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Erotika
Provincia Di Troie - Vol.2 · Cap. 4
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Capitolo 4 di 4 28 min di lettura

La santa, il pervertito e la notte sbagliata

Flavia entra in villa e capisce subito chi puzza di colpa, ma è Anna a mettere Giovanni alle strette. Tra un quasi peccato sul divano e una fuga ancora più sporca, la prima notte rivela che nessuno desidera la persona giusta.

Giovy22
2 mesi fa · 1.1k letture · 1

Mezz'ora dopo, l'anarchia iniziale si placò e la villa prese ufficialmente forma sotto la spietata gestione di Maria. I destini vennero sigillati dietro le porte chiuse: Maria e Giulio presero possesso della matrimoniale grande; Anna e Marco vennero confinati nella matrimoniale piccola in fondo al corridoio; Sofia e Ross occuparono la doppia; Ilenia e Antonella l'altra doppia; Viola si rintanò nella dependance.

Io rimasi in piedi al centro dell'open space, fissando il gigantesco divano letto di velluto scuro che troneggiava nel bel mezzo del salotto. Le lenzuola erano già state buttate lì. Realizzai subito la portata della mia condanna, con la lucidità disperata di chi non ha via di scampo. Non avevo una stanza. Avevo una scena del crimine con i cuscini.

Fu in quel momento che Flavia mi passò accanto, trascinando il suo trolley con una camminata che era pura arroganza pelvica. Si fermò a squadrare il mio accampamento, poggiando il peso su un fianco. Indossava un top a rete strettissimo che lasciava ben poco all'immaginazione, esaltando quel suo fisico asciutto, stretto e nervoso. Non era formosa, ma aveva una sensualità tagliente e spigolosa: addome piatto scoperto, braccia fini, e un seno contenuto ma sfacciatamente valorizzato, compatto ed elegante. Sotto i micro-shorts in denim logoro, i fianchi e il fondoschiena erano piccoli ma sodi, coerenti con la sua figura quasi elastica. Flavia emanava un'energia ruvida, notturna, da locale sporco e luci al neon rosse; aveva l'aria inconfondibile di una ragazza fottutamente brava a sembrare cattiva.

«Quindi dormi qui?» mi chiese, passandosi la lingua sulle labbra carnose e lucide di gloss. «Sì,» sospirai, lasciandomi cadere seduto sul materasso. Flavia ridacchiò, un suono basso e roco che le vibrava in gola. «Comodo. Sei esattamente al centro del traffico. Perfetto per un pervertito con ambizioni sociali.» Alzai gli occhi al cielo. «Possiamo smettere con pervertito?» Lei fece spallucce, lo sguardo scuro e allungato dall'eyeliner che mi sfidava dall'alto in basso. «Certo. Dimmi tu il termine tecnico.»

La prima vera cena di gruppo si tenne fuori, sul patio. Il tavolo era lungo, di legno massiccio, illuminato da un reticolo di lucine calde che pendevano dal pergolato e che attiravano sciami di zanzare fameliche. C'erano bottiglie di birra ghiacciate che sudavano sulla tovaglia, bottiglie di vino già stappate, piatti scompagnati zeppi di carne alla brace e un caldo asfissiante che ci restava incollato addosso come una seconda pelle.

La prima cena in villa aveva tutto quello che serve per rovinare definitivamente una vacanza: alcool, fame, sedie troppo vicine e persone che avrebbero dovuto sedersi lontanissime.

In ogni dinamica carica di segreti, l'atmosfera segue sempre un crescendo ben preciso, proprio come una tensione erotica inesplosa: si parte adagio, con preliminari arguti e un'attrazione sottile che serpeggia sotto il tavolo, pronti a farsi sempre più diretti e pericolosi. E noi stavamo caricando le armi fingendo un'allegra normalità estiva.

I posti a tavola erano una trappola mortale nella quale mi ritrovai perfettamente incastrato. Alla mia sinistra c'era Anna, e la sua semplice vicinanza generava una tensione emotiva che mi chiudeva lo stomaco. Alla mia destra sedeva Flavia, un distributore automatico di battute sporche e frecciate continue. Proprio di fronte a me c'era Sofia, con gli occhi neri puntati sui miei a erogare giudizio puro e senza sconti. In diagonale c'era Maria, accanto al suo ignaro Giulio, che mi lanciava occhiate cariche di minaccia. E accanto ad Anna, Marco supervisionava ogni sua mossa, una telecamera di controllo umano.

Ovviamente, Flavia non aveva la minima intenzione di mollare l'osso del Kit Passione Travel. Si appoggiò allo schienale della sedia, giocherellando con il gambo del bicchiere di vino.

«Comunque non mi hai risposto,» esordì, bucando il brusio generale. «A cosa?» feci finta di non capire, tagliando nervosamente un pezzo di salsiccia. «Con chi volevi usare il kit da maniaco sentimentale?» Sofia sbuffò, buttando la forchetta nel piatto. «Flavia.» «Che c’è?» replicò lei, aprendo le braccia con finta innocenza. «È cultura generale.» «Non era mio,» dissi, la voce piatta. Flavia mi fece un sorriso spudorato, mostrando i denti bianchissimi. «Certo. E io sono vergine emotiva.»

Antonella scoppiò a ridere, strozzandosi con un sorso di birra. Anna abbassò immediatamente gli occhi sulle sue mani incrociate in grembo. Marco si irrigidì, stringendo la mascella. Maria sorrise, passandosi languidamente la lingua sul labbro superiore.

Flavia non stava flirtando con me, non le interessavo in quel senso. Mi stava usando per testare i nervi di tutta la tavolata. «Tranquillo, Giò,» aggiunse, la voce vellutata e carica di malizia. «Io non rubo uomini alla prima cena.» Fece una pausa teatrale, perfetta, abbassando le palpebre. «Di solito aspetto il dolce.»

Tutti scoppiarono a ridere. Tutti tranne Sofia, che la fulminò con lo sguardo. Anna non sapeva letteralmente dove guardare, le guance in fiamme. Flavia andava dosata esattamente così: presente, sporca, spudoratamente simpatica, ma pronta a diventare letale.

A fine cena, mentre si iniziava a sparecchiare e a fare la spola con la cucina per recuperare altre birre fredde, Flavia si avvicinò al muretto del patio, affiancando Maria nel buio. Ero a due passi da loro, con in mano una pila di piatti sporchi.

«Riassunto,» disse Flavia a bassa voce, accendendosi una sigaretta e soffiando il fumo verso l'alto. «Quello sul divano è palesemente colpevole, la mora lo copre per chissà quale motivo, la bionda non capisce un cazzo ma sente la puzza di bruciato, il fidanzato della bionda sembra un vigile urbano col trauma dell’abbandono, e tu... tu sembri decisamente troppo felice.» Maria incrociò le braccia sotto il seno, compiacendosi di quell'analisi clinica. «Hai dimenticato Giulio.» Flavia voltò appena la testa. Guardò Giulio che, qualche metro più in là, rideva tranquillo scambiando battute con Ross e Antonella, con una birra in mano e il cuore pulito.

L'espressione di Flavia si fece improvvisamente seria. «No. Lui è il motivo per cui tutto questo è maledettamente peggio.»

Fu una frase fortissima. Flavia non conosceva i fatti, ma aveva già inquadrato il nucleo del nostro marciume: Giulio era il centro tragico di quella vacanza, proprio perché era l'unico a fidarsi ciecamente di tutti noi. Maria sorrise, un sorriso vero e quasi affettuoso. «Mi eri mancata.» Flavia si tolse un frammento di tabacco dal labbro. «Lo so. Senza di me vi rovinate male e senza stile.»

Durante tutta la cena e nel caos del dopocena, Anna era rimasta silenziosa, rannicchiata nella sua sedia, ma non era affatto spenta. Era un radar acceso.

I suoi occhi azzurri si muovevano rapidamente, registrando ogni singolo dettaglio. Aveva guardato me che evitavo accuratamente di incrociare lo sguardo con Maria. Aveva guardato Maria che mi osservava di sottecchi, come se tenesse in mano un guinzaglio invisibile. Aveva guardato Sofia che era intervenuta brutalmente per coprirmi davanti allo sfacelo del kit erotico. Aveva ascoltato Flavia che mi chiamava "colpevole". E aveva sopportato Marco che, per tutto il tempo, aveva cercato di controllarle persino il respiro.

In quel silenzio costretto, Anna mise insieme i pezzi del puzzle. Li incastrò uno per uno, e arrivò alla sua conclusione finale. Nella sua testa, la verità prese una forma cristallina e dolorosissima:

Giovanni ha fatto qualcosa con Maria. Sofia lo sa, e per qualche motivo lo sta coprendo per salvare le apparenze. Giovanni mi ha mentito.

Era una deduzione narrativa perfetta. Drammatica, coerente e letale. Perché era quasi fottutamente vera, ma in modo del tutto sbagliato.

Il dopocena fu un lento e inesorabile smantellamento del gruppo. L'alcool e il caldo avevano fiaccato le resistenze di tutti, trasformando il patio in un cimitero di bottiglie vuote e conversazioni trascinate.

Marco, visibilmente insofferente da ore, si alzò di scatto, facendo strusciare rumorosamente le gambe della sedia sulle piastrelle. Guardò Anna dall'alto in basso, con l'aria di chi si aspetta totale obbedienza. «Andiamo?» le ordinò, secco.

Anna rimase seduta. Si passò l'indice sul bordo del bicchiere vuoto. «Arrivo dopo,» mormorò.

Marco si accigliò, il collo che si gonfiava. «Dopo quando?» «Dopo.»

Lui la guardò male, piantando i pugni sui fianchi. La tensione attorno al tavolo subì un'impennata improvvisa. «Anna.» Il suo nome suonò come un avvertimento. Lei alzò finalmente la testa. I suoi occhi chiari incrociarono quelli scuri e rabbiosi di lui. La sua voce tremò appena, una vibrazione minuscola, ma rimase ostinatamente ferma. «Ho detto arrivo.»

Fu una ribellione microscopica, ma per le dinamiche della loro coppia equivaleva a un colpo di stato. Io la vidi. Sofia, dal lato opposto del tavolo, la vide e assottigliò lo sguardo. E Maria, ovviamente, sorrise nel buio, perché aveva un fiuto infallibile per l'odore del disastro imminente. Marco strinse i denti, le lanciò un'ultima occhiata furiosa e se ne andò verso la camera, i passi pesanti che rimbombavano nel corridoio.

Venti minuti dopo, il salotto era quasi completamente buio. Gli altri si erano dispersi: chi nelle proprie stanze, chi in terrazza a fumare l'ultima sigaretta. Io ero rimasto solo, piegato sul gigantesco divano letto a sistemare le lenzuola su cui avrei dovuto, in teoria, dormire. L'aria era satura dell'odore di salsedine, mischiato a quello del vino e del fumo, e il silenzio era rotto solo dal ronzio insistente delle zanzare contro la porta finestra.

Sentii dei passi leggeri alle mie spalle. Mi voltai. Anna era lì. In teoria era venuta verso la penisola della cucina per "prendere un bicchiere d'acqua", ma il modo in cui teneva le braccia incrociate sul petto e mi guardava diceva chiaramente che stava cercando me.

«Non dormi?» le chiesi, fermandomi con un cuscino a mezz'aria. «Non ancora,» rispose, la voce che era poco più di un sussurro nel salotto in penombra.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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