Flirt Estivo ESTATE

Breve racconto estivo.

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Caldo soffocante. Le gradinate in cemento della piscina diventano un luogo inospitale almeno quanto il deserto del Sahara quando il sole picchia come sta facendo oggi.
Non ci va mai nessuno. Troppo calde, nessun'ombra... Ma per me vanno benissimo.
Io espiro, piano. Sento ogni singolo punto della mia epidermide crogiolare. È una sensazione magnifica che sfida il desiderio di refrigerio con il tepore del sole.
Il caldo è da record oggi, un'estate caldissima che manco Max Pezzali in quel suo pezzone di anni e anni fa. Certo, tempo ne è passato ma quella canzone ancora mi rimbalza in testa, riaffiora dalla memoria.
Da lontano sento i tuffi e le grida di ragazzini vari. I passi dei villeggianti, dei bagnanti, dei bagnini...
Solita giornata estiva. Espiro di nuovo. E la vedo.
Eccola lì. Incarnato color caffé, costume a due pezzi, trecce dreadlocks lunghe fino alla mezza schiena. Bella. Bella davvero. Bella e irraggiungibile, penso mentre la guardo andare verso il bar della piscina. Chiaramente una così è inarrivabile, inconquistabile. Per me, è semplicemente impossibile approcciarmi...
Cerco di tornare alla solita pace, alla quiete tediosa di questo pomeriggio così assolato, ma...
Ma qualcosa mi ferma. Qualcosa mi urla di non arrendermi, di non desistere. Di provarci.
Follia. Follia pura. Sicuramente è occupata. E anche se accettasse di parlare finirebbe come sempre.
Però...
Però l'ho già vista. E improvvisamente mi ricordo di lei.
Merda, la conosco! La conosco da un bel po' anche. Ma lei potrebbe non ricordarsi di me.
Improvvisamente mi sovvengono i ricordi.
Era alle commerciali, al secondo anno. Lei era lì. Bella, sexy. Irraggiungibile.
Lei era distante, una visione di divina bellezza che si posava su un mortale.
E io ovviamente provai ad averci a che fare. Che altro avrebbe dovuto fare un ragazzo di diciassette anni se non provarci?! E il risultato fu un "no".
Poi, il vuoto. E gli anni, ben sedici da allora, erano passati.
Sono passati anni... E lei è ancora bella, stupenda.
"Tanto avrà qualcuno. Sicuro.", penso.
Ma anche se fosse... perché me ne dovrebbe importare?
Qualcosa di oscuro si fa strada dentro di me, scavalca la morale, abbatte le barriere. Decido.
"Il mondo non è fatto per i pavidi.", penso. E in fin dei conti che cosa posso perdere?
Oggi come oggi provarci con una tipa pare una dannatissima roulette russa, tra accuse di molestie, denunce paventate e il puro e semplice complesso di superiorità di certe donne che sembrano assurdamente convinte che se il loro corteggiatore non guadagna almeno quanto Messi o Ronaldo, allora non va bene...
"Ma scherziamo?!". Improvvisamente sento quelle barriere morali cedere.
E cedono di schianto: non è un combattimento tra la mia parte buona e quella "malvagia", nessun angioletto che discute col diavoletto appollaiato sulla spalla opposta, nessun epico contrasto tra bene e male, niente del genere.
Forse perché alla fine, bene e male esistono sempre e solo in un tempo diverso dall'adesso.
Mi alzo. Improvvisamente, raddrizzo il petto, lo spingo in fuori. Ho una postura più dignitosa del solito.
Ma soprattutto, sento che io sto cambiando. Ora tocca a me.
E qualunque cosa accada, non vivrò col rimpianto di non avere agito.


I passi che mi portano al bar sono una sequela di pensieri che collidono con la mia determinazione.
"È occupata.". "Va a finir male.". "Non hai speranze!". "Finisci nei guai se lo fai!".
Li tacito. Ho deciso. Meglio un giorno da eroe che una vita nell'ombra e nella polvere.
È follia. Pazzia. Il caldo mi ha dato alla testa. Ma se è così, è una follia sana...
Non intendo fingere. Non più. Non so cosa le dirò, non ho pensato a niente, non ho un piano.
Ho solo una cosa: la certezza di volerci provare. Poi vada come vada.
Non ho niente da perdere.
La vedo seduta che scrolla su cellulare un feed di Instagram. Postura rilassata, carnagione color caffé, viso piacevole. Le trecce sono disperse sulla schiena, in vago e sensuale disordine.
La fisso. Normalmente sorriderei, ma quando mi guarda non sorrido, non come sempre.
Le sorrido con un sorriso diverso. Sicuro, ma contenuto. Sincero, ma non ebete.
Insomma, un sorriso serio da chi sa che ha già vinto.
Quella nuova sicurezza è inebriante. Viene solo dall'audacia?
O magari è un me che ha atteso, pazientemente, come una crisalide, di emergere trasformato.
-Sì?-, chiede. È seccata, lo vedo. Ma noto che non mi riconosce.
Il tempo ha fatto i suoi caduti, o la sua magia. In ogni caso, il passato non interferirà.
Il mio sorriso rimane, esattamente uguale.
-Sai... noto che tu hai qualcosa... come un'energia diversa. Dovrei star lontano, ma non lo farò.-.
Quelle parole non sono mie. È come se qualcuno mi avesse improvvisamente dattiloscritto cosa dire. La sua espressione cambia, muta. Cosa ancora più strana, non si mette a ingiungermi di lasciarla in pace.
-Davvero?-, chiede. Sembra colpita. Annuisco, serissimo.
-Assolutamente. È come un fuoco... che rischia di bruciarmi.-. Lei pare pensarci. Dura un istante.
Taccio. Vorrei parlare del passato, ma improvvisamente mi accorgo che sta andando bene.
Non mi sta mandando a quel paese, non sta cercando una salvezza o una distrazione, non è alla disperata ricerca di qualcosa o qualcuno che possa aiutarla a sbolognarmi, è interessata.
E questo vuol dire che ho tutta la sua attenzione. L'attenzione della lei di adesso...
-Mi chiamo Shanika.-, dice porgendomi la mano.
-Axel.-, dico prendendola. Stringo poco. Lascio andare senza forzare i tempi della presentazione.
-Sei di qui, Axel?-, chiede.
-Ci lavoro.-, rispondo, -Ma la piscina è gratis.-. Sbircio appena. La catenella con la croce dorata al collo parla chiaro. L'aveva anche anni fa. Non è cambiata.
-Sei eritrea?-, chiedo. Lei pare diventare trasparente. So che ci ho preso, parto avvantaggiato.
-Come hai fatto?-, chiede. Sorrido.
-La croce, e la carnagione. Madre eritrea e padre... italiano?-, chiedo.
-Quasi. Inglese, ma trapiantato in Italia.-, ammette lei. Sorrido.
-Ma non mi dire...-, dico. Lei annuisce appena. Io intercetto una cameriera.

Dopo un sorso d'acqua e qualche chiaccherata, affondo senza avvisare.
-Sai, ho come il presentimento che tu non sia proprio così innocente come vuoi far credre...-, butto lì.
La guardo sbattere gli occhi. È stupita. L'ho appena travolta con una frase detta in modo tanto casuale da poter essere una battuta... o l'esatto opposto.
-Tu che musica ascolti?-, chiedo all'improvviso. Lei esita. Apre la bocca e la richiude. Perde tempo.
E io sorrido. Elenco qualche brano e qualche band che ho ascoltato. Non lo faccio perché cerco conferme o approvazione, voglio solo confonderla.
Se tutto è lecito in guerra e amore, allora voglio usare ogni arma. Ogni tattica. Vale tutto.
E allora sia!
Il caldo sotto i tendoni del bar è tenuto a bada, gli insetti meno, ma per ora siamo graziati dalla loro assenza. Guardo Shanika mentre avanza appena una mano. Non la tocco. Le sfioro un ginocchio sotto il tavolo. Un secondo, due, tre. Sento il membro che comincia a ergersi.
Quattro. Cinque. Sei. Il mio cuore batte. Forte. Poi mi stacco, piano.
Passa un istante, ne passano due. I suoi occhi sono indecifrabili, ma c'é qualcosa.
Un espressione, un micromovimento del viso, dura pochi istanti.
-Sai, ci sono così tante persone che mi sembrano così... vuote. Ma non si accorgono di quanto siano logoranti.-, dico. Dentro la mia testa è esploso un vulcano, un rovesciamento di portata cosmica, galattica, forse è davvero il caldo...
O magari, improvvisamente, come un lampo nella notte, ho capito.
Lo sguardo di Shanika è ammiccante. Si accarezza i capelli, come a risistemarseli.
-Tu mi sembri diversa... vera.-, dico, -Non come questo Mondiale di Calcio...-.
Bang! Altra bordata! Stavolta lo sconcerto è quasi palese. Si sta facendo delle domande, non serve essere un genio per capirlo. Si chiede se io faccia così con tutte o solo con lei.
Le ho scatenato una guerra in testa, le ho devastato ogni singolo preconcetto, e non l'ho fatto con frasi strappalacrime, montagne di rose e fiori o cose così.
L'ho fatto con un'arma infinitamente più immediata.
Per certi versi, ho vinto. Ho prevalso alla grande. Le parti si sono rovesciate.
Rallento il ritmo mentre parlo, lascio che il tempo si dilati, perché di fatto, non vorrei essere da nessun altra parte. E noto che lei non mi sprona ad affrettarmi, non guarda il cell dove Instagram aperto mostra una serie di reel da poco. Guarda me. Ho la sua attenzione. Totale.
Faccio una battuta. Sorride.
-Il tuo ridolino arriva prima del sorriso.-, noto. Sto sorridendo anche io ora.
Lei ammicca, sbatte le palpebre. Sa che le do attenzione, ma non solo al fisico, no. Sto guardando gli atteggiamenti, il suo comportamento. La donna oltre la donna. Shanika intuisce questo.
Ne sono sicuro. E improvvisamente capisco cos'é successo. Io... io sono cambiato.
Non sto più flirtando col timore di perdere o con la speranza di farcela. Ho bruciato entrambe le cose dietro di me, sparso le loro ceneri al vento. Non ho paura delle conseguenze, né aspettative circa il futuro. Sono libero. Libero dalla gabbia che mi ha incarcerato per anni!
-Nessuno mi ha mai detto queste cose... prima.-, sussurra lei. Lo dice con tono di voce basso, lento.
E senza smettere un attimo di fissarmi. Annuisco piano.
-Dev'essere perché nessuno ha mai voluto vedere oltre la superficie.-, dico. Pausa.
I suoi occhi agganciano i miei. Rispondo fissandola. -E tu cosa vedi... oltre la superficie?-, chiede.
-Vedo una donna. Una con qualcosa che mi attira... A dispetto di tutto quella che potrebbe suggerire che dovrei star distante.-, dico.
Il caldo manco lo sento, né sento il gruppetto di maranza che sta biascicando boiate attorno a piatti di patatine fritte e pizza.
Shanika mi osserva. Io sorrido. Mi alzo. Vado a pagare la bibita. E, nel tornare verso le gradinate, le sfioro il braccio sinistro. La mia mano tocca appena il fianco, i miei occhi trovano i suoi.
E nessuno di noi fatica a trovare l'altro. L'istante è solo nostro...
Poi volto le spalle.

Ho appena fatto qualcosa di magistrale, di totale.
Faccio una vasca rapida, per rinfrescarmi più che per altro.
Ho preso quindici anni di dubbi, di incertezze, di paure e di speranze e li ho annichiliti.
Mi distendo al sole, piano. Il mio sesso è ancora vagamente turgido, ma il corpo si adatta in fretta e ridireziona il sangue dove serve. Socchiudo gli occhi. Li riapro.
Shanika sarà ancora in giro? Sicuramente avrò lasciato il segno, no?
Andarmene è stata una mossa azzardata, rischiosa, forse controproducente e controintuitiva, ma audace: se mi vuole sarà lei a dovermi cercare, non io.
Anche in questo, ho ribaltato l'equazione. Richiudo gli occhi, appagato.
È già una vittoria in un mondo in cui nessuno pare concedere a me, anonimo trentatreenne, il benché minimo scampolo di attenzione. Peccato che nessuno lo saprà. Tranne me e Shanika.
Va bene così: non l'ho fatto per ricevere ovazioni, né per segnare un punto per tutti coloro che come me hanno attraversato sofferenze e scelte, l'ho fatto per me. Punto. Mi rende egoista?
Va bene: posso starci. Fanculo il sembrare sempre buoni. Volevo farlo e l'ho fatto.
I passi sul cemento delle gradinate mi fanno aprire gli occhi. In realtà io sono in un punto un po' più discosto. Le gradinate occasionalmente ospitano il pubblico e lo staff delle gare di nuoto. All'estremità superiore a sinistra c'é una torretta con l'interfono, ovviamente chiusa, mentre a destra c'é una sorta di postazione con un muretto di cinta che arriva più o meno al petto.
-Eccoti...-, dice Shanika. È lì, accanto a me. Ora la posso vedere in tutta la sua gloriosa bellezza.
Poco e niente di grasso, il corpo di chi va in palestra e combatte l'età a colpi di allenamenti e diete.
Un tatuaggio a motivi floreali le sale lungo la coscia La croce dorata che spicca sulla pelle bruna del seno. È bella, sensuale. Ed è qui. Con me.
-Ti mancavo così tanto?-, chiedo con un sorrisetto strafottente mentre mi alzò. Lei mi fissa.
Noto la mano destra. Un anello al dito anulare. Un anello di fidanzamento? O da matrimonio?
-Sei un bastardo.-, sibila. La fisso. Ora come ora può mandarmi a cagare, ma non cambia che lei è venuta da me, non il contrario. È lei che mi ha cercato. E lei lo sa.
-Sì.-, dico, -E ora sei qui.-. Annulliamo la distanza. Piano. Le labbra si sfiorano. Titubanti, esitanti, ma con un desiderio che sa di... proibito. Si stacca, piano. Sono duro. La voglio.
E so che la decisione ultima è sua. Mi fissa. Attorno a noi, la vita continua ma lì, nello spazio che occupiamo, pare essersi alterato qualcosa. Il meccanismo dello spazio-tempo pare essere mutato.
-Apri la bocca.-, ordina. Obbedisco, piano, fissandola, come a ricordarle i limiti.
Lei inserisce il dito con l'anello nella mia bocca, fino alla nocca.
-Sfilami l'anello.-, sibila. Faccio forza di labbra, e poco di denti. Infine ottengo il risultato. Sputo il monile a terra. Il tintinnio pare un campanello di allarme, o di trionfo.
Shanika annulla la distanza, mi bacia. Io cerco la sua lingua e lei la mia. Non è più un bacio lieve, è una gara tra due predatori, un corteggiamento feroce, una conquista da strappare.
Le mie mani trovano la sua schiena, le sue natiche scoperte dal costume minimal nero che indossa.
Stringo appena. Lei ripaga graffiandomi la schiena. Ci stacchiamo. Ansimiamo entrambi.
I cuori battono forte, mi sento duro come acciaio forgiato e nei suoi occhi colgo la stessa voglia.
Chiaramente però non possiamo metterci a scopare qui...

Poche, pochissime parole. Appena il contegno di scendere dalle gradinate senza trascinarci o baciarci. E appena la lucidità per decidere.
Imbocchiamo la strada per gli spogliatoi. C'é gente. Scendiamo verso gli oggetti smarriti, superando una rama di scale che scende in basso. Getto appena un'occhiata. Niente telecamere. Meglio. Shanika mi bacia con foga, afferrandomi il sesso ed estraendolo dal costume mentre le sciolgo i nodi che separono la sua intimità dal mio tocco.
Trovo la sua intimità. È bagnata, stilla miele. Mi fissa con desiderio, il mio sesso eretto impugnato.
-Mi hai fottuto il cervello... prima ancora di fottermi il resto.-, dice. Mi manipola piano. Si lecca le labbra. La bacio. Le premo sulle spalle. Visto che ci tiene, la fotterò per davvero.
-Succhialo un po', poi ti accontento.-, dico. Lei sorrise. Mi bacia il glande, per poi farselo scivolare in bocca. I rumori umidi sono l'unica colonna sonora. Lavora divinamente. La guido piano tenendole il capo. Si toglie dopo un po'. Non protesto: ora tocca a me. E parto dal collo, evito la catenella che ancora indossa, scendo lungo i seni. Quando le cado in ginocchio davanti, ha già le gambe divarcate, pronta a ricevere il trattamento che anela. La sua vulva è un favo che stilla miele, all'apice di un pube depilato e privo di imperfezioni.
Bacio il tatuaggio, e il resto, lecco, trovo il clito, è grosso.
Le strappo versi inumani. La sento gemere e quasi urlare in qualche idioma africano.
Mi rialzo, la giro. Lei alza le natiche, come a offrirsi. Affondo nella sua nera vulva.
-Mmmh, sìiii!-, esclama Shanika, -Lo sento fino in pancia....-.
Le afferro i capelli nel pugno chiuso. Impongo il ritmo. Non avrò pietà. Lei si lascia fare. S'irrigidisce giusto un istante, e mi fermo un attimo. Non avrò pietà, ma non sono una bestia.
-Avvisa prima di venire, ok?-, chiede.
-Sì...-, sussurro io. Affondo sentendola rilassarsi. Accoglie la mia presa con un gemito, si puntella con le mani agli armadietti vicini. Entro ed esco, rapido. La nera ora sta sussurrando qualcosa.
Freme e si agita, come in preda a un delirio. Di colpo realizzo che qualcuno potrebbe trovarci qui...
E la cosa improvvisamente mi eccita. Le affondo dentro più lento. Voglio farlo durare, ma sento che non ci riuscirò. Avverto le pulsazioni preorgasmiche.
-Sha... io..-, inizio. Lei si ritrae, quasi strappandosi dal mio sesso. S'inginocchia davanti a me.
Lo prende in bocca, rapidamente, senza chiedere. Il contrasto tra la sua pelle scura e la mia, la sua lingua che stuzzica e l'intera situazione abbattono ogni mia difesa residua e godo prepotentemente.
La sento accogliere i miei schizzi, deglutire mentre ingoia il mio seme.
Si alza, piano, lentamente, quasi solenne, come una sacerdotessa alla fine di un rito pagano, o come una predatrice finalmente sazia. Mi sorride e mi bacia.
Ci ricomponiamo alla svelta.

-Certo che gli anni sono passati, ma vedo che sei cambiato e per il meglio, Alex.-, mi dice quando arriviamo alle gradinate. Ci siamo fatti una doccia, rapida. La fisso, stupefatto.
-Sapevi che ero io?-, chiedo.
-Sì. Ma mi hai sorpreso. Non credevo avresti avuto un coraggio simile... Con una donna sposata poi!-. Raccolgo la fede, rigirandomela tra le dita prima di progergliela.
-Le persone cambiano.-, dico, -In meglio, o in peggio, a volte. Ma io non ho rimpianti.-.
-Neanche io.-, ammette lei. Sembra più serena, quasi si fosse levata un macigno di dosso.
-Rimarrà solo un una tantum, eh?-, chiedo.
-Ho paura di sì.-, risponde Shanika mentre prende l'anello. Non lo mette, non ancora.
-Però è stato bello.-, sorrido. Lei annuisce, piano. Poi si avvicina. Il bacio successivo è possessivo, quasi un marchio. Ce l'ha con me per come l'ho fottuta, in tutti i sensi, ma già lo sa che ha avuto la sua buona dose di soddisfazione, e a giudicare dai versi che ha fatto la sua frustrazione è solo una facciata. Non me ne curo.
-Sei un bastardo, lo sai?-, chiede.
-A voi donne piacciono i bastardi.-, dico, -Non perché siate masochiste, ma perché non godete delle vittorie facili.-. Lei non replica. Sa che ho ragione e lo so anche io.
Rimette l'anello, piano, come a sancire la fine del nostro piccolo flirt estivo. La guardo andarsene.
Poi mi ridistendo al sole e chiudo gli occhi. Giornata memorabile.

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