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Erotika
Provincia Di Troie - Vol.2 · Cap. 2
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Capitolo 2 di 4 21 min di lettura

La bocca sporca del bravo ragazzo

Giovanni prova a fingere di essere migliore, ma Maria lo riporta subito nel fango. Tra bagno chiuso, colpa e gelosia, il primo giorno in villa comincia già malissimo.

Giovy22
2 mesi fa · 1.4k letture · 0

Rientrai verso il salotto, che si apriva sulla grande terrazza con piscina. Il quadro che mi si presentò davanti era il ritratto della normalità più disturbante. Giulio stava trafficando con i fili di una cassa bluetooth, sorridendo tra sé e sé. Anna era seduta su una poltrona di vimini accanto a Marco, silenziosa, con le ginocchia al petto. Viola, appoggiata allo stipite della porta finestra, beveva il suo drink ghiacciato osservando tutti con la placida sensualità di una gatta. Ross scrutava Sofia, che stava piegando una maglietta con gesti lenti e precisi. Ilenia alzò lo sguardo dal telefono e notò immediatamente il mio pallore da obitorio. Antonella, nel mezzo della stanza, chiedeva a gran voce dove fossero finiti i caricabatterie.

Maria arrivò qualche secondo dopo di me, sbucando dal corridoio. Era perfettamente tranquilla, la pelle luminosa, i ricci appena scossi e un'aria di assoluta, radiosa soddisfazione che mi fece venire la nausea.

«Oh, ma dov'eri finito?» strillò Antonella, puntandomi un dito contro. «In bagno,» risposi. La mia voce suonò secca, raschiata. Sofia non alzò nemmeno lo sguardo dalla maglietta che stava piegando. «Lungo.»

Una parola. Una sola, fottuta parola. Mortale. Affilata come un bisturi. Il mio cuore saltò un battito, schiantandosi contro le costole. Giulio scoppiò a ridere, ignaro del sangue che stava scorrendo invisibile sul pavimento. «Eh vabbè, viaggio lungo, caldo, ci sta dai! Non fategli l'interrogatorio.» Chiusi gli occhi per un decimo di secondo. Avrei voluto evaporare. Sublimare nell'aria e non esistere mai più.

Iniziammo a spostarci tutti verso il patio e la piscina per prendere possesso dei lettini. Questo era il momento che temevo di più. L'esplosione di Sofia. Ma Sofia non esplose. Ed era fondamentale capire quanto questo fosse terrificante. Non fece nessuna scenata. Diventò fredda, velenosa, quasi spaventosamente calma. La sua rabbia faceva il vuoto attorno a sé proprio perché non si sfogava, ma si accumulava, densa e letale.

Mi passò accanto mentre andavamo verso l'esterno. Il suo braccio sfiorò il mio. Il suo profumo di vaniglia mi colpì come una condanna. «Tranquillo,» mormorò, guardando dritta davanti a sé. «Sof...» provai a balbettare, il fiato corto. «Non ho sentito niente.»

Rimasi immobile, paralizzato a metà del salotto. Le mie difese crollarono. Lei si fermò. Si voltò lentamente verso di me. I suoi occhi scuri erano due abissi di delusione e rabbia purissima. Non c'era traccia della ragazza vogliosa e possessiva del treno. C'era un giudice pronto a emettere la sentenza. «È questo il problema.»

Mi lasciò lì, pietrificato. Era una mossa psicologica devastante: non aveva prove, ma sapeva. E il fatto che lei sapesse senza avere una prova tangibile in mano, l'avrebbe fatta impazzire. E di conseguenza, avrebbe distrutto me.

Mentre cercavo di riprendere a respirare, Maria tornò verso Giulio. Lui si alzò, le mise un braccio intorno alla vita sottile e la tirò a sé. «Tutto ok, amore?» le chiese dolcemente. Maria si appoggiò al suo petto. «Benissimo,» sospirò, con un sorriso sereno.

Fu un colpo dritto allo stomaco. Giulio le baciò la tempia, ignaro, pulito, affettuoso. E lei sorrise come se dieci minuti prima non mi avesse tenuto la testa tra le cosce in un bagno di tre metri quadrati, obbligandomi a leccarle via la noia. In quel preciso istante capii che l'inferno non aveva bisogno di fiamme, forconi o demoni cornuti. Bastava una villa in Salento, due bagni e abbastanza persone sbagliate chiuse dentro.

Cercai di defilarmi verso la cucina per prendere un bicchiere d'acqua, ma incrociai lo sguardo di Ilenia. Era appoggiata al bancone a penisola. Non sapeva cos'era successo, ma aveva visto l'equazione perfetta: io che uscivo dal bagno pallido, Maria che usciva subito dopo radiosa, Sofia congelata, Ross sospettosa. Ilenia non mi accusò direttamente. Si limitò a lanciarmi una delle sue sentenze.

«Hai una capacità notevole di sembrare colpevole anche quando nessuno ti ha ancora accusato di niente.» Mi fermai, stringendo il bicchiere vuoto. «È un talento naturale.» Ilenia inclinò la testa. «No. È allenamento.»

Quella frase mi raggelò. Ilenia mi vedeva. Vedeva oltre le battute e i sorrisi tirati. Sapeva che sotto la superficie c'era del marcio.

Mentre bevevo, il mio sguardo vagò verso il divano, e poi verso Anna. Anna era rimasta in cottura lenta per tutto il tempo. Non sapeva niente del bagno, non sapeva del treno, non sapeva di Maria o di Sofia. Però non era stupida. Aveva notato l'atmosfera. Aveva visto Sofia sfiorarmi ed essere di ghiaccio. Aveva visto Maria sorridere troppo. Aveva visto me, distrutto, e Marco, il suo fidanzato, distratto a fissare il culo di Viola a bordo piscina. Anna non capiva, ma iniziava a percepire che eravamo tutti intrappolati in una rete densa di cose non dette.

Per un secondo, oltre l'isola della cucina, i nostri occhi si incrociarono. Anna mi guardò, come se volesse chiedermi qualcosa. Come se cercasse in me quell'ancora di salvezza che le avevo offerto sul treno, il ragazzo pulito che le faceva sentire di non essere sbagliata. Ma io avevo le labbra ancora sporche di tradimento. Abbassai gli occhi. Non potevo sostenerlo. Lei, percependo quel muro improvviso, fece lo stesso, abbassando lo sguardo sulle sue mani. E in quel gesto minuscolo, stupido, di sguardi negati, ci fu più intimità e più dolore di quanta me ne meritassi davvero.

«Oh, silenzio!» squillò improvvisamente la voce di Maria, dal patio. Teneva il telefono in alto. «Ho appena ricevuto un vocale. Manca un pezzo al puzzle.»

Fece partire l'audio a tutto volume. La voce acuta e inconfondibile di Flavia rimbombò nel salotto. "Amoreee, cambio programma! Arrivo stasera. Non iniziate a fare danni senza di me, troie."

Sofia, seduta su un lettino, chiuse gli occhi e si massaggiò le tempie. «No.»

Viola, dal suo angolo ombreggiato, fece tintinnare i cubetti di ghiaccio nel bicchiere, le labbra carnose piegate in un sorriso divertito e pericoloso. «Quindi... questa era solo la versione base?»

Maria infilò il telefono in tasca. Guardò me, fermo in cucina, poi guardò Sofia fuori, e infine sorrise con la spietatezza di un tiranno che ha appena radunato il suo esercito. «Tesoro,» rispose a Viola, «questa era solo l'accoglienza.»

Appoggiai la fronte contro l'anta fredda del frigorifero. Eravamo in villa da meno di un'ora. Maria aveva già trovato il modo di rimettermi in ginocchio e sputarmi addosso il suo potere. Sofia aveva già capito abbastanza da odiarmi visceralmente, senza però potermi accusare ad alta voce. Giulio rideva ignaro a tre metri da noi, incastrato in un inganno colossale. Anna non sapeva assolutamente nulla, ed era proprio quello il problema, perché era l'unica cosa pura in mezzo a un branco di belve.

Poi era arrivato il vocale di Flavia. La scheggia impazzita. Chiusi gli occhi, sentendo l'ansia divorarmi lo stomaco. Il treno non era stato l'antipasto. Era stato il foglietto illustrativo. E le controindicazioni dicevano chiaramente che nessuno di noi ne sarebbe uscito vivo.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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