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Erotika
La malga nella tempesta · Cap. 1
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Capitolo 1 di 2 16 min di lettura

Prima parte

Prima parte

William Kasanova
1 anno fa · 494 letture · 0

Il fischio di una marmotta lacera l’aria, due falchi che volano in cerchio da qualche minuto rispondono con i loro stridii lamentosi. Stringo gli occhi: nessun animale si muove tra le rocce e le frane, siamo troppo lontani: avrei dovuto portare un binocolo, ma siamo usciti di casa e saltati in macchina senza pensarci due volte. Vabbè, sarà per un’altra occasione.

Faccio un paio di passi indietro, i fili di erba secca mi sfiorano i polpacci nudi e il fiore di un cardo batte contro una gamba. Sollevo lo smartphone davanti agli occhi e compongo l’inquadratura: la cima del Monte Stirio si riflette sulle acque appena mosse del Laghetto dei Tre Saggi, baluginii balzano dalla cresta di un’onda all’altra.

Il telefono scatta la foto emettendo uno scrocchio. La controllo: il prato così giallo è un pugno in un occhio, ma una veloce modifica al computer lo renderà perfetto come immagine di mezzo nell’articolo sulla miniera di argento in fondo alla valle. Incredibile come non si trovino informazioni su questa escursione in Internet: ci penserò io a sopperire alla mancanza, così come ho fatto con altre. Questo articolo lo venderò in un attimo a qualche rivista o sito internet di escursionismo.

Spengo il telefono e lo metto nella tasca dei pantaloncini corti. Afferro lo scollo della maglietta e lo scuoto. Un soffio d’aria calda scende tra i miei seni sudati, ma non cambia nulla. È come respirare davanti ad un forno aperto, ma al posto del profumo della pizza grava il fetore che opprime la sala server al lavoro. Il mal di testa che mi assilla almeno da un’ora ha un picco che mi fa sollevare il labbro. E dicono che la natura sia la migliore medicina...

Il mio ragazzo è seduto su un macigno chiazzato di licheni gialli. Prende dallo zaino la borraccia, ne beve un paio di sorsi, emette un sospiro soddisfatto e la rimette a posto. Si appoggia con i gomiti alle ginocchia, ingobbendosi. Fissa l’orizzonte senza guardarlo.

«Lo sai perché si chiama il “Laghetto dei tre saggi”?»

Alberto muove la testa verso di me. Sugli occhiali da sole che ha tra i capelli corti guizza il riflesso del sole. Non si mette dritto. «Perché?»

Il ricordo della mia bisnonna che, la sera, mi faceva sedere sulle sue gambe e mi raccontava le leggende della valle in cui era nata tende le mie labbra in un accenno di sorriso. «Nel medioevo, o quel periodo… secoli fa, per capirci, venne scoperta una vena di argento in alta quota, e molti uomini che volevano migliorare la situazione delle loro famiglie vennero a lavorare nella miniera. Ma non era un lavoro facile…»

Il ragazzo si mette eretto con la schiena. «Grazie al piffero, il minatore non è un lavoro per tutti.» Lui è un programmatore, e anche se fa ore di palestra ogni settimana, e si vede nelle braccia e nelle gambe, non avrebbe la forza fisica, e di carattere, per spaccare pietre sottoterra. O forse sì?

«Le vittime erano molte, e si pensò di abbandonare la miniera.» È da qualche parte sotto quelle cime, in un luogo che, dalle foto che ho trovato, sembra uscito da un western o direttamente dalla superficie lunare. Solo il tempo per arrivarci a piedi o con i muli… «Ma visto che stava portando un minimo di ricchezza a gente che a stento mangiava una volta al giorno, quelli a valle decisero di chiedere alle tre persone più sagge nella zona di salire in montagna e chiedere agli spiriti e ai folletti di proteggere i minatori.»

Alberto si passa una mano sulla fronte madida di sudore. La maglietta rossa ha una macchia scura davanti. «E gli spiriti cos’hanno fatto? Hanno dato ai minatori i caschetti in mithril?»

Scaccio la battuta con un movimento della mano. «Non è quello che conta. La leggenda dice che le creature magiche avevano deciso di aiutare i minatori a patto che i tre saggi avessero vigilato sulle loro montagne, responsabili del comportamento di quelli del fondovalle nel caso fossero saliti in quota. Da allora, c’è stata una specie di tregua tra umani e creature magiche.»

Il mio ragazzo si alza in piedi e si sgranchisce la schiena. «Bella storia. È per questo che sono tre ore che stiamo facendo escursionismo? Vedere una miniera la cui sicurezza era stata assegnata agli gnomi e al Balrog? Ci sarà un cartello con scritto “Tu non puoi passare” attaccato alle assi all’ingresso.» Sospira. «In questo momento non mi dispiacerebbe se mi portassero un po’ di pan di via…»

Che stronzo… Sono anni che volevo scoprire i luoghi che facevano da sfondo alle storie che mi raccontava Mariellina, e solo perché non sono al livello dei suoi fantasy mi prende per il culo. Appoggio le mani ai fianchi. «Sì, ci tengo tanto.»

Lui si sfila gli occhiali da sole dai capelli e se li inforca. «Il cartello segnavia indica ancora un’ora e mezza per la nostra destinazione, ma ho idea che non ci arriveremo.»

«Io non sono stanca.» Qualcuno ha sostituito le mie gambe con pezzi di legno, e la schiena mi duole. La testa, poi…

«Nemmeno io, ma non è per quello…» Alza un braccio e indica l’orizzonte. Le cime delle montagne dall’altra parte della valle sono nell’ombra di nuvole nere che si muovono ad una velocità che non ho mai visto prima.

Sbuffo dal naso. Proprio oggi doveva piovere? «Facciamo in tempo a raggiungere la miniera? Non mi va di buttare via una mattinata…»

Alberto apre la bocca per parlare ma un fulmine dardeggia, unendo in un lampo di luce il cielo e un pilone dell’alta tensione che spezza il profilo della catena montuosa. La mia emicrania esplode alla vista dei lampi. Stringo i denti e le palpebre.

La bocca del mio ragazzo si distorce in una smorfia. «Credo sia meglio tornare alla macchina.» Il tuono brontola che non faremo in tempo e ci prenderemo una lavata. Se ancora ci andrà bene.

Mi lancio verso il mio zaino con un paio di balzi, afferro la borraccia e il sacchetto con le pesche e ce li getto dentro. Chiudo le fibbie e me lo carico in spalla. Non mi sono nemmeno ricordata di portarmi una mantella o il k-way… Altra voce della lista di cose lasciate a casa. «Potevi controllare il meteo, Alberto.»

Lui si carica a sua volta lo zaino. «Te l’avevo detto, Ilaria, che il cielo non prometteva nulla di buono. Ma quando ti metti in testa una cosa…»

Gli scocco un’occhiataccia. Prendo dalla tasca lo smartphone per scoprire se il cielo ci farà la grazia. In cima allo schermo, le quattro tacchette sono sostituite da un triangolo vuoto. Merda, niente rete…

***

Alberto si ferma, si guarda attorno con le mani sui fianchi. È rosso in viso, ha una goccia di sudore sulla punta del naso. Se la toglie con il dorso di una mano, davanti alla bocca aperta, avida di ossigeno. «Sei… sicura che è il sentiero che… che abbiamo preso nella salita?»

I muscoli delle gambe sono infiammati dalla corsa in discesa, qualcosa nella testa mi batte come un martello.

Il sentiero è una striscia di terra nuda in mezzo a ciuffi di erba schiaffeggiati dalle folate di vento in un tratto di montagna pianeggiante, identico a mille altri luoghi che ho percorso negli ultimi anni. Un forte dolore mi aggredisce gli intestini. Dovevo prendere la strada a sinistra, al bivio un chilometro fa? Che fine ha fatto il cartello segnavia? «Sì. Ma l’importante è arrivare a valle il prima possibile.»

Prima di andare avanti…

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