Vai al contenuto
Erotika
Provincia Di Troie - Vol.2 · Cap. 4
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 4 di 4 28 min di lettura

La santa, il pervertito e la notte sbagliata

Flavia entra in villa e capisce subito chi puzza di colpa, ma è Anna a mettere Giovanni alle strette. Tra un quasi peccato sul divano e una fuga ancora più sporca, la prima notte rivela che nessuno desidera la persona giusta.

Giovy22
2 mesi fa · 1.1k letture · 1

Rimase in silenzio per un attimo lunghissimo, gli occhi fissi sui miei. Poi sganciò la bomba, senza alcun preavviso. «Tu menti bene?»

Mi bloccai. I muscoli della schiena si tesero all'istante. «Dipende,» risposi, cauto, misurando le parole. «Da cosa?» «Da quanto mi fa schifo la verità.» Anna fece un mezzo sorriso amaro, privo di qualsiasi traccia di allegria. «Allora oggi ti deve aver fatto molto schifo.»

Lasciai cadere il cuscino sul materasso. Sapevo che stava per succedere. «C’è qualcosa tra te e Maria?» mi chiese. Diretta. Brutale.

Impallidii di colpo. Fu una reazione fisica, involontaria, impossibile da mascherare. Il sangue mi defluì dal viso, e Anna se ne accorse prima ancora che io potessi aprire bocca per inventare una scusa.

«Visto?» mormorò lei, quasi con rassegnazione. «Anna…» «No,» mi interruppe, facendo un passo verso di me. «Non dirmi che è complicato. Non usare quella parola con me.» «Non so cosa pensi di aver visto stasera,» provai a difendermi, la voce roca per l'ansia. «Non ho visto tutto,» ribatté lei, implacabile. «Ma ho visto abbastanza.» «Abbastanza per cosa?» «Per capire che Sofia ti copre,» scandì bene, i suoi occhi azzurri che mi trapassavano l'anima. «E che Maria ride perché sa perfettamente perché.»

Fu un colpo da maestra. Anna aveva sbagliato clamorosamente bersaglio su Sofia, ma aveva centrato in pieno me. E io non avevo nessuna fottuta via di fuga. Non potevo negare bene, perché metà di quello che aveva detto era la schifosa realtà.

«Io non sono scema perché sto zitta, Giò,» aggiunse, la voce carica di un dolore sordo che mi fece a pezzi. «Sofia non c'entra,» provai a minimizzare, un tentativo disperato di sviare il discorso. «Appunto!» sbottò Anna, alzando appena il volume, per poi abbassarlo subito per paura di essere sentita. «È questo che mi fa schifo. C’entra abbastanza da proteggerti pubblicamente, ma non abbastanza da essere il vero problema.»

Era ferita. Ferita a morte non per gelosia, ma perché io mi ero presentato a lei, fin dal treno, come la sua unica alternativa pulita. «Sul treno mi hai detto che Marco mi ama male,» mi accusò, accorciando ancora la distanza. «Lo penso ancora,» risposi, ostinato. «E tu invece cosa fai?» «Io non ti controllo, Anna.» «No,» sibilò lei, scuotendo la testa. «Tu fai peggio. Tu mi fai credere di potermi fidare.»

Boom. Quella frase mi colpì con la violenza di un pugno nello stomaco. Perché era vera. Era spietatamente vera.

«Io con te volevo essere diverso,» confessai, la voce che mi tremava per la frustrazione. «Lo giuro.» «Volevi,» sentenziò lei. «Non sei.»

Il silenzio calò di nuovo tra noi, rotto solo dai rumori lontani e dal nostro respiro affannoso. Il divano letto, mezzo aperto, sembrava un palcoscenico pronto per una tragedia.

«Oggi mi sono sentita bene,» mormorò Anna, la voce che si incrinava, perdendo la rabbia per lasciare spazio a una vulnerabilità assoluta. «Al mare. Nel negozio. Quando mi hai detto che sembravo libera.» «Lo eri.» «E allora perché ora sembra tutto sporco?»

Quella domanda fu il cuore emotivo di tutto. Il punto di non ritorno. La discussione si fece improvvisamente fisica. La distanza tra noi si era ridotta a pochi centimetri. Anna era incazzata nera, tradita, confusa... ma non se ne andava. Restava lì, nel mio spazio vitale, il suo profumo di mare e crema solare che mi mandava in corto circuito il cervello. E io ero a pezzi, ferito dalla sua delusione, ma attratto da lei in un modo feroce e incontrollabile.

«Quando mi guardavi oggi, era vero?» mi chiese, alzando il viso verso il mio. «Sì,» risposi, senza un'ombra di esitazione. «E quando guardavi Maria?» Silenzio. Non potevo rispondere a questo. Non potevo spiegarle l'abisso. «Vedi?» sussurrò Anna, ferita. «Non sai neanche mentire nel momento giusto.» «Non voglio mentirti, Anna.» «Troppo tardi.»

La guardai. Guardai i suoi occhi lucidi, la linea del suo collo, le labbra dischiuse e tremanti. Il desiderio mi travolse, cancellando ogni residuo di lucidità, ogni finta eleganza, ogni senso di colpa per Marco o per Sofia.

«Io ti voglio, Anna,» dissi. La voce mi uscì roca, brutale, raschiata. Una confessione strappata a morsi, senza filtri. Vera.

Anna si irrigidì. Il suo respiro si bloccò per una frazione di secondo. «Non dirlo come se fosse una scusa,» mormorò. «Non lo è.» Lei mi fissò. C'era un uragano dietro i suoi occhi. La voglia di scappare e quella di distruggersi. «Allora dimostrami che almeno questo non è una bugia.»

Fu lei a baciarmi. Non fui io a manipolarla. Lei scelse. Scelse mentre era confusa, ferita e disperata, ma scelse lei. Le sue labbra si schiantarono contro le mie, calde, morbide e affamate. L'impatto mi fece barcollare all'indietro finché il retro delle mie ginocchia non urtò il bordo del divano letto. Crollammo insieme sul materasso sfatto.

L'atmosfera si fece immediatamente incandescente, densa, sbagliatissima. Eravamo nel centro esatto della villa, al buio, con il rischio imminente che qualcuno uscisse da una stanza e ci sorprendesse, ma non ci importava più nulla. Il bacio smise di essere una sfida e divenne disperazione pura. Anna si lasciò andare, perdendo quella passività cronica che la caratterizzava con Marco. Fu lei a cercare la mia lingua, fu lei a stringere le mani nel tessuto della mia maglietta, tirandomi addosso a sé.

Ero brusco, accecato dall'emozione e da un'eccitazione che mi faceva tremare le mani. Non c'era niente di romantico o patinato; era un disastro carnale. Le mie mani scivolarono sotto il bordo della sua canottiera chiara, trovando la pelle bollente della sua schiena, per poi risalire con prepotenza. Le afferrai i seni attraverso il pizzo sottile del reggiseno, stringendoli, massaggiandoli con una foga che le strappò un gemito soffocato direttamente nella mia bocca.

Lei inarcò la schiena, premendo il suo bacino contro il mio. Sentii il calore del suo corpo e la morbidezza delle sue cosce intrecciarsi alle mie. La durezza estrema della mia erezione premeva esattamente contro il suo centro, separati solo da strati inutili di tessuto. Iniziai a muovere i fianchi, strusciandomi contro di lei in un ritmo sordo, cieco, cercando quell'attrito umido e disperato che mi stava facendo perdere il lume della ragione. Anna assecondò il movimento, ansimando forte, le unghie piantate nelle mie spalle.

Scesi con la bocca lungo la linea della sua mascella. Iniziai a baciarle e morderle il collo con avidità, letteralmente mangiandole la pelle salata, sentendo il suo polso battere all'impazzata sotto le mie labbra.

«Non guardarmi come se mi stessi salvando,» ansimò lei, la voce rotta dal piacere e dal panico, stringendomi i capelli. «Non lo sto facendo,» ringhiai contro la sua clavicola, scendendo con una mano a slacciarle i pantaloncini, impaziente di toccarla davvero. «Allora guardami come se mi volessi,» sussurrò lei, disperata.

Era il punto di massima rottura. Il momento in cui il desiderio scavalca la ragione e non si può più tornare indietro. Stavamo per consumarlo lì, sul divano, rischiando di far saltare in aria le vite di cinque persone. Sentii l'elastico dei suoi slip cedere sotto le mie dita, sentii il calore umido della sua intimità a un millimetro dal mio tocco. Ero a un respiro dal prenderla, dal violare ogni regola rimasta.

Poi, l'abisso la inghiottì. Il panico prese il sopravvento. La realtà di quello che stava facendo, di chi stava diventando, le piombò addosso come un macigno.

«No.» Fu una parola strozzata, terrorizzata. Mi fermai all'istante, come se mi avessero sparato. I miei muscoli si congelarono. Anna mi spinse via, allontanandosi bruscamente. Si tirò su a sedere, sistemandosi i vestiti con mani tremanti, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente, respirando male, gli occhi spalancati nel buio.

Rimasi immobile, il fiato corto e l'eccitazione che pulsava dolorosamente nelle vene. «Mi sono fermato,» dissi, la voce roca. «Ma volevi,» mi accusò, stringendosi le braccia attorno allo stomaco. «Anche tu.» «Non usarlo contro di me,» sibilò, la voce rotta dalle lacrime. Sapeva di averlo voluto, lo sentiva ancora sulla pelle, ma non riusciva a sopportarne il peso. E così, per sopravvivere, trasformò il suo stesso desiderio in un'accusa contro di me.

Si alzò in piedi, guardandomi dall'alto verso il basso con un'espressione che mi svuotò del tutto. «Tu fai così, vero?» «Così come?» le chiesi, sentendomi già morto. «Fai sentire le persone viste. Le fai sentire speciali,» sussurrò, con le lacrime agli occhi. «Poi le sporchi.»

Boom. Il colpo di grazia. Stava parlando di sé. Stava parlando di Maria, di Sofia, di tutto lo schifo che credeva di aver capito durante la cena. E io non sapevo, non potevo difendermi, perché in fondo aveva appena riassunto la mia intera esistenza.

«Io non volevo diventare una cosa tua,» aggiunse Anna, la voce fragile ma spietata. «Non lo sei.» «No,» concluse lei, amara. «Sono solo quasi diventata una delle tante cose che nascondi.»

Si voltò e se ne andò. Camminò rapida lungo il corridoio, verso la camera di Marco. E non lo fece perché amava Marco, o perché voleva tornare sotto il suo controllo. Lo fece perché era terrorizzata da se stessa, da quello che aveva provato su quel divano, e Marco era l'unica gabbia conosciuta in cui potersi nascondere dal mondo.

Rimasi sul divano con il corpo ancora convinto di essere nel mezzo di una storia erotica, e la coscienza già convocata in tribunale.

Che, tecnicamente, era la condizione media di ogni mio singolo giorno di quella vacanza. Avevo appena rischiato di tradire il fidanzato tossico di Anna, di rovinare definitivamente Anna, di farmi odiare a morte da Anna, e di svegliare mezza villa con i gemiti e il cigolio delle molle. E la cosa veramente drammatica, quella che mi faceva venire voglia di spaccarmi una bottiglia di birra in testa, era che la serata non era nemmeno fottutamente finita.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 4 senza votare
Indice dei capitoli

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista