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Erotika
Provincia Di Troie - Vol.2 · Cap. 1
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Capitolo 1 di 4 20 min di lettura

Seghe ferroviarie e sentimenti di merda

La vacanza comincia su un treno bollente, tra gelosie, bugie e mani dove non dovrebbero stare. Giovanni prova a fare il bravo ragazzo con Anna, ma Sofia gli ricorda subito che l’inferno è appena partito.

Giovy22
2 mesi fa · 1.3k letture · 0

"Grazie," mormorò. "Per cosa?" deglutii a fatica. "Per prima. Per non farmi sentire pazza." Mi sorrise. Un sorriso piccolissimo, ma devastante. Troppo. "Con te mi sento sempre un po' meno sbagliata."

Fu la frase del punto di non ritorno. Sofia, a due centimetri dal mio orecchio, la sentì nitidamente. E decise, in quel preciso istante, di chiudere la scena e ricordarmi a chi appartenesse davvero la mia lucidità. L'approccio sottile lasciò spazio a una mossa fulminea, spietata e diretta, portando la tensione fisica esattamente al suo apice.

Il treno entrò in galleria proprio mentre il mio corpo decideva di tradirmi con la puntualità di un assassino svizzero.

Il rumore assordante delle rotaie esplose attorno a noi. Le luci tremolarono e si spensero. Per una manciata di secondi, il vagone diventò una scatola buia piena di respiri, valigie e peccati non denunciati. Fui investito da un'ondata di panico, vergogna e piacere così violenta da farmi mancare l'ossigeno. Morsi l'interno della guancia così forte da sentire il sapore metallico del sangue in bocca, mentre i muscoli del mio addome si contraevano in spasmi silenziosi e brutali. Strinsi il bordo del sedile con entrambe le mani, pregando che il frastuono metallico del treno coprisse il mio respiro spezzato.

Guardai Anna nel buio. Anna, che mi aveva appena detto di sentirsi meno sbagliata con me. E io, in quel momento, mentre mi svuotavo letteralmente di ogni difesa sotto le mani della mia migliore amica, ero probabilmente la cosa più sudicia e sbagliata di tutto il treno.

Quando il regionale uscì dalla galleria e la luce violenta del sole inondò di nuovo la carrozza, io ero un uomo distrutto. Avevo la fronte imperlata di sudore e il respiro di un maratoneta in fin di vita.

"Giò?" mi chiamò Anna, notando la mia faccia stravolta.

"Figurati," dissi. Era una risposta senza alcun senso logico alla sua frase precedente, ma era letteralmente l'unica parola rimasta viva nel mio cervello.

Sofia si ritirò in buon ordine. Mosse la mano sotto la felpa, riaggiustandosi compostamente sul sedile, e si avvicinò al mio orecchio con un sussurro al veleno. "Bravo," sibilò. "Vedi che riesci a fare il bravo ragazzo anche mentre menti?"

Non feci in tempo a incassare quella pugnalata, che la valvola di sfogo del destino si palesò nel corridoio. Antonella arrivò barcollando per il movimento del treno, tenendo in equilibrio un numero insensato di pacchetti.

"Raga, ho preso i taralli," annunciò, trionfante ma scocciata. "Però credo di aver litigato con la macchinetta, non sono sicura. Comunque se qualcuno trova un euro e cinquanta in ostaggio lì dentro, è mio."

Fece per appoggiare la roba sul nostro tavolino, poi si bloccò, fissandomi. "Giò, tutto bene? Sembri uno che ha appena partorito un pensiero brutto."

"Sto bene," risposi in automatico, la voce roca.

"No," sentenziò Ross dal sedile dietro, secca e spietata come sempre.

Ilenia, senza nemmeno alzare gli occhi dalla pagina del suo libro, rincarò la dose: "Nessuno con quella faccia sta bene."

Sofia si sistemò la felpa nera sulle ginocchia, regalandosi un'aria di assoluta e immacolata innocenza. "È solo emozionato per la vacanza," cinguettò.

Fissai il vuoto oltre il finestrino, la mascella contratta. Se quella era l'emozione, speravo sinceramente che la felicità mi lasciasse in pace per il resto della vita.

Passai i venti minuti successivi fissando il paesaggio fuori dal finestrino con la concentrazione mistica di un uomo che aveva appena visto l’inferno e aveva scoperto di avere l’abbonamento ferroviario.

Il treno continuava la sua corsa sferragliante come se niente fosse. Questo era l'aspetto più disturbante della faccenda: per me era appena avvenuto un terremoto catastrofico di magnitudo nove, il mio corpo era ancora un groviglio di nervi tesi e vergogna, ma per il resto del vagone era solo un banale, caldo e scomodo viaggio verso sud.

Sofia, seduta accanto a me con le gambe elegantemente accavallate, mangiava i taralli di Antonella con l’aria più innocente del mondo. Sgranocchiava con una calma serafica, come se negli ultimi dieci minuti non avesse letteralmente tenuto in pugno la mia sanità mentale e la mia dignità sotto una felpa nera. Io, invece, avevo la postura rigida di un cadavere educato. Provavo a respirare a intervalli regolari per sembrare un essere umano funzionale, ma sentivo gli occhi addosso.

Anna, di fronte a me, mi lanciava occhiate fugaci e preoccupate, tormentandosi il labbro inferiore. Marco era palesemente infastidito dalla situazione, ma il suo ego smisurato gli impediva di capire la reale portata della tensione che saturava l'aria. Ilenia, due sedili più in là, non aveva alzato lo sguardo dal libro, ma la sua espressione diceva chiaramente che aveva già scritto, e archiviato, la mia condanna morale.

"Comunque," disse improvvisamente Ross dal sedile dietro, rompendo il rumore di fondo del vagone con il suo tono chirurgico, "io non so cosa sia successo lì davanti e non voglio saperlo."

"Non è successo niente," dissi, la voce che suonava finta anche alle mie stesse orecchie.

"Appunto. È proprio questo che mi preoccupa."

Marco sbuffò, tornando a scorrere distrattamente il feed di Instagram. Fu in quel momento di distrazione che Anna si sporse di nuovo verso di me. La sua voce era poco più di un sussurro, un'eco emotiva che mi trapassò il petto.

"Comunque… grazie davvero per quello che hai detto prima."

"Anna…" provai a fermarla, sentendomi la creatura più viscida del pianeta.

"No, sul serio," insistette lei, guardandomi con quegli occhi limpidi e disarmanti. "A volte ho bisogno che qualcuno mi dica che non sono pazza."

Un pugno nello stomaco avrebbe fatto meno male. Lei stava ringraziando proprio il ragazzo che, due minuti prima, si era fatto svuotare dalla migliore amica a pochi centimetri dalle sue ginocchia. Ero il simbolo vivente della doppiezza, un truffatore emotivo.

"Non sei pazza," le risposi, perché era la fottuta verità, anche se detta dalla bocca sbagliata. "Sei solo stanca di farti trattare come se dovessi sempre giustificarti."

Anna mi guardò. Fece un piccolo, bellissimo sorriso.

La magia, se così si poteva chiamare quel groviglio di sensi di colpa e tenerezza, durò un secondo netto. "Anna, scendiamo tra poco," intervenne Marco, con una frase secca, buttata lì senza nemmeno alzare gli occhi dallo schermo. "Prendi la borsa." Non fu una vera e propria scenata, ma il tono perentorio bastò a farla richiudere a riccio. Il sorriso le morì sulle labbra; annuì in silenzio e recuperò la sua borsa dal tavolino.

Io notai quel minuscolo collasso emotivo. E Sofia, spietata e onnisciente, notò che io lo avevo notato.

"Non fare quella faccia," mi sussurrò Sof, appena udibile sotto il rumore dei freni che iniziavano a fischiare.

"Che faccia?"

"Quella da uomo che sta per rovinarsi la vacanza ancora prima di scendere dal treno."

Il treno frenò con un lamento metallico, come se anche lui fosse arrivato in Salento controvoglia. L'atmosfera cambiò di colpo. Tutti si alzarono insieme, trasformando il vagone in una guerra civile di gomiti, zaini, sudore e bestemmie sussurrate. Antonella riuscì a perdere una busta sotto un sedile prima ancora che le porte si aprissero, scatenando il panico. Giulio provava eroicamente a contare i bagagli di tutti, mentre Maria, fedele al suo ruolo, dava ordini a raffica bloccando il corridoio. Marco si alzò e prese Anna per il braccio, tenendola decisamente troppo vicina a sé, marcando il territorio in mezzo alla folla.

Sofia si alzò, si sistemò la borsa sulla spalla e mi passò accanto. Non mi guardò nemmeno in faccia, ma sulle sue labbra perfette danzava un sorriso minuscolo, impercettibile. Mi fece capire che il viaggio, per lei, era stato un fottuto successo personale.

Quando le porte automatiche si aprirono e scesi sulla banchina, il caldo mi colpì in faccia come uno schiaffo dato da un phon industriale. L'aria era ferma, pesante, carica dell'odore di salsedine, asfalto bruciato e creme solari.

Davanti a noi c’erano la stazione affollata, i taxi in fila, il mare nascosto da qualche parte oltre i tetti delle case basse, e una settimana intera da sopravvivere.

Mi voltai verso il gruppo, stringendo i manici del mio zaino. Anna camminava un passo dietro Marco, con lo sguardo basso e rassegnato. Giulio rideva sguaiatamente con Maria, ignaro e irrimediabilmente felice. Sofia si sistemava gli occhiali da sole scuri sul naso, muovendosi con l'eleganza di una criminale appena assolta per insufficienza di prove. Ross mi osservava da lontano con malcelato sospetto. Ilenia sembrava aver già scritto mentalmente il verdetto definitivo sulla mia moralità. Antonella urlava disperata perché, alla fine, aveva davvero perso i taralli.

Eravamo appena arrivati. E io avevo già combinato abbastanza disastri da meritarmi il viaggio di ritorno.

La villa ci aspettava da qualche parte oltre il caldo, le rotaie e le bugie. E, per la prima volta da quando eravamo partiti, capii che il treno non era stato il viaggio. Era stato solo l’antipasto.

Prima di andare avanti…

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