Capitolo 4 - L'appuntamento al buio
Sempre più contorta e fatale la storia della giovane puerpera incapave di resistere al richiamo del carnefice.
1 anno fa
Un sabato, alle tre, dopo una mattinata abbastanza impegnativa, Ofelia fece solo uno spuntino; doveva uscire per incontrare una vecchia amica che si era trasferita all’estero. Si sarebbero viste alla Stazione, per passare qualche ora insieme, prima che la donna ripartisse. Perlomeno, quella era la scusa che si era inventata col suo Mimmo, per giustificare la sua “passeggiata” pomeridiana.
Il marito era sempre fin troppo disponibile con lei, sembrava camminare sulle uova in sua presenza... effettivamente era un comportamento esagerato. Ofelia non era una sciocca ma non era certo quello il giorno adatto per indagare sulla gentilezza di Mimmo. Si pregustava quell’appuntamento da oltre una settimana, era su di giri come una collegiale e sia il ritegno che la prudenza erano andate a farsi benedire. L’adrenalina che le scorreva in corpo era una droga efficace e potente, Ofelia, ora in intimità virtuale con il suo futuro “carnefice”, non riusciva più a pensare con lucidità: voleva essere sottomessa, maltrattata, sentirsi alla mercé di quel maschio sconosciuto che le aveva anticipato le sue torve intenzioni. L’avrebbe trattata come un pezzo di “carne cruda”, su cui sfogare ogni suo desiderio. Altro che primo incontro, niente caffè da sorseggiare: il Predatore la voleva trovare già in Albergo; le aveva persino ordinato come si doveva vestire...
Mimmo, intanto che lei si preparava, gironzolava per casa e un po’ la prendeva in giro.
«E ci vai vestita così, dalla tua amica?» Ofelia, era sotto l’effetto dell’emozione, fece un giro su se stessa e si fece ammirare, godendo della sua velata gelosia. Adesso anche quello, per lei, faceva parte del gioco: la menzogna. Dire bugie all’amore della sua vita, per coprire quel “porco” che si diceva pronto a usarla come l’ultima delle prostitute.
Ballerine rosse, di vernice, calze spesse, francesine bianche; la gonna color panna non era una mini ma le arrivava al ginocchio, spinta un po’ in avanti dal pancione, ormai pronunciato, era sempre a filo sulla fine delle calze, lasciando intuire a ogni movimento la carne nuda e delicata, un’immagine ben poco innocente e più provocante di quanto si potesse immaginare.
“E per fortuna che Mimmo non ha veduto l’intimo che sono stata costretta a indossare...” pensò la ragazza.
«Dai, non scherzare sempre,» disse «e non crearti problemi per la macchina, mi son fatta prestare quella di mia madre. Sei libero se vuoi uscire, se ti va!»
«E dove vuoi che vada?» disse lui accomodante «Preferisco restare a casa... mi metto sul divano... aspetto che torni.»
«Gino!?» Dall'angolo della stanza, dove aspettava, in piedi, Ofelia trasalì.
L’uomo sulla porta appena aperta era più sorpreso e sconcertato di lei. Visibilmente preoccupato si guardò intorno, per capire se lei era sola nella stanza, poi, dopo essersi lanciato uno sguardo veloce alle spalle, entrò, chiudendosi immediatamente la porta.
«Ofelia... tu... non dirmi che tu...? » Gino crollò sul lettone dell’Hotel, talmente sconcertato da dimenticare per un attimo il motivo del loro incontro.
Ofelia, intanto, si era rintanata in un angolo, vicino al balcone della camera e non faceva che arrossire sempre più, man mano che ripensava a quanto aveva raccontato dei suoi desideri più segreti. Si era lasciata andare, e di brutto, ma era certa di parlare con un perfetto sconosciuto. E Gino, non era certo uno sconosciuto! Non che si frequentassero ma si conoscevano e lei sapeva perfettamente che lui era una delle persone più stimate da suo marito.
«Sono sorpreso quanto te, mi spiace.» cominciò lui per rompere il ghiaccio, poi continuò, «Però adesso comincio a vederci chiaro... più o meno, intendo...» poi, più diretto: «Dai, rilassati, siediti qui, che non ti mangio mica. Piuttosto, cerchiamo di capire...»
Ofelia obbedì, cercò di ritrovare il suo self-control; effettivamente era tutto molto strano. La donna sedette sul letto, a distanza di sicurezza dall’amico, e tirando con fin troppa solerzia la gonna, per coprire le cosce.
«Lui sa tutto!» e non era una domanda.
«Puoi ben dirlo! Io ne sono più che sicuro... sono stato io stesso, cretino, a fornirgli tutti i particolari. Persino l’ora del nostro appuntamento di oggi e quanto gli ero grato, per avermi regalato quest’avventura.»
«Ma che cazzo dici?» sbottò Ofelia «Allora eravate d’accordo su...
«No, no... perdonami,» Gino la stoppò, quasi mortificato «mi sono espresso male... Io non potevo mai immaginare, io non potevo mai credere che si trattasse di te! Ti do la mia parola...» «Ok, voglio crederti,» rispose lei «ma adesso devi spiegarmi, devo capire in che razza di casino mi avete messa...» più la cosa si complicava ai suoi occhi, più alla ragazza veniva da piangere. Gino le spiegò rapidamente com’erano andate le cose; di sicuro, all’inizio, Mimmo non sapeva che Ragazza Manga fosse lei. Aveva passato l’avventura nelle mani del suo amico proprio per non fare un torto a sua moglie...
«Quindi, all’inizio, io chattavo con lui?»
«Proprio così, fu solo un gioco... un passatempo in ufficio, mentre aspettavamo i clienti del pomeriggio. Poi quando Mimmo capì che poteva nascere qualcosa di più, non se la sentì di continuare; mi passò l’account e la password...» poi Gino si batté la mano sulla fronte: «Che stronzo!»
Ofelia lo guardò stupita, ma lui continuò, per chiarire.
«Non capisci? La password... io non l’ho mai cambiata... e chi se ne fregava? Mimmo non è il tipo, e poi... insomma non avrei mai pensato a te. Ma lui, lui deve aver capito tutto... ha letto... ha collegato le cose.»
«Beviamo qualcosa, ti prego!»
«Ma certo, scusami...» Gino si alzò ed aprì il frigobar, intanto Ofelia pensava e pensava. Gino le porse un flute, aveva diviso per due una bottiglietta di fresco Prosecco. Ci voleva proprio.
Un attimo dopo, la signora Ofelia, prese risoluta il cellulare, lo aveva spento poco prima, lo accese; attese pazientemente che diventasse operativo e, semplicemente, scrisse un messaggio a suo marito:
“Si può sapere che cosa vuoi da noi?”
La risposta fu quasi immediata, Mimmo doveva tenere il telefono in mano: “Io desidero solo che tu stia bene, a qualunque costo... e senza farti male.” Ofelia non disse niente e Gino fu assai discreto. Bevve l’ultimo sorso di spumante, poi si alzò, si rassettò la gonnellina e, con espressione da educanda, le gambe strette, le mani “in quarta”, disse, a voce bassa ma scandendo bene:
«Sono pronta, Padrone.»
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