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Erotika
Provincia Di Troie - Vol.2 · Cap. 2
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Capitolo 2 di 4 21 min di lettura

La bocca sporca del bravo ragazzo

Giovanni prova a fingere di essere migliore, ma Maria lo riporta subito nel fango. Tra bagno chiuso, colpa e gelosia, il primo giorno in villa comincia già malissimo.

Giovy22
2 mesi fa · 1.4k letture · 0

Maria fece l'ultimo passo. Mi sfiorò il viso con il dorso della mano, un tocco leggero che mi fece tremare, e poi abbassò lo sguardo su di me. «In ginocchio, Giò.» Una frase secca. Non urlata. Non teatrale. Peggio: detta piano, con l'assoluta e spaventosa certezza che io avrei obbedito.

E lo feci. Mi lasciai scivolare sul pavimento di piastrelle fredde. Maria si appoggiò con la schiena al bordo del lavandino di ceramica e sollevò l'orlo del vestito leggero. In quel momento, a quell'altezza, mi colpì un dettaglio stupido, intimo, quasi più osceno di tutto il resto: notai una ricrescita scura, appena accennata, imperfetta, vera. Maria non era una fantasia ordinata e patinata. Non era una scena di un film preparata a tavolino. Era lì, viva, calda, arrogante, con addosso la stanchezza del viaggio, il sudore e la cattiveria. E io, che avevo passato l'intera mattinata a fingermi migliore di quello che ero, trovai naturalmente il modo di desiderarla da impazzire proprio così. Nella sua spietata realtà.

«Bravo,» mormorò lei, guardandomi dall'alto verso il basso. «Vedi? Quando smetti di parlare diventi quasi onesto.»

Mi afferrò i capelli sulla nuca e mi spinse il viso tra le cosce. La morsa delle sue gambe nude si chiuse forte attorno alle mie tempie, stringendo fino a farmi sudare. Non c'era nulla di delicato. Fui investito dal suo profumo, dal suo calore e dal sapore di quella punizione. Quando le mie labbra incontrarono la sua intimità bagnata, la sensazione ruvida di quella ricrescita contro la mia pelle rese tutto fottutamente reale.

Iniziai a usare la lingua, obbedendo alla sua muta pretesa. Cercai il centro esatto del suo piacere, leccando e succhiando con una disperazione che mi toglieva il fiato. Maria ansimò, inarcando la schiena; le sue unghie scattarono verso il basso, piantandosi nella mia schiena, graffiandomi la pelle attraverso il tessuto della maglietta. Esigeva godimento come forma di sottomissione.

«Hai passato il viaggio a fare il principe con Anna,» sibilò a denti stretti, la voce incrinata dal piacere, mentre la mia bocca lavorava per lei. «Adesso fai ammenda con la troia.»

Alzai lo sguardo verso di lei, gli occhi lucidi nel riflesso dello specchio sopra le nostre teste. «Non guardarmi così,» sussurrò lei, tirandomi brutalmente una ciocca di capelli per riportarmi giù. «Non ti sto facendo niente che tu non voglia usare per odiarti dopo.»

Non era desiderio pulito. Non era nemmeno desiderio felice. Era una punizione con il sapore di qualcosa che conoscevo già. E la parte peggiore era che Maria lo sapeva benissimo.

La stanza era una cassa di risonanza per il nostro disastro. Il lavandino scricchiolava sotto il peso del suo bacino che spingeva contro la mia bocca. Il mio gomito urtò il metallo del rubinetto con un tonfo sordo. Il respiro di Maria si spezzava sempre più spesso, mentre io sentivo il mio stesso cuore martellarmi nelle orecchie per l'ansia. La porta mal chiusa era troppo vicina. Il corridoio era a un millimetro. Giulio, mio fratello, era di sopra a sistemare i bagagli e poteva chiamarla da un momento all'altro; Anna era chiusa nella sua stanza a pochi passi, ignara di tutto; Sof poteva cercarmi. Era un climax sporco, asfissiante, reso eccitante proprio dal rischio di far esplodere le vite di tutti.

E fu in quel precario equilibrio che Maria decise di usare il suo coltello migliore. «Sofia lo sa che sei così bravo a pentirti?» mormorò all'improvviso, tra un ansito e l'altro.

Mi irrigidii. La lingua si fermò. Reagii troppo in fretta. «Non nominarla,» ringhiai contro la sua pelle bagnata.

Maria si bloccò per mezzo secondo. Poi, un sorriso trionfante le illuminò il viso piegato all'indietro. «Ah.» Era un suono minuscolo, ma devastante. Aveva capito. Non sapeva del treno, non sapeva i dettagli, ma aveva capito che Sofia era il mio nervo scoperto.

«Quindi è così,» sussurrò, eccitata dalla sua stessa scoperta. «Maria, basta.» «No, amore,» ribatté lei, stringendo le cosce sul mio viso con ancora più forza, costringendomi a ricominciare. «Adesso comincia a diventare interessante.»

Non potevo saperlo, chiuso in quella bolla di sudore e colpa, ma in quello stesso istante la miccia era già stata accesa. Sofia stava passando nel corridoio. Forse cercava un asciugamano, forse Ross le aveva chiesto dov'era il bagno, o forse, molto più semplicemente, stava cercando me senza volerlo ammettere.

I suoi passi si arrestarono davanti alla fessura della porta. La voce di Maria filtrò oltre il legno, in frammenti inequivocabili. "...il principe con Anna..." "...Sofia lo sa..." "...chiedi scusa come si deve..."

Sofia rimase ferma davanti alla porta del bagno degli ospiti, con un asciugamano pulito stretto tra le dita dalle unghie laccate. Non bussò. Non entrò. Non fece scenate urlando il mio nome. Fece una cosa molto, molto peggiore. Capì.

Io ero cieco e sordo, ma Maria, con i sensi affinati dal suo stesso sadismo, se ne accorse. Vide l'ombra bloccare la luce sotto la fessura. Sentì il fruscio di un passo esitante. E invece di terrorizzarsi e spingermi via, la stronza decise di essere spietatamente cattiva. Non stava più usando solo me; stava usando me per distruggere lei.

Alzò appena la voce. Non troppo da far sembrare la cosa teatrale, ma abbastanza. «Bravo, Giò,» gemette forte, lasciando che il suono invadesse il corridoio. «Vedi? Con me non fai tanto il santo. Così... chiedi scusa bene, almeno una volta.»

Oltre la porta, Sofia ascoltò la mia condanna.

La scena finì poco dopo, rapida, sudata e densa di una colpa irreparabile. Maria ebbe il suo orgasmo tremando contro le mie labbra, per poi staccarsi lentamente. Si ricompose davanti allo specchio con una calma che trovai insultante, lisciandosi la gonna come se avesse appena finito di ritoccarsi il trucco.

Io ero letteralmente distrutto. Mi tirai in piedi, le ginocchia che scricchiolavano, e aprii l'acqua fredda del rubinetto. Mi lavai la faccia furiosamente, incapace di alzare gli occhi e incontrare il mio stesso riflesso nello specchio.

«Sei una stronza,» sputai fuori, asciugandomi il viso con la maglietta. «Lo so,» rispose lei, con un'alzata di spalle. «Questa non doveva succedere.» Maria si voltò a guardarmi, un'ombra di compassione velenosa negli occhi. «Giò, amore, ormai dovresti averlo capito: le cose che non dovrebbero succedere sono le uniche che ti riescono bene.»

Fece per aprire la porta, ma si fermò con la mano sulla maniglia. Si voltò un'ultima volta, regalandomi il colpo di grazia.

«Comunque, credo che Sofia fosse fuori.»

Il mio stomaco si chiuse in una morsa di ghiaccio. «Che cazzo hai detto?» Maria si sistemò una ciocca di capelli ribelle, perfettamente serena. «Ha sentito. Non tutto. Ma abbastanza.» «Maria...» balbettai, sentendo la terra sparire sotto i piedi. Lei aprì la porta, facendomi l'occhiolino. «Buon primo giorno di vacanza.»

Uscii dal bagno degli ospiti sentendomi come un condannato a morte che ha appena scoperto che la sedia elettrica era solo l'inizio.

Il corridoio era vuoto. Questo era fottutamente peggio. Se Sofia fosse stata lì, ferma ad aspettarmi con l'asciugamano in mano, avrei potuto affrontarla. Avrei potuto incassare lo schiaffo, le urla, l'umiliazione. Avrei avuto una reazione su cui calibrare il mio panico. Ma non c'era. C'era solo il silenzio fresco delle piastrelle e il rumore ovattato delle cicale all'esterno. E io dovevo andare avanti, camminando letteralmente sui vetri rotti della mia stessa colpa.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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