Sudore e Labbra Proibite

Capitolo 2 - un cazzo per rimpiazzo

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3 hours ago

Nonostante lo shock iniziale, la serata prese una piega inaspettatamente piacevole. Marco non era uno stupido, sapeva tenere la conversazione, e Rob con le sue uscite goffe faceva morire dal ridere tutti. Eppure, per tutta la durata dell'aperitivo, non feci altro che gravitare attorno a Ross.

Eravamo sedute vicine nel divanetto del bar. Così vicine che le nostre cosce si sfioravano costantemente. Ogni volta che Ross rideva buttando la testa all'indietro, io mi appoggiavo un po' di più alla sua spalla, inebriandomi del suo profumo. Lei, dal canto suo, mi cingeva le spalle con un braccio in modo possessivo, come a dire a Marco: guarda che questa è roba mia, trattala bene.

«Vado in bagno,» annunciò Ross a un certo punto, alzandosi. Poi mi afferrò per la mano. «Vieni con me, pulcino. Devi darmi una sistemata ai capelli.»

La seguii docilmente. Il bagno del locale era minuscolo, illuminato da una luce al neon tremolante. Appena la porta si chiuse alle nostre spalle, Ross si appoggiò al lavandino e mi piantò addosso quegli occhi verdi, languidi e furbi.

«Allora,» esordì, incrociando le braccia sotto il seno generoso, sollevandolo in un modo che mi fece mancare il fiato. «Te lo stai mangiando con gli occhi, eh? Marco è già cotto a puntino. Ho visto come lo guardi.»

Se solo sapessi che stavo guardando te, pensai, mordendomi il labbro inferiore. Ero così ingenua ai suoi occhi, un pulcino dolce e indifeso, ma in quel momento avrei voluto spingerla contro le piastrelle e farle rimangiare ogni parola.

«Non so se sono capace, Ross,» mormorai, abbassando lo sguardo con finta timidezza. «È da tanto che non... non sto con un ragazzo.»

«Ci credo, con lo stronzo che ti sei ritrovata prima,» ringhiò lei, protettiva, prima di addolcire il tono. Fece un passo verso di me e mi accarezzò la guancia. Il suo tocco era un fuoco. «Ascolta la tua maestra. Quando torniamo al tavolo, sfioragli il ginocchio per caso. Fallo parlare di sé e guardagli le labbra. E poi, quando siete soli in macchina... metti una mano sulla sua coscia e sali piano. Fallo impazzire, Chiara. Devi fargli capire chi comanda.»

Annuii, ipnotizzata dalla sua bocca. «Va bene,» sussurrai. «Faccio come dici tu.»

Quando tornammo al tavolo, eseguii gli ordini alla lettera. Seguii i consigli spinti di Ross con una precisione chirurgica. Sorrisi a Marco, gli sfiorai il braccio. E sotto il tavolo, la mia scarpa andò a scivolare lungo il suo polpaccio. Vidi Marco irrigidirsi, deglutendo a fatica la sua birra, mentre Ross dall'altro lato mi faceva un occhiolino complice.

Mezz'ora dopo, le strade si divisero. Ross mi diede un bacio sulla guancia che mi fece formicolare la pelle. «Ci vediamo mercoledì in palestra, occhi blu. Divertiti.»

Marco mi accompagnò alla sua auto. Appena chiuse lo sportello, isolandoci nel buio dell'abitacolo, l'aria divenne satura di tensione. Non perse tempo. Il primo bacio fu urgente, quasi affamato. Si avventò sulla mia bocca con foga, la sua lingua che cercava subito la mia.

Chiusi gli occhi. Pensa a Ross. Pensa a Ross. Cercai di sovrapporre il profumo di vaniglia di Ross al dopobarba aggressivo di Marco. Mi ricordai degli ordini della mia "maestra". Lasciai scivolare la mano sulla coscia di lui, stringendo il tessuto dei jeans, salendo piano verso l'inguine. Marco emise un gemito basso e mi tirò più vicina, afferrandomi per i fianchi.

Le sue mani scivolarono sotto la mia maglietta, calde e rudi. Mi accarezzò la schiena nuda, scendendo fino al fondoschiena. Il mio respiro si fece affannoso. Il corpo rispondeva, era inevitabile, ma la mia mente era un campo di battaglia. Quando la sua mano si spostò sul davanti, slacciandomi il bottone dei jeans per scivolare verso la mia intimità con troppa irruenza, l'illusione si spezzò.

Non erano le dita di Ross. Erano troppo grandi, troppo impazienti. Non c'era dolcezza grezza, non c'erano lentiggini, non c'era lei. Una fitta di panico, mista a un senso di nausea, mi bloccò lo stomaco.

«Marco, aspetta,» dissi, la voce che mi tremava mentre gli afferravo il polso per fermarlo.

Lui si bloccò, il respiro pesante sul mio collo. «Che c'è? Ti faccio male?» «No, non è questo,» deglutii, tirandomi giù la maglietta e ritraendomi verso la portiera. «È che... scusa. Non me la sento ancora. È troppo presto per me.»

Marco rimase interdetto per qualche secondo, la frustrazione evidente sul viso contratto. Ma, sorprendentemente, fece un passo indietro, passandosi una mano tra i capelli. «Okay. Okay, tranquilla. Nessun problema, Chiara.»

Scesi dalla macchina con le gambe di gelo. Lo salutai con un cenno veloce e corsi verso il portone di casa mia. Appena chiusi la porta alle mie spalle, scivolai a terra, portandomi le ginocchia al petto. Ero eccitata, frustrata, confusa. La maestra mi aveva dato i compiti, ma io volevo solo la maestra.

Nel giorno e mezzo che seguì il disastro con Marco, il mio telefono non smise di vibrare. Ross mi mandava messaggi in continuazione, chiedendomi dettagli piccanti che ovviamente non potevo darle. Inventai scuse su scuse, mantenendo il segreto su come fosse finita davvero la serata, terrorizzata all'idea di deluderla, nel mentre sentivo anche marco.

Quando arrivò il mercoledì mattina, la palestra mi sembrò stranamente vuota e silenziosa. E soprattutto, mancava una presenza fissa: niente Rob. Ross era un concentrato di pura energia solare. Ci allenammo fianco a fianco, libere dalle solite interruzioni goffe del suo fidanzato. Sudammo, ridemmo, e ogni volta che lei mi sfiorava per correggermi la postura, dovevo stringere i denti per non lasciarmi sfuggire un gemito.

Ma fu nello spogliatoio, dopo la doccia, che la situazione precipitò.

Eravamo rimaste sole, l'aria ancora satura del vapore e del profumo di bagnoschiuma alla vaniglia. Ero in piedi davanti al mio armadietto, coperta solo da un paio di slip di pizzo nero e dal mio reggiseno intonato, che esaltava il candore della mia pelle. Ross, accanto a me, indossava le mutandine e si stava asciugando i capelli biondi con un asciugamano, le lentiggini sulle spalle che sembravano danzare a ogni movimento.

Non ce la facevo più a mentirle. Mentre mi spalmavo la crema idratante sulle gambe, presi un respiro profondo e svuotai il sacco. «Ross... io e Marco non abbiamo fatto niente. L'ho fermato in macchina e sono scappata a casa.»

Ross abbassò l'asciugamano, piantandosi le mani sui fianchi. Mi aspettavo che si arrabbiasse, che mi desse della ragazzina stupida e puritana. Invece, i suoi occhi verdi si addolcirono in quell'espressione protettiva che mi faceva sciogliere. Scoppiò in una risata roca, scuotendo la testa bagnata. «Oh, pulcino. Te la sei fatta sotto all'ultimo, eh? E me lo dici con quella faccia da funerale?»

«Mi dispiace, ci ho provato, ma... non ci riuscivo. Quando mi ha toccata io...» balbettai, incapace di dirle volevo che fossi tu.

«Ehi, guardami,» mi interruppe Ross. Fece un passo verso di me, accorciando pericolosamente la distanza. Prima che potessi finire la frase, mi afferrò per le spalle nude e, con una mossa rapida e inaspettata, mi sbatté con la schiena contro il metallo freddo del mio armadietto.

Sussultai per il tonfo e per il contrasto tra il metallo gelido e il calore furioso del suo corpo seminudo premuto contro il mio. Ross incastrò una delle sue gambe toniche esattamente in mezzo alle mie cosce, premendo il suo inguine contro il mio. Il contatto mi fece mozzare il fiato. Eravamo separate solo da due strati sottili di tessuto umido.

«Non è la fine del mondo, occhi blu,» mormorò, il tono della voce che si abbassava, diventando rauco e fottutamente provocante. I suoi occhi grigio-verdi erano piantati nei miei, carichi di una malizia che mi mandò il cervello in cortocircuito.

Iniziò a muovere il bacino in avanti, lentamente, simulando una spinta. Il suo bacino contro il mio, un attrito preciso proprio lì, dove il mio desiderio pulsava da giorni. Trattenni un gemito, le mani che si aggrappavano per istinto alle sue braccia.

«Guarda, Chiara, è così facile,» sussurrò Ross, muovendosi di nuovo contro di me, una frizione che mi fece inarcare la schiena. La sua mano destra abbandonò la mia spalla e scese decisa, afferrandomi un seno con audacia. Il suo pollice sfiorò il capezzolo turgido attraverso il pizzo del reggiseno, stringendo la carne morbida e pallida con una foga calcolata.

«Vedi? Ti fai prendere così...» continuò, la sua voce che vibrava contro il mio collo mentre il suo bacino non smetteva di premere, «e ti fai palpare queste belle tette pallide. Ti lasci andare e basta.»

Ero paralizzata, il cuore che mi rimbombava nel petto come un tamburo. L'eccitazione mi stava letteralmente accecando. Sentivo l'umidità espandersi nei miei slip in modo imbarazzante, una vera e propria inondazione scatenata da quel finto gioco.

Ross si allontanò di un paio di centimetri, giusto il tempo di guardarmi in faccia con un sorrisetto sfacciato, soddisfatto. «E pensa,» mi sussurrò a un soffio dalle labbra, l'alito caldo che sapeva di menta, «che io non ho manco il cazzo.»

Avvampai. Il calore mi salì dal petto fino alle guance, infiammandomi il viso. L'imbarazzo e l'eccitazione si mescolarono in un groviglio inestricabile. «S-sei una stupida rozza, Ross!» squittii, balbettando, dandole una spinta leggera e finta sul petto per allontanarla, cercando disperatamente di fare la finta offesa. «Ma che fai?! E se entra qualcuno?!»

Ross rise di gusto, allontanandosi e facendomi l'occhiolino, totalmente ignara (o forse no?) del fatto che, lì sotto, mi avesse appena ridotta a un lago di desiderio liquido. «Rimettiti le mutande della domenica, pulcino, e muoviti a vestirti. Oggi ti offro la colazione.»

La colazione al bar fu una fottuta tortura. Eravamo sedute al tavolino all'aperto, il sole che le illuminava i capelli biondi facendoli sembrare oro fuso. Ross addentava il suo cornetto alla crema parlando a macchinetta di una discussione avuta con Rob la sera prima, gesticolando e imprecando a mezza voce. Era bellissima, caotica e totalmente ignara.

Io, invece, ero un disastro. Annuii e sorrisi nei punti giusti, ma non sentii mezza parola di quello che disse. Il mio cervello era rimasto incastrato nello spogliatoio. Sentivo ancora il fantasma del suo inguine premuto contro il mio, l'attrito del suo bacino, il calore della sua mano che mi stringeva il seno. Sotto i jeans, le mie mutandine erano così bagnate che ogni minimo movimento sulla sedia mi mandava una scossa elettrica lungo la spina dorsale.

Mentre lei parlava del più e del meno, io le fissavo le labbra. Guardavo il modo in cui la lingua guizzava per raccogliere una briciola di sfoglia dall'angolo della bocca. Cazzo, pensai, stringendo la tazzina del caffè fino a farmi sbiancare le nocche. Non vedo l'ora di tornare a casa. Non vedo l'ora di chiudermi in camera e sgrillettarmi fino a perdere i sensi pensando a te.

Quando finalmente ci salutammo – con un altro dei suoi abbracci stretti e possessivi che mi lasciarono addosso il suo odore di vaniglia – coprii il tragitto fino a casa quasi correndo.

Mia madre non c'era. Aveva il turno di tutto il giorno. Chiusi a chiave la porta d'ingresso, lanciai il borsone della palestra in corridoio e mi precipitai in camera mia. Mi buttai sul letto a pancia in su, il respiro già corto. Sfilai i jeans con un'urgenza febbrile, liberandomi di quegli slip umidi che mi avevano tormentata per tutta la mattina.

Presi il cellulare con le mani che mi tremavano. Aprii la nostra chat. Ross mi mandava spesso le foto dei suoi progressi fisici: selfie allo specchio con i leggings attillati, scatti in cui si tirava su la maglietta per mostrare gli addominali tonici, o inquadrature dall'alto dove il suo seno generoso, spolverato di lentiggini, faceva capolino dal top sportivo.

Ne aprii una. Era in bagno, i capelli biondi spettinati, il telefono che le copriva a metà il viso mentre l'obiettivo inquadrava le curve perfette dei suoi fianchi e l'ombra dell'inguine sotto la stoffa.

Fissando quello schermo, portai la mano libera tra le mie gambe. Gemetti non appena i miei polpastrelli scivolarono sulla mia stessa umidità. Chiusi gli occhi per un secondo, richiamando alla mente la sua voce roca. Guarda, Chiara, è così facile... Le mie dita iniziarono a muoversi. Prima accarezzai i contorni, poi trovai il mio centro, massaggiando il clitoride con movimenti circolari e decisi.

«Ross...» ansimai nel silenzio della stanza. Feci scorrere lo schermo del telefono con il pollice, passando a un'altra foto. In questa sorrideva, mordendosi il labbro inferiore. Immaginai che non fosse il telefono a guardarmi, ma lei. Immaginai che fosse di nuovo contro di me, a spingermi contro il materasso stavolta, le sue mani forti ad aprirmi le cosce.

Il piacere iniziò a montare, caldo e prepotente. Aumentai il ritmo, affondando due dita dentro di me mentre il pollice continuava a torturare quel piccolo punto sensibile. Inarcai la schiena contro le lenzuola, il respiro che si trasformava in una serie di gemiti spezzati. «Cazzo... sì...» sussurrai, sentendo la tensione accumularsi nel basso ventre. Fissai l'immagine del suo décolleté sullo schermo, la mente annebbiata dal desiderio puro, finché l'orgasmo non mi investì come un treno in corsa. Venni stringendo le cosce attorno alla mia stessa mano, tremando, mentre ondate di calore mi svuotavano la testa, lasciandomi a boccheggiare sul cuscino.

Fu un orgasmo meraviglioso. Intenso. Ma durò troppo poco.

Quando il battito del mio cuore rallentò, abbassai il telefono. Il silenzio della mia stanza mi piombò addosso, pesante e vuoto. Le mie dita erano bagnate, il mio corpo soddisfatto, ma il vuoto nel petto era una voragine. Non mi bastava più l'immaginazione. Non mi bastava uno schermo freddo.

Voglio Ross, pensai, una consapevolezza cruda e violenta che mi fece quasi male fisicamente. Voglio leccarle la figa. Voglio assaggiarla, voglio sentirla gemere contro la mia bocca, non voglio più far finta.

Ma non potevo averla. Era fidanzata con Rob, e per lei io ero solo il "pulcino" da svezzare. Una ragazzina con cui fare battute spinte.

Mi misi a sedere sul bordo del letto, nuda dalla vita in giù, frustrata fino alle lacrime. Avevo bisogno di uno sfogo reale. Avevo bisogno di pelle contro pelle per scacciare questa ossessione, o almeno per stordirmi abbastanza da non pensarci per qualche ora. Ross mi aveva detto di lasciarmi andare. Mi aveva dato un compito.

Afferrai di nuovo il cellulare. Uscii dalla nostra chat e aprii quella con Marco. C'era ancora il suo ultimo messaggio di lunedì sera, a cui non avevo risposto. Senza darmi il tempo di pensare, di razionalizzare, le mie dita volarono sulla tastiera.

Scusa per l'altra sera. Oggi mia madre non c'è. Alle 18 qua da me, ti va?

Inviai la posizione. Meno di un minuto dopo, lo schermo si illuminò. Marco: Ci vediamo alle 18, Chiara.

Mi lasciai cadere all'indietro sul materasso, fissando il soffitto. Il dado era tratto.

Alle cinque del pomeriggio, l'ansia mi stava divorando viva. Avevo bisogno di una spinta. O forse, semplicemente, avevo bisogno di vederla un'ultima volta per caricare le mie fantasie prima di dover affrontare la realtà.

Mi sedetti sul letto, ancora in intimo, e feci partire la videochiamata. Ross rispose quasi subito. Lo schermo sfarfallò per un secondo, prima di rivelare una visione che mi fece mancare il respiro.

«Cristo, pulcino, fa un caldo infernale oggi, vero?» esordì lei, sospirando rumorosamente.

Era spaparanzata sul divano di casa sua. Praticamente non era vestita. Indossava solo un paio di slip di cotone grigio sgambati e una canottiera bianca a coste, talmente sottile e usurata che non lasciava assolutamente nulla all'immaginazione. Sotto la stoffa leggera non c'era traccia del reggiseno. I suoi seni pieni e pesanti, punteggiati di lentiggini, sembravano sul punto di strabordare a ogni suo minimo movimento. E lei si muoveva in continuazione: si sistemava i capelli biondi raccolti in un nido disordinato, si sporgeva in avanti per prendere il bicchiere d'acqua dal tavolino, facendo ballonzolare le sue curve in un modo così ipnotico e sfacciato che dovetti deglutire a vuoto.

«S-sì, fa molto caldo,» balbettai, cercando di mantenere gli occhi fissi sul suo viso angelico e non sulla scollatura abissale. «Ross, io... ti devo dire una cosa.»

Lei si accorse del mio tono. Si raddrizzò, incrociando le gambe sul divano. «Dimmi tutto, occhi blu. Che faccia che hai.»

«Ho scritto a Marco,» sputai fuori, tutto d'un fiato. «Mia madre ha il turno di notte. Lui... sta venendo qua. E ho intenzione di... beh, di chiavare.»

Ross sgranò gli occhi grigio-verdi. Per un secondo rimase in silenzio, poi il suo viso si aprì in un sorriso a trentadue denti, radioso e selvaggio. «Sì! Cazzo, sì, Chiara!» urlò, battendo le mani con un entusiasmo tale che la telecamera tremò, e con lei le sue tette morbide contro la canottiera. Sembrava in totale estasi, fiera come una maestra che vede la sua alunna preferita superare l'esame finale. «Era ora! Sapevo che stamattina ti avevo sbloccata. Sono così fiera di te, pulcino.»

Il mio cuore ebbe un sussulto doloroso. Era genuinamente felice per me. Non aveva la minima idea che io stessi tremando solo a guardarle i capezzoli turgidi attraverso il cotone.

«Ma... non so cosa mettere. E non so come comportarmi,» ammisi, la voce che si incrinava leggermente. «L'altra volta mi sono bloccata, ricordi?»

Ross si sporse verso lo schermo, annullando visivamente la distanza. «Ascolta me. Nell'erotico la spontaneità vince su tutto. Niente roba complicata. Mettiti quella gonnellina nera corta che metti in sala pesi, ma sotto... non mettere niente.»

Sgranai gli occhi. «Niente mutande?»

«Niente mutande,» confermò lei, con un ghigno predatorio. «E quando entra, non farlo parlare. Sbattilo sul letto, o sul divano. Fallo impazzire, Chiara. Sali tu sopra di lui. Usa il tuo corpo, strusciati, fagli sentire quanto sei bagnata prima ancora che provi a sbottonarsi i pantaloni. Devi fargli perdere la fottuta testa.»

Continuò a darmi consigli per altri dieci minuti, mimando persino i movimenti del bacino, finché il suono acuto del citofono non mi fece sobbalzare.

«È lui,» sussurrai.

Ross mi fece l'occhiolino. «Vai a fargli vedere chi comanda. E domani voglio tutti i dettagli. Ciao, pulcino.»

La chiamata si chiuse. Fissai lo schermo nero per tre secondi netti. Poi mi alzai. Eseguii gli ordini. Infilai la gonnellina nera, liscia e aderente, e una maglietta scollata. Sotto, nient'altro. L'aria fresca che mi sfiorava l'inguine nudo era un richiamo costante, elettrizzante, a quello che stavo per fare.

Aprii la porta di scatto. Marco era lì, appoggiato allo stipite. Sfoggiava quel suo sorrisetto da stronzo sicuro di sé, la camicia mezza sbottonata e un dopobarba troppo forte che gli aleggiava addosso. Fece per aprire bocca, probabilmente per sfoderare una delle sue solite battute, ma non gliene diedi il tempo.

La voce di Ross mi martellava nel cervello, imperiosa e selvaggia. Sbattilo sul letto. Usa il tuo corpo. Fagli perdere la fottuta testa.

Senza dire una parola, allungai le mani e afferrai saldamente i lembi della sua camicia. Lo tirai dentro casa con uno strattone improvviso, una forza dettata dalla disperazione e dal desiderio accumulato, chiudendo la porta d'ingresso a calci alle sue spalle.

«Ehi... ma che...» balbettò lui, colto totalmente di sprovvista. I suoi occhi scuri si sgranarono, la spavalderia spazzata via in un istante.

«Zitto, Marco,» gli ordinai, la voce bassa, quasi un ringhio.

Non gli lasciai lo spazio per respirare o per pensare. Lo trascinai letteralmente per la camicia lungo il corridoio, indietreggiando a passi veloci fino alla mia stanza da letto. Lui inciampava nei suoi stessi piedi, cercando di starmi dietro, ipnotizzato dalla mia espressione. Appena superammo la soglia della camera, lo spinsi con tutta la foga che avevo in corpo. Marco perse l'equilibrio e cadde all'indietro, atterrando pesantemente di schiena sul mio materasso, le gambe a penzoloni oltre il bordo.

Prima ancora che potesse provare a tirarsi su sui gomiti, gli fui addosso. Mi arrampicai su di lui in un balzo, mettendomi a cavalcioni sulle sue cosce. Il movimento brusco fece arricciare la mia gonnellina nera e liscia fin quasi alla vita. E sotto, esattamente come mi aveva ordinato la mia maestra, non c'era assolutamente nulla.

Mi abbassai con forza, premendo il mio inguine nudo, bagnato e pulsante, direttamente contro il tessuto ruvido dei suoi jeans, esattamente sopra il suo gonfiore già evidente. La frizione fu una scossa elettrica che mi strappò un sospiro tremante.

Marco smise di respirare. Le sue mani grandi scattarono istintivamente sulle mie cosce pallide, stringendo la carne con una fame improvvisa e brutale. «Cristo, Chiara... non hai...» ansimò, la voce rotta.

«Ho detto di non parlare,» sussurrai a un millimetro dalle sue labbra.

Mi avventai sulla sua bocca. Il primo bacio fu urgente, quasi affamato. Lo baciai con una violenza che non mi apparteneva, le lingue che si scontravano in una danza furiosa. Marco gemette nella mia bocca, le sue mani che scivolavano febbrilmente lungo i miei fianchi, cercando di afferrare i miei glutei nudi per schiacciarmi ancora più forte contro la sua erezione.

Il mio corpo bruciava, rispondeva a quegli stimoli primordiali con un'umidità imbarazzante che ormai macchiava la stoffa dei suoi pantaloni. Ma mentre lui cercava di prendere il controllo, spingendo il bacino verso l'alto per assecondare i miei movimenti, io strinsi forte gli occhi.

Cancellai il suo dopobarba pungente. Cancellai i suoi capelli scuri e le sue mani troppo ruvide. Pensa a lei. Nella mia testa, le mani che mi stringevano i fianchi diventarono quelle di Ross. La bocca che stavo divorando divenne carnosa, morbida, sfrontata. Iniziai a muovere il bacino contro di lui, un ritmo lento e spietato, strofinando il mio clitoride turgido contro la cucitura spessa dei suoi jeans.

Ero a cavalcioni su Ross. Stavo dominando lei.

Mi inarcai all'indietro, le mani appoggiate sul petto di Marco, gemendo ad alta voce mentre la fantasia prendeva il sopravvento sulla realtà. Volevo il piacere, ne avevo un bisogno fisico, viscerale, e me lo sarei preso usando quel ragazzo solo come uno strumento per arrivare alla mia vera ossessione.

Le mie mani scesero frenetiche sulla sua cintura. Non volevo preliminari, non volevo scambiare tenerezze. Volevo solo riempire quel vuoto che Ross aveva scavato dentro di me. Slacciai la fibbia con dita tremanti e tirai giù la zip dei suoi jeans di scatto.

Marco sollevò i fianchi, collaborando ansioso, liberandosi dei pantaloni e dei boxer in un unico, goffo movimento. Il suo cazzo scattò fuori, turgido e pronto. Non aspettai un secondo di più. Mi sollevai sulle ginocchia, posizionandomi esattamente sopra di lui, e mi lasciai cadere verso il basso, accogliendolo dentro di me con una spinta decisa.

Trattenni il fiato, inarcando la schiena. La sensazione di pienezza fu meravigliosa, intensa, un bruciore delizioso che mi strappò un gemito acuto. «Cristo, Chiara... sei strettissima...» ansimò Marco, le mani artigliate sui miei fianchi nudi, costringendomi a un gemito forte.

Iniziai a muovermi. Dettavo io il ritmo: prima piano, assaporando ogni centimetro di quella sensazione, poi sempre più veloce, più forte. Il suono dei nostri corpi che si cercavano riempì la stanza, pelle contro pelle. Lo stavo letteralmente scopando senza dargli tregua, dominando la scena proprio come mi era stato detto di fare.

+2

Ma mentre il mio corpo si piegava a quell'amplesso, la mia mente era lontana chilometri. Strinsi gli occhi fino a farmi male.

Sbattilo sul letto. Usa il tuo corpo. Fagli perdere la fottuta testa. Le parole di Ross mi rimbombavano nel cranio come un mantra. Sotto le mie palpebre serrate, la figura di Marco svanì completamente. Le mani rudi che mi stringevano i fianchi diventarono quelle forti e possenti della mia personal trainer. Stavo cavalcando Ross. Era il suo bacino quello che si sollevava per venirmi incontro, erano i suoi seni quelli che immaginavo premuti contro il mio petto sudato, era la sua bocca carnosa e sfacciata quella che volevo divorare.

Marco si stava applicando con tutto se stesso. Spingeva dal basso, cercando di darmi il massimo del piacere, accarezzandomi il seno e sorridendo compiaciuto a ogni mio lamento. «Sì... ti piace, eh?» mormorò, con la voce impastata di lussuria, fiero della sua prestazione.

Risposi in modo istintivo, lasciando uscire un gemito lungo, sporco, da vera troia. Ero completamente in balia della mia stessa fantasia. Lui era esaltato, convinto di essere un dio del sesso, sicuro di avermi appena trasformata in una ninfomane impazzita. Se solo avesse saputo che quel fuoco, quell'umidità e quelle urla non erano per lui. Non lo sarebbero mai state.

«Ross...» sussurrai in un soffio impercettibile, perso in mezzo ai gemiti che si mescolavano al suono dei nostri corpi.

L'orgasmo mi investì come un'onda anomala. Venne fuori dal nulla, violento e totalizzante, un'apoteosi dei sensi che mi fece perdere il controllo. Mi accasciai sul suo petto, stringendolo dentro di me con spasmi violenti. Marco, spinto oltre il suo stesso limite dai miei tremiti, mi seguì subito dopo, affondando con il cazzo un'ultima volta, con un grugnito roco.