Un rapporto fraterno particolare

Capitolo 3 - Il centro commerciale dietro cassa di lucia.

Lucia va al centro commerciale commerciale dietro casa ma non si aspetta ci sia anche marco la situazione degenerera.

I
Iabiab

1 ora fa

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Lucia quel lunedì mattina ando al centro commerciale dietro a casa,voleva comperare dei sandali nuovi con il tacco alto alto come piaceva a suo fratello fratello marco .

Lei andava sempre la mattina presto per non trovare tanta gente.

Entrata nel centro commerciale lucia passo davanti al negozio di scarpe e dalla vetrina iniziò add addocchiare un paio di sandali con tacco alto molto sexy,ma poi con un pizzico di vanità iniziò iniziò anno guardare se stessa riflessa sul vetro della vetrina.

Lucia si sentiva ancora una ragazzina quando guardava il proprio riflesso nella vetrina, e non le dispiaceva affatto. A cinquantatré anni, con un uomo di quarantacinque che la desiderava come se avesse vent'anni, ogni giornata aveva il sapore di una rivincita. Suo fratello Marco le aveva rimesso addosso la vita, e lei si vestiva per lui, camminava per lui, sceglieva le scarpe pensando ai suoi occhi scuri che la spogliavano da lontano.

Il negozio di calzature era quasi vuoto a quell'ora del mattino. Lucia si sedette sulla panca imbottita, slacciò i sandali che aveva ai piedi e prese dalle mani della commessa un paio di sandali con tacchi alti, sottili, lucidi. Li voltò tra le dita, poi infilò il piede destro. Le unghie smaltate di blu elettrico emersero dalle dita divaricate, come un piccolo lusso privato che solo Marco sapeva leggere. Calzò anche il sinistro, poi si alzò, muovendo le caviglie davanti allo specchietto basso. Il tacco la obbligava a inarcare la schiena, a spingere fuori il petto. Le piaceva quella sensazione: si sentì esposta, pronta.

Fu allora che alzò lo sguardo e lo vide. Marco stava dall'altra parte della vetrina, fermo tra la gente che passava, le mani infilate nelle tasche dei jeans. Non saluto, non sorrise. La guardava con quell'intensità che le toglieva il respiro, gli occhi fissi sulle sue gambe, sulle caviglie, sulle unghie blu appena scoperte. Lucia arrossì in un secondo, un calore violento che le salì dal collo alla radice dei capelli. la commessssa che le chiedeva qualcosa, ma non capiva una parola. Balbettò una scusa, si sedette di nuovo, si sfilò i sandali con mani malferme, rimise i suoi ed uscì dal negozio a testa bassa, come una ragazzina colta in fallo.

Fuori marco la prese per un braccio. Non con rabbia, ma con decisione, le dita serrate intorno alla pelle nuda appena sotto la spalla. «Dove vai così di corsa?»

«Marco, sei matto... mi vergogno, ti prego...»

Lui la guidava già oltre le vetrine, verso il corridoio dei bagni pubblici. Lucia sentiva il cuore martellarle in gola. «Ti prego, Marco, fermati..qui mi conoscono tutti" e lui rispose "conoscono te ma non me,non sanno che sono tuo fratello "'e lucia imbarazzata e rossa in viso come una adolescente disse" non posso marco ti prego fermati andiamo a casa mia qui potrebbe entrare qualcuno "

«Meglio», rispose lui, e la spinse oltre la porta del bagno delle donne.

Lucia si divincolò debolmente, afferrandogli le mani nel tentativo di trattenerlo, ma era come tentare di fermare una frana. «Ti supplico, no... la signora della panetteria, la cassiera, mi conoscono tutte... se qualcuno ci sente...»

Marco chiude la porta a chiave. Lo scatto del lucchetto le è arrivato dritto al ventre. L'addossò al muro freddo, il petto contro il suo, e per un istante la guardò da vicino, con quell'aria da padrone che la faceva sempre cedere. «Se ci sentiranno, sapranno cosa sei. La mia puttana.»

Lucia aprì la bocca per ribattere, ma Marco le afferrò l'orlo della maglia e gliela sfilò con uno strattone secco, scoprendola. Rimase lì, contro le piastrelle, con il reggiseno nero e i seni che traboccavano, pesanti, cadenti, segnati dal tempo ma colmi. Abbassò lo sguardo, umiliata ed eccitata nello stesso tempo. Lui glielo sganciò con due dita abili, buttandolo via. Poi le prese i seni, li sollevò, li lasciò ricadere, osservandoli con una lentezza che le fece contrarre i capezzoli.

«Mi piaci così,» disse Marco, la voce roca. «Vera. Mia.»

Le slacciò i pantaloni, glieli abbassò insieme alle mutandine, le allargò le cosce con il ginocchio. Lucia gemette, aggrappandosi alle sue spalle quando lui si liberò in fretta, poi la sollevò quel tanto da incastrarla contro la parete. La penetrò senza preavviso, con una spinta violenta che le strappò un urlo. Le piastrelle gelide le mordevano la schiena a ogni colpo, e Marco la scopava come se volesse aprirla in due, i fianchi che sbattevano contro i suoi, il respiro grosso.

Lucia si sentì aprire in due. Ogni spinta la svuotava della vergogna e la riempiva di un piacere osceno, sporco, insostenibile. Inarcò la schiena, le spalle contro il muro, i capelli scomposti. Un gemito rotto le uscì dalle labbra, poi un altro. «Così... sì... sono la tua puttana...»

Marco le strinse i seni, le morsicò il collo, continuò a colpirla con un ritmo duro, senza pietà. I suoni bagnati riempivano il bagno. Lucia non pensava più alla cassiera, alla gente fuori che la conosceva, alla porta chiusa a chiave. Esisteva solo quel cazzo dentro di lei, suo fratello, il suo uomo, il suo padrone.

Il culmine arrivò come una rapina, improvviso e totale.

Si sciolse intorno a lui con un gemito lungo, il corpo che tremava tra le sue braccia, e Marco la seguì subito con un ringhio soffocato, scaricandosi nel suo ventre con una serie di spinte brevi e profonde. Poi rimasero lì un lungo momento, avvinghiati contro il muro gelido, i respiri faticosi che si mescolavano nell'aria calda del bagno. Lucia sentì la testa di lui affondarle nella curva del collo, le mani che le scorrevano lungo i fianchi con un gesto improvvisamente tenero. Lui si ritrasse piano, la scese a terra con delicatezza, e le sistemò i vestiti come si farebbe con qualcosa di prezioso. «Sei mia,» ripeté, ma stavolta la voce era un sussurro, quasi una preghiera. Lei annuì, senza trovare le parole, e si tirò su le mutandine con le dita intorpidite. L'acqua scorreva ancora dal rubinetto, dimenticata. Marco la prese per mano e riaprì la porta, e quando uscirono nel corridoio illuminato, il silenzio del centro commerciale li avvolse come un segreto. Lei lo guardò salire le scale davanti a lei, la schiena larga, i capelli umidi sulla nuca, e capì che non c'era via di ritorno. E non ne voleva una.

Ancora tremante sulle gambe, Lucia salì un gradino dietro di lui. Le mutandine bagnate le aderivano alla pelle, e tra le cosce sentiva scivolare il seme di suo fratello, caldo come una confessione. Guardò la schiena di Marco muoversi davanti a lei, i muscoli tesi sotto la maglia, i capelli scuri arricciati sulla nuca. La luce del corridoio gli scavava ombre nette sul collo. Le tornò in gola il sapore del suo ringhio, la violenza con cui l'aveva premuta contro il muro gelido del bagno.

Lucia allungò la mano e lo prese per il braccio.

«Marco, aspetta.»

Lui si voltò di scatto, le iridi scure accese da una scintilla di sorpresa. Lei gli sostenne lo sguardo, il cuore che martellava ancora in gola.

«Rifacciamolo,» sussurrò, e la voce le uscì roca, incrinata.Voglio farlo Dove posso essere completamente tua, senza paura.»

Marco la fissò per un istante che non finiva più. Poi un sorriso lento gli attraversò il viso, dilatandogli la bocca e gli occhi, un sorriso di puro compiacimento.

«Cazzo, Lucia,» disse piano. «Sì.»

Le afferrò la nuca con la mano aperta, le dita dure tra i capelli, e la tirò contro di sé baciandola con forza. Lucia si appoggiò al suo corpo, cedendo senza riserve, sentendo il muro caldo del suo petto contro il seno ancora intorpidito. Il bacio le tolse l'ultima scheggia di vergogna. Era sua. Non c'era niente da nascondere, non più.

Quando lui si staccò, le labbra di lei bruciavano. Marco le strinse il braccio e ricominciò a salire.

Salirono le scale senza parlare, il silenzio rotto solo dal respiro affannoso di lei e dallo scricchiolio dei gradini di legno. L'aria del piano di sopra era più ferma, più calda, e sapeva di cera e di biancheria pulita. Lucia si fermò sulla soglia del magazzino, le dita strette allo stipite, e guardò chiudersi la porta alle spalle con un gesto lento, quasi cerimoniale. La serratura scattò con un suono secco, definitivo.

Lui si voltò e la prese per i fianchi, sollevandola come se non pesasse nulla. Lei sentì i tendini del suo collo contrarsi contro il viso mentre la stendeva su un materasso nuovo ancora imballato , e il materasso cedette sotto il suo peso con un sospiro antico. La luce filtrava dalla finestra socchiusa, tingendo d'argento la pelle del suo petto quando lui si sfilò la maglia.

«Qui non c'è nessuno,» disse Marco, la voce bassa e piena come un rintocco. «Solo noi.»

Lucia lo tirò a sé, le braccia intorno al collo, e lo sentì ridere contro la sua gola, un suono caldo e vibrante. La paura di prima era solo un'ombra in fondo al corridoio, un ricordo già sbiadito. Chiuse gli occhi e si abbandonò, lasciando che il buio della stanza si chiudesse su di loro come un sipario. Non esistevano più porte, né estranei, né domani. Esisteva soltanto il peso di lui sopra di lei, il suo profumo, il suo respiro che intrecciava il suo.

E quando tutto finì, restarono a lungo abbracciati nel silenzio rotto dal canto delle cicale, la sua testa appoggiata alla sua spalla, le dita di lei a tracciare cerchi lenti sul suo sterno. Fuori la giornata era ferma, immobile, come se il mondo intero trattenesse il respiro per loro.

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