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Erotika
Provincia Di Troie - Vol.2 · Cap. 2
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Capitolo 2 di 4 21 min di lettura

La bocca sporca del bravo ragazzo

Giovanni prova a fingere di essere migliore, ma Maria lo riporta subito nel fango. Tra bagno chiuso, colpa e gelosia, il primo giorno in villa comincia già malissimo.

Giovy22
2 mesi fa · 1.4k letture · 0

Io rimasi immobile, i pugni stretti lungo i fianchi. Sofia, che aveva un radar incorporato per le mie reazioni emotive, notò immediatamente la scena. E, soprattutto, notò me che notavo la scena.

Mi si affiancò, sfiorandomi il braccio con la spalla. "Non fare quella faccia," mi sussurrò, senza guardarmi. "Che faccia?" ringhiai a mezza voce. "Quella da cane da salvataggio con precedenti penali."

Non feci in tempo a risponderle. Il gruppo si era ormai sfaldato: Giulio stava già portando su le borse più pesanti canticchiando; Antonella stava cercando disperatamente il bagno imprecando contro la planimetria della villa; Ross era uscita in terrazza ad accendersi una sigaretta terapeutica; Viola, dalla dependance, stava già facendo tintinnare il ghiaccio per preparare qualcosa da bere. Anna e Marco sparirono dietro la porta della loro stanza matrimoniale. Sof si avviò verso la doppia che le era toccata in sorte, ma continuava a tenermi d'occhio con la coda dell'occhio. Ilenia, silenziosa come un fantasma, sistemava il suo bagaglio.

Io rimasi da solo nel grande salotto, fissando il divano letto che sarebbe stata la mia tomba. Fu una questione di attimi. Maria ebbe bisogno solo di cinque secondi di isolamento per colpire. Apparve dal corridoio, silenziosa e implacabile.

"Giò. Vieni un secondo."

Il mio istinto di sopravvivenza urlò. Capii immediatamente che era una trappola. "No." "Non era una domanda," ribatté lei, gelida.

Provai a buttarla sull'ironia, l'unica arma di difesa che mi era rimasta. "Se mi devi uccidere, almeno aspetta il pranzo. Ho fame dal casello di Bologna."

Maria non sorrise. "Tranquillo. Prima ti faccio parlare." La frase suonò irrimediabilmente falsa. Lo sapevamo entrambi: a Maria non fregava assolutamente nulla di farmi parlare. Voleva solo misurare quanto potere avesse ancora su di me, testare se il guinzaglio fosse ancora teso dopo gli eventi di casa sua.

Mi fece cenno di seguirla e mi infilò nel bagno degli ospiti al piano terra, proprio all'imbocco del corridoio principale. L'ambiente era piccolo, quasi claustrofobico, illuminato da una luce bianca e fredda che non faceva sconti a nessuno. Faceva un caldo asfissiante, mitigato solo da una finestrella socchiusa in alto. C'era un grande specchio immacolato sopra il lavandino, asciugamani perfettamente piegati e un odore pungente di sapone nuovo e candeggina.

Entrai, cercando di mantenere una distanza di sicurezza, e mi appoggiai con la schiena al muro, vicinissimo alla porta. Maria la chiuse. Ma non la chiuse del tutto. Lo scrocco non fece il click metallico; la porta rimase accostata, una fessura invisibile ma sufficiente a far filtrare i suoni nel corridoio. Un dettaglio all'apparenza insignificante, ma che in quella casa di pazzi equivaleva a lasciare un microfono acceso.

"Che vuoi?" le chiesi, incrociando le braccia al petto.

Maria sfoderò un mezzo sorriso, quello riservato alle sue vittime preferite. "Che brutto modo di parlare alla padrona di casa."

"Non sei la padrona di casa."

"Infatti. Sono peggio," sussurrò, avvicinandosi di un passo. "Sono quella che sa dove sono nascosti tutti i bagni."

Iniziò a lavorarmi ai fianchi, ma non partì subito con il contatto fisico. Maria era una predatrice cerebrale: doveva prima smontarmi pezzo per pezzo. Iniziò a girarmi intorno nel poco spazio disponibile, muovendosi con una lentezza calcolata. Mi guardò attraverso il riflesso dello specchio grande, studiando la mia postura rigida. Allungò una mano e, con un gesto fintamente materno che mi fece venire i brividi, mi sistemò una piega inesistente sulla maglietta.

"Sei strano," sentenziò. "Sono stanco." "No," ribatté lei, categorica. "Stanco è Giulio quando porta le valigie su per le scale. Tu sembri uno che ha fatto qualcosa e ha paura che gli si legga in faccia."

Deglutii a vuoto, cercando di mantenere un'espressione neutra. Ma Maria era già andata oltre, mirando dritto al punto debole. "Com'è andato il viaggio?" mi chiese, con finta casualità. "Normale."

"Certo. Normale," ripeté lei, assottigliando lo sguardo. "Infatti Sofia è scesa dal treno con la faccia di una che voleva mordere qualcuno per puro piacere, Anna sembrava appena uscita da una confessione traumatica, e tu avevi il colore spirituale di un cadavere appena ripescato. Un viaggio normalissimo."

Sentii il sudore freddo scendermi lungo la nuca. "Maria, se devi dire qualcosa, dilla e basta. Non ho tempo per i tuoi giochetti psicologici."

Lei si fermò proprio di fronte a me, a una distanza pericolosa. "Sto guardando quanto tremi prima." Mi stava leggendo dentro. Aveva intuito che sotto quel tavolino era successo qualcosa, anche se non sapeva esattamente cosa. Sapeva che io e Sofia nascondevamo qualcosa di torbido, e aveva deciso di testare la mia resistenza.

Fece un respiro profondo e sfoderò la lama più affilata che avesse a disposizione. "Sai cos'è la cosa buffa?" mormorò, inclinando la testa. "Con te, mai niente."

"Giulio è di là che sistema le borse," disse, scandendo bene le parole, lasciando che il peso del nome di mio fratello cadesse tra noi come un'incudine. "Felice. Ha la fidanzata, gli amici, una villa da paura, il mare a due passi. Povero amore, è proprio contento."

"Non iniziare, Maria. Te lo giuro, non iniziare."

"E invece la sua fidanzata è chiusa in un bagno, a pochi metri da lui, con il suo migliore amico."

La rabbia mi montò nel petto, un riflesso incondizionato per difendere l'ultimo brandello di decenza che mi restava. "Hai chiuso tu la porta," le sibilai contro, stringendo i denti.

Maria mi guardò dritto negli occhi, il sorriso che spariva, sostituito da una freddezza spietata. "Tu sei entrato."

Il silenzio piombò nella piccola stanza bollente. Quella frase mi tolse il respiro, annientando ogni mia scusa, ogni mia vana pretesa di innocenza. Aveva ragione. Lei apriva le gabbie, ma ero io a sceglierci di entrare.

Vedendo che il colpo era andato a segno, Maria affondò il coltello fino al manico, decisa a non lasciarmi via di scampo.

"Tu fai sempre così, Giò," mormorò, avvicinandosi ancora di più, invadendo il mio spazio vitale, il suo profumo dolce e opprimente che si mescolava all'odore asettico del sapone. "Con Anna fai il buono, il cavaliere senza macchia. Con Sofia fai il complice perfetto per le sue bassezze. Con Giulio fai l'amico fedele e devoto. E con me... con me fai quello che si pente."

"Perché c'è da pentirsi, Maria. Per quello che facciamo c'è solo da fare schifo."

Gli occhi scuri di Maria brillarono di una luce febbrile, quasi feroce. Fece l'ultimo passo, annullando la distanza tra noi. Premette il suo corpo contro il mio, schiacciandomi contro il legno della porta mal chiusa. Sentii il calore del suo bacino premere contro di me, la morbidezza del suo petto attraverso la stoffa sottile dei vestiti estivi. Alzò una mano, ma non fu una carezza: mi afferrò con forza il colletto della maglietta, tirandomi verso il basso, obbligandomi a guardarla a un millimetro dalle sue labbra, respirando la sua stessa aria condizionata dalla lussuria e dal potere.

"Allora pentiti meglio," sibilò contro la mia bocca.

«Chiedimi scusa.»

La sua voce tagliò l'aria pesante del bagno. Non era una supplica, era un ordine. «Scusa.» «Che schifo.» Maria scosse la testa impercettibilmente, le labbra piegate in una smorfia delusa. «Maria—» «No. Così sono capaci tutti,» mi interruppe, affilata come una lama. «Chiedimi scusa come se ti dispiacesse davvero.»

Capii. In un istante disperatamente lucido, compresi esattamente dove voleva arrivare. Avrei potuto aprire la porta. Era lì. A mezzo metro dalla mia spalla. Bianca, normalissima, con una maniglia cromata e tutta la libertà del mondo attaccata sopra. Bastava un gesto e sarei tornato nel corridoio, alla luce del sole, a essere una persona decente. Naturalmente, io scelsi il bagno. Questa era la mia vera, fottuta colpa.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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