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Erotika
La piccola troia di famiglia · Cap. 10
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Capitolo 10 di 12 13 min di lettura

La ciclabile - 2 - Pagare in natura

I due spacciatori sono decisi a punirmi per aver scoperto il loro nascondiglio e mi portano alla loro base...

Giulia la rossa
1 anno fa · 738 letture · 3

I due ragazzi discostano i rami davanti a me con le mani che non mi tengono per le braccia: non seguiamo un sentiero ma ci inoltriamo nel folto del bosco. Il gorgoglio del fiume è stato occultato dai muri di piante e anche lo sferragliare del trattore nei campi è scomparso. Fatico a camminare, ad ogni passo la coltre di foglie secche cede, qualche rametto si spezza o schizza verso l’alto, facendomi perdere l’equilibrio.

Il cuore mi batte quasi più forte che durante la corsa. «Dove… stiamo andando?»

Il moro sogghigna. «A farti finire di pagare la tua curiosità.»

La voce del biondo… Valerio Qualcosa… ha un tono più duro. «Ti insegniamo noi a mettere il naso negli affari degli altri.»

Muovo le braccia, la stretta dei due è troppo forte. «Stavo solo facendo pipì, ve lo giuro.»

«Certo, poi saresti tornata stanotte a rubarci la roba.» Valerio mi scuote con violenza. «Credi che siamo dei coglioni, troia?»

Mi trattengo dal dargli ragione. Sono due idioti, nient’altro, ma sono comunque due esaltati. E gente come loro è meglio assecondarla.

Spostano un paio di rami frondosi e una casetta minuscola dai muri scrostati appare davanti a noi. Il tetto dalle tegole rosse è sfondato in una falda, così come i vetri alle finestre. La luce del sole illumina le erbacce che hanno invaso il piazzale di fronte.

Faccio resistenza. «Cos’è questo posto?»

«La nostra base.» Il moro mi dà uno strattone. «O la nostra ex base, per colpa tua.»

Dietro la casa ondeggiano piante di diverse specie, differenti da quelle del bosco che abbiamo attraversato, immerse in un mare di rovi. Dev’essere un campo abbandonato da anni, e la casetta l’edificio dove tenevano gli attrezzi per coltivarlo.

«Entra, troia!» Il biondo mi spinge oltre la porta.

Incespico nell’edificio, mi fermo dopo qualche metro su un pavimento di piastrelle quadrate rosse e bianche luride. L’odore di muffa e foglie marce mi assale, mi si blocca in gola. La luce piove da uno spiraglio nel soffitto, dove la pioggia che passa dal buco nel tetto ha fatto marcire le assi di legno. Non c’è mobilio, solo calcinacci sparsi a terra. In un angolo ci sono un paio di materassini gonfiabili, con un vecchio smartphone attaccato a due casse acustiche a dividerle. Riviste lerce con donne nude sulle copertine sono sparse qua e là, gli album di fumetti sono impilati sopra un asse di legno.

Mi volto. I due bastardi sono sulla porta e stanno entrando. Valerio ha un sorriso sghembo sulle labbra. «Allora, come ti sembra il nostro covo?»

Se tengono la droga qui dentro, è più probabile che i loro clienti ci restino secchi per colera o tetano che per overdose. «Vi prego…lasciatemi andare. Non dirò nulla a nessuno.»

Il biondo mi mette una mano su una spalla e mi spinge verso il basso. «Come no. Ma intanto ci tocca spostare tutto.»

Lancio un’occhiata alla roba sparsa per terra. Uno zaino o una borsa della spesa di quelle in tessuto basterebbe per spostare tutta la base in un viaggio. Magari in un posto che non farebbe vomitare i maiali. Torno a guardarli. «Sentite, posso…» Sospiro. Controllo di nuovo che i lettini non siano troppo sporchi. La radura dove mio cugino si è scopato la mia bocca è quasi più pulita… «…possiamo…»

Sospiro. Che situazione del cazzo… Deglutisco. Afferro il fondo della maglietta. Le mani fanno resistenza, ma la sollevo e la sfilo dalla testa.

I due hanno perso le parole, i loro occhi fissano le mie bocce con gli occhi sgranati.

Il moro sogghigna. «”Belletette” è davvero il nome perfetto per lei.»

Il biondo annuisce. Indica il mio reggipetto. «Togli il… coso…»

Stringo i denti. Slaccio il gancetto del reggiseno sportivo e le mie bocce, senza la costrizione, si liberano e aprono. Che liberazione…

Valerio qualcosa fischia alla vista. «Cazzo, che bombe!»

L’altro si avvicina e me ne stringe una, come a scoprire se sono vere. Nemmeno quando si cala qualcosa può avere uno sguardo tanto felice. Mi trattengo dal mollargli una sberla sul braccio.

I pantaloncini dei due stronzi mostrano un rigonfiamento sul davanti.

Afferro la mano che mi sta palpando e provo a staccarla dalla mia tetta. «Ok, adesso avete il materiale per spararvi parecchie seghe molto soddisfacenti…» È inutile, la mano non si muove di un millimetro. «Lasciami andare.»

Valerio, il biondo, scuote la testa. «Non se ne parla. Per il casino che hai fatto, non bastano la vista delle tue tette e i tuoi venti euro.»

Il moro annuisce. «No, non basta. Vogliamo scoparti, troia.»

Non ho intenzione di restare nuda qui dentro, in questo porcile. Sollevo le mani. «No, vi prego.»

«Stai scherzando?» Valerio stringe di più la mia tetta.

Cosa mi invento? «Sentite… potete scoparmi la figa o il culo come se fossi una bambola gonfiabile, perché non ci metterò il minimo impegno o…» Cazzo, perché finisce sempre così?

Il moro si ferma a metà con la zip dei pantaloni che sta abbassando. Mi fissa e stringe gli occhi. «…o…»

Svuoto i polmoni. Com’è che ultimamente sto usando in continuazione la bocca? «…o vi posso fare dei fantastici pompini.»

Il biondo non riesce a nascondere un mezzo sorriso. Lancia un’occhiata al socio, che annuisce appena. Torna a guardarmi. «Ci va bene…»

Oddio, meno male…

«…ma vogliamo sborrarti in faccia e sulle tette.» Il mezzo sorriso di Valerio si espande a tutta la bocca.

L’immagine di liquido bianco che scorre sul mio busto e il viso compare nella mia mente. Serro le labbra. Merda. Ma è sempre meglio che farmi scopare come speravano loro. «D’accordo.»

Il moro ha già aperto la patta dei jeans tagliati ai ginocchi, il cazzo si erge in tutta la sua lunghezza, la cappella è rossa e luccica nella goccia che cola dal meato. «Mettiti in ginocchio, troia.»

Trattengo una smorfia. Il pavimento è lercio e non ho tutta questa voglia di insozzare i leggings, ma non vedo altro da fare se non inginocchiarmi. Possibile che tutto, nelle ultime settimane, si concluda con me in ginocchio e qualcuno che mi mette il suo inguine in faccia?

Valerio il biondo si mette una mano nei pantaloni e tira fuori l’uccello davanti a me. Ha un bel cazzo lungo ma non particolarmente grosso che spunta da una matassa di peli gialli. «Dai, inizia a darti da fare.»

Lo prendo con una mano, è caldo e appiccicoso. Che cavolo… L’odore di sperma che si solleva dal suo inguine è intenso, eccitante quasi quanto disgustoso. Le riviste con le donne nude sparse attorno devono aver fatto divertire i due stronzi appena prima di scovarmi mentre pisciavo.

Si saranno segati uno davanti all’altro, ognuno guardando una zoccola dello spettacolo o dello sport diversa? Scaccio dalla mente loro due che fanno a gara a chi sborra di più…

Il biondo mi richiama alla realtà. «Allora?»

Muovo la mano lungo l’asta, la pelle si muove e svela la cappella. L’odore di sborra è ancora più intenso. «Hai un bel cazzo…»

Lui sghignazza. «È tutto tuo, non preoccuparti… Ma adesso fammi scoprire se basta la tua bocca o dovremo bloccarti sul pavimento e fottere ogni tuo buco, troia.»

Va’ a cagare… Avvicino la testa alla cappella e allungo la lingua. La punta scivola sulla mucosa, il sapore acidulo dello sperma mi chiude lo stomaco. Giro attorno al bulbo, mi insinuo nel suo meato.

Valerio lancia un gemito, il suo cazzo vibra.

Il moro gli si affianca. «È brava Belletette?»

Il biondo è senza fiato. «Porca puttana, è fantastica…» Appoggia una mano sulla mia testa.

«Fammi vedere se vali davvero, Belletette.» L’altro mi punta contro il suo uccello.

Afferro il suo cazzo con l’altra mano. È la seconda volta che ho due peni davanti a me, ma questa volta non sono eccitata come con Manuele e Loris… Sposto la testa e la lingua ripete quanto fatto sulla cappella del biondo. Anche lui emette un gemito.

Meno un uccello quanto basta per non farlo ammosciare e lecco la cappella dell’altro per qualche secondo. Passo al primo con la bocca e sego il secondo. Questi due stronzi non si meriterebbero nulla, se non una sberla a testa – o a faccia – ma sono in una situazione da cui non potrei sfuggire facilmente.

La mano di Valerio accarezza i miei capelli. Ha le pupille aperte al punto tale che quasi non si vede l’azzurro dei suoi occhi, che luccicano per l’eccitazione che gli sto provocando. Ha appena la voce per parlare. «Succhiaceli insieme…»

Sollevo un sopracciglio. Cosa vuole? L’altro stronzo annuisce sorridendo. Sembra quasi più interessato a questa proposta che a farselo leccare da solo.

Mi sa che i due sono un po’ più che amici e colleghi…

Vabbè, fate come volete.

Avvicino i due cazzi, le due cappelle bagnate si toccano, la saliva e il liquido che fuoriesce dai loro meati si unisce e luccica in una goccia che cola nel punto di contatto. Mi mordo le labbra: spero che non venga loro in mente di mettermeli dentro insieme in bocca. Il pensiero che si materializza nella mia mente è qualcosa più da horror di bassa lega che da porno… No, meglio che si limitino a farseli leccare insieme…

Prima di andare avanti…

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