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Erotika
Provincia Di Troie - Vol.2 · Cap. 1
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Capitolo 1 di 4 20 min di lettura

Seghe ferroviarie e sentimenti di merda

La vacanza comincia su un treno bollente, tra gelosie, bugie e mani dove non dovrebbero stare. Giovanni prova a fare il bravo ragazzo con Anna, ma Sofia gli ricorda subito che l’inferno è appena partito.

Giovy22
2 mesi fa · 1.3k letture · 0

La mano di Sofia sotto la felpa superò il limite della decenza. Iniziò ad accarezzare l'interno della mia coscia, sfiorando il tessuto dei jeans proprio dove la tensione era più insostenibile. Il ritmo della sua provocazione accelerò, un crescendo silenzioso e spietato che mi stava togliendo la lucidità.

Tenevo gli occhi fissi su Anna, lottando contro me stesso e contro il calore asfissiante del vagone.

"Anna," dissi, cercando di tenere la voce stabile mentre il mio sistema nervoso iniziava a compilare una lettera di dimissioni. "Uno che ti fa sentire in colpa per come ti vesti non ti ama troppo." Feci una pausa impercettibile, stringendo i denti mentre le dita di Sofia affondavano la presa attraverso il denim, in un contrasto folle tra puro terrore e piacere. "Ti ama male. Che è diverso."

Anna alzò la testa di scatto. Mi guardò, colpita nel profondo. I suoi occhi chiari sembrarono illuminarsi di una consapevolezza nuova, spogliandosi di tutte le insicurezze.

"Tu dici?" sussurrò.

"Sì."

Sotto la felpa, Sofia si irrigidì di colpo. Fino a quel momento era stato un gioco, un modo sadico per farmi impazzire. Ma quella singola parola, quel "Sì" pronunciato con una tenerezza che non riuscivo a mascherare, le fece capire che non stavo fingendo. Con Anna, io ero davvero un'altra persona.

E questo la fece incazzare a morte.

La sua mano cambiò atteggiamento. L'approccio si fece spietato, una morsa punitiva, possessiva e furiosa che mi costrinse a chiudere gli occhi per una frazione di secondo. Mentre Anna mi guardava come se fossi il suo eroe romantico, la diavola seduta accanto a me si stava assicurando che ricordassi esattamente a chi appartenevo.

Il problema non era solo quello che Sofia stava facendo sotto il tavolino.

Il problema era Anna davanti a me. Anna con gli occhi chiari, la voce bassa, le dita strette attorno alla bottiglietta di plastica, che mi guardava e mi chiedeva se meritasse davvero di essere trattata come un errore. E io, che in quel momento avrei voluto essere per lei una cosa pulita, un rifugio sicuro, ero seduto lì, coperto da una felpa nera, con Sofia che mi ricordava in silenzio e con spietata efficacia l’esatta distanza tra quello che volevo sembrare e quello che ero in realtà: un fottuto disastro intrappolato nel torbido.

Anna continuò a parlare, totalmente ignara del fatto che il mio battito cardiaco stesse superando la soglia di sicurezza.

"Quando parlo con te mi sembra tutto più semplice," disse, accennando un sorriso fragile.

Io annuii, forse troppo lentamente, cercando di mantenere i muscoli del viso rilassati mentre sotto la felpa l'inferno stava prendendo forma.

"Con Marco devo sempre pesare le parole," continuò lei, abbassando lo sguardo sulle sue mani. "Con te no. Tu mi fai sentire... normale."

La mia lucidità stava andando a puttane. Sofia, dal sedile accanto, percepì il mio totale smarrimento. Si appoggiò con la spalla alla mia, fingendo di sistemarsi per stare più comoda, e avvicinò le labbra al mio orecchio, nascosta dai suoi stessi capelli scuri.

"Continua," sussurrò, con una voce che era un mix letale di scherno e lussuria. "Dille quanto sei bravo."

Cercai di ignorarla, deglutendo a fatica.

"Tu mi diresti se stessi sbagliando, vero?" mi chiese improvvisamente Anna, piantando i suoi occhi azzurri nei miei. "Sì," risposi con un filo di voce. "E sto sbagliando?"

Feci un respiro profondo, cercando di isolare la mia mente da quello che stava succedendo dalla vita in giù. "Secondo me," iniziai, "stai solo cercando di salvare una cosa che ti sta facendo male."

Anna restò in silenzio. Fu colpita da quella frase, lo vidi da come le sue spalle si rilassarono impercettibilmente, come se le avessi appena tolto un peso enorme dal petto.

Ma Sofia, accanto a me, sentì la profondità di quella risposta. Sentì che non stavo recitando la parte del cinico, ma che tenevo davvero ad Anna. E fu in quel preciso istante che la sua gelosia smise di essere un gioco e divenne cattiva, possessiva e spietata.

La sua mano sotto la felpa cambiò drasticamente atteggiamento. La presa si fece ferrea, quasi punitiva. Iniziò a stringere la base con una forza che mi fece mancare il respiro, per poi scivolare verso l'alto con un movimento secco e deciso. Sofia si portò casualmente due dita della mano libera alla bocca, fingendo di mordersi un'unghia o di sistemarsi il rossetto; un secondo dopo, quelle stesse dita inumidite di saliva si infilarono sotto il bordo della felpa, raggiungendo l'altra mano.

Il contrasto fu devastante. La lubrificazione calda e bagnata trasformò il tormento in un piacere folle e insopportabile. Iniziò a pompare con un ritmo estenuante, alternando pressioni decise a sfioramenti lenti e tortuosi proprio sulla parte più sensibile. Il suo pollice tracciava cerchi umidi che mi mandavano scariche elettriche lungo tutta la spina dorsale, mentre il resto della mano mi avvolgeva rivendicando proprietà assoluta. Voleva farsi sentire. Voleva ricordarmi che, per quanto potessi fare il cavaliere dall'armatura scintillante con Anna, ero letteralmente in pugno a lei.

Iniziai a parlare più lentamente. Il mio cervello non riusciva più a processare la sintassi di base. Mi si spezzò una parola a metà. La mia mano destra scattò verso il bracciolo del sedile, stringendolo così forte che le nocche diventarono bianche. Sentii una singola, fredda goccia di sudore staccarsi dall'attaccatura dei capelli e scivolarmi giù lungo la tempia.

Anna se ne accorse. L'espressione rilassata lasciò il posto a un velo di preoccupazione. "Giò, tutto bene?" mi chiese, sporgendosi leggermente in avanti. "Sei pallido."

"Sì," gracchioi, stringendo i denti mentre Sofia, implacabile, aumentava la pressione. "È il treno."

"Soffri il treno?" domandò Anna, confusa.

"Da oggi moltissimo."

Accanto a me, Sofia si morse l'interno della guancia con una forza sovrumana per non scoppiare a ridere in faccia a entrambe. Mantenne un'espressione angelica, gli occhi fissi sul tavolino, mentre sotto il cotone nero stava orchestrando la mia distruzione.

Proprio in quel momento, dal blocco di sedili dietro il nostro, una testa spuntò oltre lo schienale. Era Ross. "Giovanni," sentenziò con la sua solita voce atona e rassegnata, "hai la faccia di uno che sta vedendo la Madonna in ritardo."

"È il caldo," ansimai, chiudendo gli occhi per una frazione di secondo.

Sofia, senza nemmeno voltarsi indietro, annuì debolmente. "Sì. Il caldo."

Ross la guardò. Poi guardò me. Non poteva vedere nulla di quello che stava accadendo sotto il tavolino, ma era una ragazza troppo intelligente per non percepire la tensione radioattiva che saturava l'aria del nostro scompartimento. "Certo," commentò Ross, assottigliando lo sguardo.

Non vedeva, ma aveva capito che c'era qualcosa di profondamente sbagliato. E questo la rendeva, in quella gabbia su rotaie, la variabile più pericolosa di tutte.

Il ritorno di Marco fu tempestivo come una grandinata a Ferragosto.

Lo vidi spuntare dal corridoio, facendo lo slalom tra le valigie con due bicchierini di carta in mano. Sotto la felpa, Sofia percepì il mio irrigidimento. Non si fermò del tutto, no: rallentò in modo atroce, lasciando le dita ferme in una morsa salda e bollente, giusto per farmi capire con spietata chiarezza che poteva ricominciare a distruggermi esattamente quando voleva. L'aria era carica di una tensione ormai palpabile, una dinamica che seguiva alla perfezione la regola del crescendo inesorabile.

"Che mi sono perso?" chiese Marco, lasciandosi cadere pesantemente sul sedile accanto ad Anna.

"Niente, parlavo con Giò," rispose lei, la voce stranamente ferma, senza nemmeno guardarlo.

Marco si voltò verso di me. I suoi occhi piccoli e scuri mi squadrarono con un misto di fastidio e sfida territoriale. "Parli spesso con la mia ragazza, eh?"

Ero in uno stato mentale disastroso, in bilico tra il panico assoluto, l'eccitazione e il senso di colpa, ma quella sua arroganza da bullo di quartiere accese un interruttore pericolosissimo nel mio cervello.

"Solo quando ha bisogno di parlare con qualcuno che non la faccia sentire sotto interrogatorio," sibilai, senza abbassare lo sguardo.

Il silenzio che calò nel nostro blocco di sedili fu così denso che si poteva tagliare con un grissino. Anna sgranò gli occhi, le labbra dischiuse. Sotto il tessuto della felpa nera, la mano di Sofia si bloccò per un istante, palesemente sorpresa dalla mia audacia kamikaze.

Marco si irrigidì, il collo taurino che si gonfiava. "Come scusa?"

"Ho detto che Anna stava parlando. Tutto qui," ribattei, cercando di mantenere il viso di pietra mentre il sangue mi pulsava nelle orecchie.

Dal posto più avanti, Maria, che aveva le antenne perennemente sintonizzate sui drammi altrui, sentì il tono e si girò a guardarci oltre lo schienale.

"Raga, tutto ok?" domandò Giulio, sporgendosi accanto a lei con la faccia genuinamente confusa.

Sofia intervenne con una freddezza glaciale, la voce piatta e perfetta. "Sì. Giovanni sta solo scoprendo il concetto di viaggio di gruppo."

La tensione sembrò rientrare, ma era solo una tregua apparente. Marco, sbuffando, decise di ignorarmi e tirò fuori il telefono, iniziando a scorrere lo schermo con gesti nervosi.

Anna tornò a guardare me. Abbassò il tono della voce, sporgendosi millimetricamente in avanti.

Prima di andare avanti…

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