il campo da pallavolo. E io, per quanto ci provi, non riesco a tenere gli occhi sulla pallina.

Ogni volta che sento il tonfo sordo delle mani che colpiscono il cuoio, il mio sguardo schizza verso la rete. Verso lei.

Quando gioca a pallavolo, Rosy è un'altra persona. La nerd sfigata e curva su se stessa scompare, inghiottita da una fisicità che ti incolla gli occhi addosso. Indossa un paio di pantaloncini neri in spandex cortissimi, che le fasciano i fianchi e le natiche rotonde come una seconda pelle lucida. Ogni volta che si piega sulle ginocchia in posizione di ricezione, il tessuto si tende, mettendo in mostra la linea perfetta e snella delle sue cosce pallide.

Sopra indossa un top sportivo aderente che le schiaccia leggermente il petto, ma non abbastanza da nascondere la morbidezza del suo seno. Quando salta a rete per schiacciare, il suo corpo si inarca all'indietro in una curva flessuosa ed elegantissima; il top si solleva di un paio di centimetri, scoprendo l'addome piatto e tonico imperlato di sudore. Poi colpisce la palla con una forza inaspettata, e atterra morbida sulle punte. I seni sussultano visibilmente contro la stoffa, e io sento la gola seccarsi.

Cristo. Ha i capelli castani legati in una coda alta che le sferza il collo sudato, le guance arrossate per lo sforzo, e le labbra socchiuse per cercare aria. È di una sensualità cruda, animale. E sapere che dentro quella testolina da bambola si nasconde una perversione così oscura, sapere che mente schiaccia la palla pensa a me che le afferro i fianchi e la sfondo su una scrivania... rende lo spettacolo mille volte più eccitante. Sento il sangue pulsare pesante nei pantaloni della tuta, un calore fastidioso e insistente.

Tra un set e l'altro, rotola fuori dal campo per bere. Passa a un metro dal nostro tavolo da ping-pong, asciugandosi la fronte con l'avambraccio.

Appena incrocia il mio sguardo, la tigre del campo svanisce e torna la disadattata di sempre. Si blocca, stringendo la borraccia termica al petto.

«U-uff... ho letteralmente esaurito la barra della stamina...» balbetta, soffiando su una ciocca di capelli che le è sfuggita dalla coda. «C-cioè, l'allenamento di oggi era hardcore. Mi sento come se avessi fatto grinding per sei ore in un dungeondi livello alto senza pozioni di recupero...»

Stringo la racchetta da ping-pong fino a farmi sbiancare le nocche. Dio, è insopportabile. E fottutamente eccitante.

«Vedi di recuperare i tuoi HP per oggi pomeriggio, Rosy,» ringhio a mezza voce, sporgendomi verso di lei in modo che nessuno ci senta. Faccio scivolare lo sguardo sul suo petto sudato, leccandomi il labbro inferiore. «Perché se pensi di essere stanca ora, non hai idea di cosa ti aspetta nel mio dungeon.»

Lei sgrana gli occhi. La borraccia le trema tra le mani, e il respiro le si incastra in gola in un verso acuto e strozzato. Senza dire una parola, fa dietrofront e scappa verso la panchina, con le gambe molli.

Sorrido, sadico. Ma proprio in quel momento, Marco schiaccia la pallina da ping-pong sul mio lato del tavolo. Non accenno nemmeno a prenderla. Punto perso. Partita persa.

«Sei un rincoglionito oggi, Matt!» sghignazza lui.

«Devo prendere aria,» taglio corto, buttando la racchetta sul tavolo.

Il mio vero obiettivo in quelle due ore, la ragazza che dovrei puntare secondo ogni logica sana, non è in campo. Esco dalla porta laterale della palestra, quella che dà sul retro del cortile, vicino alle scale antincendio.

Eccola lì. Elena.

Se ne sta appoggiata al muro di mattoni grezzi, al riparo da sguardi indiscreti, a fumare con una delle sue amiche idiote. Non si è nemmeno cambiata per ginnastica. Indossa gli stessi jeans stretti da far male di stamattina e il solito top bianco cortissimo.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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