Mi fermo, stupita. Dev’essere la sorella di Luca e, per la miseria, non gli assomiglia minimamente. E, nonostante questo, è bellissima, non posso negarlo. Si ferma anche lei, guardandomi e le sue labbra si arcuano in un sorriso e i suoi occhi azzurri risplendono.
Dovrei guardarla in viso per una questione di educazione, ma, come il più arrapato degli uomini, non posso distogliere lo sguardo dal suo seno gonfio, maestoso. Dev’essere una quarta che sembra stare a stento nella maglietta da pochi soldi che indossa.
Sara, mi pare mi abbiano detto si chiami così, dovrebbe offendersi per il mio atteggiamento maleducato, ma invece sembra eccitarsi ancora più di me. «Ti piacciono?» mi domanda a bassa voce, con un tono che definirei di complicità.
Non posso evitare di annuire.
Lei mette a terra il secchio che stava portando, con l’acqua sporca all’interno che sciaborda un paio di volte, poi si avvicina a me. Prende una mia mano e l’appoggia su una sua tetta. Sento il suo cuore battere appena troppo velocemente. Profuma, nonostante abbia appena finito di pulire la mia stanza, di erotismo come suo fratello.
Sto per dire qualcosa, qualche sciocchezza di circostanza, ma lei me lo impedisce: annulla i pochi centimetri che ci separano e le sue labbra si appoggiano sulle mie. Trasecolo, ma non mi allontano. Non è un bacio passionale, è quasi più un saluto, molto intimo, ma nulla di più. Nonostante questo, sento che quanto non mi ha fatto bagnare Luca ci è riuscita lei: un sentore di eccitazione che ben conosco si solleva tra di noi.
Il nostro contatto dura solo qualche, interminabile, secondo. La ragazza si stacca da me, succhiandosi il labbro inferiore come a gustare il mio sapore, poi si volta, i suoi capelli color carota che si sollevano dalle spalle per un attimo nel movimento, riprende il suo secchio e se ne va.
Io sono stordita, l’unica cosa che posso fare è fissare il suo sedere e la sua figura burrosa allontanarsi nel corridoio. Non provo nemmeno a parlare.
Mi rintano letteralmente nella mia camera, troppo confusa per riconoscere che è un caldo ambiente con i muri ricoperti da assi di legno levigate, dello stesso colore chiaro del mobilio del salotto comune. Dalla finestra non si vede il lago, come speravo, ma un giardino con un grosso albero, una quercia, credo, e circondato da alte siepi. L’abbaiare di un cagnolino si leva dall’esterno. Sullo sfondo, contro la montagna, compare l’abitato di Brenzone sul Garda.
Un leggero odore chimico di limone aleggia nell’aria, probabilmente lasciato dal recente lavoro di pulizia della ragazza… Il suo pensiero mi sta riempiendo la mente fino a impedirmi di concentrarmi su altro.
Abbandono lo zaino sul letto, poi mi dirigo in bagno. Apro la doccia e, mentre l’acqua prende a scrosciare riempiendo l’ambiente di vapore, inizio a spogliarmi. Sento il bisogno di lavarmi dopo il viaggio in treno e in pullman fino al B&B, ma… mi sento strana, come se abbia paura di spogliarmi e ritrovarmi nuda. Mi serve uno sforzo per levarmi gli abiti quasi tema di trovarmi il corpo mutato da qualcosa, nemmeno questo stato di eccitazione che i due fratelli mi hanno indotto sia, in realtà, qualche modifica del mio organismo.
Ma quando mi osservo allo specchio del bagno, che sta cominciando ad appannarsi nell’atmosfera calda e umida emanata dalla doccia, sono sempre io, uguale a come sono sempre stata: un metro e settanta abbondante dai miei piedi ai miei capelli biondi lasciati lunghi, gli occhi azzurri ed un seno non troppo grande. Rassicurata che non mi stia trasformando in qualche mostro, mi infilo sotto il getto di acqua calda, mi cospargo di bagnoschiuma e inizio a passarmi le mani sul corpo.
Ho finito di lavarmi e mi sono asciugata con un panno un po’ troppo ruvido. Non posso negare che il bed & breakfast stia mostrando tutta una serie di aspetti positivi e, contemporaneamente, altri negativi, cui una gestione minimamente oculata sopperirebbe in un attimo. Il tablet è sul tavolino della mia camera, l’unica fonte di luce a parte quella della Luna che filtra tra le tendine della finestra che dà sul cortile: ho aperto un file dove buttare giù le prime impressioni dell’alberghetto, ma sono incerta su cosa scrivere.
Il mio sito di viaggi ha una certa popolarità, e molte persone lo consultano quando sono intente a preparare le loro vacanze e cercano itinerari che valgano il loro tempo e denaro; si fidano del mio giudizio, i commenti che lasciano nel mio feed lo confermano, sostenendo che hanno trovato le strutture ricettive come le ho descritte io: mi sembrerebbe di tradire i miei lettori se nell’articolo dedicato al B&B dicessi che è ottimo, ma al tempo stesso… non lo so, mi sembra che se ne parlassi male, lo affosserei completamente, facendolo fallire ancora prima che abbia cominciato a generare profitti per la famiglia che mi sta ospitando gratuitamente.
È stata una giornata calda e faticosa, e nella stanza, anche a causa della doccia che mi sono fatta prima, mi sembra di soffocare. Mi avvicino alla finestra e la apro appena per lasciar passare un po’ di aria fresca ora che il sole è sceso sotto l’orizzonte e anche le cime delle montagne hanno smesso di bruciare nelle ultime luci del tramonto.
Noto un movimento nel giardino: è Sara, la splendida cameriera dai capelli rossi e dal corpo mozzafiato, che sembra di ritorno da una passeggiata con il cane, un piccolo pinscher dalle dimensioni di un gatto, che tiene per il guinzaglio. Mi scosto un po’ dalla finestra, incapace di smettere di osservare la ragazza, che credo abbia… quanto? Ventidue, ventitré anni? Qualcuno in più di me, ma solo una manciata. Non posso evitare di ammettere che è bellissima e, nonostante io sia etero, sento una forte attrazione sessuale nei suoi confronti. Ha un corpo… ma soprattutto un seno meraviglioso. Rimango a fissarla, mentre la mia fantasia la spoglia completamente e mi sembra di sentire tra le mie dita la morbidezza delle sue tette, il calore della sua pelle e il profumo del suo sesso bagnato di desiderio.
Mi mordo il labbro inferiore mentre una mia mano scende inconsciamente sul mio, di sesso, accarezzandolo attraverso il tessuto dei pantaloncini e delle mutandine appena cambiate. Inalo profondamente mentre osservo Sara muoversi lungo il prato e scomparire oltre un muro, probabilmente il canile dove soggiorna lungo il giorno il pinscher.
Il momento di idillio emotivo dura solo qualche altro secondo, durante i quali sto pensando di prendere da una tasca segreta del mio zaino il vibratore che porto sempre con me, quando le voci che provengono dal piano di sotto, e che fino a quel momento non avevo quasi notato, cominciano ad aumentare di volume, il tono di una dominata dalla rabbia.
«Non posso credere che tu abbia davvero chiamato quella lì per farci pubblicità!» sbraita Luca, probabilmente alla madre.
La donna risponde qualcosa, ma non riesco a comprendere. La voce, al contrario di quella del ragazzo, si è fatta più lieve.
«Ma chi se ne frega!» ribatte il ragazzo, furioso, «Ti ho detto che ci avrebbe pensato un mio compagno di scuola a farci pubblicità. Non è un cazzo di influencer, è un pubblicitario e si intende di internet. Avrebbe anche migliorato la pagina che usiamo su Facebook. É ovvio che dovremmo pagarlo, ma ne varrebbe la pena!»
Lo stato di eccitazione che mi ha dominata fino ad un istante fa è diventato qualcosa di alieno, simile ad un veleno che la mia mente sembra voler far uscire dal mio corpo attraverso il vomito. Sento i miei occhi iniziare a bruciare mentre un senso di inadeguatezza mi invade a quelle parole. Davvero Luca prova tutto questo disprezzo nei miei confronti?
