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Erotika
Sverginare l’amico di mio figlio · Cap. 1
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Capitolo 1 di 4 15 min di lettura

da sola con l’amico di mio figlio

mi ritrovo a casa da sola con il giovane amico di mio figlio

MaestraDiVizi
5 mesi fa · 4.8k letture · 5

Matteo colse l'occasione al volo, visibilmente sollevato all'idea di poter fuggire da quel campo minato. Scattò in piedi, rigido, afferrando il suo zaino dal pavimento. "Allora io tolgo il disturbo. Vado a casa."

"Ma sei matto?" lo bloccai, mettendomi le mani sui fianchi morbidi. "Ci sono trenta gradi là fuori e un'umidità che taglia il fiato. Mettiti in salotto, accendi la tv. Faccio una doccia veloce e ti do uno strappo io in macchina, con l'aria condizionata."

Lui esitò, lanciando un'occhiata nervosa verso la porta, ma il mio tono pratico, di nuovo materno, non ammetteva repliche. Alla fine annuì, rassegnato, e si diresse verso il divano.

Mi chiusi in bagno. Sotto il getto dell'acqua fresca, chiusi gli occhi e lasciai che i pensieri vagassero liberamente per un momento. Non potevo mentire a me stessa: il modo in cui mi guardava, con quella fame cruda, disperata e impacciata, mi eccitava da morire. Sentirmi desiderata in quel modo era un'iniezione di pura adrenalina per il mio ego da quarantenne da poco divorziata. Mi passai la spugna insaponata sul seno, sui fianchi, soffermandomi per un secondo di troppo sull'interno coscia, immaginando per un istante che a toccarmi non fossero le mie mani, ma quelle grandi e incerte di Matteo.

Poi scossi la testa, riaprendo gli occhi sotto il getto dell'acqua. Pura fantasia, mi dissi, sorridendo della mia stessa malizia. Smettila di fare la stupida. È un ragazzino. È il migliore amico di Giulio, diamine. Fai la persona matura e pensa alla tua serata.

Uscii dalla doccia convinta di aver ripreso il controllo. Mi asciugai in fretta e infilai la mia biancheria: un completo intimo di pizzo nero, con uno slip sgambato che conteneva i miei fianchi larghi e un balconcino che faceva il suo sporco lavoro con la pienezza del mio seno.

Stavo per vestirmi, ma mi resi conto di aver lasciato il vestitino estivo appoggiato sulla poltrona in salotto.

Faceva un caldo infernale, in casa mia ero sempre stata abituata a girare mezza nuda e, nella mia testa, Matteo era incollato al divano con gli occhi fissi sulla televisione. Così, senza pensarci due volte e con la più totale naturalezza, uscii dalla camera da letto scalza e in mutande per andare a recuperare l'abito.

Il tempismo, si sa, è tutto nella vita.

Non feci in tempo a fare due passi nel corridoio che me lo ritrovai letteralmente davanti. Si era alzato per venire in bagno.

Ci bloccammo entrambi a un metro di distanza.

Lui si pietrificò all'istante, come un cervo abbagliato dai fari. Il suo sguardo mi investì in pieno. Nessun passo indietro, nessuna parola. Sgranò gli occhi, e vidi letteralmente il suo petto smettere di alzarsi. Il suo sguardo scese rapido e affamato dal mio décolleté strizzato nel pizzo, giù lungo il ventre, atterrando sulle mie cosce scoperte.

Ma la cosa che mi fece saltare ogni schema mentale fu l'evidenza della sua reazione. I suoi jeans, di colpo, sembrarono troppo stretti. Il gonfiore all'altezza dell'inguine era una risposta fisica, brutale e immediata alla mia presenza. Una bandiera bianca alzata in segno di resa.

Fu in quel preciso, fottuto istante che ogni traccia di buon senso andò a farsi benedire. Il mio cervello si spense. Avevo provato a fare la madre responsabile sotto la doccia, ma perché continuare a mentire a me stessa, quando la realtà mi stava sbattendo in faccia un'occasione così clamorosamente eccitante? Era davvero l'occasione perfetta per prendermi un desiderio irrealizzabile nella vita quotidiana.

Invece di squittire, coprirmi o scappare in camera come avrebbe fatto una ragazzina, feci l'esatto opposto. Rilassai le spalle, inarcai impercettibilmente la schiena per assecondare il peso del mio seno e scoppiai a ridere. Una risata genuina, calda e sfacciata.

"Matteo, chiudi la bocca che entrano le mosche," lo presi in giro, piazzandomi una mano sul fianco morbido. "E vedi di ricominciare a respirare, che se mi svieni nel corridoio non ho la forza di trascinarti in salotto."

Lui sbatté le palpebre in modo compulsivo, scuotendo la testa come per svegliarsi da una trance ipnotica. "Io... cazzo, scusa. Andavo in bagno... non pensavo..." balbettò, con la voce completamente raschiata. Il suo viso andò in fiamme e lottò disperatamente per guardare il muro, fallendo miseramente e tornando a fissarmi il petto.

"Tranquillo, a casa mia vige da sempre la regola della comodità, lo sai," risposi, facendo un passo lento verso di lui, senza la minima intenzione di arretrare. "Ma dimmi un po'... sei rimasto senza parole per la mia eccellente scelta di pizzo nero, o semplicemente non avevi mai visto una donna vera così da vicino?"

Lui abbassò lo sguardo, deglutendo a fatica, letteralmente intrappolato tra l'imbarazzo bruciante e un'eccitazione che ormai non poteva più nascondere in alcun modo.

"Io... io non avevo mai visto niente del genere," confessò, con un filo di voce che gli tremava in gola, stringendo i pugni lungo i fianchi. Era così a disagio, così teneramente e disperatamente in balia del suo stesso corpo.

"Tranquillo, Matteo," scoppiai a ridere, una risata calda e complice, facendo un passo di lato per lasciargli libero il passaggio. "Il bagno è tutto tuo. Vai a sciacquarti la faccia."

Lui non se lo fece ripetere due volte. Scivolò oltre di me a testa bassa, rosso come un peperone, e si chiuse la porta del bagno alle spalle. Un attimo dopo, sentii l'acqua del rubinetto scorrere a fiotti.

Sorrido tra me e me, scuotendo la testa. Andai in salotto con tutta la calma del mondo, recuperai il mio vestitino estivo dalla poltrona e, con un passo lento e felino, tornai nella mia camera da letto.

L'aria condizionata mi accarezzava la pelle accaldata. Buttai il vestito sul materasso grande, ma invece di infilarmelo, presi il cellulare dal comodino. Cercai il numero di Marta, la mia amica della palestra, e aspettai che rispondesse.

"Pronto, Marta? Ciao tesoro... ascolta, mi dovete perdonare, ma stasera salto. Sì, un contrattempo. Mi ha chiamata mia madre, le bambine fanno i capricci per dormire e stanno smontando casa ai nonni. Devo correre lì e fare la mamma noiosa." Feci una pausa, fingendo un sospiro rassegnato. "Sì, mi dispiace un sacco... bevetevi un drink anche per me. Ci rifacciamo il prossimo weekend. Un bacio."

Chiusi la chiamata e lanciai il telefono sulle coperte. Niente più scuse. Niente più distrazioni.

Dal corridoio, sentii il rumore dell'acqua interrompersi. Lo scatto metallico della serratura del bagno rimbombò nel silenzio della casa. Poi, i passi lenti e titubanti di Matteo sul parquet.

"Matteo?" lo chiamai. La mia voce era bassa, vellutata, un sussurro carico di malizia che tagliava a fette la tensione del corridoio. "Tesoro, vieni a darmi una mano..."

Non aggiunsi altro. Lasciai che quelle parole galleggiassero nell'aria, una trappola perfetta e irresistibile in cui farlo cadere.

Sarà una bella notte.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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MaestraDiVizi

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Commenti 2

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  1. peterpan

    inizio molto promettente ed ottima scrittura

    1. La vera forza di questo racconto è la consapevolezza della protagonista. Mi piace moltissimo come hai descritto quel passaggio esatto in cui una donna decide di smettere di fare la "madre responsabile" per riprendersi il controllo della propria sensualità. La scena nel corridoio è perfetta: nessuna fuga, nessuna finta vergogna, solo sfacciataggine. Ottimo inizio per un gioco di potere casalingo, aspetto il seguito! 🔥

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