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Erotika
Club Tlazo · Cap. 5
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Capitolo 5 di 8 12 min di lettura

Notte

Le ragazze scoprono che cosa nasconde davvero il Club Tlazo e come si divertono i privilegiati ne hanno accesso.

William Kasanova
1 anno fa · 334 letture · 0

Cristina vide l’uomo voltare la testa verso l’origine di quelle parole ma non diminuì affatto il suo lavoro di bacino; anzi, aumentò ancora più la sua velocità.

La guardia che era comparsa sull’uscio si lanciò verso lo scopatore, afferrandolo per un braccio, mentre una seconda entrava e lo prendeva per l’altro. Il tizio afferrò ancora più strettamente la testa della ragazza, non lasciandola finché non ebbe l’orgasmo che aveva ricercato per un paio di minuti nella bocca di Cristina. Solo quando iniziò a sborrare si lasciò portare via, mentre il suo cazzo usciva e spruzzava seme a fiotti sulla smorfia di disgusto della bionda e sulla seconda del suo seno già lorda di bega proveniente da diversi altri donatori.

«Cazzo, che stronzo…» mormorò la ragazza, cercando di togliersi la bega dal suo volto con la mano libera ma finendo con lo sporcarsi ancora di più.

Nel frattempo, i due custodi avevano gettato l’uomo fuori dalla stanza. «Dileguati, coglione! Se ti vedo di nuovo qui ti faccio fare una brutta fine!» gli gridò la guardia che, si accorse Cristina, era lo stesso che, una vita ed almeno una decina di cazzi in bocca prima, l’aveva portata nella stanza dei Eduardo.

L’altra guardia guardò sorpresa Cristina, poi il suo collega, che allargò leggermente le mani come a dire che non ne aveva idea. «Portiamola dentro comunque,» deliberò, infine, con un sospiro.

L’altra guardia annuì, spostandosi per lasciare libera la porta. Un attimo dopo il malessere sul volto di Cristina venne sostituito dalla sorpresa.

Una ragazza dai capelli castani e dai grandi occhi del medesimo colore fece l’ingresso nella stanza accompagnata dalla guardia. Il viso era leggermente allungato ma il sorriso che imperava su due labbra piene lo rendeva meraviglioso, anche per Cristina. Si muoveva con la grazia che solo una ballerina poteva vantare, e il suo corpo, esile ma ben proporzionato, trasmetteva una sicurezza che sembrava renderla ancora più bella. O forse era il seno, pensò la bionda, notando che qualcosa stonava in lei: una quarta abbondante, come quello di Eleonora, ma… ma senza essere azzoppato da quella timidezza che la figa di legno possedeva in quantità industriale.

Dimostrò anche di avere una voce calda quando sorrise alla ragazza nuda, reduce da una lunga sessione di pompini, salutandola. «Ciao, mi chiamo Elisabetta».

Gli occhi di Cristina erano sgranati, il suo volto che mostrava tutto lo sconcerto sotto la maschera di sborra secca o ancora colante. Si rese conto dopo qualche secondo che non stava respirando. «Cristina,» riuscì a dire con un filo di voce, più una risposta automatica che voluta.

La guardia che l’aveva accompagnata dentro le chiese di spogliarsi quasi con timore che si offendesse e rifiutasse.

La nuova venuta, invece, non se lo fece affatto ripetere. Anzi, annuì con un sorriso. Con una lentezza che sembrava studiata cominciò a sbottonarsi la camicetta, lasciando che il seno prosperoso allontanasse i lembi del tessuto mentre le sue dita affusolate lavoravano con precisione. Giunta in fondo e scalzato l’ultimo bottone, con la camicia aperta che mostrava solo il solco delle generose poppe e la linea centrale degli addominali appena visibili, si voltò a favore dei due uomini alle sue spalle, che fino a quel momento avevano fissato il suo culo. Con un movimento simile ad un esercizio di stretching per distendere le spalle, si fece scivolare la camicetta lungo le braccia, afferrandola con una mano prima che cadesse per terra.

Le due guardie non notarono affatto quel movimento degno di un prestigiatore, i loro occhi sgranati e fissi sul busto di Elisabetta.

La ragazza sembrò trattenere una risata mentre allungava la camicetta verso le due guardie, usando di nuovo la sua voce calda per chiedere loro la cortesia di porre il suo indumento da qualche parte.

Una delle due balbettò qualcosa, cercando di afferrare la camicetta e riuscendoci solo al terzo tentativo, senza nemmeno rendersi conto di cosa stesse impugnando.

Elisabetta si sporse in avanti, senza piegare le ginocchia, dimostrando la propria flessibilità e iniziando a slacciarsi le scarpe. Le due guardie tornarono a guardarle il culo, senza dispiacere per non poter più fissare le tette. Anche Cristina la osservò, e comprese perché riscuotesse tutto questo apprezzamento: in quella posizione, i glutei si erano allontanati e i fuseaux ricalcavano alla perfezione la nuova conformazione, che aveva assunto la forma di un cuore stilizzato. Sentì lei stessa un prurito alla figa nel contemplarlo.

La castana si rialzò una volta sciolti i lacci delle scarpe. Sollevò le braccia, prendendo le ciocche che le erano cadute sul seno, spostandole dietro le spalle, muovendo la testa come a sistemarsi meglio i capelli sulla schiena. Da come le due guardie fissavano i seni muoversi, avrebbero potuto spezzarsi un polso segandosi al pensiero di quello spettacolo, pensò con profonda rabbia Cristina. Quando lei si era spogliata, non aveva ricevuto nemmeno un decimo dell’apprezzamento che stavano tributando a quella puttana.

Improvvisamente, la ragazza si rese conto che la bellezza di quella troia era ben superiore alla sua, incommensurabilmente maggiore. Come… com’era possibile che anche lei si trovasse lì? Tornò a fissarla: Elisabetta aveva finito di spogliarsi, le mutandine ricamate appese ad un dito che allungò ad una guardia. Questa volta non perse tempo e le afferrò come se fossero state un lingotto d’oro, stringendole tra le mani e ammirandole al pari di un’opera d’arte.

La ragazza guardò un punto sul tappeto, accanto a Cristina. «Mi siedo qui?» chiese.

Senza attendere una risposta, incrociò le gambe e scese seduta con un movimento fluido che sembrava uscito da un cartone animato degli anni ’40. Sollevò una mano verso la pediera, sorridendo alla guardia. «Immagino dovreste ammanettarmi come lei, giusto?»

L’uomo interpellato impiegò qualche istante a distogliere lo sguardo dal corpo perfetto della mora, incapace di scegliere se contemplare il seno meraviglioso o la righetta di pelo che accompagnava lo sguardo, al termine di un addome piatto, verso la figa della ragazza, prendere le manette e far scattare i due braccialetti. Dietro di lui, convinto di non essere visto, la guardia che aveva scortato Cristina si portò le mutandine al volto, inalando il profumo che la fregna della troia vi aveva infuso. Chiuse gli occhi mentre sembrava inspirare una droga, il bozzo nei pantaloni che aveva cominciato a formarsi parve fremere, poi, con un movimento svelto, le fece sparire in una sua tasca con un sorriso soddisfatto.

Un attimo dopo i due uomini si voltarono e uscirono, e nonostante cercassero di non farsi sentire, fu impossibile per Cristina non udirli dire: “questa sì che è un pezzo di figa pazzesca” e “mi devo fermare un attimo in bagno”, con l’altro che annuiva comprendendo perfettamente le intenzioni dietro quella battuta, probabilmente deciso anche lui a fare una sosta in un luogo appartato e spararsi una sega mentre si teneva gli slip sulla faccia.

Anche Elisabetta li aveva sentiti, e quando voltò il suo viso verso la bionda, illuminato da un soave sorriso che lasciava trasparire, dietro la cordialità, una buona dose di derisione, dimostrò nuovamente di avere una voce armonica e sensuale. «È da tanto che aspetti? Mi sembra strano che il signor Jiménez possa far attendere una ragazza bella come te: sai farti apprezzare dagli uomini, mi pare di capire...»

L’unica cosa che impedì a Cristina di cercare di cavare gli occhi a quella troia fu la certezza che, perfetta come appariva, con quel corpo da troia che ogni maschio sognava nel suo letto, doveva aver imparato a difendersi dalle torme di uomini arrapati che la assediavano in continuazione con una mezza dozzina di stili di combattimento corpo a corpo, di certo capaci di sconfiggere ogni suo attacco e probabilmente sodomizzarla con un oggetto qualsiasi a portata di mano.

Sentì tutta la sua sicurezza, tutte le sue certezze, dimostrare la loro vera natura di illusioni…

Prima di andare avanti…

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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.

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