Il pullman si blocca con uno stridio di freni qualche metro oltre la fermata. Afferro il corrimano per non finire addosso al parabrezza, a stento resto in piedi. Qualcuno dei passeggeri si lascia sfuggire un’esclamazione.
Scocco un’occhiataccia al conducente, che fissa la strada davanti a sé: adesso ha vergogna a guardarmi dopo che mi ha fissato il culo da quando mi sono messa sugli scalini per scendere? Ora capisco perché si dovrebbe passare per la porta centrale del pullman quando si è a destinazione…
Gli sportelli a soffietto si spalancano e balzo a terra senza salutare. Con la coda dell’occhio scorgo l’autista lanciare un’ultima contemplazione alle mie chiappe, tenute ben divise dai leggings rossi. Catturano l’attenzione pure di una manciata di passeggeri, comprese un paio di donne. Trattengo in parte la soddisfazione, che alza un angolo delle mie labbra.
Il pullman emette un soffio alla chiusura della porta e riparte con un suono appena percettibile, si reimmette sulla statale e si allontana rallentando la coda che si è formata dietro la macchina blu che si è fermata.
Un paio di biciclette sfrecciano davanti a me, sulla pista ciclabile che attraversa la provincia. Non l’ho mai frequentata molto: non sono mai stata un’amante della bicicletta, ma dopo che mio cugino mi ha costretta a fargli un pompino nel parco dove andavo di solito a correre… Il mezzo sorriso cala in una smorfia di disgusto. Davide, bastardo, mi hai fatto odiare un posto così piacevole dove correre.
Sospiro. Appoggio un piede alla pensilina della fermata, controllo le stringhe e faccio un secondo nodo. Ripeto con l’altro piede. Il telefonino è agganciato al braccio: avvio la playlist che ho affinato negli anni per la corsa e negli auricolari esplode il ritmo di You make me di Avicii.
Saltello un paio di volte, controllo da che parte andare. A sinistra c’è una contrada trafficata, a destra i campi e i boschi. Scatto a destra. Non voglio pensare a nulla, voglio essere libera.
Le gambe si allungano, i piedi sono ammortizzati dalla suola delle scarpe, le mie grosse, meravigliose tette si muovono appena nel reggiseno sportivo. Questo e attirare l’attenzione di uomini che non mi interessano sono le uniche due note negative di un seno strabordante.
I primi alberi lungo la pista ciclabile mi accolgono mentre inizia Animals di Martin Garrix. L’ombra che gettano sulla striscia di asfalto è fantastica in questa giornata così calda; tra le piante luccicano le onde del fiume… Il fresco dell’acqua, essere cullata dalle onde.. magari la prossima volta, dopo la corsa, potrei bagnarmi un po’ sulla riva.
Un paio di ciclisti sono fermi in una curva, in sella alle loro bici. Uno, moro, indossa una maglietta nera con una scritta incomprensibile, composta da lettere simili a fulmini. Il logo di una rock band che non conosco? L’altro è un biondo con la maglietta bianca. I due hanno la testa puntata verso l’alto, quello con la maglietta nera indica qualcosa. Sollevo lo sguardo: un uccello marrone ha il becco aperto e sembra felice. Rallento e fermo la musica. Quella dell’uccello riempie le mie orecchie: sembra un cardine che cigola, qualcosa nell’esibizione lo rende lo stesso un suono meraviglioso.
Maglietta illeggibile mette le mani sui fianchi. «È bravo, eh?»
L’altro solleva le spalle. «Beh, è un uccello, è l’unica cosa che sa fare, lo stronzo. Cos’è? Un tordo?»
«Che ne so,» sogghigna il moretto, «mica mi interesso di uccelli.» Con la cosa dell’occhio mi scorge. Da di gomito all’altro e mi indica. «Ad esempio quella topa coi capelli rossi mi ispira di più.»
Il biondo gira il capo e mi fissa le bocce. «Ehi, belle tette!»
Che cazzo vogliono quei due sfigati? Sollevo una mano chiusa a pugno con il medio sollevato e gliela mostro per bene. Non vorranno venire a rompere i…
Una bicicletta arriva sfrecciando da oltre la curva e si ferma accanto ai due, che perdono ogni interesse nei miei confronti. Il nuovo arrivato appoggia il piede per terra e mi guarda. Il suo sguardo non ha una briciola di libidine nei miei confronti, anzi, sembra quando ti scoprono ad ascoltare i loro segreti.
Andatevene al diavolo. Faccio uno scatto e riprendo a correre, in pochi secondi i tre sono alle mie spalle.
Metto nella custodia gli auricolari, la infilo in tasca, faccio uno scatto e riprendo a correre. In pochi secondi i tre sono alle mie spalle. Il fiume gorgheggia, le foglie friniscono nel vento e gli uccelli cantano. Mi serve davvero un po’ di natura per staccare dallo stress dello studio in vista degli esami di maturità.
Il bosco finisce, solo sul lato destro della pista continua una linea di alberi per nascondere il corso d’acqua e fare un po’ di ombra; dall’altra, i campi sono terra arata pronta a riempirsi di canne di granoturco. Un grosso trattore blu percorre a passo d’uomo un campo trascinando dietro di sé un aratro che solleva una nuvola marrone. Se mi sbrigo riesco a superarlo prima che arrivi alla pista ciclabile e mi innondi di polvere.
Mi fermo ad una panchina sulla riva del fiume. Metto un piede sullo schienale e mi inclino in avanti: i muscoli della schiena si tendono come quelli della gamba dritta.
Un fischio viene dalle mie spalle. «Ciao Belletette!». I due ciclisti di prima mi sorpassano e sfrecciano lungo la striscia di asfalto.
«Ti piacerebbe palparle, eh?» I due sono troppo lontani per sentirmi. Stronzi. Scommetto che se mi incontrassero lungo la strada se la farebbero sotto piuttosto che rivolgermi la parola.
Controllo la distanza percorsa sullo smartphone. Due chilometri e qualcosa. Di solito ne faccio dieci di corsa, quindi potrei tirare avanti per altri tre e poi tornare indietro. Il pullman torna indietro tra un paio di ore… sì, faccio in tempo, anche a fermarmi a prendere qualcosa al bar vicino alla fermata.
Mi accosto alla fontanella, premo il pulsante e metto le mani sotto il getto dell’acqua, che schizza ovunque sulla maglietta. Meno male che non ho messo quella della Ananas… Bevo: il sapore fa schifo ed è calda.
Scuoto le mani e gocce volano ovunque. «Devo proprio portarmi dietro da bere, se voglio continuare a correre da queste parti.» Al parco c’è un baretto - caro da denuncia - ma almeno non sembrava di bere dal tubo dell’acqua per bagnare il giardino.
E gabinetti. Quando scappava, potevo farla in un gabinetto, qui, invece… La pista continua in mezzo ai campi, passa accanto a qualche gruppetto di alberi ma non c’è nulla che possa somigliare ad un cesso. Nemmeno uno di quelle squallide toilette da cantiere in vetroresina o plastica.
«Cazzo…»
Ci penserò poi, quando la natura chiamerà. E la natura sarà costretta a risolvermi il problema, temo.
Scatto e riprendo a correre.
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Rallento fino a fermarmi. È da almeno un chilometro che sento lo stimolo, e adesso non ce la faccio proprio più a tenerla. Ogni passo sembra sufficiente a farmela fare addosso.
La pista attraversa un boschetto: non mi piace l’idea di accosciarmi in mezzo alle piante ma non voglio tenerla per le prossime due ore. Correre con la vescica piena, poi, non è qualcosa che voglio fare nemmeno per scherzo: ci mancherebbe solo ritrovarmi con una macchia umida che parte dall’inguine e mi imbratta i leggings. Non trattengo una smorfia all’idea dell’imbarazzo. E del mio stesso disgusto.
Un paio di biciclette sono appoggiate ad altrettante piante vicino alla pista ciclabile, sul lato destro. Cazzo, ci mancava solo di beccare qualcuno proprio nel posto dove voglio urinare. Saranno qui per funghi o a raccogliere i mirtilli?
Andrò a imboscarmi nella selva a sinistra. Il sottobosco è più fitto e mi nasconderà meglio. Un sentiero si inoltra tra erbacce e rovi, forse fatto dall’andirivieni dei pescatori per raggiungere la riva. Spero non ce ne siano pure oggi.
Lancio un’occhiata a sinistra e a destra: una fila di ciclisti sta arrivando da est, ma è lontana e non mi vedrà entrare nel bosco, dall’altra non c’è nessuno.
Il passaggio è stretto, le foglie delle erbe mi strisciano contro i leggings. Spero non me li sporchino… Sollevo le mani per non toccare la vegetazione, non vorrei prendermi una zecca o toccare qualche ortica.
Il sentiero fa una curva, passa dietro alcuni alberi. Mi volto: la pista ciclabile non è più visibile. Potrei… ma dove? Faccio ancora qualche passo: non ho intenzione di pisciare proprio in mezzo al sentiero, ma non voglio nemmeno infilarmi in mezzo alle erbacce. Riprendo a camminare. Forse… ecco, lì c’è un piccolo spiazzo tra le piante dove posso liberarmi!
