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Gli imbarazzi del giovane
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Racconto27 min di lettura

Gli imbarazzi del giovane

L'adolescenza è complicata per un giovane che sogna il cazzo. La fortuna trasforma un piccolo intervento in una occasione per essere sverginato in culo.

sesso italiano
1 anno fa · 1.4k letture · 0

Ricordo che ero in quarta liceo scientifico, quindi, essendo stato bocciato quando ero in seconda, avevo appena compiuto 18 anni. Ero un ragazzo come tanti, mediamente bravo a scuola, piuttosto alto, molto magro, né bello né brutto, ma forse non così male, con un fitto “cesto” di capelli neri in testa, come lo chiamava mia madre, e la pelle bianca come il latte (definizione sempre di mia madre) che come vedremo fu all’origine della storia vera che ho deciso di raccontare, ora che sono passati diversi anni.

La mia vita sessuale era gestita in totale “autonomia manuale” se capite cosa intendo, nel senso che ero assolutamente vergine, da tutti i punti di vista. Oggi fa sorridere ma a quell’epoca era una condizione assolutamente normale anche per molti ragazzi della mia età, anche se qualcuno si vantava di avventure erotiche che però erano vissute più che altro con la fantasia. In quegli anni la parola “gay” non era usata ma io sapevo di esserlo, lo avevo sempre saputo, fin da quando avevo scoperto la sessualità.

Infatti mi eccitava parecchio vedere i culi adolescenti o i piselli dei miei compagni di pallavolo negli spogliatoi del palazzetto dove andavo ad allenarmi due vuole alla settimana e le mie seghe erano spesso sostenute dal ricordo dei cazzi di varie misure e dimensioni dei miei compagni di squadra, piccoli, medi o grossi, mosci, duri o barzotti, cazzi che potevo sbirciare senza dare nell’occhio in occasione delle docce in comune fatte dopo la partita o l’allenamento.

In quelle situazioni emergeva comunque il mio fortissimo senso del pudore, dovuto forse al fatto di essere figlio unico (quindi niente fratelli per dividere la vasca da bagno fin da piccoli) e dal fatto che i miei mi lasciavano spesso da solo a casa, senza mai invadere i miei spazi privati. Ripensando agli anni passati credo di poter dire che i miei genitori non mi avevano più visto completamente nudo da quando avevo dieci o undici anni.

Con i miei coetanei, specialmente con quelli della squadra, facevo finta di niente e negli spogliatoi o sotto le docce fingevo (faticosamente) normalità faticando parecchio a non farmelo diventare duro ogni volta.

La cosa che non sopportavo era essere visto nudo dagli adulti, per cui quando entrava negli spogliatoi il nostro allenatore o qualche dirigente della squadra ero il primo a infilarmi di corsa le mutande, anche se non avevo ancora finito di asciugarmi.

Ma da quando ero poco più che bambino, c’era una cosa che più di tutte mi dava una forte eccitazione, ed era il fatto di spogliarmi nudo e guardarmi allo specchio, cosa che facevo quando ero da solo in casa, ovvero praticamente tutti i pomeriggi. 

Quando avevo la certezza che sarei stato da solo per una buona parte del pomeriggio, entravo in una grande stanza utilizzata come “guardaroba”, aprivo due o tre ante degli armadi che avevano grandi specchi all’interno, riuscendo a posizionarli in maniera quasi opposta tra loro in modo da rendermi visibile dal davanti, di lato e dal didietro.

Quando ero “inquadrato” da tutte queste prospettive mi spogliavo lentamente, come se dovessi ubbidire controvoglia ad un ordine di qualcuno, poi quando ero completamente nudo assumevo le posizioni più oscene, immaginando situazioni di fantasia in cui ero stato costretto a spogliarmi davanti ad altri. Tra le mie fantasie preferite c’erano le guardie di frontiera che mi volevano perquisire nudo, o anche fantomatici bulli che mi volevano umiliare, oppure medici sadici che mi volevano sottoporre a visite imbarazzanti.

Così fantasticando, in breve tempo il mio cazzo diventava durissimo e cominciava a colare liquido pre-spermatico che asciugavo con fazzoletti di carta, fino a quando, non resistendo più, ed erano sufficienti pochi colpi di sega per farmi godere come un riccio e schizzare a mille.

Poi bastava ripulire con un po’ di carta igienica, chiudere gli sportelli degli armadi e rivestirsi.

Questa premessa credo sia importante per capire quanto ho provato nella situazione che sto per raccontare nel dettaglio.

Importanza della prevenzione

I miei genitori (Anna e Marco, come quelli della canzone) erano entrambi laureati in biologia (si erano conosciuti all’università) Mio padre lavorava come informatore medico-scientifico ed era sempre fuori casa per giorni interi mentre mia madre, rimasta incinta di me poco dopo la laurea, non aveva un lavoro a tempo pieno ma nel pomeriggio era impegnata in un vicino laboratorio di analisi cliniche e tornava a casa quasi all’ora di cena.

Ecco il motivo per cui potevo essere ragionevolmente sicuro che nessuno avrebbe disturbato i miei solitari pomeriggi masturbatori.

Essendo tutti e due abbastanza bene informati sugli argomenti medici e sull’importanza della prevenzione, non si facevano mancare niente in tema di controlli preventivi, analisi periodiche ecc. Questa cosa ogni tanto coinvolgeva anche me, ma fino ad allora, essendo per mia fortuna giovane e sano e giocando a pallavolo, mi bastavano le periodiche visite sportive.

Una volta però mia mamma, guardando la mia schiena mentre mi cambiavo la maglietta, vide un paio di nei in basso, verso il sedere, e mi chiese da quanto tempo ce li avevo.

“Boh, come faccio a saperlo, non c’ho mica gli occhi dietro” fu la mia risposta.

“Bisognerà farli vedere” rispose lei preoccupata.

“Ma dai, figurati. Un paio di nei sulla schiena che vuoi che siano” provai a minimizzare.

“Già ma te hai la pelle molto chiara, e poi queste cose vanno prese in tempo perché sennò possono degenerare…”

E seguì tutta una lezioncina sui rischi legati al melanoma, ai tumori della pelle e ad altre orribili prospettive, che vi risparmio volentieri.

Fu così che dopo pochi giorni fissò un appuntamento dal dermatologo dal quale sia lei che mio padre facevano una volta all’anno la cosiddetta “mappatura” per tenere sotto controllo per l’appunto i loro nei. Inutile dire che mia madre volle accompagnarmi e che volle spiegare i suoi motivi di allarme a questo Dottore, il quale come ho detto conosceva sia lei che mio padre da anni e le parlava con una certa confidenza tanto che si davano del tu.

Il medico ascoltò con pazienza l’introduzione di mia madre, che ci teneva anche a far emergere la sua cultura “bio-medica” e poi si rivolse a me, devo dire con molta calma e cortesia. Solo che, ad alcune domande che mi rivolse, onestamente non seppi cosa rispondere. Ad esempio, mi chiese se avevo notato l’insorgenza di nei tra le dita dei piedi, o sotto la pianta dei piedi, o addirittura nella zona perineale…?!

“Mah, boh, …veramente non saprei, non ci ho mai fatto caso”

Dovetti rispondere, ammettendo che in genere non ispezionavo queste zone del mio corpo e che non mi era nemmeno mai venuto in mente di farlo.

“Va bene – rispose il dottore – ora comunque controlliamo. Spogliati per favore e mettiti sul lettino” 

Io rimasi per un attimo disorientato e già ero terrorizzato dal dovermi spogliare davanti ad un dottore adulto sconosciuto, ma poi doverlo fare con la presenza di mia madre, mi metteva un’angoscia incredibile, che lui deve aver letto nei miei occhi, per cui aggiunse:

“Per ora tieni pure le mutandine” e rivolto a mia madre “…e te Anna cerca di guardare da un’altra parte che dobbiamo garantire un po’ di privacy al nostro giovanotto che non è più un bambino”.

“Figurati – rispose lei – tranquilli tutti e due che non guardo. E poi capirai – aggiunse ridacchiando, con tono leggermente sadico – l’ho fatto io, avrei tutto il diritto di guardare…”.

La visita dermatologica

Così, relativamente tranquillizzato, mi spogliai, non potendo fare a meno di pensare a dove quella situazione avrebbe potuto portarmi.

Quella mattina avevo indossato un paio di slip neri piuttosto bassi al posto dei boxer che ogni tanto mettevo. Avevo infatti immaginato che così facendo il medico non avrebbe avuto necessità di farmeli togliere, potendo vedere già abbastanza superficie di pelle nuda. Inoltre il colore nero degli slip avrebbe nascosto meglio l’eventuale piccola chiazza di liquido precum che qualche volta l’eccitazione generava, come in una situazione simile che mi era già capitata tempo prima negli spogliatoi della palestra, quando bagnai il davanti dei boxer grigi aderenti, per l’eccitazione di vedere i miei compagni nudi sotto la doccia. Per fortuna che quella volta nessuno se ne accorse (…almeno lo spero).

La visita andò avanti con accuratezza. Il dottore si soffermava su alcuni nei guardandoli con una specie di piccolo monocolo, tipo quelli degli orologiai, e ogni tanto mandava segnali rassicuranti a mia madre che si era alzata dalla sedia e stava ostentatamente guardando dalla finestra verso il giardino dello Studio Medico. Mentre ero girato a pancia sotto e dopo aver controllato la pianta e tra le dita dei miei piedi nudi, cosa che mi dette un leggero fremito, il dottore risalì lungo le gambe sfiorando con le dita l’interno dei polpacci e delle cosce come per assicurarsi che lì non ci fosse niente da controllare. Poi arrivato all’altezza del sedere, senza alcun preavviso prese l’elastico degli slip e lo spostò di colpo in basso, mettendo a nudo il mio bianco culo adolescente. Spalancai gli occhi terrorizzato (tanto ero rivolto verso il basso e non mi poteva vedere) e rimasi in silenzio pur essendo molto teso, e ancora di più quando sentii le sue dita che mi allargavano le chiappe per controllare la zona interna, zona che fino ad allora non aveva mai controllato nessuno.

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