Passarono tre settimane. Tre settimane in cui la mia vita si trasformò in un fottuto, estasiante loop di frustrazione visiva e lussuria sfogata.
Avere un palliativo, lo ammetto, era bellissimo. Marco era diventato la mia valvola di sfogo personale. Era convinto di aver sbloccato in me una sorta di demone del sesso, una ninfomane insaziabile che non gli dava tregua. Non faceva domande, si godeva lo spettacolo e le mie urla, totalmente ignaro di essere solo lo strumento di carne attraverso cui io canalizzavo la mia ossessione.
Tutto nasceva e moriva in palestra. Ross era la fiamma, Marco l'estintore.
Un martedì mattina, per esempio, la palestra era un forno. L'aria condizionata era guasta e l'odore di sudore e ghisa era denso. Ross stava facendo la sua serie pesante di squat. Io ero sul tapis roulant, fingendo di correre, ma i miei occhi erano incollati a lei. Indossava dei leggings grigio chiaro che non lasciavano nulla all'immaginazione, aderendo come una seconda pelle su quel culone tondo, sodo e perfetto. A ogni discesa profonda, la stoffa si tendeva. Sentivo il suo respiro pesante, vedevo la goccia di sudore scivolare lungo il suo collo, superare le lentiggini e perdersi nella scollatura del top.
Quando risalì con un grugnito roco, stringendo i glutei con una potenza che mi fece seccare la gola, sentii quella familiare e prepotente fitta al basso ventre. Scesi dal tapis roulant con le gambe che tremavano. Andai dritta negli spogliatoi, presi il cellulare e scrissi a Marco. Tra venti minuti da me. Sbrigati.
Non gli feci nemmeno togliere le scarpe. Appena varcò la soglia, lo sbattei contro la porta d'ingresso. «Wow, buongiorno anche a te, diavoletta...» fece in tempo a dire lui, con quel suo sorriso da stronzo compiaciuto. Non risposi. Gli slacciai i pantaloni, lasciandoli cadere alle caviglie. Mi voltai di schiena, appoggiando le mani al muro, e gli feci cenno di prendermi da dietro. Quando mi entrò dentro con una spinta decisa, chiusi gli occhi con forza. Non stavo guardando il muro del mio ingresso. Stavo guardando il riflesso di Ross nello specchio della sala pesi. «Sì... spingi...» ansimai, inarcando la schiena. Marco mi afferrò i fianchi con le sue mani grandi, muovendosi in modo selvaggio, ma io immaginavo che quelle dita mi stessero correggendo la postura, che quella forza fosse la stessa che avevo appena visto sollevare cento chili di bilanciere. Venni urlando, le unghie piantate nell'intonaco, la mente satura dell'immagine di quel culo perfetto nei leggings grigi.
Ma l'episodio che mi fece quasi perdere la ragione avvenne il venerdì successivo.
Eravamo alla panca inclinata. Stavo facendo le mie spinte con i manubri, ma i muscoli bruciavano ed ero arrivata al cedimento. «Dai, pulcino, ne hai ancora due. Spingi, cazzo!» mi incitò Ross, posizionandosi in piedi esattamente dietro la mia testa per farmi da spotter.
«Non... non ce la faccio...» gemetti, le braccia che tremavano. «Sì che ce la fai.» Ross si chinò su di me per aiutarmi a sollevare il peso. Nel farlo, il suo petto si appoggiò completamente contro le mie spalle e la mia nuca.
Il mio respiro si fermò. Indossava solo una maglietta di cotone morbido, senza reggiseno. Sentii la consistenza pesante e piena dei suoi seni schiacciarsi contro la mia pelle sudata. Il calore che emanava era indescrivibile, unito a quel profumo di vaniglia e pelle calda che mi mandò il cervello in tilt. A ogni mia spinta, il suo petto sfregava contro di me, un massaggio involontario ed esplicito che mi fece inumidire all'istante.
Finita la serie, mollai i manubri che caddero a terra con un tonfo. «Bravissima, occhi blu,» sussurrò lei, la voce roca e sudata, passandomi una mano tra i capelli prima di allontanarsi. «Sei tutta rossa. Fatti una doccia ghiacciata.»
Non feci la doccia. Mi cambiai a tempo di record e chiamai Marco. «Raggiungimi nel parcheggio interrato del centro commerciale,» gli ordinai al telefono, la voce che mi tremava per l'adrenalina.
Quando arrivai, lui mi stava già aspettando nella sua auto, i sedili posteriori ribaltati. Aprii lo sportello e mi fiondai dentro come un animale affamato. Lo spinsi sdraiato e gli montai sopra prima ancora di scambiare un ciao. «Cristo, Chiara, sei insaziabile oggi,» ansimò lui, afferrandomi per i seni sotto la maglietta.
«Zitto e scopami,» ringhiai. Mi sfilai la maglietta in un gesto fluido, restando nuda dalla vita in su. Iniziai a cavalcarlo con una ferocia inaudita, il sudore dell'allenamento che si mescolava a quello dell'amplesso. Mi inarcai all'indietro, offrendogli il petto, ma nella mia mente io ero tornata sulla panca inclinata. Il peso sul mio petto, il calore della carne, il profumo di vaniglia... sovrapposi ogni singolo dettaglio. Lui mi succhiava un capezzolo, ma io sentivo il respiro di Ross sulla nuca.
Fui io a dettare il ritmo, sbattendomi contro di lui fino a fargli perdere il fiato, fino a sfiorare il dolore. Raggiunsi un orgasmo così violento e lungo che la mia vista si annebbiò, e quando crollai ansante sul petto di Marco, mi ci volle un minuto buono per ricordarmi dove fossi.
Avere un palliativo era bellissimo. Marco mi svuotava, mi stancava, mi dava quelle sensazioni fisiche di cui il mio corpo aveva disperatamente bisogno. Ma mentire a se stessi stanca. E l'illusione, per quanto perfetta potesse essere, stava iniziando a starmi fottutamente stretta.
Nel mio piccolo, perverso mondo, avevo trovato un equilibrio perfetto. Una routine infallibile per scacciare i fantasmi del mio ex e appagare i miei nuovi, costanti bollori.
L'amicizia con Ross andava a gonfie vele. Passavamo insieme ore anche fuori dalla palestra. Un giovedì pomeriggio, per esempio, eravamo stravaccate sul divano di casa sua a guardare una serie tv di cui non mi fregava assolutamente nulla. Lei indossava dei pantaloncini di spugna minuscoli e aveva le gambe nude accavallate senza tanti complimenti sulle mie cosce. Mentre rideva per una battuta in tv, allungò una mano e prese a giocherellare distrattamente con una ciocca dei miei capelli, sfiorandomi il collo con i polpastrelli caldi. «Sai, pulcino,» mormorò, senza staccare gli occhi dallo schermo, «sei diventata proprio una bella gnocca. Hai un'aria... soddisfatta. Marco ti sta trattando bene, eh?»
Trattenni il fiato, sentendo il calore della sua gamba contro la mia. Se solo avesse saputo. «Sì,» mentii, la voce leggermente roca. «Mi tratta bene.» Ross si voltò verso di me, facendomi l'occhiolino, e mi diede un buffetto sulla guancia che mi fece formicolare la pelle per la mezz'ora successiva.
Era così facile perdermi in quei momenti, crogiolarmi nella sua attenzione e ignorare il gigantesco elefante nella stanza.
L'elefante, ovviamente, era Marco. Lo stavo usando. Lo stavo letteralmente trattando come un giocattolo a batterie. In quelle tre settimane eravamo usciti un paio di volte per fare le cose come si deve, cene, passeggiate, aperitivi – ma ogni volta che mi portava fuori dal contesto del mio letto, mi sentivo a disagio.
Un venerdì sera mi portò in un pub carino in centro. Era stato dolcissimo. Mi aveva pagato la cena, mi faceva domande sulla mia vita, mi ascoltava con interesse. Mentre parlava, mi prese la mano sul tavolo, accarezzandomi le nocche con il pollice. «Sei bellissima stasera, Chiara,» mi disse, guardandomi con quegli occhi scuri e sinceri. «Sono davvero contento che ci siamo incrociati.»
Sorrisi, ma dentro di me sentii un brivido di fastidio. Non volevo la sua dolcezza. Non volevo i suoi complimenti. Volevo solo che la serata finisse per potermi spogliare e chiudere gli occhi. «Anche io,» risposi, sfilando dolcemente la mano dalla sua. «Andiamo a casa tua?»
Appena varcammo la soglia del suo appartamento, lasciai cadere la maschera della ragazza carina e interessata. Non gli diedi il tempo di accendere la luce o di offrirmi un bicchiere d'acqua. Lo spinsi contro il muro del corridoio, afferrandolo per il colletto della camicia. «Chiara...» sussurrò lui, sorpreso ma immediatamente eccitato dalla mia foga. Fece per baciarmi, ma io girai il viso, lasciando che le sue labbra finissero sul mio collo.
«Zitto. Toccami e basta,» gli ordinai.
Guidai le sue mani grandi sotto il mio vestito leggero. Avevo apposta evitato di mettere le mutandine, seguendo il consiglio che Ross mi aveva dato settimane prima. Quando i polpastrelli ruvidi di Marco trovarono la mia pelle nuda e la mia umidità già straripante, lo sentii ansimare contro la mia pelle.
«Cristo... sei già pronta,» mormorò, sollevandomi di peso. Mi allacciai con le gambe attorno alla sua vita, la gonna che si arrotolava fino ai fianchi. Mi portò in camera da letto, sbattendomi sul materasso senza troppe cerimonie.
Fu un sesso egoistico, crudo e selvaggio. Marco si posizionò tra le mie gambe, slacciandosi i pantaloni in fretta. Quando entrò dentro di me, il mio corpo si inarcò come un arco teso, accogliendolo fino in fondo. «Sì... così...» ansimai.
