L’orgasmo che la colse fu qualcosa di appena accennato, nulla a che vedere con i primi che aveva strappato alla figa e al culo di Miriam, ma la lasciò ugualmente stremata. Non aveva più l’età, sebbene il desiderio di sesso fosse ancora maggiore di quando aveva diciotto anni.
Rimase un attimo a prendere fiato, aspettando che le passasse il capogiro appoggiandosi al cazzo di gomma infilato nel retto della ragazza, poi lo estrasse lentamente. L’ano sembrò incapace di riprendere la sua dimensione originale se non dopo diversi secondi.
Clelia si abbassò davanti alla ragazza, baciandola sulle labbra incrostate di sborra e accarezzandole i capelli impiastricciati. «Grazie, piccola mia…» le sussurrò, sincera.
Miriam sembrò non aver sentito, gli occhi socchiusi e un rivolo di un liquido trasparente pieno di bolle che le colava da un angolo della bocca.
Clelia si alzò, fece un paio di passi indietro e chiamò le guardie fuori dalla porta. Quando entrarono, la trovarono che si stava togliendo lo strap-on svelando un inguine arrossato, bagnato dai continui orgasmi che si era procurata. Gettò le mutande di plastica a terra, diventando un problema delle donne delle pulizie, e si diresse verso la porta celata da cui era entrata ore prima. Lanciò un‘occhiata alle guardie. «Portate via quella troia, lavatela, datele un vestito carino e una Golden Card,» ordinò, ricevendo un cenno dalle guardie. Fece un altro passo, fermandosi di nuovo e volandosi di nuovo verso gli uomini. «Ah, volevo dirvi che apprezzo molto il vostro impegno professionale,» li elogiò, di nuovo con quel tono di voce da dolce nonnina. «Concedetevi pure una gratifica».
Chiuse la porta mentre le due guardie si sfilavano le cinture dell’uniforme portandosi uno davanti e l’altro dietro alla ragazza.
Stanza 4, ore 04:20
Eleonora non sapeva da quanto era in quella stanza con i due gemelli. Uno dei due, la ragazza non era ancora riuscita a distinguere uno dall’altro, era sotto e lei lo stava cavalcando, mentre i suoi pollici si muovevano capaci sulle labbra della sua passera alimentando il fuoco che le ardeva nell’inguine. L’altro, invece, era dietro, il suo grosso uccello che stantuffava nel suo retto, le sue mani che massaggiavano i suoi grossi seni, indecisa se con maggiore soddisfazione per lei o per lui. Una bocca le baciava e succhiava il collo, un gesto più erotico di quanto si sarebbe aspettata.
Non sapeva quanti orgasmi aveva donato loro o quanti, al contrario, aveva ricevuto lei, ma ognuno sembrava più intenso, più potente del precedente. Cosa si era persa a causa della sua stupida vergogna… Si sarebbe maledetta per tutta la sua vita, non fosse stato per i due che sembrava volessero farle recuperare tutto il tempo perduto, e con gli interessi.
Era forse più sporca di sborra, trasudo vaginale, saliva e sudore di quando l’avevano tolta dall’ara sacrificale, ma questo non le dava più ribrezzo. Anzi, se le avessero scattato una foto in quel momento l’avrebbe appesa in camera sua per ricordare il momento migliore della sua breve vita quando fosse andata a letto e quando si fosse svegliata.
«Vieni qui, dolce puttanella…» disse quello alle sue spalle, spostando una mano dal seno ad una guancia della ragazza, invitandola a voltarsi verso di lui.
Eleonora lo fece, ben sapendo cosa l’aspettava. Un attimo dopo la bocca dell’uomo si appoggiò alla sua e la lingua della ragazza si ritrovò a danzare con quella dell’amante, chiudendo gli occhi per godersi ancora più il piacere che le stava infondendo.
Uno spasmo nell’utero, che ormai aveva finito con conoscere e desiderare, le preannunciò l’ennesimo, fantastico orgasmo. Le sue gambe tremarono e il suo fiato farsi più corto e profondo. Il calore le salì dall’inguine verso il cuore e inondandole la mente.
«La nostra zoccoletta sta per venire di nuovo,» sogghignò soddisfatto quello sotto di lei, aumentando l’intensità con cui le stava coccolando il clitoride con i polpastrelli.
«Adoro vederla godere,» ribatté l’altro, interrompendo per un istante la venerazione delle labbra della ragazza. «Non fermarti!»
Quando tornò a baciarla, però, trovò Eleonora con la bocca aperta e gli occhi spalancati, la testa piegata all’indietro, incapace di respirare. Ebbe un violento spasmo, poi emise un gemito strozzato e sembrò crollare tra le braccia che le cingevano il seno mentre un getto di liquido spruzzava dalla sua fica.
Priva di fiato, con la testa che le vorticava come una giostra, ebbe bisogno di qualche secondo prima di riprendersi. Provò a dire qualcosa ma le parole le vennero meno quando abbassò lo sguardo sul gemello sotto di lei: era tutto cosparso di gocce sull’addome fino al collo. Lo vide prendere con cura un po’ di quel liquido con la punta di un dito e portarlo alle labbra, suggendolo con soddisfazione.
Eleonora si portò una mano alla bocca, imbarazzata «Scusa, mi spiace…»
L’uomo sotto di lei rise mentre prendeva un’altra goccia finita sugli addominali.
Fu quello dietro ad infuriarsi. «Cazzo!» imprecò, gesticolando palesemente troppo. «Certo che devi dispiacerti: hai squirtato sul gemello sbagliato».
La ragazza scoppiò in una risata, il grosso seno che sobbalzava. «Se vi scambiate di posto posso provare a farmi perdonare,» propose, sperando di provare ancora un orgasmo simile.
«Così mi piaci!» rispose quello alle sue spalle.
«D’accordo,» concordò quello sotto, con un sogghigno sul volto, dimenticando la goccia su un dito, incapace di distogliere lo sguardo dalle due splendide tette, «ma prima falla ridere ancora un po’».
«Allora sarà meglio una barzelletta veloce, perché tra poco il nostro tempo con lei scadrà».
A quelle parole, Eleonora provò per la prima volta tristezza da quando si era inginocchiata davanti ai suoi due fantastici amanti. Si sdraiò sull’uomo che aveva bagnato, baciandolo con passione. «Allora usate il mio corpo da puttana per riempirmi un’ultima volta con la vostra sborra. Voglio portarvi per sempre con me,» disse, senza impedire ad un’ombra di malinconia di contaminare la sua voce, poi allungò un braccio per far stendere su di sé l’altro gemello.
Un attimo dopo, la rete del letto iniziò a cigolare per l’ultima volta per il piacere di Eleonora.
Stanza di Eduardo Jiménez, ore 4:30
Cristina non ebbe idea di quanto quella troia con i capelli castani e le poppe grandi come meloni avesse impiegato a far venire quello stronzo di Jiménez, ma avrebbe scommesso almeno mezz’ora: mezz’ora passata a leccare la nerchia grande quanto un avambraccio, succhiare la punta, ridere quasi imbarazzata quando non riusciva a mettersene in bocca nemmeno la metà. Elisabetta aveva ricevuto per tutto il tempo elogi sia verbali che attraverso gemiti di piacere. Lei che, invece, si trovava bloccata con la faccia in mezzo alle chiappe del calciatore, che dal fetore che emettevano doveva aver appena terminato un paio di partite di seguito senza trovare il tempo di darsi una rinfrescata con un bidet, non aveva beccato che un paio di ceffoni in testa perché aveva smesso di leccare il buco del culo per tirare il fiato senza mettersi a vomitare.
Alla fine, forse stanca lei stessa, forse seguendo un programma che la ragazza aveva studiato appositamente, usando quella voce calda capace di arrapare anche un sordo, propose: «Permettimi, mio padrone, di donarti piacere massaggiando il tuo grosso cazzo tra le mie tette».
Fu con un piacere immenso che, quando finalmente il calciatore si svuotò sul petto di Elisabetta, gemendo con una forza tale da far credere che stesse soffrendo, Cristina si trovò senza la mano che la costringeva contro il culo. L’aria con cui riuscì a riempire i suoi polmoni le parve profumata come un bouquet di fiori appena colti. Cadde sul sedere, stordita, facendo appena in tempo a vedere la ragazza dai capelli castani contemplare il volto del calciatore, mentre muoveva su e giù, alternativamente, le sue grosse mammelle, stringendo un cazzo abnorme, con gli ultimi schizzi di sborra che spruzzavano contro il suo mento e ricadendo sul seno, ormai bianco di bega.
Completamente ignorata da tutti, vide Jiménez aiutare la ragazza a sollevarsi in piedi, baciarla con passione stringendole una chiappa, poi gettarla sul letto e lanciarsi su di lei, penetrandola con nemmeno un terzo del suo attrezzo di piacere.
La chiavò con diversi colpi prima che lei, con un sorriso divertito, indicasse a lui Cristina.
Il volto del calciatore, ricordandosi in quel momento della ragazza che gli aveva leccato il culo, assunse un atteggiamento aggressivo, quindi, con una voce simile, chiamò le guardie.
Queste dovevano trovarsi proprio fuori dalla porta della stanza perché entrarono un istante dopo. Non batterono ciglio nel vedere il suo datore di lavoro intento a scopare o nel vedere Cristina nuda a terra, ma non poterono non concedersi uno sguardo lungo e ben approfondito sul corpo di Elisabetta, scosso dai colpi di bacino del calciatore.
«Portate via quella troia,» ordinò senza smettere di scopare, le parole divise in sillabe allo stesso ritmo degli affondi nell’inguine della castana, «fatele firmare la liberatoria, datele quella merda di card dorata e poi sbattetela fuori dai coglioni!»
Non aveva ancora finito di parlare che le due guardie avevano già aperto le manette, sollevato la bionda prendendola sotto le ascelle e praticamente trascinandola fuori dalla stanza.
Cristina, mentre la porta si chiudeva, nascondendo alla sua vista i due scopare ma non i gemiti di piacere di Elisabetta, non seppe dire se in quel momento fosse più arrabbiata, sconfitta, disgustata o invidiosa.
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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.
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