Maria rimase a lungo col mio fallo in bocca, senza fare movimenti, quasi assaporando il piacere del recente orgasmo e scaricandolo sul mio sesso con la salivazione intensa; mandò su e giù più volte la testa facendosi scivolare la cappella tra lingua e palato, succhiò rumorosamente per qualche secondo, poi si staccò; trasse dalla borsa dei fazzolettini, si accucciò dietro al muretto e si pulì l’ano dallo sperma che scorreva copioso; al termine dell’operazione, mi guidò all’hotel, dicendomi.
“Sono stanca; per oggi, basta; andiamo a letto e concludiamo in bellezza tra noi.”
Il benvenuto a Gran Canaria fu all’altezza delle promesse e riuscii a dormire saporitamente; la settimana di ferie scivolò dolcemente all’insegna dei propositi di Maria e dei miei progetti; lei fece sesso anche più volte al giorno, con partner che incontrava ad ogni piè sospinto; e puntualmente ci metteva tutta la sua capacità di fascinazione, tutta la grinta e tutta l’abilità acquisita in quegli anni; passammo le mattine in spiaggia, quella dei nudisti, naturalmente.
Mia moglie di divertì come una bambina ad esibire il suo corpo ancora splendido a tutti i maschi della spiaggia; in alcune occasioni, ‘puntò’ alcuni maschi più interessanti e copulò dove capitava, tra le dune a ridosso della spiaggia, dentro capanni vuoti, portandoseli in hotel; io, per la mia parte, continuai a farle da guida e mentore, suggerendo situazioni e scelte, partecipando qualche volta attivamente e sempre vigile per darle l’amore che sentivo.
Quando arrivò il sabato, fin dall’alba Maria fibrillò all’idea della serata che aveva sognato per un anno; durante la mattinata, in spiaggia, la presi in giro un bel po’ minacciando di non accompagnarla, giocando ad immaginare se certe mazze che giravano per la spiaggia avrebbero fatto parte del bottino serale, chiedendole quante copule avrebbe realizzato e scommettendo sul fatto che, al massimo dopo una decina, lei sarebbe crollata; la sua scommessa era che sarebbe arrivata a quindici.
Assicurava che li avrebbe spompati tutti e che sarebbe tornata a casa così piena di sesso che poteva farne scorta per un anno; le facevo osservare che quelle realizzate in un anno erano praticamente incalcolabili; insomma, il tema delle copule della serata era così vivo in noi che non riuscivamo a staccare il pensiero da quello che poteva succedere se davvero avesse messo in atto tutte le sue abilità nelle pratiche sessuali, non escludendone nessuna.
Quando il sole tramontò, ci avviammo verso le dune sabbiose, un paesaggio brullo e quasi tetro; io portavo in un borsello le cose essenziali, lei teneva a mo’ di copricostume un telo ampio da usare come giaciglio; dopo una passeggiata abbastanza lunga, trovammo una palma che ci sembrava ideale per i nostri intenti; lei stese il telo, si tolse il bikini e si sdraiò supina, io mi denudai e mi sedetti accanto a lei in modo che, sollevandosi, avesse il mio sesso a portata di bocca.
Il primo ad avvicinarsi fu un ragazzo molto giovane, forse inesperto, che girò un poco intorno poi; ad un cenno di lei, si avvicinò; mi staccai da lei che aprì le ginocchia piegate a terra ed espose la vagina; il ragazzo si accostò ed esibì un membro notevole per la sua età; Maria tese le braccia e lui si accostò; lei gli infilò un preservativo e lo tirò a se; la penetrò di colpo e lei gemette per il piacere; mi soffermai a guardare il membro giovane e voglioso penetrare in vagina, muoversi a copulare con foga.
Eiaculò in un tempo finanche breve e si abbandonò in braccio a lei, che gli sfilò il preservativo e si prese in bocca la mazza barzotta ma ancora grossa; lei gradì molto, da come lo leccava golosamente in ogni dove, sui testicoli e lungo l’asta; quando, assai rapidamente, lo vide tornare rigido e vivo, lo prese in bocca e gli praticò una fellatio di quelle che l’avevano resa giustamente famosa; eiaculò una seconda volta, in meno di un quarto d’ora; per sua fortuna, era molto giovane.
Non si era allontanato di molto che, quasi apparendo all’improvviso dalle dune, avanzò un giovane di colore che si menava già un sesso notevole; inginocchiatosi accanto a lei, infilò un lunghissimo dito nella vagina e prese a masturbarla delicatamente; Maria gemeva dolcemente, titillata a dovere; con l’altra mano sfregò un capezzolo e vi appoggiò la cappella; lei spostò la mano dalla tetta, afferrò il manganello e se lo portò alla bocca; avviò la fellazione.
Ma l’altro era ben deciso a copulare; tirò fuori non si sa da dove un preservativo e protesse il sesso, si spostò fra le cosce spalancate e la penetrò lentamente; lei gemeva e sembrava lamentarsi ma gioiva.
“Dio, che grosso … che lungo …. Che bello. Come mi copula bene!”
Era cominciata bene, la sua avventura tra le dune; intanto, molte figure si avanzavano e cominciarono ad accalcarsi intorno, ciascuno dedicandosi al piacere che poteva; alcuni tormentavano le mammelle e i capezzoli; altri offrivano il sesso alla bocca e lei li succhiava alternativamente; molti si limitavano a masturbarsi lì vicino; feci segno al nero di rotolare sulla schiena e a lei di cavalcarlo sporgendo il sedere quanto le era possibile; ai due lati, furono pronti due sessi a chiedere di essere succhiati.
Mi diressi alle natiche, le aprii e feci colare nell’ano un liquido lubrificante che avevo portato; feci cenno al meno dotato del gruppo e lui si fiondò a penetrarla analmente; un altro prese la destra e la portò sul suo arnese, lei cominciò a masturbarlo; quando un sesto tentò di mettere nella sinistra il suo, lei la allungò verso di me, le presi la mano e mi strinse le dita; capii che voleva in quel modo significare che il sesso era tanto, ma l’amore solo per me; non ero molto felice della proporzione.
Per quattro ore circa si fece possedere in tutte le parti da tre, quattro, cinque o sei maschi per volta; per tutto il tempo, soffocò nelle mazze che ingoiava gli urli di piacere che il possesso plurimo le scatenava; cominciavo ad essere preoccupato perché annottava ma soprattutto per la capacità di tenuta di lei che rischiava grosse conseguenze, perché certe verghe che assorbiva senza problemi erano comunque di stazza imbarazzante.
Contai quindici maschi che l’avevano posseduta; solo allora la sentii sussurrare ‘basta’; imposi a quelli in attesa di andare via, molti completarono la masturbazione che avevano iniziato eiaculandole sul corpo; furono subito imitati e, in breve, ciascuno di loro versò la sua razione di sperma sulle tette, sul ventre, sulle cosce, sul viso; quando la vidi in condizione di muoversi, le passai i fazzoletti umidificati che avevamo portato e lei si ripulì in parte dei grumi di sperma su tutto il corpo.
Si rialzò in piedi; barcollò un poco ma si riprese; ci dirigemmo lentamente verso l’hotel; era ancora dolente in tutto il basso ventre; non ci scambiammo una sola parola e l’atmosfera non era rosea come sempre; mi strinse la mano per sentirsi accettata; intrecciai le dita per rassicurarla ma respinsi la testa che si appoggiava alla spalla; arrivati in camera, andò difilata in doccia; quando uscì, crollò di colpo sul letto, letteralmente disfatta.
“Mi dispiace; non ce la faccio; stasera niente premio!”
Uscii per andare a bere qualcosa; appena varcato l’uscio, incontrai l’italiana furibonda, perché un’altra prova di ‘agganciare lo straniero’ non era riuscita; le proposi di unire le delusioni, anche se ero italiano; senza chiedere perché , mi spinse di nuovo nella camera e mi sbatté sul letto, dove Maria russava; mi offrì una notte al fulmicotone e alla fine mi ringraziò per averle proposto un amplesso pieno d’amore e di delicatezza.
Andò via all’alba; mia moglie invece dormì fino quasi all’ora di pranzo e dovetti cacciarla sotto la doccia per svegliarla; dovevamo partire subito dopo per l’aeroporto; Maria, contrita, mi promise che a casa mi sarei rifatto di quanto mi aveva derubato la sera prima; non le diedi quasi ascolto e decisi di dimenticare assolutamente una serata sbagliata, fino alla copula con l’italiana sconosciuta.
Dopo aver mangiato in fretta, montammo sul pullmino per l’aeroporto che però non si muoveva; aspettavano dei ragazzi dal campeggio vicino; quando salirono, per poco non mi venne un colpo; erano Franco e Nicola, i nostri figli trentenni; la differenza di età era minima, i caratteri molto simili, per cui spesso erano scambiati per gemelli monozigoti.
“E voi che diavolo ci fate qui?”
“Prendiamo lo stesso aereo; tu non lo sapevi; noi si, perché siamo più bravi di te a navigare in internet e tu neppure sai consultare una cronologia degli accessi; per tua informazione, sono cinque anni che veniamo qui in vacanza, ci chiamano ‘i fratelli terribili’ perché non ci è sfuggita nessuna giovane donna, nubile o sposata; lo sai che il frutto non cade mai lontano dall’albero; quindi, che cosa potevi aspettarti?”
