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Erotika
Sverginare l’amico di mio figlio · Cap. 1
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Capitolo 1 di 4 15 min di lettura

da sola con l’amico di mio figlio

mi ritrovo a casa da sola con il giovane amico di mio figlio

MaestraDiVizi
5 mesi fa · 4.8k letture · 5

Senza dargli il tempo di inventarsi un'altra scusa, mi girai di scatto e mi avviai verso il portone. Sentivo i suoi occhi incollati al mio culo fasciato dalla stoffa leggera mentre ondeggiavo sui tacchi. Sapevo perfettamente che non avrebbe saputo resistere, e infatti, sentii i suoi passi pesanti seguirmi ubbidienti su per le scale.

Salimmo in casa e l'aria era soffocante, ferma. Lo feci accomodare sull'isola della cucina, tirai fuori la crostata dalla scatola e gliene tagliai una fetta generosa, piazzandogliela davanti con un piattino.

"Mangia, che sei sciupato," gli dissi, sfoderando il mio miglior tono materno, anche se il mio vestito scollato strideva con l'immagine della casalinga perfetta. "Aspetta qui, vado a mettermi comoda. Tanto ho ancora un'ora prima di dovermi iniziare a preparare sul serio."

Andai in camera da letto e mi liberai di quel vestito in un istante. Faceva davvero troppo caldo. Frugai nei cassetti e infilai la prima cosa che trovai: un paio di pantaloncini di cotone grigio, sfilacciati e cortissimi, di quelli che in casa si arrampicano impietosamente tra le natiche, lasciando scoperte per intero le mie cosce piene. Sopra, infilai una semplice canottiera bianca a costine. Niente reggiseno. In quel momento, lo giuro, non c'era alcuna malizia calcolata. Ero a casa mia, faceva caldo, e volevo solo respirare. La comodità di una donna che sa di potersi permettere di girare mezza nuda in casa propria.

Tornai in cucina a piedi scalzi. Quando mi sedetti di fronte a lui, accavallando le gambe e appoggiando i gomiti sul tavolo, notai che la forchetta gli era rimasta a mezz'aria. Il suo sguardo era caduto, inesorabilmente, sui miei capezzoli turgidi che segnavano il tessuto leggero della canottiera.

"Allora," esordii, facendo finta di non notare il suo respiro che si faceva improvvisamente irregolare. Iniziai a tempestarlo con le tipiche domande invadenti da madre. "Giulio mi tiene sempre all'oscuro di tutto. Ragazze? Tu ne hai una? Non dirmi che passate davvero tutto il vostro tempo liberi chiusi qui dentro a giocare a quella stupida console."

Arrossì fino all'attaccatura dei capelli, abbassando gli occhi sulla crostata. "No... cioè, nessuna ragazza seria al momento. Studiamo, giochiamo... solite cose."

"Mh, solite cose," mormorai, bevendo un sorso d'acqua fredda.

Da lì, sorprendentemente, la conversazione prese una piega seria. Gli parlai del mio recente divorzio, di quanto fosse strano riabituarsi al silenzio in casa. Lui annuì, improvvisamente più maturo. Mi raccontò dei suoi genitori, di quando si erano separati e di come quella rottura avesse pesato su di lui e su suo fratello maggiore. Lo ascoltai con vera attenzione; per un attimo non vidi più il ragazzino impacciato, ma un giovane uomo con le sue cicatrici.

Poi, però, il clima si rilassò, e la mia lingua, come spesso mi accadeva da quando ero tornata single, perse ogni fottuto filtro. Mi appoggiai allo schienale della sedia, portandomi le braccia dietro la testa per legare i capelli in uno chignon disordinato. Il movimento sollevò il mio seno in modo sfacciato, e vidi Matteo deglutire a vuoto.

"Sai, Matteo," iniziai, con un sorriso divertito, "a quarantadue anni scopri che il mondo là fuori è molto diverso da come lo immaginavi. Voi invece vivete ancora la parte bella e tranquilla "

Lui mi guardava in silenzio, prigioniero.

“Prendi Giulio, per esempio. Lo vedo benissimo come sta. È perennemente infogliato, con gli ormoni a palla che gli annebbiano il cervello. Pensa sempre e solo a quello, che creda di nasconderlo o meno."

Matteo ridacchiò nervosamente, passandosi una mano dietro il collo. "Beh... sì, diciamo che Giulio non è un tipo molto zen da quel punto di vista."

"Ma figurati, non gliene faccio certo una colpa!" risi, allungando una mano per rubargli un pezzo di frolla dal piatto e portarmelo alle labbra. "Perché io, alla vostra età, ero messa esattamente allo stesso modo. Una vera e propria bomba a orologeria."

Lui sgranò leggermente gli occhi, visibilmente sorpreso da quella confessione così schietta da parte di una madre.

"Ti giuro," continuai, scuotendo la testa al ricordo. "Un'estate mi ero presa una cotta fisica colossale per un ragazzo che faceva il bagnino nella nostra spiaggia. Ero così infogliata, ma così infogliata, che passavo le ore sotto il sole cocente a sudare solo per fissargli i muscoli della schiena e delle braccia mentre sistemava i lettini. Una volta, pur di farmi avvicinare, feci finta di non riuscire a chiudere l'ombrellone. Arrivò lui. Io ero in costume, mezza nuda e accaldata, e stavo fissando così intensamente l'addome sudato di quel povero cristo che, quando si girò di scatto per chiedermi di spostarmi, andai in totale pallone, inciampai nei miei stessi piedi e caddi rovinosamente addosso alla sdraio."

Risi di gusto, una risata calda di gola, appoggiandomi allo schienale della sedia. Il movimento sollevò il mio seno sotto la stoffa leggera.

"Che figura di merda indescrivibile," sospirai divertita. "Però quando si chinò per aiutarmi a rialzarmi, afferrandomi per i fianchi... beh, diciamo che il livido enorme che mi venne sulla coscia ne valse decisamente la pena. Giulio ha preso tutto da me, è in balia dei suoi istinti, solo che lui per fortuna per ora non rischia l'osso del collo per farsi toccare."

Guardai Matteo per cercare complicità in quella risata, ma la sua espressione mi bloccò.

La forchetta gli era letteralmente scivolata nel piatto. Il suo sguardo, solitamente così pacato, era andato in totale cortocircuito. L'immagine che gli avevo appena servito su un piatto d’argento, io ventenne, svestita, con la pelle accaldata e così preda del desiderio fisico da non capirci più nulla, si era appena scontrata a duecento all'ora con la donna in carne e ossa che aveva davanti ora.

I suoi occhi scivolarono involontariamente verso i pantaloncini sfilacciati che mi lasciavano scoperte le cosce, per poi risalire, inesorabili e calamitati, verso i capezzoli che segnavano sfacciatamente la canottiera bianca senza reggiseno.

Vidi il suo pomo d'Adamo scattare mentre deglutiva a fatica. Le sue orecchie e il suo collo diventarono di un rosso violento. Cercò disperatamente di riprendere il controllo, abbassando gli occhi sulla crostata per fuggire da quella visuale, ma finì per inalare una briciola e iniziò a tossire in modo goffo, strozzandosi con il suo stesso respiro pur di non guardarmi.

"Ehi, piano, respira, non te la ruba nessuno," lo presi in giro, ridendo ancora e spingendogli il bicchiere d'acqua verso la mano.

Lui lo afferrò con le dita che tremavano leggermente, attaccandosi al vetro gelido come se fosse un'ancora di salvezza. Era nel panico più totale, schiacciato dall'imbarazzo, ma l'eccitazione che emanava era diventata densa e palpabile nell'aria chiusa della cucina. Come suggerisce una buona regola narrativa, nell'erotico la spontaneità vince sulla complessità, e in quel momento la mia involontaria spontaneità lo aveva appena messo con le spalle al muro.

Chiacchierammo ancora per un po’, cercando di ignorare la tensione palpabile che ormai riempiva la cucina, finché il mio sguardo non cadde sull'orologio appeso alla parete.

"Accidenti, è tardissimo," sospirai, alzandomi e lisciandomi i pantaloncini. "Se non mi sbrigo a prepararmi, le mie amiche mi lasciano direttamente fuori dal locale."

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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