«Hai scelto l’azzurro per lei,» sussurrò. «Ho scelto anche il nero per te.» «Sì,» sibilò, a un millimetro dalle mie labbra. «Ma a lei hai dato una frase da salvatore. A me hai fatto una diagnosi.» «Sof, ti prego, non iniziare.» Lei azzerò la distanza, il suo petto nudo contro la mia maglietta sudata. «No. Tu inizi sempre, Giò. Solo che poi fai finta che sia successo da solo.»
Si voltò verso la busta della spesa poggiata sullo sgabello. Infilò una mano e tirò fuori il kit erotico. Estrasse lentamente la benda di raso nero, passandosela tra le dita senza usarla, solo per ricordarmi cosa c'era tra noi. «Lo userai?» mi chiese. «Non qui.» «Non ti ho chiesto dove.» Il silenzio divenne denso, asfissiante. «Lo userai?» ripeté. Non risposi. Non potevo. Sofia sorrise, amara. «Appunto.»
Non mi diede il tempo di respirare. Seguendo alla lettera il principio per cui la tensione repressa deve esplodere passando da approcci sottili ad atti diretti, mi spinse con le spalle contro la parete sottile del camerino. Le sue mani scesero repentine sui miei jeans, slacciando il bottone ed entrando a cercare la mia erezione. Iniziò a masturbarmi attraverso i boxer con una foga cieca e vendicativa, guardandomi dritto negli occhi. «Mi devi un favore, Giò,» ansimò contro la mia bocca. «Oggi sul treno ti ho salvato io.»
La frustrazione, il caldo, la gelosia: esplose tutto. Le afferrai i polsi e ribaltai le posizioni, schiacciandola contro lo specchio appannato del camerino. Sofia emise un verso strozzato quando il suo corpo semi-nudo aderì al vetro caldo. Le tirai giù le spalline del bikini nero, liberando le sue tettone piene e pesanti. Erano bellissime, la pelle lucida di sudore. Non ci fu nessuna dolcezza: le afferrai un seno con la mano libera, stringendo la carne morbida, mentre con la bocca attaccavo l'altro. Leccai il capezzolo turgido, lo succhiai con ingordigia, mordendolo leggermente con i denti. Sofia inarcò la schiena, aggrappandosi alle mie spalle con le unghie per non scivolare, il respiro che le si spezzava in gola in gemiti bassi e rochi.
La mia mano destra abbandonò il suo petto e scese dritta in mezzo alle sue gambe, spostando di lato il tessuto sottile degli slip del costume. Era bagnatissima, un calore umido che contrastava con l'aria viziata del camerino. Il pollice trovò subito il clitoride, strofinandolo con forza, mentre le mie labbra continuavano a torturarle i seni. Sofia tremò tutta. Inserii un dito dentro di lei. Poi, lentamente, il secondo. Le sue pareti mi strinsero subito, strette, bollenti e reattive. Iniziai a muovere le dita dentro di lei con un ritmo forsennato. C'era fretta, c'era disperazione. Pelle contro pelle, il sudore che ci incollava l'uno all'altra, il terrore costante che la tendina si aprisse da un momento all'altro.
«Giò... cazzo...» gemette Sofia, mordendosi il polso per non urlare mentre le mie dita affondavano e il mio pollice non le dava tregua. I suoi fianchi iniziarono a spingere in modo disordinato contro la mia mano, cercando freneticamente l'attrito per venire.
Sofia mi baciò improvvisamente, un bacio feroce, come se non volesse perdonarmi, ma volesse almeno ricordarmi a chi apparteneva la parte peggiore e più vera di me. Io avrei potuto fermarla. Avevo la mano libera a due centimetri dalla tenda, l’uscita era lì, a un palmo. Naturalmente, non uscii.
Il suo orgasmo arrivò come un colpo di frusta, frettoloso e violento. Le sue pareti si contrassero spasmodicamente attorno alle mie dita mentre lei soffocava un urlo contro il mio collo, tremando contro lo specchio, le gambe che quasi le cedevano. Si staccò appena da me, il petto nudo che si alzava e si abbassava freneticamente, gli occhi dilatati. Mi sussurrò all'orecchio, velenosa: «Con lei fai quello che guarda altrove. Con me fai quello che resta.»
Era la condanna definitiva.
In quell'esatto, millimetrico istante di silenzio, la voce di Anna squillò allegra dall'altra parte del negozio. «Sof? Tutto ok lì dentro? Loredana ha trovato la taglia giusta!»
Io e Sofia ci congelammo, i corpi ancora incastrati l'uno nell'altro, il sapore del sesso nell'aria. Sofia sistemò il pezzo di sopra del bikini con un gesto fluido, senza staccare subito lo sguardo dal mio. «Benissimo, Anna! Esco!» rispose a voce alta. Poi, si avvicinò di nuovo al mio viso, sfiorandomi le labbra con le sue. «Vedi?» sussurrò. «Basta che ti chiami e torni subito bravo.»
Uscii dal camerino inciampando quasi nella tenda, con i pantaloni sistemati alla meno peggio e due paia di costumi da uomo buttati a caso sul braccio per fingere normalità. Le gambe mi tremavano. Loredana mi guardò da dietro la cassa, masticando una gomma. «Tutto bene, bello?» «Sì,» risposi, paonazzo, appoggiandomi al banco. Loredana scosse la testa. «Qua dentro vi sentite tutti male. Sarà l’aria.»
Annuii freneticamente, ringraziando il cielo che, almeno per Loredana, l'unico problema fosse solo il maledetto ventilatore rotto.
Dopo aver pagato il nostro bottino alcolico, caseario e peccaminoso, uscimmo dal negozio. I costumi li avevamo presi. Anna aveva optato per l'azzurro, Sofia per il nero, e a me era toccata una roba orrenda che non avrei mai scelto di mia spontanea volontà.
«Questo no,» avevo protestato, tenendo il costume tra due dita. «Questo sì,» aveva sentenziato Sofia. «Sembra la tovaglia di una pizzeria di periferia.» «Infatti,» aveva concluso lei, passandolo alla cassiera, «finalmente abbinerai la personalità al guardaroba.»
Trovammo la caletta deserta. Non c'era nessuno stabilimento, niente ombrelloni, solo scogli, sabbia chiara e qualche turista in lontananza che si faceva i fatti propri. L'acqua era uno specchio trasparente che invitava a buttarcisi dentro. Il problema, ovviamente, era cambiarsi. Senza cabine a disposizione, l'unica soluzione era l'arrangiamento balneare per eccellenza: l'asciugamano usato come paravento.
«Giò, tieni l'asciugamano,» ordinò Sofia, sfilandoselo dalla borsa. «Per chi?» «Per entrambe, se riesci a non avere un infarto sul posto.»
Anna arrossì violentemente, abbassando lo sguardo sulla sabbia. Io sospirai, mi girai di spalle dando la faccia al mare e aprii l'asciugamano, tenendolo teso con le braccia come se fossi un muro di cinta. Era una situazione ridicola, comica, ma fottutamente carica di tensione.
Fissavo l'orizzonte con una rigidità militare. Alle mie spalle sentivo il fruscio dei vestiti estivi che cadevano sulla sabbia, vicinissimi alle buste della spesa dove i taralli rischiavano di volare via con il vento, e dove il kit erotico riposava in modo assurdo e osceno in mezzo alla mozzarella di bufala.
«Giò, non ti girare,» mormorò Anna, la voce che tremava in una risatina nervosa da dietro il tessuto. «Non mi sto girando,» risposi, rigido come una statua di sale. «Peccato,» commentò Sofia, spogliandosi con molta meno fretta. «Per una volta avrebbe avuto senso.» «Sof.» «Che c'è? Sto solo promuovendo il turismo locale.»
Seguendo le regole non scritte della provocazione, la nostra tensione partiva adagio, con un'attrazione sottile e arguta, pronta a scaldarsi da un momento all'altro. E Sofia sapeva esattamente come giocare. Mentre io tenevo le braccia tese, lei mi passò accanto per posare i vestiti. Lo fece passandomi troppo vicino. Il suo fianco nudo sfiorò il mio braccio, la stoffa del costume nero ancora stretto tra le dita che mi accarezzava la pelle sudata. Non fu nulla di esplicito, ma fu un tocco carico di un'elettricità che mi fece mancare il fiato.
Anna, da dietro l'asciugamano, rise, pensando fosse solo il caos del momento. Io strinsi i denti, capendo che non lo era affatto.
