Capitolo 1 - lo stupro della otaku sfigata
la reazione di Matt, il protagonista, alla collezione di fumetti di Rosy che lo ritraggono come protagonista
Quando il prof ha letto le coppie per il progetto finale di quinta, ho dovuto serrare la mascella per non sbattere la testa sul banco.
Rosy. Davvero? Tra tutte le ragazze della classe, doveva capitarmi proprio lei. L'otaku sfigata, la tipa troppo strana persino per i nerd del nostro anno, quella che passa le ricreazioni a scarabocchiare chissà quali paranoie sul tablet, rintanata nell'ultima fila con le cuffie perennemente nelle orecchie. Fino a un paio di mesi fa, se mi avessero chiesto di descriverla, avrei saputo dire solo: "quella con le felpe informi di tre taglie più grandi". Un fantasma. Niente di che.
Poi, però, qualcosa è cambiato. È entrata nella squadra di pallavolo della scuola, ha compiuto sedici anni e quelle fottute felpe oversize sono sparite, sostituite da top attillati e leggings che non lasciano nulla all'immaginazione. Ha tirato fuori un potenziale che nessuno aveva previsto.
Il vero problema? La trovo fottutamente eccitante. E la cosa mi fa incazzare a morte, perché continua a essere la ragazza più stramba dell'istituto.
Mentre si avvicina al mio banco per mettersi d'accordo, mi ritrovo a fissarla sfacciatamente, diviso tra il fastidio e un calore improvviso che mi si irradia nello stomaco. Ha una bellezza molto delicata, ma allo stesso tempo estremamente magnetica. È il tipo di fisicità che ti colpisce non per ostentazione, ma per un'armonia e una sensualità così cruda e naturale da irritare.
Il suo viso è morbido, leggermente ovale, con lineamenti così dolci da ricordare quasi quelli di una bambola. La pelle è chiara, liscia e uniforme, con una luminosità naturale che mi fa venire una voglia irrazionale – e stupidissima – di passarci sopra il pollice per vedere se è davvero così liscia come sembra. Gli zigomi sono appena accennati ma eleganti, creando una struttura raffinata senza risultare minimamente spigolosi.
Ma sono gli occhi a fregarmi. Grandi, rotondi e fottutamente espressivi. Mentre mi guarda, visibilmente a disagio all'idea di dovermi parlare, il suo sguardo mescola un'innocenza disarmante a una curiosità che mi fa impazzire. Sotto quelle ciglia lunghe e leggere, le iridi chiare – un nocciola luminoso che tende al verde – brillano in un modo che rende il suo viso non solo dolce, ma profondamente, inconsapevolmente seducente. È uno sguardo timido, quasi sfuggente. Mi fa venire voglia di afferrarle il mento solo per costringerla a guardarmi, per cancellare quell'aria da cerbiatto spaventato.
Le sopracciglia sono sottili, naturali e leggermente arcuate. E poi ci sono le labbra. Cristo, le labbra. Piene ma non eccessive, con il labbro inferiore leggermente più carnoso del superiore. Hanno una forma morbida e sensuale. Anche adesso, mentre aspetta che io dica qualcosa, le tiene leggermente socchiuse. Le danno un'aria pensierosa o forse timidamente provocante, un dettaglio che stride in modo assurdo con la sua aura da disadattata.
I capelli castano scuro, lisci e morbidissimi, le arrivano più o meno alle spalle. Le ciocche cadono in modo naturale intorno al viso, incorniciandole i lineamenti in un taglio medio che le dona un aspetto giovane e spontaneo. Un disordine affascinante in cui, contro ogni mia logica, vorrei infilare le mani.
Oggi indossa una maglia aderente per l'allenamento pomeridiano. Il collo è sottile e slanciato, collegato a spalle piccole e delicatamente femminili. La parte superiore del suo corpo ha una struttura minuta, ma di un'armonia perfetta. È snella, longilinea. Il busto è ben proporzionato e il tessuto teso della maglia asseconda un seno di dimensioni naturali che segue la linea del torace in modo morbido.
La vita stretta e ben definita crea una curva elegante che scende verso i fianchi, rivelando un addome piatto e tonico con una linea centrale molto delicata. I fianchi sono morbidi ma non larghi, proporzionati alla vita, incorniciati da gambe lunghe e slanciate che le donano un'eleganza innaturale per una che se ne sta sempre per i fatti suoi. Le sue braccia sono sottili, le mani piccole con dita affusolate che ora stringono nervosamente il bordo del suo stupido quaderno degli schizzi.
La sua sensualità non è aggressiva. È strisciante. È una bellezza che ti cattura lentamente, fatta di linee morbide e di un equilibrio letale tra innocenza e fascino, ed è esattamente questo a infastidirmi così tanto. Come fa una così strana a essere così dannatamente desiderabile?
«Allora,» mormora lei, la voce un po' incerta, passandosi la lingua sul labbro inferiore e distogliendo subito lo sguardo. «Per il progetto...»
Emetto un sospiro pesante, appoggiandomi allo schienale della sedia. «Sì,» rispondo, la voce più dura di quanto vorrei, la gola improvvisamente secca. «Il progetto. Sarà una lunga settimana. Siediti e vediamo di sbrigarci.»
Rosy si siede di fronte a me, stringendo il suo fottuto quaderno degli schizzi al petto come se fosse uno scudo termico.
«C-cioè...» esordisce, sistemandosi gli occhiali invisibili che non porta, un tic nervoso che le ho visto fare mille volte quando è in ansia. «Ho pensato che per la ricerca potremmo usare il metodo di studio a blocchi. L'ho visto in un anime slice-of-life la settimana scorsa e pare che aumenti la produttività del duecento percento... s-se a te va bene, ovviamente. Altrimenti ho già impostato un server Discord privato solo per noi due, con i canali divisi per argomenti, così possiamo scambiarci i file senza...»
Giuro, mi voglio già sparare.
La fisso, le palpebre a mezz'asta. È insopportabile. Parla a raffica, mangiandosi le parole, con quel tono acuto da ragazzina esaltata. Eppure, mentre blatera di server e percentuali inutili, non riesco a smettere di guardare come le sue labbra piene si muovono, umide e socchiuse. C'è una minuscola goccia di sudore che le scivola lungo il collo sottile, sparendo proprio lì, nella scollatura della maglia aderente, dove il seno si alza e si abbassa per il respiro affannoso. Ingoio a vuoto, odiandomi per il modo in cui il mio corpo sta reagendo a una sfigata simile.
«Senti,» la interrompo, la voce più roca del dovuto, passandomi una mano tra i capelli. «Non me ne frega un cazzo del server Discord e dei tuoi anime. Dobbiamo solo finire questa roba in fretta. Vediamoci oggi pomeriggio e iniziamo la prima parte. Facciamo da te.»
Lei sgrana gli occhi. Quelle iridi nocciola sembrano sul punto di esplodere di panico. «D-da me? O-oggi pomeriggio? Ma... la mia stanza è un po'... disordinata. Ci sono i miei gunpla da montare e le light novel in giro, e poi non ho avvisato mia madre che...»
«Oggi pomeriggio, Rosy. Non farla tanto lunga. Manda la posizione.»
«O-okay,» squittisce lei, abbassando di scatto lo sguardo, le guance che le vanno improvvisamente a fuoco.
Si alza e si allontana a passi svelti verso il suo banco, quasi inciampando nei suoi stessi piedi. Scuoto la testa, esasperato, affondando il viso tra le mani. Ma perché diavolo non potevano mettermi con Elena?
Sposto lo sguardo dall'altra parte dell'aula. Elena è appoggiata mollemente alla cattedra, piegata in avanti a ridere con le sue amiche. Indossa un paio di jeans stretti da far male, un tessuto che sembra dipinto a fascio su un culone tondo, sfacciato e perfetto, fatto apposta per essere afferrato e riempito di lividi. Il top bianco che ha addosso è uno scherzo per la decenza: la stoffa sottile è tesa al massimo e si intravedono chiaramente i contorni rigidi e appuntiti dei capezzoli, resi ancora più sporgenti da quei fottuti piercing che so per certo che ha.
Che puttanone, penso, sentendo un calore familiare e grezzo concentrarsi tutto in mezzo alle gambe, prepotente e viscerale. Quanto vorrei scoparmi quel culo. La sbatterei contro quella cattedra senza troppi complimenti. Zero chiacchiere, zero ansie, zero anime di merda. Solo sesso sporco, sudore e spinte violente.
E invece no. Invece oggi pomeriggio mi tocca andare a rinchiudermi nella tana di una nerd sfigata che morirà vergine, sperando solo di non impazzire prima di aver finito l'indice del progetto.
Alle tre in punto suono al campanello di casa sua. L'obiettivo è semplice: iniziare la prima parte, finire e togliermi dalle palle il prima possibile.
Quando mi apre, mi fa strada lungo il corridoio borbottando qualcosa a testa bassa. Appena varco la soglia della sua stanza, vengo investito da un'ondata di pura follia otaku. Le pareti sono letteralmente tappezzate di poster di anime dai colori fluo, mensole piegate sotto il peso di manga e action figure inscatolate in modo maniacale. È esattamente il tipo di rifugio alienante che mi aspettavo da lei.
Lei è già in piedi davanti alla scrivania, in preda a un fervore agitato che la fa sembrare un animale in gabbia. Appena entro, scatta in avanti, le dita che volano frenetiche sulla tastiera del PC per chiudere a raffica due o tre finestre aperte sul monitor.
«E-ecco! Fatto! Scusa il disordine!» squittisce, il respiro corto e le guance paonazze. «I-io stavo solo... facendo un backup dei miei file di Genshin Impact. Sai com'è, il server fa le bizze e non si è mai troppo prudenti con i drop rari!»
Alzo gli occhi al cielo, buttando lo zaino sul pavimento. Certo, i drop. Più probabile che stesse nascondendo qualche strano hentai con i tentacoli.
«Senti, mettiamoci a lavorare,» taglio corto. «Tu fai le grafiche sul tuo tablet, io scrivo la parte di presentazione. E dato che il tuo letto è occupato da un esercito di peluche, io mi metto al computer. Ti dispiace?»
«N-no! Assolutamente! Cioè, fai pure... considerala la tua safe zone temporanea...» sussurra, incassando la testa tra le spalle prima di rintanarsi sulla sedia a dondolo nell'angolo, stringendo al petto la sua tavoletta grafica.
Mi siedo alla sua postazione e apro un documento di testo. Ma concentrarmi è letteralmente impossibile. Ogni volta che mi volto verso di lei per chiederle come cazzo voglia impaginare le slide, l'occhio mi cade sul suo abbigliamento da casa. E, cristo, è un fottuto tormento.
Se a scuola è riuscita a stupirmi con l'abbigliamento sportivo, qui è passata a un livello di sensualità casalinga, morbida e involontaria, che mi fa friggere il cervello. Indossa un paio di pantaloncini della tuta neri, di quelli vecchi, tagliati a vivo e talmente corti da lasciar scoperte per intero le sue gambe lunghe e lisce. La stoffa le fascia i fianchi morbidi, salendo leggermente sulle cosce. Sopra, porta una canottiera bianca a costine, visibilmente slargata. Le cade storta sulle spalle, scivolando da un lato e lasciando completamente nudo il collo sottile e la linea delicata della clavicola.
Ma la cosa che mi sta mandando fuori di testa è che, sotto quel cotone sottile, non ha il reggiseno.
Ogni volta che si china in avanti per tracciare una linea sullo schermo del tablet, lo scollo morbido cede in avanti. Mi regala la vista sfacciata della curva interna del suo seno, pallido e pieno, mentre l'ombra del capezzolo turgido sfrega contro il tessuto a ogni suo minimo movimento.
È così fottutamente sexy. Quel corpicino minuto e perfetto contrasta in modo assurdo con le stronzate che le escono dalla bocca.
«I-io pensavo di usare un layout asimmetrico, con una palette pastello,» mormora improvvisamente, mordicchiandosi il tappo in gomma della penna digitale. Un gesto così ingenuamente provocante da farmi serrare la mascella. «Dà un effetto molto kawaii, ma mantiene un vibe professionale! Come nell'estetica dei mecha di fine anni novanta, capisci? Aiuta a mantenere l'attenzione dell'utente e smorza la tensione!»
«Usa i colori che ti pare, Rosy, basta che si legga,» ringhio a mezza voce, spostando a fatica lo sguardo dalle sue labbra umide strette attorno alla penna. Porca puttana, se lo saprebbe usare bene in altri contesti. Sento i jeans stringere fastidiosamente all'altezza dell'inguine. L'idea di alzarmi, strapparle di mano quella stupida penna e spingerla contro il muro tra i suoi poster del cazzo si sta facendo pericolosamente vivida.
All'improvviso, lei balza in piedi, stringendo le cosce l'una contro l'altra. «V-vado un attimo in bagno!» annuncia, la voce di un'ottava più alta del normale. «Devo... rinfrescarmi. Mi raccomando, non aprire i file minimizzati e non toccare la cartella 'Bozze_Anatomia', è roba... privata! Sono subito back!»
Subito back. Rabbrividisco per il cringe, ma non appena la porta della stanza si chiude alle sue spalle e sento scattare la serratura del bagno in corridoio, il mio istinto primordiale prende il sopravvento.
Guardo il monitor. Le sue parole mi ronzano nella testa come un invito esplicito.
Non ci penso mezzo secondo. Riduco a icona il nostro noiosissimo progetto, spinto da una curiosità morbosa. Volevo solo capire che cazzo di porno strano guardasse per doversi giustificare in quel modo pietoso.
Faccio doppio clic sulla cartella nominata Bozze_Anatomia. Mi aspettavo di trovare studi noiosi su muscoli e proporzioni, o al massimo qualche mostro con i tentacoli. Invece, il primo file che si apre a tutto schermo mi fa letteralmente mancare l'aria.
È un'illustrazione digitale a colori, iper-dettagliata. E la protagonista è Elena.
Le mie dita si congelano sul mouse. È lei, nuda, ritratta esattamente con quel top bianco e quei jeans stretti buttati in un angolo. È in ginocchio, la testa piegata all'indietro e le labbra carnose spalancate, serrate attorno a un cazzo enorme, venoso e pulsante. Il livello di dettaglio è spaventoso: Rosy ha disegnato perfino il riflesso della saliva che le cola dall'angolo della bocca e le gocce di sperma che le macchiano il mento e il collo. I suoi seni pesanti sono schiacciati contro le cosce dell'uomo misterioso, e quei fottuti capezzoli col piercing, che stavo guardando sbavando solo un paio d'ore fa, sono turgidi e arrossati.
Sento una fitta all'inguine così violenta da farmi quasi male. L'erezione mi esplode nei pantaloni in una frazione di secondo, dura come la pietra. Cristo. Questa sfigata sa disegnare il sesso in un modo che ti entra dritto nelle vene.
Con il cuore che mi rimbomba nelle orecchie e il fiato corto, inizio a scorrere le altre immagini. È un fottuto delirio. Trovo mezza classe lì dentro. C'è Marco, il rappresentante d'istituto, ritratto mentre viene cavalcato sulle scale antincendio; ci sono le amiche di Elena in pose lesbo contorte e sudate. Tutto ritratto con una precisione anatomica che ha del malato.
Poi, l'occhio mi cade su una sottocartella rinominata semplicemente Main_Story_Draft. Clicco. E il sangue mi si gela nelle vene, per poi tornare a scorrere a una velocità insensata.
Sono io.
Non è un semplice schizzo. È un vero e proprio fumetto impaginato, tavola dopo tavola. Il protagonista maschile ha la mia faccia, i miei capelli, il mio stesso fottuto neo sul collo. Mi vedo ritratto in bianco e nero, con quel tratto tipico dei manga maturi, mentre spingo in modo brutale dentro una ragazza senza volto, piegata a novanta gradi su una scrivania che somiglia maledettamente a quella dell'aula di chimica.
Mi tremano le mani mentre scorro verso il basso. I disegni sono fottutamente spinti. Mi vedo mentre le afferro i fianchi, i muscoli della mia schiena tesi nello sforzo, il mio cazzo disegnato in ogni singolo dettaglio mentre scivola dentro di lei, bagnato e prepotente. Le linee cinetiche, le gocce di sudore, i gemiti scritti nei baloon... è roba da far impallidire i peggiori siti porno.
Ma la vera follia è la trama. Leggo i dialoghi, i pensieri del "mio" personaggio. Scopavo le altre, le distruggevo contro i muri dei bagni, ma nei pensieri del mio alter-ego c'era sempre e solo lei. Rosy. Il "me" di carta era ossessionato dalla nerd con gli occhiali invisibili, descritta come una dea intoccabile. Usavo le altre solo per sfogare la frustrazione di non poterla avere, sbattendole senza pietà mentre mormoravo il suo nome.
Rabbrividisco. Una cosa così strana e perversa non l'avevo mai vista in vita mia. Sono l'oggetto delle fantasie malate di questa ragazzina stramba. È una violazione fottuta della mia privacy, un'invasione del mio corpo messa nero su bianco. Dovrei essere furioso. Dovrei spaccarle il computer in testa e andarmene.
Ma il mio corpo se ne sbatte della logica. Il mio cazzo pulsa furiosamente, madido di liquido pre-seminale. È riuscita a farmi arrabbiare a un livello estremo e, allo stesso tempo, a eccitarmi in un modo sporco, viscerale e incontrollabile.
Non riesco a respirare. È come se la stanza si fosse ristretta, le pareti tappezzate di anime che mi si schiacciano addosso, l'aria pesante e invischiata del segreto appena violato. Il mio cazzo è un pugno di ferro, un chiodo rovente che batte contro la zip dei miei pantaloni. Vorrei sfogarmi. Vorrei aprirlo e segarmi finché non mi esplodesse in mano, riversando su questo tappeto sporco tutto il fottuto veleno che mi sta travolgendo. La visione del mio corpo, disegnato con tanta ossessione, mi ha scatenato qualcosa di primordiale.
Ma no. L'impulso di piacere è velato da una rabbia più fitta, più nera. Furia. È una furia fredda e lucida, diversa da tutto ciò che ho provato prima. Non è la rabbia cieca per un'intercettazione sbagliata a calcetto. Questa è la violazione di una persona. Una violazione fatta con pennelli digitali e pixel, con una precisione chirurgica che fa male più di un pugno.
Non appena la porta si apre, è come se mi avessero lanciato addosso un secchio di liquido bollente. Lei rientra, con le gote ancora arrossate, un sorriso ebete stampato sul viso. «Allora, tutto a posto? Ho avuto una... una flush epica, sai quando la mappa si ricarica tutta d'un colpo? S-senti, ho pensato che potremmo...»
Non sento altro. Le sue parole sono un ronzio fastidioso, una mosca che ronza nella mia testa, contro lo sfondo rimbombante della mia rabbia. La vedo avanzare verso la scrivania, ignara, e un istinto primordiale mi prende. Mi muovo.
In un baleno sono in piedi, le mie ombre che si allungono e la inghiottono. Le mie mani la afferrano. Non è un gesto calcolato, è puro istinto. Le mie dita si stringono intorno al suo collo, la pelle morbida e sorprendentemente calda contro il palmo della mia mano. Non voglio ucciderla. Voglio farla tacere. Voglio che smetta di esistere in questo universo parallelo dove mi disegna nudo, dove mi manipola, dove mi fa diventare il suo fottuto giocattolo.
«Ma-Matt... cosa fai... non riesco...» sibila, gli occhi sbarrati che mi fissano nello specchietto del suo open shelf, pieno di action figure. La sua faccia diventa viola.
«Taci,» ringhio nell'orecchio, il fiato caldo contro la pelle gelata dal terrore. «Non mi hai chiesto il permesso di usare la mia faccia. Di disegnarmi nudo. Di usare la mia anima per i tuoi sogni da troia solitaria.»
La spingo in avanti, il suo petto che sbatte rumorosamente contro la tastiera, che emette un suono di tasti premuti a caso. Un urlo strozzato le esce dalla gola. Il monitor si illumina, tornando sulla pagina che stavo guardando prima. Io, lei, una scrivania, una violenza disegnata. Lei vede. I suoi occhi si spalancano ancora di più, se possibile.
«Che cazzo... è sta roba?» domando, la voce un sibilo carico di veleno. La mia mano stringe ancora, la sua pelle che imbianca sotto le mie dita. «Questo sono io? Questa sei tu?»
Lei prova a parlare, ma solo suoni incomprensibili le escono dalla bocca. È come un pesce fuor d'acqua. Un pensiero fugace, quasi perverso, mi colpisce: è esattamente come l'aveva disegnata, ma con gli occhi pieni di terrore vero, non eccitazione.
«Non ne sei capace, eh?» la provoco. «Sei brava solo a farlo col tuo tablet, a fare la stronza nascosta dietro a uno schermo.»
lascio la presa per un istante. Un po' d'aria entra nei suoi polmoni, un respiro affannoso che sa di panico e di lacrime. «G-guarda... è solo... un progetto... un esercizio di stile... è un... un storyboard per un... un doujinshi...»
Le sue parole sono un insulto. Un esercizio di stile. Mi sta prendendo in giro. La rabbia mi assale di nuovo, più violenta di prima. Le afferro i capelli, una ciocca di quella chioma scura, e la tiro indietro, con violenza. La sua testa si piega all'indietro, il collo teso e scoperto.
«Un doujinshi?» ribatto. «Un doujinshi dove ti faccio venire su una scrivania? Dove ti dico che sei la mia puttana? Questo è il tuo esercizio di stile, troia?»
«N-no... io...» sussurra, le lacrime che ora scorrono liberamente sulle sue guance. «Non volevo...»
«Non volevi cosa?» la incalzo. «Non volevo farti scoprire? Non volevo che trovassi i tuoi segreti sporchi? I tuoi pensieri da vera e propria troia?»
Lei trema da capo a piedi. La sua canottiera è tutta arricciata, scoprendo la pelle liscia della schiena.
La risata che mi esce dalla gola è un suono rauco, estraneo. Un suido che non mi appartiene, ma che sento vibrare nel petto, alimentato dalla pura, liquida agonia che le trasfigura il viso. La lascio lì, barcollante, appoggiata alla scrivania, mentre estraggo il mio telefono.
«Senti questa, Rosy. Domani mattina. Ore otto. Su questo telefono, mando un'email. Con in allegato una bella cartella zip. Destinatari? Tutta la fottuta classe. Il prof di chimica. I genitori di Marco. La preside. Ogni indirizzo che trovo nell'agenda della scuola. Pensi che a loro piacerà la tua arte? Pensi che a Elena piacerà vedersi sbocchinare qualcuno in un dettaglio quasi iperrealistico?»
Lei si irrigidisce, un sussulto che le scuote l'intero corpo minuto. La sua bocca si apre e si chiude senza un suono, un pesce agonizzante. Poi, il silenzio si rompe. Non è un urlo, è un guaito basso, straziante. Si lascia scivolare a terra, le ginocchia che sbattono dolorosamente sul parquet.
«N-no! P-per favore! Matt! No!» singhiozza, le mani aggrappate al bordo dei miei pantaloni. Il contatto è umido, terribile. «Non puoi! I-mi rovineresti! M-mamma... mi farebbe uccidere! Non uscirei più di casa! S-saresti un mostro!»
«Io sono un mostro?» le sbatto in faccia il telefono, quasi sfiorandole il naso. «Tu mi hai rapito. Mi hai portato nel tuo mondo schifoso e mi hai fatto diventare il tuo burattino sessuale. Io ti sto solo dando quello che vuoi. Reality show, no? Questa è la scena finale del tuo doujinshi di merda.»
«N-no è per questo!» piange, il viso sollevato verso di me, un'immagine di pura supplica. «S-sei solo tu che non capisci! È solo... solo un modo per... per sfogarmi! Non lo mostrerei mai a nessuno! Mai! Ti giuro!»
«Menti,» sibilo. «Adesso vedremo quanto sei disposta a fare per mantenere i tuoi segreti.»
La mia rabbia è un fiume in piena, mi travolge e mi guida. La afferro di nuovo, questa volta non per i capelli, ma per i fianchi sottili, sollevandola da terra come se non pesasse nulla. Un passo. Due. La sbatto contro il suo letto, un cumulo di cuscini e peluche viola che cedono con un fiato spettrale. Rimbalza, attonita, mentre io mi getto sopra di lei, il mio corpo che la blocca, la schiaccia sotto il mio peso. È così piccola. Ossa piccole, pelle sottile. Sento il cuore martellante nella sua cassa toracica, un tamburo frenetico contro il mio petto.
«Dai, piccola troia,» le sibilo all'orecchio, la voce carica di una minaccia viscosa. «Non dirò niente a nessuno se ti lasci fare quella merda che hai disegnato. Se mi lasci diventare il tuo personaggio. Se mi lasci vivere le tue perversioni.»
Lei non risponde. Si limita a chiudere gli occhi, una singola lacrima che le scende lungo la tempia. Accenna un sì, un gesto quasi impercettibile della testa, un movimento flebile, sconfitto. Una smorfia di dolore e di paura le contorce le labbra. E basta. È tutto ciò che mi serve.
La presa mi sembra quasi gentile, ma è una violenza. Afferro l'orlo della sua canottiera, quella stoffa sottile che mi ha torturato per tutto il pomeriggio. Con un movimento brusco, la strappo. Il suono del tessuto che si lacera è secco, netto. Si apre come un fiore di carta, rivelando la pelle pallida del suo ventre, le sue costole delicate, e infine, i suoi seni.
Sono perfetti. Più belli di come li aveva disegnati. Pallidi, quasi luminosi al chiarore tenue della stanza, con dei capezzoli di un rosa tenue, già duri e tesi per il freddo e la paura. Non c'è ombra di piercing, nessun artificio. Solo lei, nuda, vulnerabile. Un'offerta. La vista mi colpisce come un pugno nello stomaco, un'ondata di testosterone che mi annebbia la vista. E mi lancio su di loro.
Mi chino e mi abbuffo. La mia bocca si chiude su un seno, la lingua che lecca l'areola con violenza, mentre la mia mano si stringe sull'altro, le dita che pizzicano il capezzolo con una forza che le fa urlare. Un urlo strozzato, soffocato. Le sue mani si appoggiano al mio petto, cercando di spingermi via, ma la sua forza è nulla contro la mia. Sono un masso contro una piuma.
«M-matt... f-fermati... per favore...» sussurra, la voce rotta dal pianto.
«Taci,» rispondo, la bocca ancora piena del suo sapore. «Questa è la tua scena preferita, no? Essere presa di forza? Essere usata? Stai solo realizzando il tuo sogno.»
Continuo a succhiare, a mordicchiare, a stringere. Le sue labbra si gonfiano, diventano rosse, quasi viola. La sento tremare sotto di me, il suo corpo che reagisce al mio, un misto di terrore e, forse, di un'altra cosa. Non me lo chiedo. Non mi interessa. Voglio solo prenderla, violentarla, dominarla.
La mia mano libera scende lungo il suo corpo, la pelle liscia e calda sotto le mie dita. Scivola sul suo ventre, le sue cosce, e poi si ferma sui suoi pantaloncini. Li afferro e, con un movimento secco, li strappo via. La stoffa cede, il suono del tessuto che si lacera che si mescola al suo singhio. E lì, sotto i miei occhi, si presenta lei. Nuda. Intatta. Vulnerabile.
Le sue labbra sono già gonfie, umide. Un'eco di desiderio che non vuole ammettere. La mia mano la tocca, le dita che la separano, che esplorano la sua calore.
Il mio corpo si muove senza che io debba pensarci, guidato da un istinto primordiale che non ho mai conosciuto. La mia mano scende, le dita che si tuffano nel caldo bagnato tra le sue cosce. È liscissima. Totalmente priva di peli. La scoperta è uno shock elettrico che mi fa contrarre i muscoli. Questa sfigata apparentemente pudica e impacciata si depila completamente. Si prepara. Si voleva trovare pronta.
Questo pensiero è benzina sul fuoco della mia rabbia. La masturbo in modo feroce, brutale. Non la accarezzo, la possiedo. Due dita si affondano dentro di lei senza preavviso, una violenza secca che la fa inarcare tutta, un urlo che le si spezza in gola. Il suo corpo reagisce, le pareti della sua fica si stringono, un tremito involontario che attraversa le sue gambe. È umida. Fottutamente bagnata.
«Ahi! P-piano! mi Stai... stai facendo male!» singhiozza, ma il suo volto dice un'altra cosa.
Non guarda più il soffitto. I suoi occhi sono aperti, spalancati, ma non più pieni di paura. Sono velati, lucidi. Estasiati. La bocca, da cui escono le proteste, è socchiusa, un respiro affannoso e sordo che non è più dolore. È lo stesso fottuto viso dei suoi disegni. La ragazza che sbocchina, la donna presa con forza sul tavolo della chimica. Lei lo sa. Sa che questo è quello che voleva. Il suo volto è una maschera di contradizzione: la fronte aggrottata per il fastidio, ma le guance rosse per l'eccitazione, un lampo perverso nei suoi occhi nocciola che fissa il vuoto.
Mi infurio ancora di più. La vedo godere, e la cosa mi fa ribollire il sangue. Stringo la sua tetta ancora più forte, il mio pollice che le preme il capezzolo, quasi a volerglielo conficcare sotto la pelle. La mia lingua continua a tormentare l'altro, leccandolo, mordendolo, sentendo il suo sapore salato e il calore che sale dalla sua pelle.
«Sembri proprio un personaggio del tuo stupido fumetto,» sibilo, il mio respiro affannato. «Una troia che gode mentre viene usata. Non è così che hai sempre sognato di essere?»
«N-no... s-stai... ahi! M-matt!» sussurra, ma la sua voce è debole, senza convinzione. Le sue anche iniziano a muoversi, un'oscillazione minima, quasi impercettibile, che segna il ritmo della mia mano. Si abbandona. Si lascia andare.
Intensifico la violenza. Le mie dita la scopano più a fondo, più forte. Il pollice le massaggia il clitoride con movimenti rapidi e circolari, un massaggio crudele che la fa gemere. Le sue dita si aggrappano al lenzuolo, la pelle tesa sulle nocche. Si sente solo il suono dei miei respiro, dei suoi singhiozzi e del rumore bagnato delle mie dita dentro di lei. È pornografico. È intenso.
«Ti piace, eh? Ti piace quando ti tratto come una cagna?» la provoco, la voce carica di disprezzo e di desiderio. «Ami il modo in cui ti sto aprendo, che ti sto riempiendo?»
Lei non risponde. Chiude gli occhi, la testa che si getta all'indietro, la bocca aperta in un gemito silenzioso. Il suo corpo trema, un'ondata di piacere che la travolge, la fa urlare. Un orgasmo violento, brutale, che la scuote dall'interno. Le sue gambe si stringono intorno alla mia mano, le sue pareti vaginali che si contraggono con forza. Sento il suo succo che inonda le mie dita, un'ondata di calore e di bagnato che mi fa impazzire.
E non mi fermo. Continuo, ancora e ancora, finché il suo corpo non smette di tremare. Solo allora mi fermo, le mie dita che escono lentamente da lei, bagnate del suo succo. La guardo, distesa sul letto, il viso arrossato, il corpo coperto di sudore e di segni del mio passaggio. È un cumulo di carne umana, un'immagine di totale sottomissione.
«Rosy! Tesoro, sono a casa! Ho preso il sushi, ti va?»
La voce della sua mamma, dal fondo del corridoio, è un secchio di ghiaccio sulla mia libido bollente. Ogni muscolo del mio corpo si irrigidisce. Lei sobbalza sul letto come folgorata, gli occhi che tornano di colpo a essere quelli spaventati di prima, non più estasiati.
«M-mamma! S-sì, vengo! Sono... sto lavorando a un progetto!» urla indietro, la voce un sussurro roco e rotto.
La guardo dall'alto in basso, un cumulo di carne umana, il corpo coperto di segni del mio passaggio, i miei segni. Le tette rosse e gonfie, la fica ancora umida e tumefatta. Un mix di repulsione e possesso mi assale.
«Sbrigati,» le sibilo, il tono gelido e perentorio. Mi rialzo, il mio cazzo ancora duro come il ferro, un fottuto martello di dolore e desiderio represso. Le sputo in faccia, uno sputo che le colpisce la guancia e le scorre lentamente, mescolandosi con le sue lacrime. «Rivestiti. E butta via quegli stracci. Non li voglio più vedere.»
«S-sì...» mormora, scivolando giù dal letto. Si muove come un'automa, le mani che tremano mentre raccoglie i brandelli della sua canottiera e dei suoi pantaloncini. È umiliata, sconfitta. E bellissima. Si infila la felpa oversize nera che avevo visto appesa alla sedia, nascondendo il suo corpo perfetto, il suo corpo violato. Si mette i pantaloni della tuta, lenta, goffa.
Appena ha finito, la porta della stanza si apre. La signora si affaccia, una donna sulla cinquantina, con i capelli corti e un sorriso gentile. Il suo sguardo scivola da lei a me, e il suo sorriso si fa più grande.
«Ah, ciao! Devi essere Matt! Sono contenta che tu sia qui!. Lavorate sodo, eh?» dice, entrando. Sposta un peluche dalla sedia per sedersi, come se la stanza non fosse un campo di battaglia post-orgasmico.
«Sì, signora, stiamo finendo», rispondo, la voce calma, come se niente fosse. Mi siedo alla sua scrivania, davanti al PC. Lei si siede vicino a me, con gli occhi bassi, il viso ancora arrossato. La signora ci guarda con un'aria complice, ignorando completamente l'elettricità nell'aria.
«Bravi ragazzi! Così si fa! Siete un ottimo team!»
È così fottutamente patetico da farmi venire voglia di ridere. Un ottimo team.
Mi alzo dopo un paio di minuti, un'eternità. «Bene, Rosy, per oggi direi che abbiamo finito. Ci vediamo domani a scuola.»
«S-sì... a... a domani», sussurra lei, senza guardarmi.
La signora mi accompagna alla porta. «Grazie per essere venuto, Matt! Torna quando vuoi!»
«Certo, signora.»
Ma prima di uscire, mi fermo. Attendo che la porta della stanza di lei si chiuda. Poi mi giro, la afferro per un braccio e la sbatto contro il muro del corridoio. Non è violento come prima, ma è un gesto carico di dominio. Le sue mani si alzano per difendersi, ma io le blocco, inchiodandole al muro con il mio corpo.
Lei mi guarda, gli occhi pieni di paura. «M-matt... »
«Taci», le sibilo all'orecchio, il respiro caldo che le fa venire i brividi. «Continua a mandarmi i capitoli di questo fumetto, stupiscimi. Da oggi sei mia.»
Le rubo un bacio aggressivo, un bacio che è più un morso. Le mie labbra si schiacciano contro le sue, la mia lingua che le invade la bocca con prepotenza, assaporando il suo sapore, la sua paura, la sua sottomissione. Poi la lascio, e me ne vado, senza voltarmi.
La porta di casa si chiude alle mie spalle, e io mi trovo nel buio del corridoio, da solo. Il mio cazzo è ancora duro, un dolore pulsante tra le gambe.
Commenti (1)
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Complimenti per le descrizioni, davvero ottime. Spero continuerai la storia: la salvo nella lista perchè è davvero promettente.


