Cronache da Montecalvario

Capitolo 1 - Licenziamento

Renart
3 days ago

Quando quel pusillanime di Alfonso, con una ghigna maligna e soddisfatta - che, per quanto possibile, gli deformava il volto già deturpato in partenza dal sadismo della natura, dalla quale aveva beffardamente ricevuto in dono una fisionomia tutta bozzi e infossature, molto prossima a una maschera di cera calpestata da un’orda di barbari in festa al carnevale di Venezia – e con la voce stridula, arrochita dalle Camel di contrabbando, gli ha comunicato che era desiderato in Direzione – e qui non è riuscito a trattenere, sulla terza sillaba, un raschio che nelle intenzioni voleva essere un risolino, ma che di fatto sembrava il verso di un gatto malconcio vittima di un attacco d’enfisema – Leandro ha subito intuito che non era certo per un avanzamento di carriera. Perplesso, molla lo scatolo pieno a metà di ceramiche di Capodimonte, incellofanate e incartate in fogli di plastica trasparenti tenuti stretti per gli orli da un filo di rafia, si tira su e segue il capo-reparto verso le scale. Mentre tallona la figura claudicante che gli oscilla davanti, tipo un orso tozzo e zoppo che ha ancora voglia di ballare il tip-tap davanti un pubblico di terza categoria, Leandro vaglia rapido le ipotesi di quella convocazione. Ha timbrato sempre in orario, rispettato tutti i turni, senza battere ciglio ha lasciato che lo straordinario richiesto non risultasse nella busta paga, non si è intrattenuto con i delegati del sindacato né firmato petizioni di alcun genere, insomma è stata manodopera sfruttata silenziosa e obbediente, quindi il motivo può essere solo uno e riconducibile proprio a quella sottospecie di urside che lo precede e che ogni due passi raschia muco dai recessi putridi dell’esofago, lo amalgama per bene schiacciandolo sotto al palato e, usando la lingua come toppa di una fionda, sparacchia il bolo verdastro oltre la spalla destra, centrando tutto ciò a cui mira, come il più lercio dei lama da circo. Eppure, una verruca di dubbio gli rimane, non fosse altro perché la storia risale ad un paio di mesi fa. Perché verrebbe fuori soltanto adesso? Sono troppo pessimista, pensa, di sicuro si tratterà di altro. Ma la speranza evapora a pochi passi dalla porta di ferro della Direzione.

- Ci vediamo, bello, - gli fa quella merda di Alfonso, abbozzando quello che dovrebbe essere un sorriso, ma che gli squarcia la faccia come un baratro apertosi nel centro di Pompei, scoprendo resti gialli e melmosi, vestigia di un’antica dentatura. - Così la prossima volta impari a tenerti il cazzo nelle mutande, - aggiunge e, accennato un mezzo inchino, lo lascia davanti alla porta, basito e con una rabbia che sente montare acida dal profondo delle viscere.

Bruttofigliodiputtana, gli sibila dietro con odio. Dunque, non ci sono dubbi. Il motivo della sua convocazione – e del conseguente licenziamento, su questo proprio non ci piove – è quella storia lì, vecchia di mesi, quando ancora Delia non era tornata a casa dopo l'ennesimo litigio e Leandro  ingannava l’attesa sollazzandosi con Gina dell’Ufficio amministrativo, pallino e amante occasionale (quando le conveniva, ovvio) del capo della baracca. Una sera Alfonso li scoprì e deve essersi tenuto il jolly da giocarsi al momento opportuno. In realtà, Leandro non s’era accorto di niente, fu Gina a riferirgli, mentre lui si riallacciava le braghe e lei si tirava su le mutandine verde pisello, che Alfonso era stato a guardarli tutto il tempo e, dall’espressione che aveva in viso, ne aveva anche dedotto che si stesse masturbando alla scena.

- Come fai a dirlo? - le chiese allora Leandro accendendosi una paglia di mota, regalino di Totonno, l’inserviente del turno di notte.

- L’ho visto, l’ho fissato negli occhi tutto il tempo, - fece lei con nonchalance, acconciandosi con rapidi colpetti le curvature corvine del suo caschetto alla Valentine di Crepax.

- Cioè, mi stai dicendo che mentre scopavamo tu guardavi lui?

- Sì.

- E perché?

- Mi eccita. Mi eccita da morire, - dichiarò con civetteria, passandosi sul muso un rossetto rosa shocking e valutandone l’effetto arricciando più volte le labbra in uno specchietto da viaggio.

- Ah, - commentò l'uomo seccamente passandole la canna. Gina aspirò con avidità, poi soffiò due lance di fumo dalle narici.

A quel punto Leandro cercò d’immaginarsi la situazione. Gina era seduta su uno scatolo, le lunghe gambe allacciate alle sue reni che all’in piedi era conficcato dentro di lei come un chiodo nel muro, un seno prestato all’avidità della sua bocca, e da dietro un’altra pila di scatole la pelata sudaticcia di Alfonso che emerge, la bocca deformata da un ghigno di voluttà, la mano callosa e ispida che fruga nella patta della tuta blu scuro, che recupera un pene tozzo, tarchiato, ma incredibilmente largo, e comincia a menarselo, mentre i colpi del maschio infoiato si fanno più decisi e frequenti e le grosse tette di Gina sobbalzano, cozzano tra loro, si sbattono in un ciaf ciaf come di pioggia, e le labbra si schiudono, la lingua saetta di fuori e tratteggia i contorni della bocca, mentre lo sguardo aggancia quello inespressivo da pesce lesso di Alfonso, che a sua volta le rimanda occhiate oscene, mangiandosela con occhi grigi e famelici.

- Be’, - concluse Leandro dopo la rapida proiezione in cinemascope, - effettivamente è abbastanza eccitante.

- Che ti dicevo? - gli sorrise dandogli un colpetto fra le gambe per poi imboccare il corridoio d’uscita, ancheggiando perfettamente in equilibrio su tacchi lunghi e sottili come matite.

Ora che la scena incriminata gli è venuta in mente con nitidezza, in ogni dettaglio, a Leandro non resta che tener botta e scegliere l’atteggiamento giusto da adottare. Sceglie quello sprezzante e menefreghista, tanto oramai alea iacta est, dice tra sé con un'automatica concessione ai suoi studi classici. Si stira la tuta da lavoro con un rapido passaggio delle mani, si schiarisce la voce con un paio di colpi di tosse e, ringalluzzito da un colpo di reni dell'orgoglio, chiude la destra a pugno per bussare. Ma subito ci ripensa e afferra la maniglia. Sprezzante e menefreghista, si è detto. Spalanca la porta e la richiude alle sue spalle.

- Non ho sentito bussare, - gli fa brusco l’uomo che siede dietro una scrivania sovraccarica di faldoni e fogli sciolti, senza alzare gli occhi da una mazzetta di fatture.

- Nemmeno io, - gli risponde a tono Leandro lasciandosi cadere su una poltroncina similpelle e accavallando sfacciatamente le gambe su un faldone zeppo di carte e dalla copertina di cartoncino grigio scrostato dal sole.

- Cazzo stai facendo, guagliò, - gli abbaia contro con rabbia il capo, schizzando saliva ovunque.

Quell’uomo è furioso, nota Leandro, che ne è parecchio intimorito, ma nonostante ciò si finge calmo e scostante. Recupera una sigaretta dal taschino, prende un fiammifero da una scatola che è lì sulla scrivania, lo sfrega sulla minerva e accende. Poi, gettando il fumo verso il soffitto, chiede: - Voleva vedermi, capo?

- Continua, continua pure con questo atteggiamento da coglione fatto, - comincia lui di colpo rabbonitosi, - tanto, se Dio vuole, questa è l’ultima volta che vedo quella tua grandissima testa di cazzo! - e prende a rovistare tra i fogli che ha davanti.

- Puoi dirlo forte! – ribatte il sottoposto passando bruscamente al tu e con una ghigna sardonica che manda il Direttore su tutte le furie.

- Che vuoi dire, animale? - ringhia sputazzando.

- Nulla, solo confermare che ho una gran bella testa di cazzo! - lo provoca il giovane sbuffando il fumo nella direzione del boss. Deglutisce amaro, lo stronzo, ma subito si ricompone e gli porge una busta gialla e un po’ sgualcita. - Cos’è?

- Il tuo licenziamento, - dice in tono serio e di colpo professionale, - ufficialmente sei fuori per esubero di personale. Del resto, sei l'ultimo arrivato, come sempre. Ti toccherà anche la disoccupazione, straccione, un po' mi rode, ma non averti più tra le palle non ha prezzo. Nella busta, poi, c'è un extra... così non mi rompi il cazzo con quei sindacalisti rossi amici tuoi - e rinfodera lo sguardo in occhialini da presbite dalla montatura blu ripuntandolo sui suoi conti.

Leandro dà una sbirciata nella busta. Poca roba se relazionata alla compravendita di diritti sul lavoro, ma molto di più di quanto avesse posseduto in una sola volta. Tira le zampe giù dalla scrivania, si alza in piedi e guarda dall’alto l'uomo che gli sta seduto di fronte: - Ehi, capo, - dice dopo un po'.

- Stai ancora qui? Che cazzo vuoi?

- Be’, volevo salutarLa, - gli fa ripassando ironicamente al lei, marcando sprezzante sul pronome, e tendendogli la destra. Il Direttore fa un gesto di disprezzo, allora Leandro gira sui tacchi e si avvia verso la porta. – Ah, - aggiunge voltandosi, - se questa è la paga, tenetemi sempre presente quando vi occorre, - e, strettosi in mano la sporgenza dei calzoni, gli mostra oscenamente la patta gonfia.

- VAI A FARE IN CULO, STRONZO! - gli urla contro l'uomo tirandogli dietro un posacenere di marmo che, se fosse giunto a destinazione, avrebbe mandato Leandro al Creatore per direttissima. Per sua fortuna, invece, va a fracassare un ritratto di una vecchia appeso alla parete, un mezzo metro dall'orecchio sinistro del bersaglio. Il giovane esce ridendo fragorosamente, mentre il Direttore recupera tra i vetri la vecchia foto, piagnucolando: - mammà, mammà… è stato per colpa e chillstrunzemmerd!

*

La gag consumatasi in Direzione ha messo Leandro di buonumore, nonostante il licenziamento, ma adesso, alla terza Corona, seduto al tavolino di un bar nella zona universitaria, percepisce con nettezza una punta di depressione che, già lo sa, a breve deflagrerà in tutto il suo devastante strascico di paturnie. Cosa farà quando la liquidazione finirà? Dovrà dirlo a Delia – è questo che lo angustia sopra ogni altra cosa, anzi è solo questo ad angustiarlo – e lei, come sempre, senza controbattere, come se fosse suo dovere abbandonarlo nelle difficoltà, farà la sua borsa e andrà via.  È la nuova strategia adottata dalla donna, questa: andarsene ogniqualvolta il suo uomo dia, parole testuali, “prove di immaturità e stupidaggini, nonché scarso interesse a fare di loro una coppia solida con delle prospettive” eccetera eccetera. Ad ogni modo, Leandro decide di rimandare il problema e di trattenere per i capelli ciò che rimane dell’euforia della giornata. Allora si alza, lascia una buona mancia sul tavolino e, mani in tasca, risale via Mezzocannone, fischiettando un motivo degli AC/DC, un lievissimo refolo di note distorte subito risucchiato dal traffico della mezza.

Ci impiega 20 minuti buoni ad arrivare a Largo Montecalvario, nel cuore dei Quartieri spagnoli. Arrivato sotto casa scambia un paio di battute con Dudù, il nordafricano che ha la sua bancarella di cianfrusaglie appezzottateaccanto al portone, notoria attività di copertura per il più redditizio spaccio di stupefacenti di ogni tipo. Sempre senza togliersi dalla bocca la radice di liquirizia, Dudù informa Leandro che gli è arrivata dell’erba speciale e una bianca che ti manda dritto sull’ottovolante. Dice proprio così, ottovolante – rimasuglio morfoiconico della sua precedente vita da factotum al servizio di un giostraio rumeno, abbandonato con una cospicua quota dell’incasso una volta stanziatisi a Ponticelli. Leandro prendo entrambe, sia l’erba che la coca, mollandogli in mano due pezzi prelevati dalla busta gialla, dello stesso colore delle iridi del pusher sgranate sul malloppo.

- Hai vinto alla lotteria, fratello? - gli fa ghignando.

- Magari, fratello, magari, - ridacchia Leandro con una punta di malinconia appena percettibile e imbocca il portone salutando l'amico dandogli le spalle, con la mano alzata sulla testa.

Sale le scale con passo lento e accorto, riordinando le idee e abbozzando una parte da tenere nel momento in cui sarebbe entrato in casa. Il palazzo è come sempre immerso nell’oscurità - eccezion fatta per il lembo di luce calda che si spalma sulla corte, ramazzata da Vito, lo sbuffante portiere che sacramenta contro i piccioni e, tra i denti, contro i condomini che gli danno da mangiare – e non si sa mai cosa ci sia su quelle scale in pietra, annerite dal tempo e da milioni di passi susseguitisi in quasi 500 anni. Leandro abita all’ultimo piano, in una mansarda esposta ad ovest, verso il mare. Un ambiente unico con bagno, diviso da scaffali e librerie per separare la zona giorno dalla camera da letto. Recupera le chiavi da una tasca dei jeans lisi ed entra.