Capitolo 3 - la festa e il palliativo
un palliativo, un giocattolo utilizzato per placare l'eccitazione che ross mi procurava
Passarono tre settimane. Tre settimane in cui la mia vita si trasformò in un fottuto, estasiante loop di frustrazione visiva e lussuria sfogata.
Avere un palliativo, lo ammetto, era bellissimo. Marco era diventato la mia valvola di sfogo personale. Era convinto di aver sbloccato in me una sorta di demone del sesso, una ninfomane insaziabile che non gli dava tregua. Non faceva domande, si godeva lo spettacolo e le mie urla, totalmente ignaro di essere solo lo strumento di carne attraverso cui io canalizzavo la mia ossessione.
Tutto nasceva e moriva in palestra. Ross era la fiamma, Marco l'estintore.
Un martedì mattina, per esempio, la palestra era un forno. L'aria condizionata era guasta e l'odore di sudore e ghisa era denso. Ross stava facendo la sua serie pesante di squat. Io ero sul tapis roulant, fingendo di correre, ma i miei occhi erano incollati a lei. Indossava dei leggings grigio chiaro che non lasciavano nulla all'immaginazione, aderendo come una seconda pelle su quel culone tondo, sodo e perfetto. A ogni discesa profonda, la stoffa si tendeva. Sentivo il suo respiro pesante, vedevo la goccia di sudore scivolare lungo il suo collo, superare le lentiggini e perdersi nella scollatura del top.
Quando risalì con un grugnito roco, stringendo i glutei con una potenza che mi fece seccare la gola, sentii quella familiare e prepotente fitta al basso ventre. Scesi dal tapis roulant con le gambe che tremavano. Andai dritta negli spogliatoi, presi il cellulare e scrissi a Marco. Tra venti minuti da me. Sbrigati.
Non gli feci nemmeno togliere le scarpe. Appena varcò la soglia, lo sbattei contro la porta d'ingresso. «Wow, buongiorno anche a te, diavoletta...» fece in tempo a dire lui, con quel suo sorriso da stronzo compiaciuto. Non risposi. Gli slacciai i pantaloni, lasciandoli cadere alle caviglie. Mi voltai di schiena, appoggiando le mani al muro, e gli feci cenno di prendermi da dietro. Quando mi entrò dentro con una spinta decisa, chiusi gli occhi con forza. Non stavo guardando il muro del mio ingresso. Stavo guardando il riflesso di Ross nello specchio della sala pesi. «Sì... spingi...» ansimai, inarcando la schiena. Marco mi afferrò i fianchi con le sue mani grandi, muovendosi in modo selvaggio, ma io immaginavo che quelle dita mi stessero correggendo la postura, che quella forza fosse la stessa che avevo appena visto sollevare cento chili di bilanciere. Venni urlando, le unghie piantate nell'intonaco, la mente satura dell'immagine di quel culo perfetto nei leggings grigi.
Ma l'episodio che mi fece quasi perdere la ragione avvenne il venerdì successivo.
Eravamo alla panca inclinata. Stavo facendo le mie spinte con i manubri, ma i muscoli bruciavano ed ero arrivata al cedimento. «Dai, pulcino, ne hai ancora due. Spingi, cazzo!» mi incitò Ross, posizionandosi in piedi esattamente dietro la mia testa per farmi da spotter.
«Non... non ce la faccio...» gemetti, le braccia che tremavano. «Sì che ce la fai.» Ross si chinò su di me per aiutarmi a sollevare il peso. Nel farlo, il suo petto si appoggiò completamente contro le mie spalle e la mia nuca.
Il mio respiro si fermò. Indossava solo una maglietta di cotone morbido, senza reggiseno. Sentii la consistenza pesante e piena dei suoi seni schiacciarsi contro la mia pelle sudata. Il calore che emanava era indescrivibile, unito a quel profumo di vaniglia e pelle calda che mi mandò il cervello in tilt. A ogni mia spinta, il suo petto sfregava contro di me, un massaggio involontario ed esplicito che mi fece inumidire all'istante.
Finita la serie, mollai i manubri che caddero a terra con un tonfo. «Bravissima, occhi blu,» sussurrò lei, la voce roca e sudata, passandomi una mano tra i capelli prima di allontanarsi. «Sei tutta rossa. Fatti una doccia ghiacciata.»
Non feci la doccia. Mi cambiai a tempo di record e chiamai Marco. «Raggiungimi nel parcheggio interrato del centro commerciale,» gli ordinai al telefono, la voce che mi tremava per l'adrenalina.
Quando arrivai, lui mi stava già aspettando nella sua auto, i sedili posteriori ribaltati. Aprii lo sportello e mi fiondai dentro come un animale affamato. Lo spinsi sdraiato e gli montai sopra prima ancora di scambiare un ciao. «Cristo, Chiara, sei insaziabile oggi,» ansimò lui, afferrandomi per i seni sotto la maglietta.
«Zitto e scopami,» ringhiai. Mi sfilai la maglietta in un gesto fluido, restando nuda dalla vita in su. Iniziai a cavalcarlo con una ferocia inaudita, il sudore dell'allenamento che si mescolava a quello dell'amplesso. Mi inarcai all'indietro, offrendogli il petto, ma nella mia mente io ero tornata sulla panca inclinata. Il peso sul mio petto, il calore della carne, il profumo di vaniglia... sovrapposi ogni singolo dettaglio. Lui mi succhiava un capezzolo, ma io sentivo il respiro di Ross sulla nuca.
Fui io a dettare il ritmo, sbattendomi contro di lui fino a fargli perdere il fiato, fino a sfiorare il dolore. Raggiunsi un orgasmo così violento e lungo che la mia vista si annebbiò, e quando crollai ansante sul petto di Marco, mi ci volle un minuto buono per ricordarmi dove fossi.
Avere un palliativo era bellissimo. Marco mi svuotava, mi stancava, mi dava quelle sensazioni fisiche di cui il mio corpo aveva disperatamente bisogno. Ma mentire a se stessi stanca. E l'illusione, per quanto perfetta potesse essere, stava iniziando a starmi fottutamente stretta.
Nel mio piccolo, perverso mondo, avevo trovato un equilibrio perfetto. Una routine infallibile per scacciare i fantasmi del mio ex e appagare i miei nuovi, costanti bollori.
L'amicizia con Ross andava a gonfie vele. Passavamo insieme ore anche fuori dalla palestra. Un giovedì pomeriggio, per esempio, eravamo stravaccate sul divano di casa sua a guardare una serie tv di cui non mi fregava assolutamente nulla. Lei indossava dei pantaloncini di spugna minuscoli e aveva le gambe nude accavallate senza tanti complimenti sulle mie cosce. Mentre rideva per una battuta in tv, allungò una mano e prese a giocherellare distrattamente con una ciocca dei miei capelli, sfiorandomi il collo con i polpastrelli caldi. «Sai, pulcino,» mormorò, senza staccare gli occhi dallo schermo, «sei diventata proprio una bella gnocca. Hai un'aria... soddisfatta. Marco ti sta trattando bene, eh?»
Trattenni il fiato, sentendo il calore della sua gamba contro la mia. Se solo avesse saputo. «Sì,» mentii, la voce leggermente roca. «Mi tratta bene.» Ross si voltò verso di me, facendomi l'occhiolino, e mi diede un buffetto sulla guancia che mi fece formicolare la pelle per la mezz'ora successiva.
Era così facile perdermi in quei momenti, crogiolarmi nella sua attenzione e ignorare il gigantesco elefante nella stanza.
L'elefante, ovviamente, era Marco. Lo stavo usando. Lo stavo letteralmente trattando come un giocattolo a batterie. In quelle tre settimane eravamo usciti un paio di volte per fare le cose come si deve, cene, passeggiate, aperitivi – ma ogni volta che mi portava fuori dal contesto del mio letto, mi sentivo a disagio.
Un venerdì sera mi portò in un pub carino in centro. Era stato dolcissimo. Mi aveva pagato la cena, mi faceva domande sulla mia vita, mi ascoltava con interesse. Mentre parlava, mi prese la mano sul tavolo, accarezzandomi le nocche con il pollice. «Sei bellissima stasera, Chiara,» mi disse, guardandomi con quegli occhi scuri e sinceri. «Sono davvero contento che ci siamo incrociati.»
Sorrisi, ma dentro di me sentii un brivido di fastidio. Non volevo la sua dolcezza. Non volevo i suoi complimenti. Volevo solo che la serata finisse per potermi spogliare e chiudere gli occhi. «Anche io,» risposi, sfilando dolcemente la mano dalla sua. «Andiamo a casa tua?»
Appena varcammo la soglia del suo appartamento, lasciai cadere la maschera della ragazza carina e interessata. Non gli diedi il tempo di accendere la luce o di offrirmi un bicchiere d'acqua. Lo spinsi contro il muro del corridoio, afferrandolo per il colletto della camicia. «Chiara...» sussurrò lui, sorpreso ma immediatamente eccitato dalla mia foga. Fece per baciarmi, ma io girai il viso, lasciando che le sue labbra finissero sul mio collo.
«Zitto. Toccami e basta,» gli ordinai.
Guidai le sue mani grandi sotto il mio vestito leggero. Avevo apposta evitato di mettere le mutandine, seguendo il consiglio che Ross mi aveva dato settimane prima. Quando i polpastrelli ruvidi di Marco trovarono la mia pelle nuda e la mia umidità già straripante, lo sentii ansimare contro la mia pelle.
«Cristo... sei già pronta,» mormorò, sollevandomi di peso. Mi allacciai con le gambe attorno alla sua vita, la gonna che si arrotolava fino ai fianchi. Mi portò in camera da letto, sbattendomi sul materasso senza troppe cerimonie.
Fu un sesso egoistico, crudo e selvaggio. Marco si posizionò tra le mie gambe, slacciandosi i pantaloni in fretta. Quando entrò dentro di me, il mio corpo si inarcò come un arco teso, accogliendolo fino in fondo. «Sì... così...» ansimai.
Lui si chinò su di me, cercando la mia bocca, ma io gli misi le mani sul petto, tenendolo a distanza. «No, guardami. Stai su,» gli dissi, la voce rotta dal piacere. Non volevo il suo fiato sul viso. Volevo solo la frizione, il riempimento, il ritmo.
Chiusi gli occhi. La stanza buia scomparve. Pensa a lei. Pensa alle sue gambe sulle tue cosce. Pensa alle sue dita sul tuo collo. Nella mia testa, non ero sul letto di Marco. Ero sul divano di Ross. Ed era lei ad avermi strappato i vestiti di dosso. Era lei a spingere contro di me, a dominarmi con quella sua ferocia bellissima e sfacciata.
«Oddio, Chiara... sei così stretta,» gemette Marco, accelerando il ritmo, le mani aggrappate ai miei fianchi pallidi come morse.
«Più forte!» gridai, perdendo ogni freno inibitore. Sollevai il bacino per andargli incontro, schiaffeggiando la mia carne contro la sua a ogni affondo. Mi portai le mani ai seni, stringendoli, sfregandomi i capezzoli duri come pietre. Immaginai gli occhi verdi di Ross che mi guardavano fare la troia, immaginai la sua risata roca mentre mi vedeva godere.
L'orgasmo mi travolse con una tale violenza che vidi letteralmente i lampi bianchi dietro le palpebre serrate. Urlai, un suono acuto e animalesco, stringendo i muscoli interni attorno a lui con spasmi così forti che Marco perse il controllo all'istante. Venne dentro di me con un grugnito sordo, crollandomi addosso sfinito, il cuore che gli martellava contro le costole.
Rimasi stesa lì, coperta di sudore, il respiro irregolare. Marco mi diede un bacio morbido sulla fronte umida. «Sei pazzesca...» sussurrò, accarezzandomi i capelli.
Sentii lo stomaco contrarsi in un groviglio di colpa e frustrazione. Chiusi gli occhi e mi voltai su un fianco, dandogli le spalle. Ero sazia, svuotata. Ma mi sentivo più sola e sporca che mai.
Lo scoglio su cui la mia finta sanità mentale andò a schiantarsi fu il ventitreesimo compleanno di Ross.
Prima di uscire di casa, mi guardai allo specchio. Avevo infilato una gonna nera liscia e aderente. Sotto, avevo deciso di non mettere la biancheria intima. Ross mi aveva dato quel consiglio settimane prima per far impazzire Marco, ma stasera lo stavo facendo per un motivo completamente diverso. Lo stavo facendo perché sarei andata a casa sua, mi sarei seduta sul suo divano, avrei bevuto con lei, e l'idea di essere nuda e vulnerabile sotto i vestiti a pochi passi da lei era un segreto che mi faceva formicolare la pelle.
Aveva organizzato una serata intima nel suo appartamento. Solo pizza, birra e le persone a cui teneva di più. C'ero io, c'era Marco, c'era ovviamente Rob, e una coppia di loro amici storici, Luca e Sara.
Ross era illegale. Si era messa un vestitino sottoveste di seta verde smeraldo, tenuto su da due spalline così sottili che sembravano sul punto di spezzarsi. Sotto la seta, come al solito, non c'era traccia di reggiseno. I capezzoli turgidi spiccavano contro la stoffa a ogni suo respiro, e la gonna era così corta che ogni volta che si accovacciava per prendere una birra dal frigo, rischiava l'arresto.
Passai l'intera cena in uno stato di apnea. Marco era seduto di fianco a me sul divano. Era affettuoso, mi teneva una mano sulla coscia accarezzandomi la pelle nuda sopra il ginocchio. Ma io non sentivo lui. Sentivo solo gli occhi verdi di Ross che, di tanto in tanto, indugiavano sulla mano di Marco, per poi risalire fino al mio viso con un luccichio indecifrabile.
Dopo aver spazzolato le pizze, Ross batté le mani. Aveva già bevuto tre birre e le sue guance erano deliziosamente arrossate. «Okay, gente, basta fare i vecchi noiosi!» esclamò, saltando in piedi e andando verso il mobile bar. Quando si voltò, aveva tra le mani due bottiglie di vodka ghiacciata e una pila di bicchierini. «Ross, dai, domani io ho il turno in cantiere...» provò a lamentarsi Rob. «Zitto e bevi, babasone, è il mio compleanno,» lo fulminò lei, sbattendo i bicchieri sul tavolino di vetro. Si sedette a terra, sul tappeto, a gambe incrociate, fregandosene se il vestito le saliva pericolosamente sulle cosce. «Suvvia, giochiamo a obbligo o verità. Non facciamo gli altolocati. Chi si tira indietro offre la cena a tutti la prossima volta.»
Ci accampammo tutti sul tappeto. Marco si sedette dietro di me, allargando le gambe e facendomi appoggiare con la schiena contro il suo petto. Un gesto intimo che, invece di rilassarmi, mi fece irrigidire. Ross era seduta esattamente di fronte a noi.
Il gioco partì adagio, come da copione. Qualche verità imbarazzante sulle cotte adolescenziali, qualche obbligo stupido tipo fare dieci flessioni o bere due shot di fila.
Ma la vodka iniziò a scorrere. E l'aria nella stanza si fece rapidamente più calda, densa e carica. Al quarto giro, Ross aveva gli occhi languidi e il sorriso di un predatore. Fu il turno di Luca sfidarla. «Verità, Ross. Qual è il posto più strano in cui hai scopato con Rob?» Ross ridacchiò, passandosi la lingua sulle labbra piene. Rob si coprì il viso con le mani, imbarazzato. «Nello spogliatoio maschile della palestra,» rispose lei senza battere ciglio, la voce roca. «L'ho fatto sedere sulla panca, gli sono salita sopra e gli ho fatto ingoiare le mie urla. Eravamo terrorizzati che entrasse qualcuno, e per questo è stato fottutamente perfetto.»
Il mio cuore perse un battito. Immaginai la scena e un'umidità istantanea mi bagnò gli slip. Mi mossi nervosamente contro il petto di Marco, che interpretò il movimento come un invito e mi circondò la vita con le braccia, sfiorandomi il seno.
«Tocca a me,» disse Ross, puntando i suoi occhi di ghiaccio e fuoco dritti su di me. «Pulcino. Obbligo o verità?» Deglutii. «Obbligo.»
Il suo sorriso si allargò. «Bene. Limona il tuo ragazzo. Ma non un bacetto a stampo da prima comunione. Voglio vedere la lingua, Chiara. Fammi vedere come vi divertite a casa.» Il gruppo fece un coro di "uhhh" e versi di incoraggiamento. Avvampai. Ero in trappola. Mi girai verso Marco. Lui aveva un sorriso compiaciuto, ansioso di mettersi in mostra. Mi prese il viso tra le mani e si avventò sulla mia bocca. Lo baciai. Aprii le labbra, accogliendo la sua lingua, e lui approfondì il bacio, stringendomi i fianchi. Ma mentre le nostre lingue danzavano, io tenni gli occhi aperti. E fissai Ross. Oltre la spalla di Marco, Ross mi stava guardando. Non sorrideva più. Il suo sguardo era inchiodato sulla nostra bocca umida. Il suo respiro si era fatto più pesante, il seno che si alzava e abbassava velocemente. Stavo baciando Marco, ma stavo scopando con la mente gli occhi di Ross.
Quando mi staccai, col fiato corto, Ross si versò un altro shot di vodka e lo mandò giù d'un fiato. Il crescendo era inarrestabile. Due giri dopo, la decenza era andata a farsi benedire. Sara aveva dovuto togliersi il reggiseno senza sfilarsi la maglietta, e Marco aveva raccontato la sua peggior figuraccia a letto.
Poi, la bottiglia vuota puntò di nuovo su Ross. Fu il turno di Sara, ormai mezza brilla. «Obbligo, amica mia,» biascicò Sara. «Body shot. Devi farti bere uno shot di vodka addosso. E visto che Rob è troppo geloso... scegli tu da chi farti leccare.»
Il silenzio calò nella stanza, rotto solo dalla musica di sottofondo. Rob si irrigidì. Marco fece un fischio di apprezzamento. Ross non esitò un secondo. I suoi occhi scattarono su di me, taglienti come lame. «Vieni qui, pulcino,» sussurrò.
Il mio cervello andò in tilt completo. «Io?» balbettai, la voce che non sembrava nemmeno la mia. «Muoviti. O hai paura?» mi provocò, sfrontata.
Mi alzai con le gambe molli e gattonai sul tappeto fino a inginocchiarmi davanti a lei. Eravamo a pochi centimetri. Sentivo il calore della sua pelle. Ross prese uno spicchio di limone e se lo passò lentamente lungo la linea della clavicola e giù, nella valle tra i seni, lasciando la pelle chiara e punteggiata di lentiggini lucida di succo. Poi ci spruzzò sopra un pizzico di sale.
«La vodka ce l'ho in bocca io,» sussurrò, inclinando la testa all'indietro e chiudendo gli occhi. «Prendi il sale, Chiara. Usa la lingua.»
Le mie mani tremavano a tal punto che dovetti appoggiarle sulle sue cosce nude per non cadere. La sua pelle era di fuoco. Mi chinai in avanti. Il profumo di vaniglia, limone e sudore di Ross mi riempì le narici, inebriandomi. Tirai fuori la lingua. Quando la punta umida toccò la sua clavicola, Ross emise un gemito basso, roco, un suono che mi vibrò direttamente nel basso ventre, facendomi contrarre i muscoli dell'inguine in uno spasmo di puro desiderio.
Leccai il sale lentamente. Scesi lungo la sua pelle morbida, tracciando la curva del suo seno sinistro, assaporando il sale e il sapore inconfondibile della mia personal trainer. Ero talmente eccitata che mi faceva male il petto. Avrei voluto affondare i denti in quella carne, strapparle il vestito, ignorare tutti.
Quando arrivai alla fine del percorso, alzai il viso. Ross abbassò la testa. Le nostre labbra erano a un millimetro di distanza. Sentivo il suo respiro alcolico, caldo, sulle mie labbra dischiuse. Aprì la bocca e lasciò scivolare un sorso di vodka fredda direttamente nella mia bocca. Il contrasto tra il gelo dell'alcol e il fuoco delle nostre labbra quasi unite fu una scossa elettrica. Inghiotii il liquido, ma non mi staccai subito. Rimanemmo lì, i visi a un respiro di distanza, i nostri occhi azzurri e verdi persi gli uni negli altri.
Tutti intorno a noi erano scomparsi. Non c'era Marco. Non c'era Rob. C'era solo l'odore di Ross e l'urlo sordo del mio corpo che la supplicava di annullare quel fottuto millimetro che ci separava.
«Wow... okay, fa caldo qua dentro,» esclamò Luca, rompendo l'incantesimo con una risata nervosa.
Mi tirai indietro di scatto, tossicchiando per l'alcol, il viso in fiamme. Ross mi fissò per un secondo di troppo, passandosi il dorso della mano sulle labbra umide. Il suo sorriso sfacciato era sparito. C'era solo una fame nuda, cruda e confusa.
Tornai a sedermi accanto a Marco, che mi circondò le spalle con un braccio, ridendo. «Cazzo, Chiara, sei proprio una diavoletta.» Lui non aveva capito niente. Ma mentre mi stringevo le gambe al petto per nascondere quanto fossi disperatamente bagnata, incrociai di nuovo lo sguardo di Ross. Lei sapeva. L'aveva sentito, mentre ero china sul suo seno. E io, ormai, non potevo più tornare indietro.
La tensione in salotto era diventata quasi solida. Stavo ancora cercando di regolarizzare il respiro, con il sapore della vodka e della sua pelle che mi bruciava in gola, quando Ross si alzò barcollando leggermente.
«Pausa pipì,» annunciò, sistemandosi la spallina del vestitino di seta. Poi, passandomi accanto, mi afferrò per il polso con una presa ferrea. «Vieni con me, pulcino. Devo sistemarmi il trucco e mi serve una mano.»
Non potei ribattere. Mi trascinò nel bagno minuscolo e chiuse la porta a chiave con un colpo secco, isolandoci dalla musica e dalle voci degli altri. La luce al neon sopra lo specchio era impietosa, ma su di lei non faceva altro che esaltare la grana perfetta della pelle e il rossore alcolico sulle guance. Ross si appoggiò al lavandino, guardandomi attraverso lo specchio.
«Allora, ti stai divertendo?» mi chiese, la voce impastata ma carica di quell'affetto rozzo che mi riservava sempre. Si voltò verso di me, appoggiando le mani sui fianchi. «Non fare quella faccia da cerbiatto spaventato, Chiara. Ti ho vista prima... per un attimo sembravi terrorizzata.»
«Io... è che il gioco sta diventando un po' pesante,» mentii, incrociando le braccia al petto per nascondere i tremiti.
Ross scoppiò a ridere, una risata di gola bellissima. Fece un passo verso di me, accorciando la distanza in quel bagno claustrofobico. L'odore di alcol e vaniglia mi inondò di nuovo. «Ma dai, era solo un po' di vodka! Per me sei come una sorellina, occhi blu. Non devi sentirti a disagio per un body shot innocente.» Alzò una mano e mi accarezzò la guancia. Il suo tocco era caldo, disarmante. «Quello che è successo prima è solo per divertimento. Tra noi amiche si può fare di tutto.»
Sorellina. Amiche. Quelle parole furono due pugnalate al petto. Ero innamorata persa, ero ossessionata, e per lei ero solo la mascotte del gruppo con cui fare la scema quando era brilla.
Prima che potessi rispondere, Ross decise di dare il colpo di grazia alla mia sanità mentale. «Anzi,» mormorò, con un sorriso sfacciato e gli occhi resi lucidi dalla vodka. Si raddrizzò, spingendo in fuori il petto. Il vestito di seta verde si tese in modo osceno sui suoi seni pieni, i capezzoli turgidi che puntavano dritti verso di me. Afferrò le mie mani, che tenevo incrociate, e se le portò letteralmente addosso. «Forza, stringimi le tette,» mi istigò, sfacciata come non mai.
Il mio cuore si fermò. Le mie mani erano appoggiate sulla seta fredda, ma sotto sentivo il calore esplosivo della sua carne, la pesantezza meravigliosa del suo seno. «Ross, ma che cazzo fai...» balbettai, il viso in fiamme, cercando debolmente di ritrarmi.
Ma lei mi tenne ferma. «Smettila di fare la puritana! Senti che roba. Non mi importa se mi tocchi tu, perché sei tu! Siamo ragazze, no? Forza, dai!»
Il mio cervello andò in tilt. La mia maestra mi stava ordinando di toccarla. Cedetti. Le mie dita si chiusero attorno alla morbidezza del suo seno. La seta scivolava sotto i miei polpastrelli mentre stringevo la carne, prima timidamente, poi con un po' più di forza, apprezzando ogni singola strizzata. Sentii i suoi capezzoli indurirsi ancora di più contro i palmi delle mie mani. Era un paradiso e un inferno nello stesso istante. Volevo strapparle quel vestito, spingerla contro le piastrelle del bagno e farle capire che non stavo affatto giocando.
Invece, ingoiai il groppo di desiderio che mi strozzava e feci l'unica cosa che potevo fare: recitai la parte. «Mh, bel trucchetto per farti palpare gratis, Ross,» le dissi, sfoderando un sorriso tremolante e forzato, dandole un'ultima, decisa strizzata prima di staccare le mani. «Sei proprio una scema.»
Ross rise di gusto, fiera della mia reazione. «Visto? Non è poi così male lasciarsi andare! Ora andiamo, prima che i ragazzi si bevano tutto.»
Quando tornammo in salotto, il mio respiro era ancora irregolare. Mi risedetti sul tappeto, incrociando le gambe e stringendomi le braccia al petto, mentre Ross si lasciava cadere mollemente sul divano accanto a Rob, versandosi l'ennesimo bicchiere.
Il gioco riprese e l'alcol spazzò via gli ultimi filtri di decenza. Al giro successivo, la bottiglia vuota si fermò puntando dritta verso Ross. Fu Sara a prendere la parola, con un sorriso malizioso e gli occhi lucidi. «Obbligo, festeggiata,» sentenziò Sara. «Prima hai fatto la gradassa parlando dello spogliatoio. Bene, dimostracelo. Facci vedere come lo fai impazzire. Dagli un assaggio di quello che gli fai quando siete da soli, qui, davanti a noi.»
La stanza si riempì di fischi e risate d'incoraggiamento. Rob avvampò, passandosi una mano sul collo taurino. «Dai ragazzi, non mi sembra il caso...» mormorò, ma la sua voce tradiva un'innegabile eccitazione.
Ross non esitò. Il suo sguardo, reso liquido e sfrontato dalla vodka, si accese. Posò il bicchiere e, con una lentezza calcolata, si mise a cavalcioni sulle ginocchia del fidanzato. Il vestitino di seta verde si arricciò, scoprendo le sue cosce sode e abbronzate.
Io ero seduta a meno di due metri da loro. E non riuscivo a distogliere lo sguardo.
Ross gli afferrò il viso con entrambe le mani e si avventò sulla sua bocca. Non fu un bacio. Fu una fottuta dichiarazione di possesso. Le loro lingue si intrecciarono con una foga bagnata e rumorosa. Ross iniziò a muovere il bacino contro l'inguine di Rob, lentamente, strofinandosi contro di lui. «Cristo...» gemette Rob a mezza voce, le sue mani grandi che scattavano istintivamente ad afferrarle i fianchi, le dita che affondavano nella seta.
Ross inarcò la schiena, staccandosi dalle sue labbra solo per scendere a mordergli il collo, lasciandosi sfuggire quel gemito roco e basso che mi perseguitava la notte. Il suo seno, libero sotto la stoffa leggera, si schiacciava contro il petto di lui a ogni spinta.
Il mio corpo reagì con una violenza devastante. Sotto la gonnellina liscia, senza mutande, ero un lago. Il mio clitoride pulsava al ritmo dei movimenti di Ross. La guardavo muoversi, guardavo la sua bocca carnosa lucida di saliva, e un'eccitazione febbrile mi infiammò il basso ventre. Volevo essere io al posto di Rob. Volevo che quelle mani afferrassero i miei capelli, volevo sentire il suo peso su di me.
Ma mentre il desiderio mi consumava, una tristezza fredda e plumbea mi strinse la gola fino a togliermi il respiro. Ero eccitata da morire, sì. Ma stavo guardando la donna che amavo scopare letteralmente con i vestiti addosso il suo ragazzo. Lui era la sua realtà. Io ero l'amichetta timida, il "pulcino" a cui strizzare le tette per gioco in bagno. Non avrei mai avuto quello sguardo affamato. Non sarei mai stata abbastanza per lei.
I miei occhi si riempirono di lacrime di pura frustrazione. Mi morsi l'interno della guancia a sangue per non singhiozzare.
E poi, la goffaggine cronica di Rob ruppe l'incantesimo. Sopraffatto dall'eccitazione e dai movimenti della sua ragazza, Rob cercò di tirarsela più vicina, spostando bruscamente le gambe per farle spazio sul divano. Nel farlo, urtò violentemente il tavolino di vetro con il ginocchio.
Il tonfo fu sordo. La grossa brocca di vetro, mezza piena di cocktail ghiacciato alla vodka e mirtillo, tremò sul bordo per una frazione di secondo prima di ribaltarsi. L'onda gelida e appiccicosa non colpì loro. Si abbatté esattamente su di me, che ero seduta sul tappeto lì sotto.
«Cazzo!» urlò Marco, ritraendo le gambe. Io trasalii. Il liquido ghiacciato mi inzuppò completamente la pancia e le cosce, scivolando sotto la gonna e colpendo la mia pelle nuda e febbricitante con la violenza di uno schiaffo. Lo shock termico fu totale, spegnendo il fuoco dell'eccitazione in un secondo e lasciandomi solo con l'imbarazzo e il freddo.
«Oddio, scusate! Sono un fottuto disastro!» urlò Rob, spingendo via Ross per alzarsi in piedi, mortificato, correndo verso la cucina.
L'atmosfera erotica era morta. Sepolta sotto i cubetti di ghiaccio e il succo di mirtillo. Ross mi guardò dall'alto del divano, i capelli scarmigliati e il fiato corto, mentre io rimanevo rannicchiata sul pavimento. La mia gonna aderiva in modo rivelatore e disastroso alla mia pelle, umida non solo di alcol.
«Chiara, tutto bene?» chiese Marco, piegandosi per aiutarmi. «Non mi toccare!» scattai, la voce incrinata, le mani premute contro il cavallo della gonna. L'umiliazione e la tristezza mi avevano travolta. «Vado... vado in bagno.»
Mi alzai tenendo la gonna incollata alle gambe per non far vedere a tutti che non indossavo l'intimo, e fuggii verso il bagno, chiudendomi la porta alle spalle e scivolando a terra, finalmente libera di piangere.
Ero seduta sul coperchio del water, rannicchiata su me stessa, con la gonna fradicia che mi gelava la pelle. Le lacrime mi rigavano il viso non per l'imbarazzo del drink, ma per la devastante, squallida consapevolezza di non poter avere l'unica cosa che desideravo al mondo.
Due minuti dopo, bussarono dolcemente alla porta. «Pulcino... apri, sono io.» La voce di Ross era impastata dall'alcol, ma addolcita da un tono materno e preoccupato.
Tirai su col naso e girai la chiave. Ross scivolò dentro e richiuse subito la porta, isolandoci di nuovo. Aveva in mano un mucchietto di stoffa nera. Quando mi vide con gli occhi rossi e le guance bagnate, la sua espressione sfrontata crollò. Si inginocchiò davanti a me, incurante del pavimento del bagno, e mi prese il viso tra le mani calde. Il suo profumo di vaniglia e vodka mi investì.
«Ehi... ma stai piangendo?» sussurrò, accarezzandomi gli zigomi con i pollici. «Oh, Chiara, mi dispiace da morire. Rob è un fottuto idiota, l'ho appena cazziato a dovere. Non fare così, dai... era solo un po' di succo di mirtillo.»
Chiusi gli occhi, appoggiando per un secondo la guancia contro il suo palmo. Non piango per il mirtillo, Ross. Piango perché ti amo e tu stavi cavalcando lui davanti a me. Ma non dissi nulla. Annuii debolmente, deglutendo il nodo che avevo in gola.
«Tieni,» disse lei, sorridendo e porgendomi i vestiti. «Ti ho portato un cambio. Sono i miei, quindi ti staranno un po' fasciati, ma almeno sarai asciutta. Cambiati, datti una sciacquata e torna di là quando te la senti. Tanto la festa è finita, stanno andando tutti via.»
Si alzò e mi diede un bacio affettuoso sulla fronte, per poi uscire dal bagno.
Rimasta sola, mi tolsi la gonna zuppa e la maglietta appiccicosa. Asciugai la pelle infreddolita con un asciugamano e presi i vestiti di Ross. Erano un paio di leggings neri lucidi e un top sportivo incrociato sulla schiena. Quando li infilai, mi mancò l'aria. Io ero magra, ma Ross aveva curve molto più esplosive, quindi i suoi leggings erano pensati per comprimere. Su di me, risultarono oscenamente attillati. Ma il dettaglio che mi fece impazzire fu un altro: non avevo le mutande.
Tirando su i leggings lucidi, la cucitura centrale si piazzò esattamente in mezzo alle mie piccole labbra nude e sensibili. Ogni minimo passo era un attrito diretto, una frizione che mi ricordava costantemente che stavo letteralmente indossando l'odore e i vestiti della donna che mi ossessionava.
Quando tornai in salotto, l'atmosfera era di smobilitazione. Rob mi venne incontro con la faccia di un cane bastonato. «Chiara, scusami ancora. Sono un coglione, ho rovinato tutto.» «Tranquillo, Rob. Cose che succedono,» risposi, fredda.
Marco si alzò dal divano, infilandosi il giubbotto di pelle. I suoi occhi scesero immediatamente sul mio corpo fasciato dalla lycra lucida. «Però,» commentò con un fischio d'apprezzamento, «bisogna ammettere che il guardaroba di Ross ti sta da dio. Sei un'altra persona così.» Rob annuì, cercando di sdrammatizzare. «Eh sì, la mia ragazza ha ottimi gusti. Dai, andate a casa ragazzi, scusate ancora per il disagio.»
Ci salutammo velocemente. Ross mi strinse in un ultimo abbraccio, le sue mani che scivolavano sulla schiena nuda lasciata scoperta dal suo top. «Scrivimi quando arrivi, occhi blu.»
Uscimmo nell'aria fresca della notte e salimmo nell'auto di Marco. Il viaggio iniziò in silenzio, ma percepivo la sua agitazione. Marco tamburellava le dita sul volante, lanciandomi sguardi infuocati ogni volta che passavamo sotto un lampione.
«Cazzo, Chiara,» esordì, la voce roca. «Non riesco a smettere di guardarti in quei leggings. Sembra che te li abbiano cuciti addosso. Sei così... aggressiva stasera.» Non risposi. Guardavo fuori dal finestrino, lo stomaco chiuso.
Invece di prendere la strada per casa mia, Marco svoltò bruscamente, imboccando una stradina buia che portava verso un parcheggio isolato vicino al parco cittadino. Spense il motore e si slacciò la cintura di sicurezza con urgenza. «Vieni qui,» mormorò, allungandosi verso di me.
Di norma, quello era il momento in cui spegnevo il cervello. Quello era il momento in cui chiudevo gli occhi, lo lasciavo fare e lo usavo per sfogare le mie fantasie su Ross. Ma stasera era diverso.
Marco mi afferrò la coscia, la sua mano grande che stringeva la lycra dei leggings. «La serata è stata... intensa,» sussurrò, baciandomi il collo con irruenza, il respiro pesante. «E vederti con la roba di Ross addosso mi sta facendo impazzire. Sei così fottutamente sexy...»
La sua mano scivolò più in alto, insinuandosi verso il mio inguine. Sentì l'assenza di biancheria intima attraverso la stoffa tesa e gemette di sorpresa. «Cristo... non hai niente sotto. Lo sapevo che facevi la finta tonta stasera...»
La nausea mi travolse. Non mi stava toccando perché ero Chiara. Si era eccitato guardando Ross strusciarsi su Rob per tutta la sera. Si era eccitato guardando la mia bocca sfiorare il seno di Ross. E ora, non potendo avere lei, voleva scopare me, esaltato dal fatto che indossassi i vestiti della donna che in realtà bramava lui stesso. Eravamo due squallidi rimpiazzi l'uno per l'altra.
Una rabbia cieca, bollente e inarrestabile mi esplose nel petto. Mentre lui cercava di baciarmi la bocca, alzai le mani e gli mollai due schiaffi violenti e sonori ai lati della testa, uno dopo l'altro.
Paff! Paff!
Marco si ritrasse di scatto, sbattendo la schiena contro il volante, gli occhi sgranati per lo shock. «Ma che cazzo fai?! Sei impazzita?!»
«Toglimi le mani di dosso!» urlai, la voce che tremava di pura isteria, spingendolo via per il petto. Il mio respiro era affannoso, il cuore mi martellava in gola. «Fai schifo, Marco! Fai fottutamente schifo!»
«Ma di che cazzo parli? Fino a ieri mi saltavi addosso prima ancora di entrare in casa!» sbottò lui, massaggiandosi la guancia arrossata.
«Non azzardarti a toccarmi!» sibilai, puntandogli un dito contro il viso. «Credi che non me ne sia accorta? Ti sei fatto il sangue amaro per tutta la cazzo di sera guardando Ross! Ti sei eccitato vedendo lei che si strusciava su Rob, e ora vuoi usare me per scaricarti! Ti fa impazzire che io abbia i suoi vestiti addosso, vero? Vuoi scopare me chiudendo gli occhi e immaginando che ci sia lei dentro questi fottuti leggings?!»
Marco sbiancò. La mia accusa, così cruda e diretta, gli tolse le parole di bocca. Forse perché era vero, o forse perché la mia reazione era spaventosamente feroce. Aprì la bocca per balbettare una scusa, ma lo interruppi brutalmente.
«Sei un pezzo di merda. Non farti illusioni, tu non vuoi me, vuoi lei. E io non sono il fottuto premio di consolazione di nessuno. Tra noi è finita. Accendi la macchina e portami a casa, adesso. E non rivolgermi più la parola.»
Mi schiacciai contro la portiera, incrociando le braccia al petto, tremante di rabbia e di disgusto verso lui e verso me stessa. Marco non disse una parola. Inghiottì a vuoto, l'ego completamente a pezzi. Girò la chiave nel quadro e mise in moto.
Il tragitto fino a casa mia fu un silenzio di tomba. Scesi dall'auto sbattendo la portiera con tutta la forza che avevo. Ero finalmente sola. Non avevo più il mio palliativo. Ed ero appena sprofondata nell'abisso senza vie di fuga.
Rientrai in casa come una furia cieca. Chiusi la porta a doppia mandata e mi appoggiai con la schiena al legno freddo, respirando a fatica. Ero incazzata nera, umiliata, ma soprattutto ero disperata.
Mi trascinai in camera da letto e iniziai a spogliarmi. Togliermi i vestiti di Ross fu un'impresa. I leggings lucidi aderivano come una seconda pelle, incollati al mio sudore e alla mia umidità pregressa. Mentre me li sfilavo a fatica, scendendo lungo le cosce, il profumo del tessuto mi investì in pieno. Sapevano del suo detersivo. Quell'inconfondibile aroma di muschio bianco e pulito che le sentivo sempre addosso in palestra quando arrivava fresca di doccia, mescolato ora alla sua essenza, alla sua pelle.
Affondai il viso nel top sportivo prima di buttarlo a terra. Un singhiozzo violento mi squassò il petto. Infilai un pigiama di cotone largo e sformato, mi buttai sul materasso a pancia in giù e scoppiai a piangere. Piansi per la rabbia verso Marco. Piansi per l'umiliazione del drink. Ma soprattutto, piansi perché ero un guscio vuoto, ossessionato da una donna che non mi avrebbe mai guardata come io guardavo lei.
Passarono un paio d'ore. Erano quasi le tre di notte, ma la rabbia non accennava a sbollire, anzi, si era trasformata in un'energia febbrile e insonne. Presi il cellulare dal comodino. Sapevo che avrebbe risposto. Anche da ubriaca, aveva il sonno leggero.
Feci partire la chiamata. Al quarto squillo, la connessione si aprì. «Mh... pulcino?» mormorò la sua voce, impastata di sonno e alcol, roca in un modo che mi fece subito contrarre lo stomaco. Si sentì un fruscio di lenzuola. «Aspetta... vado sul balcone, se no sveglio il babasone.»
Sentii il rumore di una porta a vetri che si apriva, e poi l'aria della notte nel microfono. L'immaginai lì, mezza nuda al buio, avvolta dall'aria fresca, con i capelli spettinati e le lentiggini invisibili nella notte. «Eccomi. Che succede, occhi blu? Sei a casa?» «L'ho mollato,» sputai fuori, la voce rotta da un residuo di pianto.
Ross si svegliò del tutto. «Cosa? Marco? Che cazzo è successo?» Mi sfogai. Le raccontai tutto d'un fiato della macchina, del parcheggio buio, delle mani di lui su di me. «Voleva scoparmi solo perché era eccitato da te!» le dissi, stringendo il lenzuolo con le dita. «Vi ha guardati per tutta la sera. Si è eccitato vedendoti addosso a Rob, o sentendo cosa dicevi... e poi quando mi ha vista con i tuoi vestiti, non ha capito più niente. Mi stava usando come un fottuto rimpiazzo, Ross!»
Esattamente come facevo io con lui, urlò la mia coscienza. Lui voleva te, ma anche io voglio solo te. Ma questo lo tenni per me, chiudendolo a chiave nel mio petto.
Ross imprecò ad alta voce. «Quel lurido pezzo di merda! Ma ti rendi conto?! Domani lo chiamo e lo vado a prendere sotto casa, gli stacco la testa! Come cazzo si permette di farti sentire così? Tu sei bellissima, Chiara, non sei il contentino di nessuno!»
Le sue parole, così feroci e protettive, mi fecero sciogliere. «Non voglio pensarci più, per stasera,» mormorai, asciugandomi le lacrime. «Ti prego... aiutami a distrarmi. Parlami. Raccontami qualcosa.»
Dall'altro lato del telefono ci fu un secondo di silenzio, rotto solo dal suono di un accendino e da un respiro profondo. Stava fumando. Ross fece una mezza risata, quel suono roco e complice che mi mandava sempre in tilt. La vodka in circolo aveva spazzato via i suoi soliti, già deboli, filtri. «Vuoi distrarti? Beh,» sogghignò, il tono che si abbassava di un'ottava, diventando osceno e confidenziale. «Se proprio vuoi saperlo, ti racconto cos'è successo qui quando ve ne siete andati tutti. E ringrazia che sei andata via in tempo.»
Il mio battito accelerò. Mi girai supina, fissando il soffitto al buio. «Cosa... cos'è successo?» «Stavamo pulendo il disastro di Rob in salotto,» iniziò lei, espirando il fumo. «Io ero ancora con quel vestitino verde rovinato. Ero incazzata nera con lui, gli stavo urlando contro per la figura di merda. Ma sai com'è fatto... quando gli urlo addosso, gli si chiude la vena.»
Trattenni il fiato. Le mie mani, quasi dotate di vita propria, scivolarono sotto l'elastico dei pantaloni del pigiama, cercando istintivamente calore. «Mi ha strappato lo straccio di mano,» continuò Ross, la voce carica di un'eccitazione retroattiva. «Mi ha sbattuta contro il bancone della cucina. Il marmo era freddo, ma io ero fottutamente bollente. Mi ha baciata in un modo che non gli vedevo fare da mesi. Con una rabbia... cazzo. Mi ha tirato su la gonna del vestito e mi ha strappato letteralmente le mutandine. Si sono rotte, Chiara. Le ha strappate.»
Le mie dita sfiorarono la mia intimità nuda. Ero già un lago. Bastava la sua voce. Bastava l'immaginazione. «Davvero?» sussurrai, cercando di mantenere il tono di voce normale, anche se stavo già sudando freddo.
«Oh, sì. Non mi ha dato nemmeno il tempo di respirare. Se l'è tirato fuori e me l'ha spinto dentro in un colpo solo. Tutto intero.» Ross ansimò leggermente al ricordo, e quel suono mi arrivò dritto al cervello, mandandomi in cortocircuito. «Ero così bagnata, pulcino... è scivolato dentro facendo un rumore osceno. Mi teneva ferma per i fianchi, premendomi contro il bancone, e ha iniziato a spingere come un animale.»
Infilai due dita dentro di me, decise, senza preliminari, replicando la brutalità che mi stava raccontando. Ah... Soffocai un gemito, portandomi immediatamente il dorso della mano libera sulla bocca, premendo forte contro le labbra. Non doveva sentirmi. Non doveva capire che mi stavo masturbando sulla sua voce, sul suo orgasmo.
«Ci sei, pulcino?» mi chiese Ross, notando il silenzio. «S-sì...» dissi, spostando la mano per un secondo. «Sto ascoltando.»
«Beh, mi ha distrutta,» sussurrò lei, e sentivo che stava sorridendo nel buio. «Spingeva così forte che i bicchieri tremavano sul lavandino. Io mi tenevo al marmo per non cadere e urlavo. Cazzo, gli ho riempito il collo di graffi. Quando lui ha iniziato a venire, mi ha presa per i capelli, mi ha tirato la testa all'indietro e... Dio, sono venuta in un modo pazzesco. Avevo i crampi alle gambe, Chiara.»
Mi mossi più veloce. Le mie dita pompavano dentro di me al ritmo delle sue spinte immaginarie, mentre il pollice torturava il mio centro sensibile. Nella mia testa non c'era Rob. Nella mia testa c'era lei. Era lei contro il bancone della mia immaginazione. La sentivo ansimare al telefono e sovrapponevo quel respiro ai movimenti della mia mano.
«Lo sento ancora addosso,» mormorò Ross, sognante, incurante dell'effetto che le sue parole avevano su di me. «Quell'attrito, la pressione... è stato perfetto.»
La tensione nel mio basso ventre arrivò al punto di rottura. Le parole "attrito" e "pressione", dette con la sua voce roca, furono la goccia decisiva. Chiusi gli occhi, stringendo i denti sulla carne della mia mano per non urlare. Inarcai la schiena dal materasso, venendo con spasmi così violenti e profondi che tutto il corpo prese a tremare incontrollabilmente. Le mie dita si serrarono all'interno delle pareti umide, assorbendo ogni ondata di quel piacere silenzioso e disperato. Mi manco letteralmente l'aria.
«Ecco,» sospirò Ross, facendo un altro tiro di sigaretta. «Spero di averti fatto sorridere un po' e distolta dai pensieri su quello stronzo.» Il mio cuore martellava nelle orecchie. Rimasi immobile, aspettando che i tremiti si placassero, cercando di riprendere il controllo del fiato. Tolsi le dita, bagnate e tremanti. «Sì...» sussurrai, la voce rotta e soffiata. «Mi hai distratta. Grazie, Ross.»
«Di niente, occhi blu. Domani passo da te, facciamo una colazione come si deve e parliamo, ok? Fatti una bella dormita. Fanculo Marco.» «Fanculo Marco,» ripetei debolmente. «Buonanotte, Ross.»
«Notte, sorellina.» La chiamata si chiuse con un click. Il silenzio della mia stanza mi piombò addosso con il peso di un macigno. Lasciai cadere il telefono sulle coperte. Ero sudata, sfinita, il sesso che ancora pulsava di piacere. Ma l'unica cosa che sentivo era il sapore amaro dell'ennesimo orgasmo rubato. Ero totalmente, inesorabilmente distrutta.
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