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Erotika
Provincia Di Troie - Vol.2 · Cap. 4
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Capitolo 4 di 4 28 min di lettura

La santa, il pervertito e la notte sbagliata

Flavia entra in villa e capisce subito chi puzza di colpa, ma è Anna a mettere Giovanni alle strette. Tra un quasi peccato sul divano e una fuga ancora più sporca, la prima notte rivela che nessuno desidera la persona giusta.

Giovy22
2 mesi fa · 1.1k letture · 1

Ero devastato, frustrato fino alle ossa, con un'erezione dolorosa e il cuore a pezzi. Ero stato guardato dalla ragazza che mi piaceva non come un rifugio, ma come un pericolo. Come una malattia contagiosa.

Nel buio del salotto, mentre il profumo di Anna svaniva lentamente, la mia mente andò in un'unica, inesorabile direzione. Pensai a Sofia. Non ci pensai perché avevo bisogno di un mero sfogo fisico. Ci pensai perché, in quel momento di totale miseria morale, realizzai l'unica, vera certezza della mia vita: Sofia era l'unico fottuto posto al mondo dove non dovevo mai sforzarmi di fingere di essere buono.

Attraversai il corridoio immerso nella penombra con il passo pesante di chi sta andando al patibolo. Mi fermai davanti alla porta della camera doppia. Bussai piano, due tocchi leggeri sul legno.

Sofia aprì quasi subito. Non dormiva affatto. Era in canottiera e slip, i capelli scuri sciolti sulle spalle. Mi inquadrò in una frazione di secondo. «Che vuoi?» sussurrò. Io non risposi. Avevo la gola secca e il respiro ancora corto. Lei mi guardò meglio. Squadrò la mia postura, i miei occhi, la mia espressione devastata. Capì tutto all'istante. «Ah.» «Che significa ah?» chiesi, la voce roca. Sofia fece un mezzo sorriso cinico, spietato. «Significa che la santa ti ha rimandato all’inferno.»

Era la sintesi perfetta. «Non è successo niente,» provai a difendermi. «Con te non succede mai niente, Giò,» ribatté lei, incrociando le braccia sotto il seno. «È incredibile quanto cazzo di casino faccia il niente nella tua vita.»

Dal buio della stanza, oltre la spalla di Sofia, si sentì il fruscio delle lenzuola. Una voce assonnata e impastata ruppe il silenzio. «Sof…?» mormorò Ross, muovendosi nel letto. Sofia non si voltò. Continuò a fissarmi con un'intensità che bruciava. I suoi occhi neri erano due pozzi di rabbia, possesso e disperazione. Poi, con un filo di voce, disse: «Non posso aspettare...»

Mi afferrò per il colletto della maglietta e mi tirò dentro la stanza, chiudendo la porta alle mie spalle con un click quasi impercettibile. Non mi portò fuori, nel corridoio o in salotto. Mi spinse nell'angolo più buio della camera, esattamente tra l'armadio e il muro, a tre metri dal letto dove Ross stava cercando di riaddormentarsi.

L'oscurità era rotta solo dalla luce lunare che filtrava dalle tapparelle. Sofia mi schiacciò contro il muro, ma non mi baciò. Mi guardò dal basso verso l'alto, pronta a massacrarmi. «Ti ha fermato?» mi sussurrò contro le labbra. «Sof…» «Rispondi,» sibilò, piantandomi le unghie nel petto. «Sì.»

Sofia rise piano. Fu una risata brutta, amara, priva di qualsiasi gioia. «E tu sei venuto da me.» Il silenzio tra noi divenne assordante, coperto solo dal respiro regolare di Ross alle nostre spalle. «Che romantico,» continuò Sofia, la voce carica di veleno. «Sono il pronto soccorso della tua coscienza.» «Non sei questo,» mormorai, sentendomi la peggiore creatura sulla faccia della terra. «No? Allora dimmi cosa sono.»

Non risposi. Perché non avevo una risposta abbastanza bella o abbastanza pulita da darle. Vidi quell'esitazione colpirla dritta in faccia. Le fece male. Lo lessi nella rigidità della sua mascella. Eppure, in un cortocircuito di tossicità assoluta, mi voleva lo stesso. Si alzò in punta di piedi, il viso a un millimetro dal mio. «Con lei ti fermi quando ha paura,» sussurrò, ogni parola una lama. «Con me vieni quando hai paura tu.»

Fu la scintilla che fece saltare in aria tutto. La tensione repressa non seguì le regole di un normale crescendo erotico, non partì adagio per farsi man mano più diretta; fu un'esplosione brutale, immediata e silenziosa.

Ci spogliammo con una foga disperata, i vestiti che scivolavano sul pavimento senza fare rumore. Le afferrai i fianchi, ribaltando le posizioni e schiacciandola con la schiena contro l'anta dell'armadio. Volevo cancellare la sensazione di Anna dalla mia pelle, e per farlo, in un gesto egoista e malato, ricreai esattamente la stessa posizione che stavo sfruttando sul divano pochi minuti prima. Le sollevai una gamba, agganciandola al mio fianco. Sofia era già bagnatissima, pronta, febbricitante.

Entrai in lei con una spinta unica, decisa. Sofia spalancò la bocca in un gemito muto, gettando la testa all'indietro contro il legno. La sua figa mi strinse come una morsa, bollente, stretta e accogliente. Iniziammo a muoverci al buio. Erano movimenti controllati, calibrati millimetricamente per non fare rumore e non svegliare Ross, ma carichi di una violenza emotiva spaventosa.

L'attrito era perfetto, denso di rabbia e sudore. Le mie mani salirono sul suo petto, stringendo i suoi seni pesanti, impastando la carne nuda mentre la penetravo sempre più a fondo. Lei si aggrappò alle mie spalle, mordendosi il dorso della mano per soffocare i suoni del suo stesso piacere. Le baciai il collo, passandole la lingua sulla pelle salata, spingendo dentro di lei con colpi sordi e ritmici.

Fu in quel momento, mentre aprivo gli occhi nel buio della stanza, che la vidi. Ross non stava dormendo. Era girata verso di noi. La luce fioca della luna illuminava il suo viso: aveva le guance arrossate, il respiro corto, gli occhi spalancati e lucidi di eccitazione mentre sbirciava la scena nel buio. Incontrai il suo sguardo per una frazione di secondo. Ross non distolse gli occhi. Fece finta di niente, immobile, assorbendo ogni nostro movimento, ogni nostro respiro spezzato.

Il senso di perversione e di rischio mi diede il colpo di grazia. Affondai il viso nella spalla di Sofia, accelerando il ritmo in modo disperato. Non stavamo facendo l'amore per piacere; lo stavamo facendo per non pensare, per distruggerci a vicenda. Il climax ci investì insieme. Un orgasmo intenso, silenziosissimo, feroce. Sofia tremò contro di me, i suoi muscoli interni che mi strizzavano a ondate, mentre io mi svuotavo dentro di lei serrando gli occhi.

Quando finì, l'aria nella stanza era pesante, satura del nostro odore. Mi staccai lentamente. Guardai Sofia. Non sembrava affatto vittoriosa. Sembrava peggio. Aveva l'espressione vuota di chi ha appena ottenuto esattamente ciò che voleva, scoprendo però che non valeva abbastanza. Aveva ottenuto il mio corpo, il mio sudore, il mio sesso. Ma sapeva benissimo di non aver ottenuto me.

In fondo al corridoio, Anna rientrò nella matrimoniale piccola. Chiuse la porta piano. Marco era sveglio, seduto sul bordo del letto, visibilmente irritato.

«Dove sei stata?» le chiese, il tono inquisitorio. «A prendere acqua,» rispose Anna, senza guardarlo in faccia. «Ci hai messo tanto.» Lei non rispose. Posò il bicchiere sul comodino e si infilò sotto le lenzuola, dando le spalle al centro della stanza. Marco sbuffò, poi si sdraiò accanto a lei. Provò ad avvicinarsi. Allungò un braccio nel buio e le mise una mano sul fianco, stringendo la carne con quella sua solita, insopportabile possessività.

Anna si irrigidì all'istante. Tutti i muscoli del suo corpo si tesero come corde di violino. E non lo fece perché stava pensando a Sofia. Lo fece perché stava pensando a me. Stava pensando al divano, al sapore della mia bocca, a come si era quasi concessa, a come mi aveva desiderato per poi accusarmi per pura paura.

Marco, che nonostante tutto conosceva le sue reazioni, notò subito che lei era diversa. La sua rigidità non era quella di sempre. «Che hai?» domandò, ritirando la mano a metà. «Niente.» «Non sembra niente,» insistette lui, la voce che si faceva più dura.

Anna fissò il muro davanti a sé. Strinse i pugni sotto le coperte e, per la prima volta nella sua vita, fece una cosa enorme. «Non mi va,» mormorò. Marco si bloccò. «Non ti va cosa?» «Non mi va,» ripeté Anna. Più ferma. Inequivocabile.

Fu una bomba silenziosa. Senza urla, senza scenate. Anna aveva appena cominciato a rifiutare Marco. Lui non esplose, non ancora. Ma il suo ego fu ferito a morte. Si irrigidì, diventando freddo come il marmo. «Ah. Adesso non ti va,» sibilò, voltandosi dall'altra parte del letto, dandole violentemente le spalle.

Anna rimase lì, rannicchiata di lato, con gli occhi sbarrati nel buio. E pensò a me. Ma non mi pensò come al cavaliere dall'armatura scintillante che l'avrebbe salvata. Mi pensò come a un rischio. Il rischio più grande e pericoloso che avesse mai corso.

Anna, in fondo al corridoio, rimase sveglia accanto a Marco senza lasciarsi toccare.

Sofia tornò nel letto accanto a Ross con il silenzio vuoto di chi aveva appena vinto una cosa brutta.

Io rientrai sul divano cercando di non fare rumore, come se il rumore fosse il problema principale delle nostre vite.

Da qualche parte, nella matrimoniale grande. E nella doppia accanto, Flavia, con gli occhi aperti e un sorriso cinico sulle labbra, aveva già capito che quella villa era malata terminale.

La verità era che quella notte nessuno aveva scopato con la persona giusta. E qualcuno, finalmente, aveva cominciato a capirlo.

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