Il fango davanti alla baita è diventato un banco di sabbie mobili, mi afferra le scarpe da ginnastica, come a volermele sfilare pur di impedirmi di arrivare alla porta dalle assi annerite. La pioggia solleva schizzi nelle pozzanghere e scola dal tetto di lastre di pietra, quasi quanta ne gocciola dai miei capelli.
Le finestre sono ancora illuminate da un lucore, un’ombra si muove dietro di esse. Lancio un’occhiata ad Alberto dietro di me, bagnato dalla pioggia. La bandana che gli avevo messo al braccio non c’è più, ma la ferita ha smesso di sanguinare.
Lui ricambia il mio sguardo. I suoi occhi saltano verso la baita, ma non si trattengono che per un battito di ciglia, torna a puntarli su di me.
Sono io che cerco coraggio in lui, o è lui che cerca coraggio in me?
Un taglio di luce lampeggia un paio di volte da dove proveniamo. Mi balza il cuore in gola al pensiero che possa aver colpito il nostro povero pino. Il tuono ha la risata sarcastica del cattivo dei film.
«Cosa volete?»
Balzo alla voce del vecchio alle mie spalle. Mi volto, Alberto ha smesso di respirare.
Il montanaro è sulla porta, il ruggito del fulmine deve aver coperto il suono dell’apertura della porta. Il fetore che esce dalla baita e si esala dal vecchio è fisico non meno dell’acqua che mi affligge.
Un brivido corre lungo la mia schiena. Ritraggo la testa tra le spalle.
Il mio ragazzo ha tra le dita il colletto della maglietta, sembra trattenersi a stento dal portarla sul naso.
Mi schiarisco la voce, più a richiamare all’ordine Alberto. «Abbiamo… abbiamo bisogno di aiuto.»
Lo sguardo del montanaro scivola sul mio corpo, sulle mie scarpe da tennis lorde di fango, le mie gambe nude sporche di erba per la scivolata di pochi minuti fa, i miei pantaloncini e la maglietta che grondano sudore e acqua. I suoi occhi slavati si stringono appena, le rughe si avvallano un po’: non devo sembrargli molto più pulita di lui, con l’aggravante che lui è lercio per il lavoro, non per il tentativo di sfuggire alla noia del fine settimana.
«Possiamo… possiamo lasciare le scarpe qui per non sporcare…» La mia voce è un pigolio, la pioggia scende sotto i vestiti pesanti quanto la mia vergogna, bagnati quanto la mia gola è secca. Alberto sembra un bambino di quattro anni che sta aspettando una ramanzina e una punizione.
Lo sguardo del montanaro sembra inciso nella roccia che compone i muri della baita, è imperscrutabile. Resta immobile davanti a noi, come a prendere il posto della porta per impedirci di entrare, solo la barba si muove nelle folate di vento.
Una voce raschia le parole. «Falli entrare.» L’altro vecchio è accanto ad un fuoco che sembra più un braciere. Con un pezzo di legno lo stuzzica come se stesse controllando se un animale riverso su un fianco è morto o reagisce al fastidio. «Esce il caldo.»
Il primo vecchio mugugna qualcosa, fa un passo indietro e libera la luce della porta.
Una mano mi stringe il petto, un’altra la vescica. La porta è l’entrata in una fauce oscura senza denti. Le gambe non si muovono, le scarpe non si sollevano dalla fanghiglia.
Un fulmine mi acceca, il tuono mi assorda. Un fulmine potrebbe essere una morte più veloce e indolore del—
La mano di Alberto si appoggia sulla mia spalla. È gelida. Tossisce. Mi sospinge. «Ilaria…»
Il piede si stacca dal terreno con un risucchio, lo appoggio sulla soglia della porta, spingo con l’altra gamba: dalla tempesta sono nella baita. Il fetore di animali, sterco, sporcizia, polvere aggredisce il mio naso, si accumula nello stomaco come un pasto non digerito. Il fumo appesantisce l’aria al punto tale che è come respirare qualcosa di solido. La luce rossa che sfugge dalle braci arde sulle superfici di un tavolo in legno e qualche sgabello, sfiora una credenza fatta con grossolane assi di legno. Una tronco scortecciato alla meglio puntella il tetto, una macchia di umido arde nel riflettere le braci, si allunga, una goccia si stacca e si tuffa in un secchio di metallo. Plin. I muri sono neri dalla fuliggine, ragnatele pesanti pendono come amache sopra tre lett— Un terzo vecchio si alza da uno di questi. È vestito come quello sulla porta. Il suo sguardo muto si punta su di noi.
Alberto è accanto a me, i suoi occhi scivolano nei pochi particolari che emergono dalle tenebre della baita. Tortura le dita di una mano con l’altra. Una goccia di pioggia si accumula sulla punta del suo naso, ad un fiato si stacca e colpisce la pozza che stiamo formando sul pavimento di piattoni sconnessi.
Metallo agonizza, la porta sfrega sul pavimento e sbatte nel suo telaio. Il vecchio alle nostre spalle afferra un pezzo di ferro rosso dalla ruggine a forma di “L” e spinge la punta nel foro scavato in un sasso del muro. La baita crolla nel buio. In quel buio in cui si aggirano creature deformi che scorgevo nella mia cameretta a tre anni. Mi stringo le braccia al petto, i vestiti sono gelidi.
Plin.
Il vecchio del camino si alza in piedi. Il suo volto è ridotto a linee rosse e ombre, solo i suoi occhi brillano. Allunga un braccio, le sue dita sono serpi che si contorcono. «Non restate lì in piedi.» Tossisce, gocce di sputo luccicano nel lucore del fuoco morente. «Spogliatevi, o vi ammalerete.»
Sollevo le spalle e annodo le gambe. Il vecchio della porta non si è mosso, quello del letto è rimasto in piedi. Nessuno dei tre emette una sillaba, solo il ticchettio della tempesta contro il tetto e l’ululare del vento che entra dagli spiragli della porta mi assicura che non sono sorda. Spogliarmi? Davanti a loro, davanti al buio? Vorrei mettermi un’armatura, piuttosto.
Alberto annuisce. «Sì, siamo da strizzare…» La sua voce ha perso il tono allegro che amo di lui. È come se il suo spirito fosse stato portato via dalla pioggia, o uscito dalla ferita che la grandine gli ha causato. Si sfila lo zaino, lo appoggia ad una delle gambe del tavolo sgangherato e si prende il fondo della maglietta.
Mi guarda. Un paio di colpi di tosse scuotono il suo petto. «Ilaria, toglili, ti prego,» sussurra.
Plin.
I tre vecchi restano immobili, sembrano statue pronte a scattare all’improvviso appena visibili nella notte.
La pioggia scivola ancora lungo le mie braccia, gocciola dalle dita. Sono bagnate anche le calze nelle scarpe.
Respiro fino a riempirmi i polmoni, qualcosa in fondo sembra pronto a esplodere in un colpo di tosse. Meglio spogliarsi. I vecchi sono ancora fermi. Non voglio prendermi la polmonite. Aspettano solo che io sia nuda.
Pongo a terra lo zaino che cade disteso nello spazio nero tra due piattoni. Il posto ideale dove i topi defecano nella polvere. Trattengo una smorfia.
Mi tolgo la maglietta, sfilo le scarpe e le calze, mi tolgo i pantaloncini. Ho almeno un paio di chili di acqua in mano, trattenuta dal tessuto dei miei vestiti. Alberto è in intimo come me, ha appoggiato i suoi abiti sul suo zaino.
Il vecchio del camino fa un passo avanti, allunga le mani verso di me. Il suo tanfo di stalla mi aggredisce.
«Appendiamo i vestiti, così si asciugano.» Me li prende di mano e torna accanto al fuoco comatoso. Una cordicella è annodata ad un chiodo infisso nella cappa del camino per un capo e l’altro è legato al tronco: il vecchio ci getta sopra la mia maglietta.
Qualcosa colpisce il tetto. Sollevo lo sguardo, attratta dal rumore. Dai longheroni di legno pendono rami di arbusti secchi che non so riconoscere, falcetti appesi a chiodi luccicano alla fioca luce delle braci, accanto ci sono un paio di salami grigi coperti di ragnatele che sembrano lì da quando è stata costruita la baita. Ti prego, fa che non ci offrano da mangiare…
Il suono si ripete. Di nuovo. Ancora. È una mitragliata. La grandine è tornata. Più forte di prima. Il nostro pino non resisterà, se non è già stato distrutto dal fulmine di prima…
«Appena in tempo…» Alberto abbassa lo sguardo dal soffitto. Ha in mano i suoi vestiti, il vecchio del camino si protende per prenderli. Una pozza si sta formando sotto gli abiti.
Una voce flebile, appena udibile sotto il tamburellare impazzito del tetto. «Toglietevi anche le mutande.» Il vecchio accanto al letto ha un braccio sul petto, l’altra mano trema verso di noi. Ha gli occhi sbarrati, come se non vedesse bene, o voglia scorgere le nostre anime.
