Capitolo 2 - Come un bambino
Leandro rientra in casa, dove lo attende Delia…
Delia è sul divano, davanti alla tivvù. La vestaglia spalancata a mo’ di sipario sul corpo nudo e abbronzato – omogeneamente abbronzato, va detto per dover di cronaca, privo quindi della discromica, e pur arrapante, presenza di bianco intorno ai seni e al triangolo del pube, in virtù della tintarella integrale che ama prendere sul terrazzo, distesa e ondeggiante sull’amaca, e pigramente offerta alle lubriche attenzioni degli scugnizzi del palazzo, che sfidano le precarietà dei tetti malmessi per venirsela a pappare con gli occhi, dandosi di gomito e scambiandosi commenti con gli sguardi impervertiti dall'arrapamento e con eloquenti gesti per non far rumore, e scartavetrandosi come dannati le erezioni vigorose di adolescenti in perenne calore - sulle tette piccole ma sode, ornate da capezzoli turgidi di un rosa vivo, simile a due fragole non ancora del tutto mature, sul ventre liscio appena in rilievo per la dolce curva di un accenno di pancetta, sulla cui sommità spunta il bottoncino dell’ombelico unito dalla lieve sfumatura della linea alba alla riccia e folta boscaglia che disordinatamente ricopre il Monte di Venere. Una gamba a cavalcioni del bracciolo, il piede che ciondola molle, l’altro poggiato con la pianta sull’orlo del tavolino, pieno di avanzi di cibo, bicchieri e tazzine da caffè sporchi. Dal posacenere zeppo di cicche esala un sottilissimo filo di fumo, che languisce verso le travi tarlate del soffitto. Nell’aria ristagna un intenso odore di marijuana. Nella mano sinistra regge una lattina di birra chiara, la destra l’ha fra le cosce, ad accarezzarsi le labbra umide della fica. Sta rivedendo Troy, forse per la centesima volta. Sempre la stessa scena, lo stesso fotogramma: Brad Pitt che si alza dalla branda, nudo come l'ha fatto mammà, il culo scolpito in primo piano.
- Quanto cazzo è bono, - commenta sfregandosi il clitoride - quanto me lo chiaverei. - E butta giù un sorso. Prende il telecomando, schiaccia il tasto del rewind. Stop. Play. - Mmmmm... - mugola estasiata.
- Ciao, - la saluta Leandro, lasciandosi cadere sulla poltrona. Come risposta ha un’occhiata di sbieco e un impercettibile movimento del mento verso l’alto. Il nuovo arrivato agita giusto per scrupolo qualche lattina vuota sul tavolino. Poi dal posacenere recupera un mezzo spinello e la scatola di svedesi. Accende e dà qualche rapido tiro, scottandosi le labbra. La cucina è uno schifo, osserva desolato. Ci vorrà una buona ora solo per lavare piatti e bicchieri, sempre che il lavello non si sia ancora una volta intasato. Non che il resto della stanza verta in condizioni migliori: vestiti appallottolati ovunque, tele accatastate in ogni dove, barattoli di vernice che hanno scolato colore sul pavimento, bacinelle traboccanti acqua color sperma e frattaglie di creta, il secchio dell’immondizia che vomita gli avanzi di una settimana, abbozzi e aborti di sculture fanno oscena mostra di sé nei posti più improbabili.
Rewind. Stop. Play.
- Oddio, oddio, oddio... eccolo che si alza... Aaaah! - Adesso Delia si sta proprio masturbando, con la testa reclinata sulla spalliera, indice e medio sinistri nella passera, l’anulare nel buco posteriore, la mano destra che sfrega veloce il clitoride.
Leandro si alza visibilmente seccato e va al cesso. Si spoglia, sfuggendo di proposito l'immagine nello specchio, e s’infila sotto la doccia. Quando esce, nudo ma asciutto, lei è ancora alla stessa scena.
- Vieni qui, - gli dice con voce roca, - dammi una leccatina delle tue, che sputo fiamme. L'uomo, ubbidiente, s’inginocchia fra le sue cosce e, mentre lei continua a sgrillettarsi e a pomparsi la fica, le lecca l’umore che prende a colarle abbondante dalle dita e dalle labbra aperte. Gode dopo qualche minuto, urlando senza ritegno. - Oooooh ssssììì, aaaaaaaahhh!!! - Leandro continua a lappare, agevolato dall’assenza delle mani, che adesso gli stringono forte i capelli, fin quando la stretta delle cosce attorno al collo non gli tronca il respiro lasciandolo cianotico. Delia rimane per un po’ ansimante e sfatta sul divano. Poi, rasserenata, languida e dolce come uno zuccherino, gli chiede se ha voglia di preparare un caffè. È una parola, dice tra sé Leandro, alzandosi. Recupera la moka e un paio di tazzine in quel casino, le sciacqua, carica la macchinetta e la mette sul fornello.
- Hai qualcosa per me? - gli fa con voce speranzosa.
- Guarda nella camicia. È appesa alla maniglia del bagno, - risponde lui mentre libera una vasca dell’acquaio, la riempie di acqua saponata e mette a mollo una parte delle stoviglie sporche. Abbozza un sorriso quando lo raggiungono i gridolini di gioia, come una bambina che ha scartato il suo regalo. Subito dopo sente l’avido inalare della pippata e l’aaah di goduta soddisfazione. Versa il caffè nelle tazze e ritorna dalla sua signora. Delia si tira su, prende la tazzina, sorseggia raggiante, puntandolo con le pupille verdi ridotte a punte di spillo.
- Ah, bello carico come piace a me. - Sullo schermo è rimasto il fermo immagine del culo di Pitt. Delia lo contempla estasiata, mentre sorseggia il caffè, ma con occhio da critica d’arte, stavolta, di esperta del settore. - Che splendore, eh? - fa come aspettandosi un’approvazione.
- Eggià, - commenta Leandro un po’ svogliato.
- Che fai il geloso? Non sarai mica così ridicolo?
- Ma che dici, - si schernisce, - sarà adesso che sono invidioso di un agglomerato di pixel disposto a forma di culo.
- Ho capito. Dai, monta, - dice lei poggiando la tazzina sul tavolino e, inginocchiatasi sul divano, si tira sulla groppa la vestaglia di un azzurro sdrucito e tenendosi alla spalliera del divano con un tono scherzosamente di rimprovero conclude: - Sei proprio come un bambino.
Ha il culo bello grosso, Delia, un culo brasiliano, tondo e rigato da qualche smagliatura chiara, che spiccano sulla pelle ambrata come graffi tremolanti. Grumi di cellulite soda impreziosiscono il tutto. Leandro abbranca con ambo le mani i due grossi emisferi gemellari, li separa, scoprendo la striscia di pelo scuro e morbido che percorre il solco umido, unendo buco del culo e fica, come un sentiero francigeno. S’inebria di quell’afrore selvatico, come di bosco o di erba bagnata, e fa pascolare la lingua lì in mezzo, indugiando minuzioso sul buco di dietro, ammorbidendone con abbondante saliva l’anello di carne, sul quale è arpionato un’emorroide pingue come un verme ben pasciuto, fin quando non la sente gemere.
- Sei proprio come un bambino, - ripete Delia guardandolo da dietro la spalla e sculettando come una cagnolina in festa, - Vieni dai, sei il mio Achille e io la tua Briseide. Fottimi, che non ce la faccio più. - Leandro si tira su, si mette in posizione e s’insolca nel budello oscuro con un sol colpo, fino alla saldatura dei coglioni, gonfi di seme e di voglia. - Come un bambino, il mio Achilluccio, - grugnisce la maliarda, e asseconda ogni colpo con oscena voluttà.
Dal canto suo, Leandro si abbarbica con forza a quella carne soda e calda, e fissa ipnotizzato il cazzo entrare ed uscire dal buchetto stretto del culo. Prende a fotterlo, quel grosso culo, con quanta foia ha in corpo, con gli occhi da fuori come uova sode, grugnendo come un porco, sgocciolando saliva sulla schiena di lei, che si contorce come se la penetrasse con un ferro incandescente, e gli urla di chiavarla più forte, di sbatterla come una cagna, di sfondarla così, mentre le sue dita sgrillettano il clitoride con furia, e l’orgasmo la investe con una violenta marea di umore incandescente che prende a colarle per l’interno coscia. Quando l’anello di carne si stringe alla base del cazzo, non permettendo più alcun movimento, Leandro schizza dentro tutta la voglia compressa e si accascia, esanime, sulla schiena della sua Delia.
*
- Devo dirti una cosa... - esordisce Leandro qualche ora più tardi, dopo diverse pippate con annesse scopate e oramai in prossimità dell’incipiente fase down che comincia a plasmare e lavorare quell’inizio di depressione che già sentiva vagolargli dentro al tavolino del bar in via Mezzocannone.
- Dopo, amore, - sospira Delia alzandosi e con un tono di voce che palesa tutto lo sforzo titanico cui si è sottoposta per raccogliere i residui di volontà e forza necessarie per tirarsi su dal letto. - Ora ho proprio bisogno di una doccia anch’io. - Gli volta le spalle e, un po’ ancheggiando un po’ barcollando, con una mano sul coccige e l’altra sulla fronte, le dita infilate nell’intreccio dei riccioli biondi, si avvia verso il bagno. - La casa è uno scatafascio, - realizza di colpo, guardandosi attorno, - domani vedo se Giorgina ha un po' di tempo per venirmi a dare una mano.
Leandro segue, con un sorriso ebete affioratogli spontanea sulle labbra disidratate, l'incedere biascicato di Delia, modulando, colmo di amore, il respiro sul suo passo incerto, sul movimento sinuoso della schiena e delle chiappe, le quali non hanno ancora varcato la soglia del cesso, quando sprofonda a picco nel più sordido dei sonni.
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