Sudore e Labbra Proibite
Capitolo 1 - quel suo corpo sudato
Fissai il mio riflesso nello specchio dello spogliatoio, stringendo i laccetti del borsone fino a farmi sbiancare le nocche.
L’ultimo anno mi aveva svuotata. Uscire dalla tossicità di una relazione in cui ero stata trattata come un oggetto, manipolata e spinta oltre i miei limiti emotivi e fisici, mi aveva lasciata come un guscio vuoto. Ora, psicologicamente, stavo ricominciando a respirare. Anche se le pressioni sessuali del mio ex e i suoi abusi mi hanno bloccata sessualmente, era da quando era finita con lui che non mi eccitavo, non mi toccavo e quando pensavo al sesso, mi sentivo disgustato. Poi c’era il mio corpo…quello dovevo ancora riprendermelo. Per questo mi ero iscritta in quella fottuta palestra.
Sotto le luci al neon, la mia pelle appariva di una pallidezza quasi di porcellana. Una luminosità fredda, eterea, che faceva da contrasto netto ai miei capelli lunghi, di un castano così scuro da sembrare neri, che mi ricadevano lisci oltre le spalle. I miei occhi, grandi e di un azzurro profondo, mi fissavano dallo specchio con quell'ombra di malinconia che sembrava non volersene più andare. Avevo lineamenti armoniosi, zigomi morbidi ma definiti e un naso piccolo, ma era la mia bocca il tratto che odiavo e amavo di più: carnosa, con il labbro inferiore naturalmente pieno e rosato. Lui me la baciava per farmi tacere. Io, ora, volevo usarla per ricominciare a parlare.
Feci un respiro profondo, osservando la linea sottile delle mie spalle e l'eleganza del mio collo slanciato. Il mio fisico era snello, delicato, con un busto dalle curve morbide e discrete. Non ero esattamente il tipo da sala pesi.
E infatti, i primi giorni erano stati un inferno. Andare di pomeriggio significava farsi schiacciare da una calca sudata e rumorosa che mi faceva mancare l'aria. Così avevo cambiato strategia: la mattina presto. Molto più intimo, quasi silenzioso.
Quasi.
«Ma ci sei o ci fai?! Ti avevo detto di scaricare il bilanciere, cazzo!»
La voce acuta e furiosa rimbombò per tutta la sala pesi, coprendo persino la musica di sottofondo. Mi fermai a pochi passi dalla rack dello squat, stringendo l'asciugamano.
Erano di nuovo loro. Lui era un armadio a quattro ante, un ragazzone dall'aria perennemente confusa, un vero babasoneche la guardava come un cane bastonato. Ma lei... Dio, lei era un incendio.
«Ross, dai, abbassa la voce...» mormorò lui, passandosi una mano sul collo taurino. «Abbassa la voce un corno! Sei un inetto! Se mi distraggo un secondo rischio di spaccarmi la schiena per colpa della tua stupidità. Vaffanculo, levati!» sbraitò lei, spingendolo via con una forza inaspettata per la sua statura.
Non riuscivo a smettere di guardarla. Era magnetica. Aveva un viso armonioso, dai lineamenti dolci, incorniciato da capelli biondi, del colore del grano sotto il sole. Il taglio scalato e la frangia aperta sulla fronte le davano un'aria fresca, quasi innocente. Ma l'innocenza finiva lì. I suoi occhi, di una sfumatura cangiante tra il verde e il grigio, erano carichi di una rabbia sensuale, resi ancora più languidi dalle ciglia lunghe. Il suo labbro superiore, con un arco di Cupido perfetto, era arricciato in una smorfia di puro disprezzo verso il fidanzato.
E poi c'era il suo corpo. Una clessidra perfetta, esaltata da un top sportivo verde smeraldo e dei leggings neri che non lasciavano nulla all'immaginazione. Le spalle erano arrotondate, la vita sottilissima, e il seno... il décolleté era pieno, generoso, una visione ipnotica punteggiata da adorabili lentiggini che spiccavano sulla pelle chiara e accaldata. Era carnale, viva, bollente in un modo che mi faceva seccare la gola.
Mentre il fidanzato si allontanava verso i tapis roulant, borbottando a testa bassa, Ross si passò le mani sui fianchi tonici, sbuffando. Poi, all'improvviso, si voltò verso di me.
I suoi occhi verdi si incastrarono nei miei azzurri. Mi aveva beccata a fissarla. Il mio cuore perse un battito, ma prima che potessi abbassare lo sguardo, le labbra piene e vellutate di Ross si aprirono in un mezzo sorriso. Non c'era traccia della rabbia di un secondo prima. Solo un'incuria sfacciata e... qualcos'altro. Qualcosa che mi fece bruciare le guance.
Quel mezzo sorriso fu solo l'inizio della mia personalissima, silenziosa ossessione.
Per le due settimane successive, la mia routine in palestra si trasformò in uno spettacolo privato. Ogni mattina, tra una serie di affondi e l'altra, i miei occhi azzurri finivano inevitabilmente per cercare lei. Ross. Scoprì il suo nome perché il suo ragazzo, un gigante buono ma irrimediabilmente goffo, la implorava in continuazione mentre lei lo sgridava. Era severa, a tratti quasi isterica quando lui sbagliava le esecuzioni, ma aveva sempre ragione. Era dura, sì, ma profondamente giusta. Sapeva farsi rispettare da chiunque là dentro.
E poi c'era l'altro lato di lei. Quello che mi teneva incollata a guardarla. Tra una sfuriata e l'altra, Ross era un'esplosione di energia cinica e ironica. La vedevo scambiare battute taglienti con i personal trainer, ridendo con la testa all'indietro, portando un'ondata di felicità rumorosa e carnale in quell'ambiente di metallo freddo. Io, invece, restavo nel mio angolo, un'ombra pallida e silenziosa, limitandomi a venerare da lontano la sua luce.
Finché un martedì, il destino (o forse solo la mia solita goffaggine) decise di rimescolare le carte.
Ero nello spogliatoio femminile. Avevo appena finito il mio allenamento e stavo lottando con il lucchetto incastrato del mio armadietto. L'ambiente era saturo di umidità e del profumo dolce del bagnoschiuma, quando la porta dell'area docce si aprì.
Mi bloccai. Ross uscì avvolta in una nuvola di vapore. Indossava solo un asciugamano bianco, arrotolato precariamente sotto le ascelle, che faticava a contenere la morbidezza del suo seno. I capelli biondo miele erano bagnati e le ricadevano sulle spalle, scurendo le punte. Goccioline d'acqua scivolavano lungo il suo collo slanciato, indugiando sulle lentiggini che le spolveravano le clavicole e il décolleté, per poi perdersi nella fessura tra i seni.
Ero letteralmente estasiata. Il mio respiro si fece corto, le mani abbandonarono il lucchetto. Il suo fisico a clessidra, anche sotto la spugna spessa, emanava una sensualità spontanea e stordente. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dalle sue gambe toniche, imperlate d'acqua.
«Sai,» disse all'improvviso, facendomi trasalire. La sua voce era roca, divertita. «Se continui a fissarmi così, finirai per consumarmi prima ancora che io riesca a mettermi le mutande.»
Arrossii di colpo, un calore furioso che mi incendiò le guance pallide. Abbassai subito gli occhi, balbettando: «I-io... scusa, non stavo... il lucchetto, si è bloccato e...»
Ross scoppiò a ridere. Una risata di gola, piena e senza filtri. Lasciò cadere il suo borsone sulla panca accanto alla mia, noncurante dello spazio vitale, e si appoggiò agli armadietti incrociando le braccia. Il movimento fece sollevare l'orlo dell'asciugamano in un modo che definire pericoloso era un eufemismo.
«Tranquilla, occhi blu. Sto scherzando,» mi tranquillizzò, inclinando la testa di lato. I suoi occhi grigio-verdi mi scrutarono da capo a piedi, indugiando per una frazione di secondo in più sulle mie labbra, poi sui miei capelli scuri. «Ti vedo sempre in sala. Sei quella silenziosa. Quella che osserva tutto ma non parla mai con nessuno.»
«Non... non sono molto brava con le persone,» ammisi, la voce che era poco più di un sussurro. Mi sentivo nuda, eppure la nuda quasi del tutto era lei.
«L'avevo notato.» Ross iniziò a frugare nel borsone, tirando fuori l'intimo. Poi, con una naturalezza disarmante, slacciò l'asciugamano.
Trattenni il fiato. Non si coprì, non si voltò. Si sfilò la spugna rivelando una schiena perfetta, i fianchi morbidi e quel fondoschiena che nei miei sogni mi aveva fatto svegliare sudata. Infilò gli slip neri di pizzo con movimenti fluidi e lenti. Non era esibizionismo puro; era semplicemente una donna totalmente a suo agio nella propria pelle.
«Quanti anni hai?» mi chiese, infilandosi il reggiseno sportivo e voltandosi di nuovo verso di me, ignorando il fatto che fossi praticamente in iperventilazione.
«Diciotto,» risposi, deglutendo a fatica.
Ross fece schioccare la lingua, le labbra piene piegate in un sorriso tenero e ironico al tempo stesso. «Io ne ho ventidue. Sei praticamente un pulcino.» Fece un passo verso di me, annullando la distanza. Sapeva di bagnoschiuma alla vaniglia e sudore pulito. Allungò una mano e mi sfiorò una ciocca di capelli castani che mi era sfuggita dall'elastico, sistemandomela dietro l'orecchio. Le sue dita calde contro la mia guancia gelida mi fecero tremare.
«Un pulcino dolce e spaventato,» sussurrò, guardandomi dritta negli occhi. «Hai un viso da bambola di porcellana, ma c'è troppa tensione in queste spalle. Sai cosa penso che ti serva?»
Scossi la testa, incapace di formulare una frase di senso compiuto. La sua vicinanza era inebriante.
«Ti serve una scossa,» sentenziò Ross, allontanandosi di colpo con un sorrisetto sfacciato, tornando a vestirsi. «E mi sa che toccherà a me prenderti sotto la mia ala. Domani ti alleni con me, e non accetto un no come risposta. Ti farò sciogliere, te lo prometto.»
Fino a quel momento l'avevo guardata solo con una devota, silenziosa ammirazione. Volevo essere lei. Volevo la sua sicurezza, la sua strafottenza, il modo in cui occupava lo spazio senza mai chiedere scusa.
Poi, qualcosa cambiò. O meglio, lei decise di cambiarmi.
Nei tre mesi successivi, Ross mi prese letteralmente sotto la sua ala, trasformandosi nella mia personal trainer non ufficiale. E non era una maestra delicata. Era fisica, invadente, tattile. Se la mia postura allo squat era sbagliata, non me lo spiegava a parole: si piazzava dietro di me, mi afferrava i fianchi con le sue mani forti e calde, e mi spingeva il bacino nella posizione corretta, i nostri corpi che si sfioravano attraverso la lycra sottile dei leggings.
«Scendi di più, pulcino. Fammelo vedere questo culo,» mi provocava, e io avvampavo, obbedendo ciecamente.
A volte, i suoi tocchi erano audaci da farmi mancare il fiato. Durante la leg press, mentre spingevo con le gambe tremanti, le sue dita scivolavano con disinvoltura lungo l'interno della mia coscia, pericolosamente vicine all'inguine. «Usa questi muscoli, Chiara, non contrarre solo le ginocchia,» sussurrava. E io stringevo i denti, non per lo sforzo, ma per il calore improvviso che mi inondava il basso ventre ogni volta che la sua pelle sfiorava la mia.
Fuori dalla sala pesi, eravamo diventate inseparabili. Messaggiavamo a tutte le ore, condividevamo spritz ghiacciati al bar all'angolo e confidenze. Ross era il mio scudo. Se un ragazzo in palestra osava fissarmi un secondo di troppo o fare un commento viscido, lei lo inceneriva con uno sguardo così feroce da farlo scappare a gambe levate.
Nello spogliatoio, però, il rapporto assumeva sfumature diverse. Ero sempre estremamente timida quando dovevo spogliarmi davanti a lei, coprendomi con la cura di una suora, ma Ross non perdeva occasione per abbattere le mie difese con la sua rozza, sfacciata fierezza.
«Chiara, copriti meno, cazzo. Hai una pelle che sembra seta, che ti nascondi a fare?» mi diceva, camminando nuda davanti al mio armadietto senza il minimo imbarazzo. Poi, con una rapidità che mi faceva sussultare, mi mollava uno schiaffo secco e sonoro sul sedere. «Guarda qui, che pesche dolci hai. Vorrei proprio vedere se continui a essere così pudica quando ti accorgerai di quanto sei sexy.» Mi faceva arrossire fino alla punta dei capelli, ma il suo tocco, per quanto brusco, era sempre intriso di un’inaspettata, grezza dolcezza che mi faceva sentire, per la prima volta, desiderabile.
Ma Ross era anche un vulcano di nervi. La sua indole irritabile esplodeva puntualmente contro Rob. Quando lui, in tutta la sua goffaggine, sbagliava a montare un peso o si intrometteva nel nostro allenamento, Ross cambiava faccia.
«Rob, ma sei un ebete? Ti ho detto di bloccare il disco, non di lasciarlo lì in bilico a rischiare di tranciarmi un piede! Ma vaffanculo, levati dai coglioni prima che ti prenda a calci io!» urlava, attirando gli sguardi di metà palestra. Rob, dal canto suo, abbassava la testa, mortificato. Era un patatone, gentile e incredibilmente premuroso con me. Spesso, mentre Ross imprecava, lui mi passava una borraccia d'acqua o mi dava una mano a spostare un attrezzo pesante. «Scusala, Chiara, sai com'è fatta quando ha le palle girate...» mi diceva sottovoce, con un sorriso bonario.
Ross, però, lo trattava come un inserviente, una sorta di schiavetto personale. «Ehi, tu! Smettila di fare il galante con Chiara e vai a portarmi l'asciugamano pulito, muoviti!» lo apostrofava con disprezzo scherzoso, ma pungente. Rob rideva, scuotendo la testa, e obbediva.
Tutto questo miscuglio di urla, schiaffi sulle natiche, confidenze sussurrate e litigate furibonde creava un’elettricità costante che non mi dava tregua.
Sotto la sua protezione, quel guscio vuoto e traumatizzato che ero diventata iniziò a creparsi. Stavo guarendo. E, cosa che mi spaventava e mi eccitava al tempo stesso, il mio corpo stava ricominciando a svegliarsi dal letargo in cui il mio ex lo aveva gettato.
L'apice arrivò un giovedì mattina. Ero alla lat machine, la schiena madida di sudore. Ross era in piedi dietro di me, le mani appoggiate saldamente sulle mie clavicole per tenermi ancorata al sedile. Sentivo il calore del suo addome contro la mia schiena, il suo respiro che mi scompigliava i capelli sfuggiti alla coda.
«Tira giù, brava. Contrai bene i dorsali,» mormorò, e mentre lo diceva, le sue mani scivolarono giù, accarezzandomi i fianchi per poi infilarsi per un attimo sotto l'orlo della mia maglietta, sfiorandomi la pelle nuda della pancia.
Trattenni un gemito. Chiusi gli occhi, perdendo quasi la presa sulla sbarra.
In quel momento, un'ombra massiccia ci coprì. Rob, il "babasone", le si era avvicinato da dietro. Si chinò verso di lei e le sussurrò qualcosa all'orecchio, sfiorandole il collo con le labbra. Ross ridacchiò, un suono basso e roco che non le avevo mai sentito fare. La pressione delle sue mani scomparve dal mio corpo, lasciandomi una sensazione di vuoto e freddo.
«Chiara, finisci le tue serie da sola, okay?» mi disse, la voce improvvisamente un'ottava più bassa. «Io devo... sbrigare una cosa. Ci vediamo di là.»
Senza aggiungere altro, sparì verso gli spogliatoi, seguita da lui. Finii l'esercizio in modo meccanico, la mente in subbuglio. Quando entrai nello spogliatoio femminile dieci minuti dopo, c'era solo il rumore dell'acqua scrosciante. Di solito, facevamo la doccia nei cubicoli di fronte, chiudendo le tende e urlandoci le nostre chiacchiere per sovrastare il rumore dell'acqua.
Andai verso la nostra zona, stringendo l'asciugamano. «Ross? Ci sei?» chiamai.
Non ci fu risposta, solo un tonfo sordo, come di carne contro le piastrelle, e un gemito strozzato. Mi bloccai. Buttai l'occhio oltre l'angolo. La tenda dell'ultima doccia era spalancata.
Il vapore era denso, ma la scena era inequivocabile. Ross era sollevata contro le piastrelle fredde. Le sue gambe toniche, quelle che ammiravo ogni giorno, stringevano i fianchi di Rob, mentre lui le entrava dentro con spinte brutali e disordinate. L'acqua scrosciava sui loro corpi mescolandosi al sudore.
Ma io non guardavo lui. Io guardavo lei. Ross aveva la testa rovesciata all'indietro, i capelli biondi e bagnati appiccicati al viso. Le sue mani graffiavano la schiena larga del fidanzato con una foga animalesca. La sua bocca, quella bocca carnosa e ironica, era aperta in un gemito forte, inarticolato, perso in quel rumore d'acqua. Era sottomessa fisicamente, ma dominava la scena con la sua fame inesauribile.
Sentii una vampata di calore investirimi come uno schiaffo. Un brivido violently mi percorse la schiena, concentrandosi tutto al centro delle mie gambe. Il mio respiro divenne corto, affannoso. Mi ritrassi, terrorizzata di essere vista, ma completamente ipnotizzata.
Cazzo.
Dovevo farmi la doccia, ma era impossibile restare lì. Quel qualcosa di sopito in me si era appena risvegliato con la violenza di un terremoto. Girai sui tacchi. Mi rivestii in tempo record, le mani che tremavano così tanto da faticare ad allacciare le scarpe. Uscii dalla palestra correndo, l'aria fresca del mattino che non serviva a spegnere l'incendio che avevo addosso.
Abitavo a due isolati di distanza. Infilai le chiavi nella serratura, spinsi la porta ed entrai come una furia. «Chiara, sei tu?» chiamò mia madre dalla cucina. Non le risposi. Mi precipitai in bagno e chiusi a chiave.
Mi spogliai strappandomi letteralmente i vestiti di dosso. Aprii l'acqua della doccia, caldissima, ed entrai senza aspettare che la cabina si scaldasse. L'acqua mi colpì il viso, il petto, e fu come accendere una miccia.
Chiusi gli occhi. Ma invece del buio, c'era lei. C'erano i suoi seni perfetti schiacciati contro un petto maschile, le sue lentiggini bagnate, la sua voce rotta dal piacere. Mi portai una mano al seno, stringendolo con una forza che mi sorprese. Erano mesi, forse un anno intero, che non mi toccavo senza provare un senso di ansia o di repulsione. Ma ora... ora non c'era spazio per il mio ex. C'era solo Ross.
Lasciai scivolare la mano libera sul mio stomaco, giù, fino a trovare il mio centro. Ero fradicia e pulsante. Al primo tocco delle mie stesse dita, gemetti ad alta voce. Immaginai che non fossero le mie mani. Immaginai quelle di Ross, forti e decise, come quando mi correggeva la postura. Mi accarezzai, prima piano, poi sempre più veloce, seguendo il ritmo impresso nella mia memoria delle spinte che avevo appena visto.
«Ross...» ansimai contro il getto d'acqua, mordendomi il labbro fino a sentire il sapore del sangue.
L'orgasmo mi travolse con una prepotenza inaudita. Un'onda di calore liquido che mi fece tremare le gambe, costringendomi ad appoggiarmi alle pareti della doccia per non cadere. Rimasi lì, ansante, l'acqua che lavava via il sudore e le lacrime di frustrazione, ma non il desiderio.
Ero viva. E volevo lei.
Il mio corpo, che per un anno intero era stato una prigione di traumi e repressione, si era risvegliato con una fame che mi faceva quasi paura. Per tutto il fine settimana, non feci altro che assecondarla. Mi sentivo letteralmente rinata. La notte di venerdì, rannicchiata sotto le lenzuola del mio letto, le mie dita avevano trovato di nuovo la strada tra le mie cosce. Nel buio della mia stanza, non c'era traccia del mio ex, né delle sue mani rudi. C'era solo l'immagine di Ross. Rivedevo la sua schiena inarcata, l'acqua che le scivolava sui seni pieni e punteggiati di lentiggini, e sentivo l'eco di quel suo gemito rauco e inarticolato. Mi portai al limite stringendo il cuscino tra i denti, venendo con spasmi così violenti da lasciarmi senza fiato, le gambe tremanti aggrovigliate nelle coperte.
E non mi bastò. Sabato pomeriggio, da sola in casa, mi ritrovai davanti allo specchio intero della mia camera. Sfiorai la mia pelle chiara, pallida come porcellana, immaginando che i polpastrelli che mi accarezzavano il ventre e poi scendevano giù, sempre più a fondo, fossero i suoi. Mi toccai guardandomi negli occhi, sussurrando il suo nome, inebriata dal contrasto tra la mia figura eterea e i pensieri sporchi, roventi, che mi infiammavano la mente.
Quando arrivò il lunedì mattina, varcai la soglia della palestra sentendomi un'altra persona. La pelle mi formicolava. Avevo un'energia addosso, un'elettricità che mi rendeva ipersensibile a ogni rumore, a ogni sguardo.
Finii il mio allenamento ed entrai nello spogliatoio femminile, stranamente deserto. Mi sfilai la maglietta sudata, restando solo con i leggings e il reggiseno sportivo, quando due mani calde e decise mi afferrarono i fianchi da dietro.
Sussultai, il cuore che mi balzava in gola. «pulcino!» sussurrò una voce roca proprio accanto al mio orecchio.
Era Ross. Il suo profumo di vaniglia e sudore mi investì in pieno, facendomi mancare la terra sotto i piedi. Mi girai di scatto, trovandomela a un palmo dal naso. Era già lavata e vestita, i capelli biondi ancora umidi e quel suo solito sorrisetto sfacciato stampato sulle labbra carnose.
«Dio, mi hai spaventata!» balbettai, incrociando le braccia sul petto in un gesto istintivo di difesa, anche se l'unica cosa che volevo era che quelle mani tornassero sui miei fianchi.
«Sei sempre così tesa, Chiara,» ridacchiò lei, appoggiandosi agli armadietti e squadrandomi con un'occhiata languida. «Sai cosa ti serve? Quello che ho fatto io giovedì scorso dopo che ti ho lasciata sola alla lat machine.»
Il sangue mi si gelò nelle vene, per poi affluire tutto d'un colpo verso il basso ventre. Io so benissimo cosa hai fatto, urlò una voce nella mia testa.
Ma la spontaneità nell'erotico vince sulla complessità, e Ross, con la sua solita, rozza naturalezza, non aveva filtri. «Non te l'ho raccontato perché poi siamo scappate via, ma cazzo...» iniziò, passandosi una mano tra i capelli. «Rob mi ha trascinata nelle docce. Quando fa così, quel babasone, mi fa impazzire. Mi ha sbattuta contro le piastrelle, l'acqua gelida sulla schiena, e me l'ha buttato dentro con una cattiveria che non gli vedevo da mesi.»
Sgranai gli occhi azzurri, la bocca mezza aperta, incapace di spiccicare parola.
«L'ho distrutto, Chiara. Gli ho lasciato la schiena a sangue,» continuò lei, ridendo, con un luccichio predatore negli occhi verdi. «È stato intenso. Selvaggio. Uno di quei momenti in cui spegni il cervello e senti solo la carne, capisci? Avresti dovuto sentirmi, ho urlato come una pazza.»
Ti ho sentita. Ti ho vista. Le mie gambe tremavano. Il solo fatto di sentirglielo raccontare con quella voce roca, mentre mi fissava, stava riaccendendo l'incendio che avevo cercato di domare per tutto il weekend. Sentivo l'umidità farsi strada nelle mie mutandine. Se solo avesse saputo che mi ero masturbata su quell'esatta scena per tre giorni di fila...
«I-immagino...» riuscii a mormorare, abbassando lo sguardo per non farle vedere quanto fossi eccitata.
Ross fece un passo verso di me, accorciando di nuovo la distanza. Mi sollevò il mento con due dita, costringendomi a guardarla. L'espressione scherzosa si era addolcita, sostituita da un'intensità quasi magnetica. «Ma guardati,» mormorò, il tono improvvisamente basso e provocante. Il suo pollice sfiorò leggermente il mio labbro inferiore. «Hai un colore diverso oggi, occhi blu. Sei luminosa. C'è qualcosa di sbloccato in te, lo sento.»
Trattenni il fiato, chiudendo gli occhi per un secondo al contatto della sua pelle contro la mia bocca.
«Per questo ho deciso una cosa,» sussurrò Ross, lasciando cadere la mano e facendomi un occhiolino carico di promesse. «Fatti la doccia e renditi presentabile, pulcino. Dopo la palestra andiamo al bar all'angolo. Ho una sorpresa per te.»
Le parole di Ross mi rimbombarono in testa per tutti i tre metri che separavano gli armadietti dalle docce. Ho una sorpresa per te.
Mi spogliai con una foga febbrile. Il mio cuore batteva così forte che lo sentivo nelle orecchie. Entrai sotto il getto d'acqua calda, chiudendo la tenda con un colpo secco. L'idea di quella "sorpresa" aveva innescato una reazione a catena nel mio corpo. Cosa voleva fare? Voleva portarmi a casa sua? Voleva finalmente farmi vedere se le mie fantasie potevano diventare reali?
Chiusi gli occhi, l'acqua che mi scorreva sul viso e sul seno, scendendo lungo il ventre. Non riuscii a trattenermi. La mia mano scivolò giù, trovandomi già disperatamente bagnata e pulsante. Infilai due dita tra le mie pieghe intime, ansimando contro le piastrelle umide. Mi toccai con un'urgenza quasi dolorosa, immaginando che ad aspettarmi fuori, magari proprio dietro quella tenda, ci fosse lei. Immaginai le sue mani ruvide e possessive sui miei fianchi, la sua bocca carnosa sul mio collo. «Ross...» mormorai, il respiro spezzato. L'orgasmo mi colse di sorpresa, veloce e accecante, facendomi inarcare la schiena e stringere le cosce.
Uscii dalla palestra mezz'ora dopo, le guance ancora accese e i capelli castani che mi ricadevano morbidi sulle spalle, ancora un po' umidi. Mi ero messa un po' di mascara per allungare lo sguardo e un velo di lucidalabbra, sentendomi per la prima volta audace.
Il bar all'angolo era il nostro solito ritrovo, un posto informale con i tavolini all'aperto. La cercai con lo sguardo, il cuore in gola. La vidi quasi subito. I suoi capelli biondi brillavano sotto il sole di fine mattinata. Indossava un top bianco che le fasciava il seno e dei jeans che le segnavano i fianchi in modo osceno.
Feci per avvicinarmi, il respiro che si faceva corto, quando la mia bolla di eccitazione scoppiò con un rumore sordo.
Non era sola. Accanto a lei c'era Rob, la sua stazza da armadio a quattro ante che occupava mezza panchina. E di fronte a loro, seduto su una sedia di metallo, c'era un ragazzo che non avevo mai visto. Moro, spalle larghe, un sorriso sicuro stampato in faccia.
Che cazzo stava succedendo.
Mi fermai di botto, come se avessi sbattuto contro un muro invisibile. Ross alzò lo sguardo e mi intercettò, illuminandosi. «Pulcino! Eccoti qua!» urlò, sbracciandosi per farsi notare da mezza strada, con la sua solita, sfacciata mancanza di pudore.
Mi avvicinai a passi rigidi, sentendomi improvvisamente stupida nel mio lucidalabbra e con le mie fantasie da doccia. «Ciao,» mormorai, guardando prima lei e poi l'intruso.
«Siediti, dai!» Ross mi afferrò per un polso, tirandomi giù sulla sedia accanto alla sua. Il contatto con la sua mano calda mi fece fremere, ma il senso di delusione era così forte da farmi venire la nausea. «Allora,» esordì lei, battendo le mani con un entusiasmo quasi sadico. «Visto che stamattina ti ho vista particolarmente... viva, ho pensato che fosse il momento giusto per farti uscire dal guscio.»
Rob mi sorrise, con quel suo modo da gigante buono. «Ciao Chiara. Scusa l'imboscata, ma sai com'è fatta il mio capo qui presente,» scherzò, beccandosi subito una gomitata nelle costole da Ross.
«Zitto, babasone,» lo zittì lei, per poi tornare a fissarmi con un ghigno malizioso. «Chiara, ti presento Marco. È un amico di Rob. Marco, lei è la mia piccola protetta. Trattala bene o ti stacco le palle, sono stata chiara?»
Il ragazzo, Marco, rise, passandosi una mano tra i capelli scuri. Aveva dei lineamenti marcati e un'aria da stronzo sicuro di sé, esattamente il tipo da cui mi sarei tenuta a chilometri di distanza. «Ricevuto, Ross. Ciao Chiara, piacere di conoscerti. Rob mi ha parlato molto di te, ma non mi aveva detto che eri così... carina.»
Il suo sguardo indugiò sul mio décolleté per una frazione di secondo di troppo.
Guardai Ross. Mi stava fissando con un'espressione incoraggiante, fiera della sua trovata. Nella sua testa, mi stava facendo un favore. Era la sua missione: sbloccarmi, farmi scopare, farmi tornare "normale". Non aveva la più pallida idea del fatto che la mia normalità, i miei sogni bagnati e la mia fottuta libido ormai ruotassero esclusivamente attorno a lei.
«Allora,» disse Marco, sporgendosi verso di me sopra il tavolino, invadendo il mio spazio vitale. «Ti va se ti offro qualcosa da bere?»
Ero furiosa. Ero frustrata. Ma incrociai lo sguardo di Ross, quegli occhi verdi e languidi che mi sfidavano silenziosamente a non fare la solita ragazzina spaventata. Vuoi che faccia pratica? pensai, stringendo i pugni sotto il tavolo finché le unghie non mi segnarono i palmi. Va bene. Ti farò vedere cosa so fare.
Sforzai un sorriso, puntando i miei occhi azzurri dritti in quelli di Marco. «Certo. Volentieri.»
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